Perché oggi più che mai non possiamo rinunciare alla nostra libertà d’impresa

GERMOGLI PH: 15 NOVEMBRE 2020 FIRENZE ZONA ROSSA CENTRO STORICO PRIMO GIORNO DI CHIUSURA LOCKDOWN EMERGENZA CORONAVIRUS COVID 19 NELLA FOTO PONTE VECCHIO
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Riceviamo e pubblichiamo un contributo del Vice Presidente Vicario del Consiglio comunale di Firenze Emanuele Cocollini.

Uno dei grandi meriti della discesa in campo di Silvio Berlusconi nel 1994 è stato quello di aver proposto nel nostro Paese, per la prima volta, la rivoluzione liberale. A dare forma alla proposta del Cavaliere venne chiamato uno dei più autorevoli economisti italiani, il professor Antonio Martino, già allievo del più grande economista del ‘900 Milton Friedman. Tale fu la portata culturale di quel progetto che anche la sinistra italiana, di tradizione comunista, comprese che per realizzare lo sviluppo economico e la giustizia sociale andava abbandonato il socialismo ed applicato il liberalismo.

Da questo nascono le ormai famose lenzuolate di Bersani che, con tutti i loro limiti, liberalizzarono finalmente molti settori dell’economia. È importante ricordare questo perché oggi, sempre di più, a destra e sinistra, viene messa in discussione proprio l’impostazione economica liberale in nome di un pericoloso ritorno del socialismo reale.

Essere dalla parte della libertà economica significa abbattere la rendita di posizione, il capitalismo clientelare, mettendo nelle condizioni tutti i cittadini – anche i più poveri – di poter offrire al mercato le loro idee, i loro progetti senza una burocrazia ed una pressione fiscale asfissiante. Significa ritenere che debbano essere i cittadini a premiare gli imprenditori migliori e non il Comune o lo Stato.

Pensare che il Comune possa stabilire quanti bar, ristoranti o lavanderie ci debbano essere all’interno dei propri confini non significa peraltro soltanto restringere le libertà individuali in favore di quelle burocratico-politiche ma anche peggiorare il livello dei servizi e dei prodotti, favorire un aumento ingiustificato dei prezzi e condannare le nostre città ad un delirio regolatorio di stampo social-comunista che, ove è stato applicato, ha provocato nient’altro che depressione economica.

È certamente vero che certo turismo produce delle esternalità negative e che la pandemia ha accentuato la richiesta di protezione da parte dei cittadini, ma in un momento come quello che stiamo vivendo dove la priorità è la ripresa economica per dare lavoro ed un futuro dignitoso alle persone dobbiamo evitare di porre lacci e lacciuoli che finiscono con limitare l’iniziativa individuale e lo sviluppo economico della società, salvo che vi sia la necessità di tutelare il patrimonio e l’ambiente storico e architettonico.


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