Ucraina: il Risiko non è solo un gioco da tavolo

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I presidenti russo e americano, Vladimir Putin e Joe Biden, hanno accettato “in linea di massima” di incontrarsi, su proposta del loro omologo francese Emmanuel Macron. Un meeting che però si potrà tenere solo se la Russia non varcherà i confini. Lo ha annunciato ufficialmente l’Eliseo spiegando che il vertice sarebbe esteso anche a tutte le parti in causa, e si concentrerebbe su sicurezza e stabilità strategica in Europa.

NATO ad portas

L’attuale crisi ucraina, riflette tutto il peso del mito delle relazioni internazionali, che però si scontra con una serie di promesse disattese, con Mosca che, comunque, non cessa di considerare l’Ucraina come il proprio giardino di casa. Promessa che risale ai tempi, ormai lontano, dall’allora Cancelliere tedesco Helmuth Kohl, e dalla amministrazione americana, a Michail Gorbachev, all’epoca del crollo del Muro di Berlino, secondo la quale, in seguito al ritiro delle forze russe dalla ex Repubblica Democratica Tedesca, la NATO non si sarebbe mai spinta verso Est o, comunque, armi e missili non sarebbero mai stati orientati verso la capitale russa. Un mito come quello della “vittoria mutilata” che si diffuse in Italia subito dopo la Grande Guerra, o la successiva “pugnalata alla schiena” da parte tedesca, capace, ieri come allora, di rianimare nazionalismi di ispirazione revanchista.

La Russia, dopo aver fatto buon viso a cattivo gioco, con gli esiti della guerra nei Balcani, e soprattutto in Kosovo, che ha segnato l’entrata della NATO nei Paesi ex Patto di Varsavia, oggi ha certo riaffermato il proprio ruolo di blocco solido, soprattutto sul piano internazionale, tralasciando le condizioni interne. Per questo, forte anche del ruolo di mediazione in situazioni di crisi quali la Siria, fra le altre, non si mostra disposta a tollerare nuove provocazioni, soprattutto accettando il vessillo con la Rosa dei Venti a ridosso del proprio territorio nazionale e, a tale scopo, rende oltremodo manifesto il richiamo alla promessa tradita da parte dei governi NATO, sebbene Putin, dimostrando ancora una volta arguzia e intelligenza, non abbia mai fatto menzione di tale accordo in qualsivoglia accordo, vincolante o meno, sebbene è lecito supporre che una qualche forma di tacito accordo, anche informale, possa essere già stata raggiunto.

Tuttavia, se all’epoca l’Unione Sovietica si era trovata a dover gestire il crollo di un vero e proprio impero, di fatto non possono impedire a uno Stato politicamente indipendente di fare una scelta autonoma, come quella di aderire alla NATO. Certo alle spalle di tutto questo palcoscenico, vi è la basilare questione del gas, ma soprattutto della Crimea, che a Putin serve come essenziale sbocco sul Mar Nero e quindi sul Mediterraneo, dove controbilanciare la pur sempre preoccupante influenza turca e dove, per altro, si trovano importanti basi russe, vedi Siria, e dove branche paramilitari come il Gruppo Wagner stanno agendo, specialmente in diversi scenari africani, come Libia e Mali, dove la Francia ha fatto una manifesta figuraccia. Insomma, non si può dare torto al presidente russo, in uno scenario fin troppo mutevole settimana dopo settimana.

Che l’Ucraina (parola che etimologicamente significa “confine”) sia una sorta di pretesto formale, pur sempre valido, ne è prova il fatto che Kiev non ha i requisiti necessari per accedere all’Unione Europea e tanto meno alla NATO, anche se l’alleanza atlantica, per controbilanciare a sua volta l’influenza russa (e turca), vorrebbe fare alcune eccezioni, pur essendo costretta a non varcare i limiti del proprio statuto, e del Trattato di Washington, che impone ai Paesi richiedenti condizioni tali da non mettere a rischio la sicurezza dei Paesi membri.

In tutto questo, l’Italia sta cercando di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, manifestando indubbio attaccamento al trattato atlantico, ma attenta a non pregiudicare i rapporti con Mosca, a cui è legata da numerosi trattati per forniture energetiche ed esportazioni.

Russia e Ucraina sul piano storico

Vi è poi la questione storico-culturale, secondo cui l’Ucraina avrebbe senso di esistere solo nelle relazioni dirette (meglio dire “dipendenza”) con Mosca, nel senso che sarebbe una parte della Grande Russia, che sarebbe inconcepibile senza Ucraina, ovvero la Madrepatria. Un po’ come la pensava la Serbia che considerava il Kosovo naturale parte dei propri confini nazionali.

I richiami storici vanno a richiamare addirittura il Trattato di Perejeslav (1654), quando avvenne la “volontaria” sottomissione della nazione dei Cosacchi ucraini all’impero degli Zar, che da allora considerarono Kiev un territorio proprio. A parte il fatto che fu Nikita Krushev a fare della Crimea, etnicamente russa, una provincia ucraina, all’insegna della destalinizzazione e dei buoni rapporti fra potere centrale e repubbliche socialiste sovietiche, in un momento storico in cui era impossibile immaginare che gli ucraini avrebbero un giorno mancato così platealmente di riconoscenza. Non deve tuttavia sorprendere, dal momento che i segnali della volontà di Kiev di staccarsi dal cordone ombelicale sono stati diversi. 

Certo, oltre la percezione, e le fin troppo numerose ipotesi, supposizioni e fake news, ci sono questioni come il gas, dove l’Ucraina ha un ruolo basilare, oltre a quello che Washington ha assegnato a Kiev come baluardo orientale della fascia euroasiatica, che ha sempre animato l’approccio americano verso Mosca. Di fatto, come l’Ucraina vuole la propria indipendenza, anche la Russia vuole garantirsi la sicurezza di fronte all’espansione verso Est dell’Alleanza Atlantica. Per questo, dall’Afghanistan, al Caucaso, all’Ucraina, tutti questi conflitti sono finalizzati a indebolire la massa euroasiatica della Russia.

Ad oggi, la domanda che interessa è una sola: si eviterà la guerra? Certamente lo sarà anche e soprattutto se si metterà mano alle ancora insolute questioni storiche, in una situazione dove, come si usa dire “ce n’è per l’asino e per chi lo mena”.

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