Non abbiamo bisogno di questo marketing

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Mese del Pride? Messe di marketing!

Pare che se non si sbandierano arcobaleni non si vendano più i celebri mattoncini che hanno edificato generazioni di futuribili capomastri. E che senza infuocati baci lesbo manco più le caramelle. Un tripudio di arcobaleni copia-incollati ovunque, alla faccia della differenziazione dei prodotti e della ricerca dell’unicità, e di frasi fatte sul vivere liberi (grazie al prodotto). Che noia che barba, che barba che noia, solo che la barba adesso ce l’ha pure Conchita Wurst e le coordinate cognitive sono sempre meno e più confuse.

Dice sia l’ultima frontiera del marketing esperienziale, favolosa parola buona per giustificare operazioni dispensiose, anche in tempi di crisi, e assecondare gli svolazzi di creativi pieni di vuoti e senza creatività. Dati su quanta moneta portino in più non se ne rinvengono, anche se dovrebbero essere la base di ogni campagna di marketing. Il conformismo – che come tutti i sistemi di potere si impegna per rendersi impercettibile financo a fingersi opposizione (di sé stesso) – costa, eccome. Anche perché la scena è affollata.

Sweet home Alabama

Su Forbes [1] si sforzano anche di dare dieci consigli per la più corretta campagna per il Pride; la migliore del decalogo: evitare storie di gay bianchi e ricchi, puntare su donne asiatiche trans a basso reddito, specificamente dell’Alabama (dove però il cielo è ancora solo blu). Evidentemente una coppia, uno e donna, che compra, che è più felice, che colma i suoi vuoti con il prodotto (!) non vende più. E poi è tutta una corsa a chi ce l’ha più colorato. A quelle di Alfemminile non la si fa e mettono in guardia lo sciatto popolino dagli astuti tentativi di “rainbow-washing” [2]. E chi ha commesso il più grave reato di “rainbow-washing”? Israele: tanto attento verso gli arcobaleni (a differenza dei vicini), tanto ostile ai palestinesi. Tutto si tiene con la malta della banalità.

Certo, l’inclusione sul posto di lavoro è un obiettivo condivisibile, la diversità può portare benefici – che dovrebbero comunque essere misurabili – purché praticata da chi veramente abbia a cuore il destino e la qualità della vita dei propri dipendenti e delle umane genti.

A proposito, adesso pure i cartoni animati hanno fatto questa fine. In un recente episodio di “Blue’s Clues & You!” [3] si vedono orsi trans, rane queer e lumache gay che marciano per il Pride. Il tutto sulle note di una rivisitazione di “When Johnny Comes Marching Home Again” – che rende il tutto ancor più doloroso (“Don’t tread on me!”) – cantata da una drag queen. Pare al momento che sia Perry – capiranno i coetanei – sia Leone ancora non abbiano fatto coming out. Anche se quest’ultimo è sempre stato pericolosamente rosa…

Bibliografia
  1. Forbes, “10 Ways To Ensure A Successful Pride Month Marketing Campaign”, 22/04/2021;
  2. Alfemminile, “Pinkwashing: il femminismo ipocrita a scopo di lucro”, 18/05/2021.
  3. https://youtu.be/d4vHegf3WPU

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