9 maggio, Mosca

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Non stupiscano, insomma, quella marzialità, o l’attaccamento alla Madre Russia che abbiamo veduto quest’oggi. È stato così a Mamaev Kurgan, o attraversando il Volga di notte, o asserragliati nella casa di Pavlov, nella fabbrica dei trattori, e così sul saliente di Kursk, quando tutto era ancora in bilico, e decenni prima “fra i baluardi della Crimea” sconfiggendo i bianchi. Si riguardi la carta di Spykman per capire la strategicità della Crimea, al pari di quelle porzioni di Finlandia, la Carelia e soprattutto la Penisola di Rybačij strappate nel 1939 per proteggere Leningrado e Arcangelo, ovvero il fu cuore della rotta di Pomor. La geografia è una costante e ci condanna. Insomma, questo spirito è l’essere persona solo in quanto parte del corpo della nazione. È lo spirito che rivedo nel vitale e tutto futurista Majakovskij che dileggia il “pagnottista” dalla “testa di sughero”, che esalta il “diluvio operaio” e la “lava delle rivoluzioni”, è il sentire “i contatori del cuore” che pulsano all’unisono, fondendosi, come “lava rossostellata”. È anche questo parte del pensarsi impero, con tutta la brutalità, l’appiattimento che ne segue.

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