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NK-Pop: la musica leggera a Nord del 38° parallelo

Il Tazebao ha dedicato grande attenzione alla Corea del Nord, spesso marginale nei nostri media o troppo banalizzata. Sono gli aspetti culturali, spesso, a raccontare di un popolo molto più di tante trattazioni. Oggi analizziamo la Corea del Nord grazie al suo “NK-Pop”.

Nel mondo occidentale la cultura coreana (nelle vesti della Corea del Sud) è comunemente associata all’enorme successo di Gangnam Style di PSY quasi un decennio fa, piuttosto che a gruppi non meno conosciuti come le Blackpink o i BTS, ultimamente spesso in radio col loro brano Dynamite, e alle rassegne cinematografiche annuali del Korea Film Fest.

Per contro, riguardo alla Corea del Nord, la narrazione mediatica a reti unificate ci mostra unicamente immagini di parate, esercitazioni militari, lanci di missili di varie dimensioni, cortei di massa dagli slogan agguerriti lanciati con voce e movimenti unanimi, sullo sfondo di possenti canzoni militari del tipo di quelle dell’Armata Rossa sovietica ai tempi della Grande Guerra Patriottica. Beninteso, questo è un aspetto reale della società nordcoreana, e le posture belliche sono state il principale biglietto da visita della RPD di Corea per molti anni e soprattutto nel 2017, quando più acute erano le tensioni con gli Stati Uniti dell’allora neo-eletto presidente Trump e Pyongyang mise in orbita con successo l’ICBM Hwasong-15, in grado potenzialmente di colpire ogni punto sul territorio degli USA. Ciò che in questa sede si intende mostrare è come il volto militaresco non sia l’unico e neppure il principale della Repubblica Popolare Democratica di Corea, che ha sempre ribadito l’assoluto carattere difensivo della sua edificazione delle forze armate e nucleari.

Anche a nord del 38° parallelo, infatti, esiste una consolidata tradizione della musica pop. Vanno però anzitutto chiarite le sostanziali differenze del concetto di “musica pop” in Corea del Nord e in Occidente. Vale qui la pena di richiamarsi a quanto scritto un trentennio fa da Kim Jong Il (1942-2011), predecessore nonché padre dell’attuale “Dirigente supremo” Kim Jong Un, nel suo trattato L’arte musicale”, pubblicato il 17 luglio 1991:

«Per conseguire uno sviluppo sano della musica di massa, dobbiamo impedire la penetrazione della corrotta “musica pop” divulgata dagli imperialisti e non ammettere alcun elemento, per quanto insignificante, che alimenti edonismo depravato e volgare e gusti eccentrici e degenerati. Solo in questo modo sarà possibile creare un’eccelsa musica di massa, al passo con le aspirazioni e i sentimenti delle masse popolari e capace di far avanzare l’epoca». (Opere scelte, vol. 11, Edizioni in Lingue Estere, Pyongyang 2006, pag. 377 ed. ing.)

La stagione di quello che potremmo chiamare “NK-Pop” (abbreviazione di “North Korean pop” ripresa dal più celebre “Korean Pop” o K-Pop) inizia al principio degli anni ’80, e precisamente nel 1983, allorquando proprio per iniziativa di Kim Jong Il nasce il Complesso di musica leggera Wangjaesan, seguito due anni dopo dal Complesso di musica elettronica Pochonbo. Come altri gruppi nati successivamente, essi portano il nome di località molto importanti nella storiografia nordcoreana: il monte Wangjae (“Wangjaesan”) fu sede di una riunione dei guerriglieri antigiapponesi svoltasi l’11 marzo 1933, in cui Kim Il Sung pronunciò un discorso intitolato Per diffondere e sviluppare la lotta armata nella madrepatria in cui ordinò all’esercito suo sottoposto di estendere il teatro delle azioni militari rivoluzionarie dalla Manciuria alla Corea. Pochonbo è invece un distretto nella provincia del Ryanggang dove l’Esercito Unificato Antigiapponese del Nord-Est comandato da Kim Il Sung combatté il 4 giugno 1937 la prima battaglia frontale contro i giapponesi in Corea, vincendola.

Questi due gruppi hanno costituito praticamente da soli l’ossatura della musica pop nordcoreana dagli anni ’80 fino alla fine degli anni 2000, venendo affiancati nel 2009 dall’Orchestra Unhasu (“Via Lattea”), producendo in questo frattempo canzoni molto note e ancor oggi cantate come Fischio, Notte di Pyongyang, non andartene, Il mio paese è il migliore, Non chiedere il mio nome, Amiamo il socialismo, Il Generale accorcia le distanze e la Canzone d’amore per il popolo.

Quasi come una risposta al succitato Gangnam Style, nell’estate 2012 è nata, sotto la direzione personale di Kim Jong Un, la banda Moranbong. Anche in questo nome, come dicevamo, c’è un rimando storico: la collina Moran (“Moranbong”), oltre a essere situata sul luogo ove sorgeva una fortezza a protezione della parte più a settentrione di Pyongyang tra il 37 a.C. e il 668 d.C. (periodo di Koguryo), dava il nome all’odierno Stadio Kim Il Sung, in cui quest’ultimo pronunciò, nell’ottobre 1945, il suo primo discorso pubblico in seguito al ritorno trionfale in patria dopo la sconfitta dei giapponesi.

Questo è ad oggi il gruppo più celebre e amato dai nordcoreani, giovani e meno giovani. Fece il suo debutto il 6 luglio 2012 con uno spettacolo a tema occidentale con Topolino, Minnie, Biancaneve, Winnie The Pooh e canzoni come la colonna sonora di Rocky e My Way di Frank Sinatra; lo stesso Complesso elettronico Pochonbo aveva del resto proposto, a suo tempo, “cover” di canzoni come Jingle Bells, Brother Louie, L’Amour est Bleu o Dançando Lambada, tal per cui non si deve pensare che i principi esposti nel 1991 da Kim Jong Il abbiano comportato un isolamento o una chiusura totale della musica nordcoreana alle creazioni occidentali. Naturalmente non manca il repertorio “militante” nella Moranbong: tra le maggiori creazioni abbiamo Senza sosta, Studiamo, Andremo al monte Paektu (vera e propria hit dell’estate 2015) e Una voce dal mio cuore.

Alla Moranbong si è affiancata, il 28 luglio 2015, la banda Chongbong, autrice di canzoni come Amiamo, Che gli altri ci invidino e Scintilla d’amore; Chongbong è un luogo dove alcuni guerriglieri antigiapponesi, tra cui la prima moglie di Kim Il Sung nonché madre di Kim Jong Il, Kim Jong Suk (1917-1949), incisero slogan rivoluzionari sulle cortecce degli alberi che si sono mantenute tali sino ad oggi, lasciando quindi ancora ben visibili le scritte.

In generale, ciò che caratterizza il cosiddetto NK-Pop è un’elegante e armoniosa commistione di motivi sentimentali, quasi amorosi, e finalità educative con contenuti altamente ideologici. È quanto emerge particolarmente in Fischio, Non chiedere il mio nome, Una voce dal mio cuore e Scintilla d’amore. Per l’ascoltatore occidentale che legga i sottotitoli nei rispettivi video, può senz’altro risultare strano come si dedichino versi simil-amorosi al leader o di come, in un corteggiamento, si usi il raggiungimento degli obiettivi del piano economico come argomento di conversazione. Eppure questa è davvero la realtà sociale nordcoreana, una realtà singolare in cui la politica è parte del vissuto quotidiano dei cittadini e talvolta determinati concetti vengono quasi personificati (come in Amiamo il socialismo). Che siano davvero questi i prodromi della nascita dell’uomo nuovo tanto vagheggiato da generazioni di rivoluzionari?

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1921/2021, Kim Il Sung e l’Italia: i rapporti col PCI

Kim Il Sung in un’intervista a L’Unità: “Eurocomunismo? Un’invenzione dei capitalisti”.

Abbiamo già trattato, sinteticamente, la considerazione e l’attenzione che Kim Il Sung (1912-1994), primo presidente e fondatore della Repubblica Popolare Democratica di Corea, riservò all’Italia e alle questioni italiane, allorquando ripubblicammo parte della sua intervista all’Avanti! del 1982.

Abbiamo anche menzionato come i rapporti fra Italia e Corea del Nord fossero stati gestiti sino agli anni ’80 dal PCI, prima dell’apertura dell’ambasciata nordcoreana a Roma nel 2000 dopo un “buco” di un quindicennio circa, da quando cioè in via delle Botteghe Oscure si decise la rottura dei rapporti col campo socialista dopo i fatti di Solidarność (1981), che naturalmente Pyongyang condannò a favore del governo della Repubblica Popolare Polacca.

Il punto di massimo sviluppo dei rapporti

Nella stagione più florida dei succitati rapporti tra Partito Comunista Italiano e Partito del Lavoro di Corea, coincisa col decennio degli anni ’70, Kim Il Sung ebbe a concedere il 2 aprile 1974 un’intervista all’Unità in cui però si soffermò quasi esclusivamente sulle questioni coreane (la riunificazione, il piano sessennale) e su quelle allora più pressanti del movimento comunista internazionale. Tre anni più tardi, all’inizio del settembre 1977, egli ricevette la Segretaria dell’Associazione d’amicizia Italia-Corea (legata al PCI), Ina Sansone, con la quale ebbe a confrontarsi in merito alla nascente corrente dell’eurocomunismo.

Questo colloquio, come ricordato, appartiene alla stagione più florida dei rapporti fra il PLC e il PCI, quando l’Unità traduceva intere pagine del Rodong Sinmun e descriveva la Corea socialista con toni analoghi a quelli in uso negli anni ’40-’50 per divulgare le conquiste dell’URSS e delle democrazie popolari. In quegli anni furono tradotti e stampati i moltissimi libri ed opuscoli di Kim Il Sung che ancora oggi circolano sia su Internet che, con un po’ di fortuna, alle bancherelle d’antiquariato.

Date le circostanze, il grande leader non può che ringraziare i comunisti italiani ed esprime addirittura alcuni commenti positivi sull’operato di Berlinguer, elogiando la politica del fronte unico antimonopolista (gradita anche ai sovietici) e ricordando l’importanza attribuita da entrambi i partiti all’autonomia da Mosca. Ma proprio qui si nota una significativa differenza d’accento che svela l’intenzione polemica delle parole di Kim Il Sung: egli intende la sovranità come il presupposto di un’autentica e durevole fedeltà al marxismo-leninismo, mentre gli eurocomunisti erano in procinto di rimuovere dallo Statuto del partito gli ultimi riferimenti alla dottrina da cui del resto si erano già considerevolmente allontanati, e si richiama in modo solo apparentemente frammentario alla conferenza del maggio 1967, sede in cui aveva ribadito l’assoluta indispensabilità della dittatura del proletariato nel discorso A proposito dei problemi del periodo di transizione dal capitalismo al socialismo e della dittatura del proletariato”.

Questa sottile critica è ancora più evidente là dove il “grande Leader” sembra difendere il Partito Comunista Spagnolo (PCE), ma cita pressoché alla lettera un passo dell’articolo con cui il giornale sovietico Tempi nuovi il 23 giugno 1977 stroncava il libro di Santiago Carrillo L’eurocomunismo e lo Stato, riaffermando con forza proprio ciò che i partiti occidentali negavano: l’universalità dei principi del socialismo scientifico, quelle leggi generali dell’edificazione socialista contro cui un anno dopo Berlinguer si sarebbe scagliato nel suo burrascoso colloquio col noto teorico e mecenate sovietico Mikhail Andreevič Suslov.

Le riflessioni di Kim Il Sung

«Sono lieto di apprendere che il Partito comunista italiano e il compagno Enrico Berlinguer aderiscono al principio dell’indipendenza.

In questi giorni certuni attaccano il compagno Carrillo, accusandolo di un preteso “eurocomunismo” e chissà cos’altro. Di certo non può esistere né un “comunismo europeo”, né un “comunismo asiatico”, né un “comunismo americano”. Non c’è che un solo comunismo per tutti. Dunque la parola “eurocomunismo” è un’invenzione dei capitalisti, non dei comunisti, penso.

Oggi i partiti comunisti d’Europa — in particolare il PCI, il PCF e il PCE, partiti attivi nei paesi capitalistici sviluppati, così come quelli di molti altri paesi ancora, — professano l’indipendenza; è cosa buona e giusta, perché a ciascun popolo spetta di decidere da sé il destino della rivoluzione nel proprio paese.

Le esperienze acquisite da un paese nella rivoluzione, qualunque esso sia, non possono in nessun caso essere imposte ai partiti degli altri paesi.

La nostra epoca è ben diversa da quella in cui Lenin organizzò la III Internazionale. A quel tempo il compagno Berlinguer ed io eravamo entrambi degli scolaretti in tema di marxismo-leninismo. Ma adesso i nostri capelli sono già bianchi. Noi possediamo oggi tali ricchezze teoriche e sperimentali che siamo in grado di risolvere da soli i problemi che sorgono nella rivoluzione del nostro paese, e tracciamo la nostra linea di condotta rivoluzionaria in piena indipendenza. Abbiamo già attraversato tutte le fasi della rivoluzione. E siamo giunti alla conclusione che tutti i partiti sono tenuti a guidare il movimento rivoluzionario in rapporto alle realtà dei loro rispettivi paesi.

Attualmente il PCI, il PCF e il PCE cercano di portare il movimento operaio a uno stadio superiore, facendo leva sul vasto fronte unito che hanno formato con parecchi altri partiti dei loro rispettivi paesi; è molto importante. La formazione di un simile fronte unito permette alla rivoluzione di non indietreggiare, bensì di avanzare. Per questo sosteniamo attivamente la linea del vostro partito. La nostra posizione in questo campo è stata già trasmessa al Comitato centrale del PCI. Però vi prego di informarlo ancora una volta.

Il nostro partito e il PCI si attengono entrambi all’indipendenza. Per i partiti comunisti mantenere l’indipendenza significa assumere davvero una posizione tesa a difendere la purezza del marxismo-leninismo. Si tratta di sviluppare il movimento rivoluzionario nei loro rispettivi paesi ed ottenere così la vittoria della rivoluzione. Ciò costituisce il principale criterio per sapere se la purezza del marxismo-leninismo viene preservata o no. Per questo riteniamo giusta la politica praticata dal vostro partito» [1].


1. Kim Il Sung, Opere, vol. 32, Edizioni in Lingue Estere, Pyongyang 1988, pagg. 340-42 ed. ing.

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L’VIII Congresso del Partito del Lavoro di Corea

Il resoconto dettagliato sull’VIII Congresso del Partito del Lavoro di Corea a cura di Jean-Claude Martini per il Tazebao.

Dal 5 al 12 gennaio si è svolto a Pyongyang l’VIII Congresso del Partito del Lavoro di Corea, quasi cinque anni dopo l’ultimo, che si svolse sempre nella capitale nordcoreana dal 6 al 9 maggio 2016.

L’Associazione di Amicizia e Solidarietà Italia-RPD di Corea ha pubblicato di recente una “maratona” di notizie e dispacci del Congresso, seguito giorno per giorno da chi scrive.

Questa assise è stata particolarmente importante principalmente per tre motivi: l’elezione di Kim Jong Un (osservato speciale di Elvio Rotondo, Country Analyst de Il Nodo di Gordio) a Segretario generale del Partito (prima era “solo” Presidente), carica simbolicamente riservata finora al defunto padre Kim Jong Il (1942-2011), il bilancio fondamentalmente autocritico che è stato svolto lungo tutta la settimana per quanto riguarda il periodo 2016-2020 e i fondamentali indirizzi di politica estera a breve scadenza.

Le particolarità dell’VIII Congresso

Un record fondamentale è stato segnato già nel numero dei delegati partecipanti (5.000): 250 membri permanenti dell’organismo dirigente del VII Comitato Centrale del Partito e 4.750 delegati delle organizzazioni di Partito a tutti i livelli. Tra di essi, si sono contati 1.959 membri permanenti del Partito e quadri politici, 801 quadri dell’amministrazione e dell’economia statale, 408 militari, 44 membri permanenti delle organizzazioni dei lavoratori, 333 personalità dei settori della scienza, dell’insegnamento, della sanità pubblica, della letteratura e delle arti così come dei media, 1.455 militanti d’élite nei lavori sui campi. Di tutti costoro, 501 erano donne, cioè il 10% dell’insieme dei delegati, più altre 2.000 persone a titolo di osservatori e i presidenti del Partito Socialdemocratico, del Partito Chondoista Chongu (religiosi locali) e il capo della Missione di Pyongyang del Fronte Democratico Antimperialista Nazionale, organizzazione rivoluzionaria sudcoreana che opera in clandestinità. Più presenze, quindi, di quante se ne sono avute all’ultimo congresso del Partito Comunista Cinese nel 2017 e addirittura più di quante ne abbia mai radunate il Partito Comunista dell’Unione Sovietica nei suoi ventotto congressi.

L’intervento di Kim

Nelle Conclusioni enunciate l’ultimo giorno del Congresso, Kim Jong Un ha fatto notare: «Che il presente congresso abbia, a differenza dei precedenti, fatto un’analisi e un bilancio spietati del suo lavoro in un’ottica di critica piuttosto che di apprezzamento riveste un’importanza non meno grande dei successi ottenuti nel periodo in questione» (qui il testo integrale del discorso di chiusura e conclusioni). E in effetti egli, già nel discorso di apertura, aveva notato apertis verbis come «sebbene il termine per il completamento della strategia quinquennale per lo sviluppo dell’economia nazionale sia scaduto lo scorso anno, quasi nessun settore economico ha raggiunto il suo obiettivo iniziale ed è tutt’altro che una cosa buona», pur non trascurando, naturalmente, i lati positivi del lavoro svolto negli ultimi cinque anni.

Dall’VIII Congresso del Partito del Lavoro di Corea, il sistema socialista coreano esce non indebolito, come previsto da molti analisti occidentali (Andrej Lankov su tutti), ma rafforzato: dalla “strategia quinquennale per lo sviluppo economico nazionale”, si torna ai dettagliati e rigorosi piani quinquennali dei tempi di Kim Il Sung (che al giornale L’Avanti elogiò la linea autonomista del PSI di Bettino Craxi).

La politica estera alla luce della vittoria di Biden

Non cambia neppure la politica estera del Partito: nel rapporto tenuto dal neo-Segretario Kim Jong Un, il cui testo non è ancora stato reso pubblico, si ribadisce a chiare lettere che gli Stati Uniti «a prescindere da chi è il presidente, rimangono il nemico numero uno» della Corea del Nord, e che questa proseguirà lo sviluppo delle sue forze armate e nucleari. La parata svoltasi nella tarda serata del 14 gennaio, completa di missili a corto, medio e lungo raggio, terra-aria e sottomarini, lanciarazzi, carri armati e blindati di ultima generazione e cospicue divisioni dell’Esercito, lasciano ben intendere quale messaggio la direzione del Partito e dello Stato nordcoreani voglia mandare al neo-eletto presidente americano Joe Biden (sembra ci fosse una preferenza per Donald Trump), prima ancora che alle autorità sudcoreane (il dialogo con le quali è stato apertamente ritenuto «inutile e superfluo» nel suddetto rapporto di Kim Jong Un al Congresso). È stato riaffermato anche il sostegno che la RPDC continuerà ad accordare alle «forze indipendenti e antimperialiste nel mondo», da cui si può ben immaginare un riferimento a Cuba, Palestina, Iran, Hezbollah, Venezuela, Siria e altri paesi, eserciti e autorità invisi alla comunità internazionale, oltre a un sicuro rafforzamento dei rapporti con gli storici alleati Russia e Cina.

Ampio risalto è stato dato infine, in maniera insolita, al discorso del delegato Ri Il Hwan, membro dell’Ufficio Politico del Comitato Centrale del Partito del Lavoro e direttore del Dipartimento di Agitazione e Propaganda del Partito, oltreché membro del parlamento locale (l’Assemblea Popolare Suprema) a cui è stato rieletto alle ultime elezioni svoltesi nel 2019: in questo discorso egli ha messo al corrente il Congresso della proposta di eleggere Kim Jong Un Segretario generale del Partito, proposta che è stata accolta all’unanimità e che fa quindi di fatto decadere il titolo di “Segretario Generale eterno” conferito a Kim Jong Il nell’aprile 2012, pochi mesi dopo la sua morte, e contemporaneamente la carica di “Presidente del Partito” a cui fu nominato Kim Jong Un al Congresso del 2016. Non rieletta negli organismi dirigenti del Partito, invece, la sorella Kim Yo Jong.

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Craxi 21 anni dopo, Quando Kim Il Sung elogiava la linea “autonomista” del PSI

Kim Il Sung in un’intervista a L’Avanti elogiò la linea di Bettino Craxi: “Il nostro Partito e il PSI mantengono entrambi una politica indipendente, il che migliora di giorno in giorno i loro rapporti”.

Il 9 ottobre 1982 il Presidente, nonché fondatore, della Repubblica Popolare Democratica di Corea, Kim Il Sung (1912-1994), concesse un’intervista a Ugo Intini, giornalista de L’Avanti, rendendo così il quotidiano di area del PSI il secondo in Europa, dopo il francese Le Monde, ad aver intervistato il “grande Leader”.

Nell’intervista Kim Il Sung si sofferma principalmente su tre temi: la riunificazione della Corea, la situazione economica interna del paese e altre questioni di politica internazionale. Nella parte finale non lesina apprezzamenti positivi nei riguardi dei partiti socialisti europei che mostravano una volontà di perseguire una politica indipendente rispetto al Patto Atlantico (ne ha parlato anche Andrea Marcigliano), e tra questi non poteva mancare il PSI allora guidato da Bettino Craxi (che seppe anche guardare a Est).

L’intervista di Intini a Kim Il Sung ebbe già allora una vasta eco sui media nordcoreani e fu riprodotta in varie antologie del “grande Leader”, tra cui il terzo volume delle “Risposte ai corrispondenti della stampa estera” (Pyongyang 1986, pagg. 283-95 dell’edizione francese) e il 37esimo delle sue “Opere” (Pyongyang 1991, pagg. 241-52 dell’edizione inglese).

Riproponiamo qui due citazioni a riprova di quanto sin qui detto: la chiosa della suddetta intervista all’Avanti! e un estratto da un’intervista da egli concessa a una delegazione dell’Alleanza Popolare Rivoluzionaria Americana del Perù tra il giugno e il luglio del 1983 circa le speranze che nutriva per la sovranità dell’Europa.

“I partiti socialisti dell’Italia e di numerosi altri paesi d’Europa reclamano l’indipendenza; noi vediamo in ciò un’ottima promessa. Il nostro Partito e il Partito Socialista Italiano mantengono entrambi una politica indipendente, il che migliora di giorno in giorno i loro rapporti. Sono convinto che essi si rinsalderanno e si svilupperanno ulteriormente sulla base della sovranità. Colgo l’occasione per ringraziare il Partito Socialista Italiano e il popolo italiano che offrono il loro sostegno e testimoniano la loro simpatia al popolo coreano nella sua giusta lotta per la riunificazione indipendente e pacifica della patria”.

— Opere, vol. 37, Edizioni in Lingue Estere, Pyongyang 1991, pag. 252 (edizione inglese).

“Nei miei colloqui con i quadri dei partiti socialisti e dei partiti socialdemocratici di parecchi paesi d’Europa in visita da noi, ho parlato loro del problema della sovranità in Europa. Tutti convengono in tal senso sull’urgente necessità di far accedere l’Europa all’indipendenza. I paesi in cui il partito socialista o socialdemocratico ha preso il potere non condividono più l’opinione degli Stati Uniti su certi problemi internazionali, e non seguono più la loro politica alla cieca. È questa una circostanza che apprezzo vivamente. Noi auspichiamo che l’Europa acceda a una sovranità totale. In altri termini, vorremmo che i paesi d’Europa si opponessero alla guerra e si orientassero verso una politica indipendente, anziché seguire le grandi potenze nella loro politica bellicosa”.

— Opere, vol. 38, Edizioni in Lingue Estere, Pyongyang 1993, pagg. 98-99 (edizione inglese).

http://iltazebao.com/corea-del-nord-verso-lviii-congresso-del-partito-del-lavoro/

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Italia-Corea del Nord: 20 anni di rapporti diplomatici

Nel 2000 fu l’Italia il primo paese del G7 ad aprire stabili rapporti diplomatici con la Corea del Nord.

L’anno appena concluso ha segnato i vent’anni dall’apertura di relazioni diplomatiche tra l’Italia e la Repubblica Popolare Democratica di Corea (RPDC, meglio conosciuta come Corea del Nord). Quest’iniziativa fu intrapresa nel gennaio del 2000 grazie all’intermediazione dell’allora Ministro degli Esteri Lamberto Dini (governo D’Alema II) e fece dell’Italia il primo del G7 a istaurare rapporti diplomatici con la Corea del Nord.

I rapporti mediati dal PCI

Fino ad allora, le relazioni tra Roma e Pyongyang sono state appannaggio esclusivo del Partito Comunista Italiano. Fu il PCI a conferire al fondatore della RPDC Kim Il Sung (1912-1994) la cittadinanza onoraria della località ligure di Sarzana, onorificenza ritirata poi nel 2016. Il PCI si interfacciava con gli omologhi coreani perlopiù tramite l’Associazione per i rapporti culturali con la Repubblica popolare democratica di Corea, esistita tra la fine degli anni ’60 e i primissimi anni ’80.

Il ruolo dell’Associazione

Questa si occupava principalmente della traduzione e diffusione, su scala però non troppo ampia, delle opere di Kim Il Sung tra il pubblico italiano, sia in forma di opuscoli singoli, sia di antologie tematiche, e anche libri sulla sua figura. Per fare degli esempi la biografia in tre volumi curata da Baik Bong o il libro “La vittoria del Djoutché”. Un tributo a Kim Il Sung di Baik Man Kyeung a proposito dei successi nell’edificazione economica, politica e sociale della RPDC sotto la sua guida. L’Associazione pubblicò inoltre, in traduzione italiana, cinque su otto volumi di opere scelte del “grande Leader”.

Lo stesso Segretario del PCI Enrico Berlinguer si recò a Pyongyang nell’aprile 1980 e Kim Il Sung, dal canto suo, concesse un’intervista a L’Unità nel 1974 e all’Avanti! nel 1982 (elogiando indirettamente la politica “autonomista” di Craxi nei riguardi degli USA), oltre a un colloquio individuale con il Segretario dell’Associazione stessa nel 1977 e a più di 30 incontri con l’attuale Presidente di International World Group, Giancarlo Elia Valori, tra il 1973 e il 1992.

L’Associazione, che potremmo definire antesignana ideale della sezione italiana della Korean Friendship Association nata nel 2003 (il Centro Studi sul Juche è tutt’oggi attivo), chiuse i battenti intorno al 1981 sull’onda della rottura del PCI col campo socialista in seguito alle vicende polacche relative a Solidarność, tuttavia i contatti fra i due partiti proseguirono all’inizio degli anni ’80 ma con crescente insofferenza degli ospiti italiani per il “culto della personalità” e la “successione dinastica”, testimoniata dai commenti di Tiziano Terzani che accompagnò Berlinguer a Pyongyang nell’aprile 1980.

La rottura con il PCI

Una delegazione nordcoreana partecipò anche al XVII Congresso del PCI, che si svolse a Firenze nel 1986. I due partiti, però, ruppero definitivamente i rapporti nel 1989 in occasione del XIII Festival mondiale della gioventù e degli studenti che si tenne proprio a Pyongyang, allorquando la delegazione italiana, guidata da Gianni Cuperlo, propose di inserire nella dichiarazione comune una frase a sostegno degli studenti di Piazza Tiananmen, ricevendo un netto diniego da parte dei coreani. Già in occasione dell’incontro con Berlinguer, però, Kim Il Sung ebbe a esprimere profondi malcontenti verso la sinistra in Europa. Ricorda Pietro Ingrao:

“In quel viaggio in Corea incontrai Kim Il Sung, che ebbe uno sfogo aspro contro tutta la sinistra europea, ci accusava di non proteggere abbastanza l’esperienza rivoluzionaria coreana. Era un personaggio assai complesso e iracondo. Mi fece una grandissima filippica anche contro gli Stati Uniti, i coreani del sud, era un personaggio ingombrante”.

L’apertura delle relazioni e la situazione attuale

Fu solo nel luglio del 2000 che l’ambasciata nordcoreana in Italia venne aperta a Roma (in viale dell’Esperanto dove si trova tuttora). Tuttavia, il 30 settembre 2017 il governo italiano, presieduto allora da Paolo Gentiloni, decide di cacciare l’ambasciatore Mun Jong Nam, nominato da appena un mese, sottomettendosi e cedendo alle pressioni di Trump (al prossimo Congresso del Partito del Lavoro si discuterà anche di come rapportarsi con gli USA dopo la vittoria di Biden) affinché tutti i paesi “alleati” degli Stati Uniti rompessero i rapporti con la Corea del Nord in seguito ai suoi test missilistici.

http://iltazebao.com/lviii-congresso-del-partito-del-lavoro-di-corea/

Ad oggi l’ambasciata fa capo al Consigliere Kim Chon. Nulla si sa di se, come e quanto progrediscano gli sforzi volti alla nomina di un nuovo ambasciatore della RPDC in Italia, una questione affrontata molto timidamente anche ai tempi del governo “sovranista” M5S-Lega nonostante il ruolo dirigente che in esso aveva Matteo Salvini, il quale si recò, al seguito del senatore Antonio Razzi (che ha una storia pluriennale di amicizia coi vertici del governo nordcoreano), in visita a Pyongyang nel settembre 2014, riportandone peraltro ottime impressioni.

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Corea del Nord, verso l’VIII Congresso del Partito del Lavoro

All’atteso Congresso del Partito del Lavoro previsto per gennaio si dovranno considerare anche gli effetti delle elezioni USA 2020.

Il prossimo gennaio, Pyongyang, capitale della Repubblica Popolare Democratica di Corea (meglio conosciuta come Corea del Nord), vedrà aprirsi i lavori dell’VIII Congresso del Partito del Lavoro dopo cinque anni dal precedente.

La scelta di Kim

Già da questo semplice fatto si nota come il Dirigente supremo del Partito, dello Stato e dell’Esercito Kim Jong Un abbia rimesso la vita politica del paese su un binario di regolarità e stabilità: l’intervallo di cinque anni, previsto dallo Statuto dello stesso PLC, era stato per varie ragioni accantonato nel lunghissimo periodo di 36 anni intercorso tra il VI e il VII Congresso, tenutisi rispettivamente nell’ottobre 1980 e nel maggio 2016.

L’VIII Congresso del Partito del Lavoro di Corea (di cui ha trattato anche Elvio Rotondo) è particolarmente importante perché si svolgerà in un contesto interno e internazionale estremamente fluido: l’emergenza COVID-19, le calamità naturali, la recente scoperta di “gravi crimini” commessi dal comitato di Partito dell’Università di Medicina di Pyongyang, le elezioni americane (per approfondire), i progressi nell’industria missilistica e la Battaglia degli 80 Giorni per la riabilitazione dalle suddette calamità e il conseguimento di nuovi successi nell’edificazione infrastrutturale in vista dell’evento di gennaio. Sono tutti fenomeni, questi, che hanno caratterizzato, nel bene e nel male, la vita della RPD di Corea in quest’ultimo anno.

Una svolta nella diplomazia

Ma l’VIII Congresso sarà rivestito di questa importanza poiché sarà chiamato a fare il bilancio del periodo trascorso dal Congresso precedente, periodo che ha visto inaugurarsi la svolta diplomatica del 2018-19, in cui Kim Jong Un ha incontrato, anche più volte, le più alte cariche di tutte e tre le superpotenze: Xi Jinping per la Cina, Trump e Pompeo per gli USA, Lavrov e Putin per la Russia, oltre a tre vertici inter-coreani per la prima volta dopo 11 anni, nei quali ha incontrato il presidente sudcoreano Moon Jae-in portandoselo pure a Pyongyang e facendolo parlare davanti a 150.000 nordcoreani in occasione del vertice di settembre.

Non si è ancora concretizzato, nonostante la reciproca disponibilità comunicata sempre nel 2018, l’incontro tra Kim Jong Un e Assad, mentre si sono rafforzati i rapporti partitici e diplomatici con altri paesi socialisti come Cuba e Vietnam: è del 16 novembre 2018 la visita ufficiale del presidente cubano Miguel Díaz-Canel a Pyongyang. Risale al 1° marzo 2019 il viaggio di Kim Jong Un ad Hanoi per incontrare il presidente Nguyen Phu Trong.

Da segnalare anche il colloquio col presidente di Singapore, paese ospite dello storico vertice RPDC-USA del 12 giugno 2018, Lee Hsien Long, nel quale si è parlato anche di accordi commerciali, scambi e cooperazione in una serie di ambiti.

Dunque, cinque incontri con Xi Jinping, uno con Lavrov e con Putin, addirittura tre con Trump (primo presidente americano in carica ad aver mai incontrato un Líder Maximo nordcoreano) nel giro di un anno e due, a contorno, con Mike Pompeo.

http://iltazebao.com/italia-corea-del-nord-20-anni-di-rapporti-diplomatici/

Un attivismo che restituisce centralità alla Corea del Nord

Dal punto di vista geopolitico, questi enormi successi della Corea del Nord sul fronte diplomatico hanno garantito al paese un “posto al sole” nella comunità internazionale, una posizione di forza in ogni eventuale trattativa o scontro (si spera sempre solo verbale e politico) con gli storici nemici americani, sudcoreani e giapponesi.

Pyongyang ha infatti rinsaldato notevolmente la sua alleanza con Mosca e Pechino nonostante i ripetuti test missilistici e atomici del periodo 2013-17 avessero fatto insorgere in molti analisti occidentali il dubbio e varie ipotesi di rottura con gli storici alleati russi e cinesi, i quali almeno formalmente condannavano dette azioni e si univano al coro delle sanzioni in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Ciò ha altresì permesso al governo nordcoreano di far sentire più distintamente la sua voce di militanza per un mondo multipolare in cui regnino indipendenza e sovranità.

Non staremo qui a fare la cronistoria del sostegno che la RPDC ha accordato a vario titolo, negli anni, a movimenti come il Partito delle Pantere Nere, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, l’Irish Republican Army o Hezbollah, piuttosto che menzionare i volontari mandati in Vietnam o i rapporti che essa ha avuto con la Libia di Gheddafi (avviata ad una difficile pace) e paesi “ribelli” del campo socialista est-europeo come la Jugoslavia di Tito e la Romania di Ceauşescu. Per non dimenticare, ovviamente, le storiche relazioni di amicizia col Venezuela bolivariano, con la Siria degli Assad (rafforzatesi negli aiuti in armi e personale all’Esercito Arabo Siriano nell’ormai decennale guerra civile che ha sconvolto il paese), con l’Algeria e altri paesi africani avviatisi sulla via dell’indipendenza dopo la decolonizzazione, col Perù di Fujimori. Basti ricordare la partecipazione attiva e in primo piano, dal 1975 a oggi, che la Corea del Nord vanta nel Movimento dei Non Allineati in nome dell’indipendenza globale, obiettivo che persegue apertamente sin dai tempi di Kim Il Sung (1912-1994), fondatore della Repubblica Popolare Democratica.

Come riposizionarsi dopo USA 2020?

È poco probabile, quindi, che l’VIII Congresso del Partito del Lavoro in gennaio segni un cambio di rotta. Più probabile che, sapendo quasi certamente per quel periodo l’esito delle elezioni americane, assisteremo a una nuova strategia, nel bene o nel male, nei riguardi del comportamento da tenere verso gli Stati Uniti.

È palese, infatti, che a Pyongyang preferiscano la rielezione di Trump, essendo stato questi l’unico in grado di costruire una relazione (pur tra mille contraddizioni e passi indietro) col governo nordcoreano. Le malcelate minacce rivolte da Biden a paesi indipendenti, socialisti e amici della Corea del Nord come Cuba, Nicaragua e Venezuela, e relative minacce da parte di Pyongyang al suo indirizzo, fanno effettivamente poco sperare che questa relazione possa traslarsi all’eventuale nuovo presidente dem.