28 ottobre: i rapporti Italia-URSS durante il Ventennio

Lenin Sculpture and Belarussian Flag in Minsk

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Un contributo ricco di fonti che ha il merito di approfondire i rapporti Italia-URSS, tutt’altro che scontati, durante il Ventennio.

Da poche settimane abbiamo ricordato, anche nel contesto dell’insediamento del governo Meloni, il centenario della Marcia su Roma (28 ottobre 1922), che a Firenze è stato l’oggetto dell’ottimo convegno organizzato dall’Archivio Riformisti Socialisti e da Il Tazebao.

È noto che la formazione politica del futuro Duce d’Italia, Benito Mussolini, fu prettamente socialista, complice anche la sua origine di classe umile, proletaria nel vero senso della parola. Si dice che, in veste di direttore dell’Avanti!, organo di stampa del PSI, abbia conosciuto personalmente Lenin, ma non esistono fonti documentali certe di ciò (De Felice, per esempio, lo esclude categoricamente). Tuttavia, Mussolini, nel suo discorso del 25 novembre 1914 all’assemblea della sezione socialista di Milano, terminò con queste parole d’ammonimento ai “compagni ciechi” del PSI da cui si distaccò per la questione della posizione neutrale assunta ufficialmente dal partito relativamente al contesto della Prima guerra mondiale:

«Non crediate che, strappandomi la tessera, mi interdiate la fede socialista, m’impedirete di lavorare ancora per la causa del socialismo e della rivoluzione» [1].

Nonostante egli non abbia mai provato simpatia per gli avvenimenti rivoluzionari in Russia (nel suo diario di guerra sdegna i rivoluzionari in lotta e si compiace a più riprese del mancato avvenimento della rivoluzione in Italia, condannando altresì, com’è ovvio, l’uscita della Russia dalla guerra a seguito dell’Ottobre bolscevico), si spese assieme a tutto il governo italiano per farla partecipare alla Conferenza di Losanna rompendo l’isolamento a cui Mosca fu costretta dalle potenze occidentali a seguito della Rivoluzione d’Ottobre, con un inciso degno di nota concernente la diplomazia:

«Per quanto riguarda la Russia, l’Italia ritiene che sia giunta ormai l’ora di considerare nella loro attuale realtà i nostri rapporti con quello Stato, prescindendo dalle sue condizioni interne, nelle quali, come Governo, non vogliamo entrare, come non ammettiamo interventi estranei nelle cose nostre, e siamo quindi disposti ad esaminare la possibilità di una soluzione definitiva» [2].

Nel suo discorso presidenziale del 16 novembre 1922, Mussolini s’intrattenne sulle relazioni italo-russe, facendo, tra le altre cose, la seguente rivelazione:

«Forse sorprenderò la Camera, comunicando che nel mese di Corfù l’unica stampa europea orientata simpaticamente verso l’Italia è stata la stampa di Mosca» [3].

Ora, è spesso accaduto che la propaganda anticomunista italiana inventasse di sana pianta o decontestualizzasse alcune citazioni dai classici marxisti per adattarle ai propri scopi di denigrazione del movimento comunista: è avvenuto durante la guerra, allorché i fascisti diffusero manifestini con presunti “elogi” di bonaria invidia verso Mussolini da parte di Lenin e Stalin, come anche, in tempi relativamente più recenti, quando i sostenitori del “Sì” al referendum del 1974 sull’aborto riportarono, falsate, alcune citazioni di Marx, Lenin e Togliatti per far credere agli italiani che anche i “padri” del comunismo fossero contrari all’interruzione di gravidanza: un chiaro ammiccamento volto a ingraziarsi gli allora numerosi elettori e militanti del PCI.

Tuttavia, nel nostro caso specifico, possiamo ragionevolmente affermare che non sia così, laddove consideriamo che Lenin (come anche l’Engels di Savoia e Nizza e Po e Reno [4]) fu, tra le altre cose, un fervente sostenitore dell’italianità di Nizza, che perorò anche presso altre sezioni del movimento comunista europeo:

«Se i socialisti inglesi non riconoscono e non difendono il diritto alla separazione dell’Irlanda, i francesi quello di Nizza italiana, i tedeschi quello dell’Alsazia-Lorena, dello Schleswig danese, della Polonia, i russi quello della Polonia, della Finlandia, dell’Ucraina ecc., i polacchi quello dell’Ucraina, se tutti i socialisti delle “grandi” potenze, cioè delle potenze che compiono grandi rapine, non difendono questo stesso diritto per le colonie, è perché – e solo perché – essi sono in effetti degli imperialisti, e non dei socialisti» [5].

Per il capo della Rivoluzione d’Ottobre, dunque, il socialista francese che non avesse riconosciuto e difeso (assumendo quindi un ruolo attivo) il diritto alla separazione di Nizza e il suo conseguente ritorno all’Italia, non sarebbe stato degno di chiamarsi socialista. Una posizione che lascia evidentemente poco spazio a interpretazioni.

Dato questo stato di cose, sorprende forse meno del previsto il fatto che l’Italia fascista sia stato il primo paese d’Europa a riconoscere ufficialmente l’URSS, il 7 febbraio 1924. Naturalmente, i rapporti italo-sovietici non furono privi di scontri e malintesi: nel summenzionato discorso presidenziale, Mussolini dà conto di alcune “rappresaglie” (cioè scontri militari) sul Mar Nero, purtuttavia rientrati a seguito delle trattative tra il Duce stesso e l’ambasciatore sovietico a Roma, Krasin. L’assassino di Vorovskij a Losanna portò all’interruzione dei colloqui per l’instaurazione di relazioni diplomatiche, che ripresero col suo successore Jordanskij. La lentezza delle procedure non passò certo inosservata agli occhi di Mussolini, ma in ciò egli vide una pertinace difesa degli interessi nazionali da parte dei russi, che lodò, e rimase ottimista sul loro esito. Concluse dunque che il governo fascista non avrebbe frapposto alcun ostacolo a tali relazioni, e si concesse anche, in chiusura, alcune osservazioni che, con un occhio all’oggi, potremmo definire estremamente lungimiranti:

«Il problema deve esser posto in questi termini di schietta e, oserei dire, brutale utilità nazionale: è utile per l’Italia, per la economia italiana, per la espansione italiana, per il benessere del popolo italiano, è utile il riconoscimento de jure della Repubblica Russa, in quanto questo riconoscimento faciliti le relazioni economiche e quindi la espansione del popolo italiano? Io rispondo sì. […] Le due economie, la economia italiana da una parte e la economia russa dall’altra, sono destinate a completarsi» [6].

Il regime fascista dette seguito pratico a questa intuizione del suo Duce e, il 2 settembre 1933, fu firmato, tra Mussolini e l’ambasciatore sovietico Potëmkin, il patto italo-sovietico di amicizia, non aggressione e neutralità, il primo nel suo genere firmato con l’URSS da parte di una potenza occidentale: qui l’Italia compì un passo in più rispetto a quanto fatto negli anni precedenti da Francia (governo Herriot), Inghilterra e Germania.

Tale patto, dalla durata quinquennale e prolungabile, prevedeva l’astensione dal sostegno a quell’esercito o a quel paese che avesse impugnato le armi contro l’una o l’altra delle parti contraenti, il riconoscimento del diritto di entrambi a dotarsi dell’ordinamento politico più confacente ai propri desideri e la non-ingerenza nei reciproci affari interni, oltre, naturalmente, alla collaborazione economica. Nelle intenzioni italiane, vi era la volontà di evitare la formazione di blocchi militari in Europa e quindi di stabilizzare politicamente il continente.

Nell’articolo che Mussolini scrisse per l’Universal Service a tal riguardo, e che fu ripubblicato sul Popolo d’Italia del 30 settembre 1933, si ribadirono i concetti da egli espressi nove anni prima riguardo alle potenzialità della Russia:

«Non v’è contraddizione alcuna nel fatto che il mio Governo stenda la mano lealmente amica a Nazioni di così diversi Governi. In realtà questo risponde alla profonda coerenza della mia politica di pacifici accordi tra le Nazioni. Nei riguardi della Russia, poi, è mia convinzione che convenga facilitarle di uscire dall’isolamento, e di avvicinarla alla collaborazione con le Potenze occidentali, ai fini comuni della civiltà e della pace».

[…]

«Non possiamo ignorare la potenzialità russa. Un popolo di 164 milioni deve essere valutato come Potenza mondiale. L’Italia ha riconosciuto il diritto della Russia ad avere il posto che le spetta. Ciò ha servito a due cose: a fissare il posto della Russia nel concerto delle Nazioni; a dare alla Russia la certezza che le Potenze occidentali non tramavano il suo isolamento».

«Qual è lo scopo del Patto italo-sovietico? Di solito le Nazioni concludono trattati per il fatto che esse perseguono una politica comune, dalla quale vogliono riportare un dato beneficio. In primo luogo, fra l’Italia e la Russia sovietica non esiste una politica comune per il raggiungimento di fini estranei a quelli di amicizia generale, soprattutto sul terreno di collaborazione economica. Una invalicabile distanza separa noi e la Russia nelle teorie politiche, ma queste teorie riguardano soprattutto il Governo interno, nel quale l’Italia non intende ingerirsi, né s’ingerirà mai» [7].

Va menzionato il fatto che un’ala più o meno consistente dello stesso PNF, nella quale possiamo senz’altro inserire il conterraneo Berto Ricci (1905-1941), che propendeva apertamente per un rafforzamento dei rapporti con l’URSS in chiave anti-angloamericana. Ciò, tuttavia, senza voler riprendere l’inesatta categoria del “fascismo di sinistra”, tentazione in cui sono caduti molti storici posteriori e anche contemporanei al Ventennio, ma che Mussolini stesso, in occasione della riunione del Consiglio nazionale del PNF a seguito della quale si insediò il nuovo Direttorio (7 agosto 1924), rigettò senza mezzi termini:

«Questo Consiglio è stato importante perché ha dimostrato prima di tutto che non esistono tendenze. Il Fascismo non le ha mai avute né le avrà mai. Ognuno di noi ha il suo temperamento, ognuno ha le sue suscettibilità, ognuno ha la sua individuale psicologia, ma c’è un fondo comune sul quale tutto ciò viene livellato; e siccome noi non promettiamo qualche cosa di definito per l’avvenire ma lavoriamo per il presente con tutte le nostre forze, così credo che il Partito Nazionale Fascista non sarà mai tediato, vessato e impoverito dalle interminabili discussioni tendenziali che facevano, una volta, nella piccola Italia d’ieri, il trastullo della non meno piccola borghesia italiana. Queste parole di revisionismo, estremismo, terribilismo, ecc., sono state sepolte in una maniera che si può dire definitiva. Credo che non se ne parlerà per un pezzo. Del resto era più una esercitazione dei nostri avversari che una cosa per sé stante. In realtà mi pareva impossibile che l’amico Bottai che è un fascista del ’19, che è più giovane di me, che è un ardito di guerra, volesse impaludare il suo intelletto, nelle acque più o meno acquitrinose di un pantano sia pure neoliberale. E mi pareva impossibile, d’altra parte, che Farinacci, che a sua volta ha un temperamento ed un cervello, e fascista del ’19, volesse sul serio chiedere cose che non sono possibili, giacché abbiamo tutto: Governo, Provincie, Comuni, abbiamo le forze armate dello Stato, arricchite di recente da un’altra forza armata, che è entrata di fatto e di diritto nella Costituzione». [8].

Terminato questo inciso, i rapporti tra Italia e URSS iniziarono tuttavia a deteriorarsi a seguito della guerra d’Etiopia, allorché l’URSS votò a favore delle sanzioni contro Roma. A questo punto vi sono interpretazioni discordanti sul comportamento specifico del governo sovietico: tra chi parla addirittura di un accordo finanziario stipulato con l’Italia nel luglio 1936 [9] e chi cita dati e statistiche sulla diminuzione del volume del commercio estero tra Roma e Mosca [10]. Ciò su cui le varie fonti convergono, però, è il fatto che quest’ultima non attuò affatto un blocco totale contro la prima, come del resto non fece quasi nessuno in quel consesso.

Il punto di non ritorno fu raggiunto, ad ogni modo, con l’entrata dell’Italia nel Patto Anticomintern al fianco della Germania e del Giappone, nel contesto della Guerra di Spagna (iniziata pochi mesi prima della stipulazione del Patto) in cui l’Italia, com’è noto, sostenne il bando sublevado capeggiato da Francisco Franco: nei discorsi del Duce si può toccare con mano un anticomunismo e un antisovietismo sempre più aspri e marcati. Le sue osservazioni sulle epurazioni che riguardarono le istituzioni dell’URSS a tutti i livelli negli anni ’30 sembrano fare da apripista all’odierna storiografia “democratica”, di marca principalmente americana. I rapporti diplomatici italo-sovietici, infine, si ruppero definitivamente nel 1941 allorquando l’Italia dichiarò guerra all’URSS al seguito della Germania nazista, nel contesto dell’Operazione Barbarossa. Il resto, come sappiamo, è Storia.

Fonti
  1. B. Mussolini, Scritti e discorsi, vol, I, Ulrico Hoepli Editore, Milano 1934, pag. 13.
  2. Ibidem, vol. III, pag. 13.
  3. Ibidem, pag. 283.
  4. Cfr. K. Marx-F. Engels, Sul Risorgimento italiano, Editori Riuniti, Roma 1959, pagg. 353-354 e 433.
  5. Lenin, Sull’internazionalismo proletario, Edizioni Progress, Mosca 1978, pag. 58.
  6. B. Mussolini, Scritti e discorsi, vol. III, Ulrico Hoepli Editore, Milano 1934, pagg. 284, 285.
  7. B. Mussolini, Scritti e discorsi, vol. VIII, Ulrico Hoepli Editore, Milano 1934, pagg. 240-41.
  8. Ibidem, vol. IV, pag. 236.
  9. https://lanostrastoria.corriere.it/2014/06/08/linutile-guerra-delle-sanzioni-da-mussolini-a-putin/
  10. https://www.jstor.org/stable/3004275

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