Energia & Nord Africa, Il policy paper di Massimo Nicolazzi per NATO Foundation Defense College

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Grazie al paper di Massimo Nicolazzi redatto per NATO Foundation Defense College Il Tazebao ha l’opportunità di approfondire il tema dell’energia, con un focus dettagliato sul Nord Africa.

L’energia è il principale dei temi globali. Così nella ricca messe di pubblicazioni in merito troviamo spesso fughe in avanti e imprecisioni, soprattutto sulle cosiddette rinnovabili che si prestano purtroppo ad essere il terreno privilegiato di un politicamente corretto facilone. Proprio per questo il Tazebao è lieto, quindi, di tradurre un recente policy paper [1] del NATO Foundation Defense College a cura di Massimo Nicolazzi, uno dei massimi esperti in materia, Presidente di Centrex Italia, dal 2009 al 2014, CEO della capogruppo Centrex Europe Energy & Gas AG ed inoltre, Senior Advisor per la Sicurezza Energetica di ISPI [2] e componente del comitato scientifico di Limes [3]. Della sua produzione consigliamo i più recenti “Elogio del petrolio. Energia e disuguaglianza dal mammut all’auto elettrica” (Feltrinelli, 2019) e il saggio del febbraio di quest’anno sull’idrogeno verde rintracciabile in internet su Rivista Energia [4].

Ringraziamo Massimo Nicolazzi e il NATO Foundation Defense College per averci autorizzato alla sua pubblicazione sul Tazebao.

Il testo integrale del policy background paper

Partiamo dallo scambio delle risorse. Il Nord Africa necessita di energia per alimentare lo sviluppo interno e poi, solo allora, può permettersi di esportarla. Senza esportazioni, però, mancherebbero le risorse per la crescita. La saggezza – i diplomatici direbbero la cooperazione – sarà indispensabile per trovare un corretto bilanciamento.

Questo ci porta a calibrare accuratamente il nostro progetto. In prima istanza a definire se l’investimento e la produzione debbano avere un carattere nazionale o regionale. Gli affari, come spesso accade, sopravanzano la giurisdizione dei singoli stati; pur tuttavia una riflessione ulteriore potrebbe rivelarsi molto utile. Le produzioni locali richiederebbero un livello avanzato di cooperazione interstatale ma, per una questione di potenziale produttivo, i volumi potrebbero contribuire significativamente al saldo import/export garantendo una migliore distribuzione sul territorio degli impianti. Il deserto è vasto ma non infinito e, a causa della bassa potenzialità, l’intensità della luce solare richiede spazi ampi.

Passiamo agli investitori. Siamo di fronte ad un problema per certi versi simmetrico con quello delle dimensioni. Azienda individuale vs un consorzio europeo o comunque dell’Europa meridionale. Al di là delle dimensioni, l’entità dell’investimento in infrastrutture e la necessità di garantire un atterraggio morbido sulla sponda europea per volumi significativi di VRE (Variable Renewable Energy) impone di unire le forze. Questo implica l’apertura di un forum degli importatori in grado di accordare interessi economici e progressi politici.

La scelta della tecnologia da utilizzare impone di tener conto di diversi fattori. Scegliamo celle solari termiche o celle fotovoltaiche? O le due coesisteranno? Oppure, ancora, una nuova combinazione che prenderà il sopravvento nel tempo? La scelta di dove ubicare l’impianto è influenzata anche dalla necessità di stoccaggio. La tecnologia solare termica mostra segni di miglioramento, il fotovoltaico potrebbe fare ricorso alla conversione in idrogeno verde [5] da trasformare in energia. Quest’ultimo processo (denominato “power to power”) può incorrere in alcuni problemi di efficienza ma l’evoluzione tecnologica potrebbe sanarne alcuni.

Il prodotto. Cosa verrà prodotto e consegnato? Solo energia o idrogeno verde in forma liquida ottenuta grazie all’utilizzo degli elettrolizzatori? Parte della risposta sarà nella resilienza della rete all’intermittenza della generazione solare/fotovoltaica. Un’opzione di cui tener conto è la possibilità di convertire in idrogeno verde la produzione in eccesso di ciò che la rete può produrre. L’esportazione dell’idrogeno porterebbe più valore che riconvertirlo in energia. Anche il costo dell’infrastruttura e la sicurezza dell’infrastruttura contribuiranno alla scelta. L’energia avrebbe bisogno di una linea elettrica che attraversi il Mediterraneo; al contrario, l’idrogeno verde, una volta liquefatto, può viaggiare solo in nave. Tuttavia, l’idrogeno verde ha bisogno di acqua per essere prodotto (la tecnologia odierna utilizza nove litri di acqua per produrre 1 kg di idrogeno) e l’acqua logisticamente disponibile può essere scarsa.

Infine, l’infrastruttura per l’importazione. Le radiazioni solari sono per definizione intermittenti (anche nel deserto) e, per questo, una rete che presenta una produzione intermittente di energia deve trovare delle precise forme di adattamento che garantiscano un equilibrio. Questo richiede investimenti e ulteriori sviluppi della capacità di immagazzinamento e degli ulteriori costi di stoccaggio. I costi causati da questa intermittenza possono influenzare il rapporto idrogeno/energia ma anche creare un problema tra produttori e importatori circa la loro ripartizione.

Come affrontiamo la sicurezza energetica nel contesto delle energie rinnovabili nel (e dal) Nord Africa? Una volta il mantra era la sicurezza dell’approvvigionamento, cioè dell’approvvigionamento dei produttori. Chiamiamolo paradigma del ’73. Tuttavia, esso è svanito molto tempo fa. La dipendenza dalle rendite petrolifere ha imposto agli stessi di vendere costantemente. La fornitura è diventata, di conseguenza, affidabile per necessità. L’energia è fonte di sviluppo, non una rendita. Più gli importatori aiuteranno, anche finanziariamente, a trattenere nel Nord Africa una quantità sostanziale dell’energia prodotta, più facilmente si risolverà la questione dell’approvvigionamento.

Dopo un periodo di violenti cambi di regime (come nel caso della Libia), la sicurezza negli approvvigionamenti energetici, di regola, lascia il passo alla sicurezza delle infrastrutture. Il problema principale non è più la sicurezza dagli attacchi tradizionali – i terroristi possono provocare un’interruzione temporanea ma un’interruzione permanente rimane fuori discussione – lo è, invece, la sicurezza tecnologica di una filiera elettrica sempre più complessa e un’adeguata protezione del sistema da attacchi informatici. La sicurezza della rete e delle sue interconnessioni sarà sempre più essenziale per l’energia elettrica nel mondo a venire.

Questo è oggi un argomento di discussione circa la produzione e il consumo di energia in Europa e nel Mediterraneo. È presto per dire quanto di questa discussione sarà terreno della politica e quanto, invece, sarà parte della insopprimibile dialettica capitale privato/pubblica amministrazione. Bisogna, infine, aver chiaro che senza il sostegno pubblico la produzione di VRE non sarebbe nemmeno iniziata, e, ancora, che senza il sostegno pubblico il mercato da solo non produrrà progressi concreti nel progetto di decarbonizzazione.


  1. Il policy paper di Nicolazzi è disponibile qui: https://www.natofoundation.org/wp-content/uploads/2021/03/NDCF-Energy-Strategies-Background-Policy-Paper-Nicolazzi.pdf;
  2. Il contributo più recente su ISPI è “Transizione green: 10 anni di volatilità per il petrolio” del 19/02/2021;
  3. Dei contributi di Nicolazzi segnaliamo l’articolo “L’energia dopo il virus ovvero come surriscaldare il debito pubblico” del 28/12/2020, pubblicato nel numero “Il clima del virus” (12/2020) di Limes;
  4. Massimo Nicolazzi, “Qualche interrogativo da dipanare sull’idrogeno verde” su Rivista Energia, 09/02/2021;
  5. Segnaliamo, sempre di Nicolazzi, “Dopo grid parity e market parity, ecco a voi la hydrogen parity!” su Rivista Energia del 09/02/2021.

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