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Tunisia: le prospettive per la transizione di Saïed

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Il punto sugli sviluppi dall’altra parte dello Stretto di Sicilia

Il Presidente Saïed mantiene il controllo del paese. Dal 2021, l’opposizione si è liquefatta, resiste solo il sindacato UGTT come controcanto mentre l’islamismo politico è prossimo all’esaurimento. L’Italia ha rinnovato la sua strategia per il Mediterraneo, segue con attenzione gli sviluppi e assicura sostegno alla Tunisia ma l’impossibilità di fare le riforme complica la trattativa con il FMI, il cui prestito sarebbe vitale per il paese. Gli Stati Uniti sono critici su Saïed ma non apertamente ostili mentre anche Putin guarda al paese.

La transizione di Saïed: neo-presidenzialismo e camera dei territori (senza i partiti)

Najla Bouden ovvero la prima donna premier di un paese arabo, un governo non politico, un parlamento delle municipalità e non più dei partiti, la criticatissima epurazione dei magistrati considerati vicini a Ennahda, un ruolo ridimensionato della religione perché rimossa formalmente dalla Costituzione. In tutto il Mediterraneo allargato la Tunisia è uno di quei paesi che sta maggiormente cambiando negli assetti politici e istituzionali, con una torsione in senso autoritario seppur ammantata dalla necessità di stabilizzazione interna. A muovere tutto questo è stato ed è il Presidente Kaïs Saïed, che ha marcato una discontinuità netta con la stagione post-Primavera.

La traiettoria politica che ha impresso alla Tunisia merita di essere seguita perché incide sugli equilibri euro-mediterranei nel complesso, vista la sua centralità nei flussi energetici e migratori, entrambi diretti verso il Vecchio Mondo.

La fase che si è aperta il 25 luglio 2021, con il congelamento dell’assemblea, deve ancora arrivare a una sintesi definitiva ma già mostra dei tratti salienti. Si assiste al passaggio – al ritorno – a una forma neo-presidenziale, su spinta di un presidente “civico” e “tecnico”, estraneo agli schieramenti politici, soprattutto quelli di ispirazione islamista, emersi con la Primavera e predominanti negli anni successivi. Dunque, un governo più forte, meno politico e un parlamento che si limiterà a registrare gli interessi delle municipalità sotto forma di una camera dei territori.

A ciò il Presidente associa il ricorso a strumenti formalmente partecipativi come il referendum che, all’atto pratico, servono solo a confermare o corroborare le decisioni: la partecipazione al referendum per la nuova Costituzione del luglio 2022 è stata minima con un tasso che si è attestato intorno al 27,54%.

Il ruolo di opposizione è ricoperto, ad oggi, più che dai partiti, dal primo sindacato tunisino, storicamente determinante in molti passaggi chiave della storia tunisina, come nel caso della lotta per l’indipendenza, ovvero dall’UGTT, che nei mesi ha alzato sempre di più i toni protestando più volte.

Perfino l’arresto di Rachid Ghannouchi, nonostante la preoccupazione espressa dal presidente turco Erdogan e nonostante le critiche dall’estero, non ha prodotto sostanziali contraccolpi interni e dimostra uno svuotamento dell’islamismo politico, già acclarato dall’emorragia di consensi e dalla scarsa capacità di incidere dopo gli anni di governo. Sembra, insomma, che la torsione autoritaria del Presidente funzioni.

I nodi irrisolti

Nonostante le fibrillazioni interne, le critiche dall’estero e la travagliata fuoriuscita dalla “repubblica dei partiti”, Saïed mantiene il controllo del paese. Un po’ per assenza di alternative, visto il crollo nella fiducia dei partiti, un po’ perché il quadro mediterraneo è già convulso e larga parte degli attori in gioco sta cercando di evitare altro chaos. Eppure, si trova in una impasse di non facile soluzione.

Finché il prestito del FMI da 1,9 miliardi di dollari, che va restituito e le finanze tunisine non sono certo in ottime condizioni, non arriverà ogni prospettiva di stabilizzazione è destinata a rimanere una chimera. La trattativa, in corso da molto, stenta a partire perché la Tunisia non è in grado di realizzare le riforme richieste. Il FMI consiglia di aumentare le tasse e creare un sistema più equo di redistribuzione, il paese, però, non ha una struttura amministrativa solida in grado di precipitare le riforme e renderle effettive e non ha un sistema fiscale efficiente anche perché c’è una vasta quota di economia non dichiarata. A ciò si aggiunge il quadro economico del tutto fragile: scarsa diversificazione e dipendenza verso l’estero, come testimonia il deficit commerciale, l’inflazione si aggira sul 10% e il debito ben oltre il 90% del PIL. Infine, riforme “lacrime e sangue”, già criticate dall’UGTT, rischierebbero di alimentare ulteriori proteste. Inoltre, l’affidarsi a un prestito, per quanto consistente, è sempre un’extrema ratio: più che una soluzione potrebbe solo allungare la fine. Nel frattempo, dalla UE arriva una mano tesa alla Tunisia con un pacchetto di assistenza macro-finanziaria, così da evitare il collasso del paese che avrebbe degli effetti drammatici sui flussi migratori.

In un editoriale del 16 aprile, Chokri Ben Nessir, direttore di La Presse, sostiene che il prestito sia stato rinviato “a tempo indeterminato”, nonostante il sostegno di Italia, Francia e Unione Europea. Il direttore ha elencato i principali problemi della Tunisia ma ha anche accusato i paesi vicini, responsabili a suo dire di “essere stati attori attivi nel blocco con i potenziali finanziatori”, che solo ora “si sono svegliati di colpo allertati dalle possibili conseguenze di una crisi generalizzata”.

In effetti, nonostante anche molti tentativi di anestetizzarlo, il malcontento cova sotto la cenere: la situazione economica è sempre una spada di Damocle. Per questo, la morte del calciatore Nizar Issaoui, che ha scelto di darsi fuoco in segno di protesta per un’accusa di terrorismo da lui ritenuta falsa richiama alla mente il gesto analogo di Mohamed Bouazizi, era il 17 dicembre 2010. Quel gesto terribile dette il via alla Primavera.

Il fronte Sud della NATO

Di recente, la Tunisia, indicata nel 2015 come “Major Non-NATO Ally”, si è avvicinata di più all’alleanza atlantica, partecipando a importanti vertici, come quello di Ramstein. È anche questo un cambio di approccio rispetto a un certo irrigidimento negli anni passati, segnatamente nel 2018 quando il governo di allora si oppose alla costruzione di una base NATO nel paese. Lo stesso Stoltenberg ha indicato come necessario il sostegno alla stabilizzazione della Tunisia, che in effetti permetterebbe di proteggere meglio il fianco sud, oggi più sguarnito.

Lo spostamento del perno dell’alleanza verso Est, verso la “Nuova Europa” e incentrato sulla “Grande Polonia”, pur giustificato da evidenti ragioni di sopravvivenza più che di strategia, fino ad oggi, ha portato a una minor considerazione dell’area mediterranea che è quella dove Cina – molto interessata ai porti – e Russia sono sempre più presenti. In un recente approfondimento su Il Foglio, si paventava un interessamento della Russia, che si espande nel Maghreb, al paese nordafricano.

Anche per questo, gli Stati Uniti, sebbene più volte abbiano espresso critiche per le decisioni del Presidente rimarcando la necessità di partecipazione popolare, non hanno mai avuto un atteggiamento apertamente ostile. La cooperazione militare tra i paesi prosegue: a maggio, la 133esima compagnia del genio della Guardia Nazionale del Wyoming si recherà in Tunisia per aiutare a costruire poligoni di tiro e una struttura di addestramento anti-IED (Improvised Explosive Device), mentre a giugno le truppe tunisine parteciperanno alle esercitazioni militari ospitate dal Comando Nord degli Stati Uniti nel Wyoming.

La prospettiva italiana

Se la Tunisia cambia è anche vero che l’Italia è cambiata; del resto, sono tempi di cambiamento e di ridefinizione di tutti gli assetti globali. Un governo politico come quello del Primo Ministro Meloni ha posto al centro dell’agenda una nuova strategia per l’Africa e per il Mediterraneo, che ha portato a un rilancio dell’azione diplomatica e della presenza italiana. In questo la Tunisia è elemento centrale. Il rinnovo dei vertici delle partecipate di Stato dimostra, inoltre, la volontà di perseguire un “piano Mattei” per l’energia, anche in continuità con il predecessore Draghi.

Il 12 e il 13 aprile il Ministro degli Esteri Nabil Ammar è stato in Italia e ha incontrato l’omologo Antonio Tajani: insieme hanno discusso del partenariato tra i paesi e in special modo come migliorare il controllo dei flussi migratori. Il Ministro tunisino ha incontrato inoltre Stefania Craxi e Giulio Tremonti, presidenti della Commissione Esteri rispettivamente a Senato e Camera.

Per lo meno sul piano della visione e degli obiettivi c’è stato un cambio di paradigma. In attesa della prova dei fatti, che non sarà semplice.

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