L’VIII Congresso del Partito del Lavoro di Corea

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Il resoconto dettagliato sull’VIII Congresso del Partito del Lavoro di Corea a cura di Jean-Claude Martini per il Tazebao.

Dal 5 al 12 gennaio si è svolto a Pyongyang l’VIII Congresso del Partito del Lavoro di Corea, quasi cinque anni dopo l’ultimo, che si svolse sempre nella capitale nordcoreana dal 6 al 9 maggio 2016.

L’Associazione di Amicizia e Solidarietà Italia-RPD di Corea ha pubblicato di recente una “maratona” di notizie e dispacci del Congresso, seguito giorno per giorno da chi scrive.

Questa assise è stata particolarmente importante principalmente per tre motivi: l’elezione di Kim Jong Un (osservato speciale di Elvio Rotondo, Country Analyst de Il Nodo di Gordio) a Segretario generale del Partito (prima era “solo” Presidente), carica simbolicamente riservata finora al defunto padre Kim Jong Il (1942-2011), il bilancio fondamentalmente autocritico che è stato svolto lungo tutta la settimana per quanto riguarda il periodo 2016-2020 e i fondamentali indirizzi di politica estera a breve scadenza.

Le particolarità dell’VIII Congresso

Un record fondamentale è stato segnato già nel numero dei delegati partecipanti (5.000): 250 membri permanenti dell’organismo dirigente del VII Comitato Centrale del Partito e 4.750 delegati delle organizzazioni di Partito a tutti i livelli. Tra di essi, si sono contati 1.959 membri permanenti del Partito e quadri politici, 801 quadri dell’amministrazione e dell’economia statale, 408 militari, 44 membri permanenti delle organizzazioni dei lavoratori, 333 personalità dei settori della scienza, dell’insegnamento, della sanità pubblica, della letteratura e delle arti così come dei media, 1.455 militanti d’élite nei lavori sui campi. Di tutti costoro, 501 erano donne, cioè il 10% dell’insieme dei delegati, più altre 2.000 persone a titolo di osservatori e i presidenti del Partito Socialdemocratico, del Partito Chondoista Chongu (religiosi locali) e il capo della Missione di Pyongyang del Fronte Democratico Antimperialista Nazionale, organizzazione rivoluzionaria sudcoreana che opera in clandestinità. Più presenze, quindi, di quante se ne sono avute all’ultimo congresso del Partito Comunista Cinese nel 2017 e addirittura più di quante ne abbia mai radunate il Partito Comunista dell’Unione Sovietica nei suoi ventotto congressi.

L’intervento di Kim

Nelle Conclusioni enunciate l’ultimo giorno del Congresso, Kim Jong Un ha fatto notare: «Che il presente congresso abbia, a differenza dei precedenti, fatto un’analisi e un bilancio spietati del suo lavoro in un’ottica di critica piuttosto che di apprezzamento riveste un’importanza non meno grande dei successi ottenuti nel periodo in questione» (qui il testo integrale del discorso di chiusura e conclusioni). E in effetti egli, già nel discorso di apertura, aveva notato apertis verbis come «sebbene il termine per il completamento della strategia quinquennale per lo sviluppo dell’economia nazionale sia scaduto lo scorso anno, quasi nessun settore economico ha raggiunto il suo obiettivo iniziale ed è tutt’altro che una cosa buona», pur non trascurando, naturalmente, i lati positivi del lavoro svolto negli ultimi cinque anni.

Dall’VIII Congresso del Partito del Lavoro di Corea, il sistema socialista coreano esce non indebolito, come previsto da molti analisti occidentali (Andrej Lankov su tutti), ma rafforzato: dalla “strategia quinquennale per lo sviluppo economico nazionale”, si torna ai dettagliati e rigorosi piani quinquennali dei tempi di Kim Il Sung (che al giornale L’Avanti elogiò la linea autonomista del PSI di Bettino Craxi).

La politica estera alla luce della vittoria di Biden

Non cambia neppure la politica estera del Partito: nel rapporto tenuto dal neo-Segretario Kim Jong Un, il cui testo non è ancora stato reso pubblico, si ribadisce a chiare lettere che gli Stati Uniti «a prescindere da chi è il presidente, rimangono il nemico numero uno» della Corea del Nord, e che questa proseguirà lo sviluppo delle sue forze armate e nucleari. La parata svoltasi nella tarda serata del 14 gennaio, completa di missili a corto, medio e lungo raggio, terra-aria e sottomarini, lanciarazzi, carri armati e blindati di ultima generazione e cospicue divisioni dell’Esercito, lasciano ben intendere quale messaggio la direzione del Partito e dello Stato nordcoreani voglia mandare al neo-eletto presidente americano Joe Biden (sembra ci fosse una preferenza per Donald Trump), prima ancora che alle autorità sudcoreane (il dialogo con le quali è stato apertamente ritenuto «inutile e superfluo» nel suddetto rapporto di Kim Jong Un al Congresso). È stato riaffermato anche il sostegno che la RPDC continuerà ad accordare alle «forze indipendenti e antimperialiste nel mondo», da cui si può ben immaginare un riferimento a Cuba, Palestina, Iran, Hezbollah, Venezuela, Siria e altri paesi, eserciti e autorità invisi alla comunità internazionale, oltre a un sicuro rafforzamento dei rapporti con gli storici alleati Russia e Cina.

Ampio risalto è stato dato infine, in maniera insolita, al discorso del delegato Ri Il Hwan, membro dell’Ufficio Politico del Comitato Centrale del Partito del Lavoro e direttore del Dipartimento di Agitazione e Propaganda del Partito, oltreché membro del parlamento locale (l’Assemblea Popolare Suprema) a cui è stato rieletto alle ultime elezioni svoltesi nel 2019: in questo discorso egli ha messo al corrente il Congresso della proposta di eleggere Kim Jong Un Segretario generale del Partito, proposta che è stata accolta all’unanimità e che fa quindi di fatto decadere il titolo di “Segretario Generale eterno” conferito a Kim Jong Il nell’aprile 2012, pochi mesi dopo la sua morte, e contemporaneamente la carica di “Presidente del Partito” a cui fu nominato Kim Jong Un al Congresso del 2016. Non rieletta negli organismi dirigenti del Partito, invece, la sorella Kim Yo Jong.

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