Intrecci di vite/Interweaving of lives

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Insieme al giornalista Antonello Sacchetti, esperto di Iran e già intervistato in passato, analizziamo il concetto di “esportazione della Rivoluzione” e la strategia militare iraniana, coperta dalla narrazione della religione, adottata nel corso degli anni nel perseguire la sua Ostpolitik. Dalla genesi di Hezbollah, la creatura iraniana più di successo che vanta un record unico in Medioriente, all’attuale nomenclatura dello scacchiere mediorientale e l’adattamento iraniano in base a questo. Perché nel caso della Repubblica Islamica, è più che legittimo parlare di resilienza.

Qual è la valenza ontologica del concetto di “esportare la Rivoluzione”? La genesi di Hezbollah.

“Una premessa è d’obbligo: il concetto di “esportare la rivoluzione” è durato fino ad un certo momento, fino al 1989, poi è diventato una copertura, una maschera ideologica.

Il caso del Libano è emblematico per parlare di esportazione della rivoluzione. La storia dell’Iran e quella del Libano sono intrecciate, persino da legami di parentela tra alcuni esponenti chiave del clero sciita. E questo prima della Rivoluzione del ’79.

Gli sciiti, che inizialmente erano una minoranza nel Paese del cedro, concentrati soprattutto a sud, al confine con Damasco (la Siria è un paese a maggioranza sunnita, ma il potere è nelle mani di una famiglia sciita, esponente, tra l’altro, di una componente particolare dello sciismo, gli alauiti) sono diventati maggioritari con il tempo.

I legami politici e religiosi tra Iran e Libano iniziano prima della Rivoluzione: un nome vale più di mille racconti, Musa Al-Sadr. Nasce a Qom, in Iran, ma spende la maggior parte della sua vita in Libano dedicandosi principalmente all’attività religiosa che con il tempo si intreccia con quella politica. I rapporti che lui, da iraniano, ha con personaggi della sinistra libanese non sono solo legami religiosi. Ricordiamo qui che gran parte del clero sciita iraniano ha origini libanesi, paese dal quale i sovrani safavidi fecero giungere i religiosi necessari alla realizzazione del grande progetto di conversione dell’Iran, allora ancora a maggioranza sunnita, allo sciismo. Entra in contatto anche con alcuni personaggi iraniani in esilio in Libano che approfittano della situazione della guerra civile libanese, a metà degli anni ’70, per formarsi soprattutto militarmente. Molti personaggi legati alla rivoluzione iraniana, ricevettero in Libano un’educazione, oltre che ideologica, militare perché la guerra civile rappresentava un’occasione favorevole a ciò: con un’organizzazione che precede Hezbollah, Amal, gli sciiti stavano vincendo in Libano.

In Libano, Musa Sadr, iniziando nella città di Tiro, da dove proveniva la sua famiglia, e nei suoi sobborghi degradati, ha fatto nascere programmi di sostegno e aiuto ai poveri e alle comunità locali. Furono lanciati programmi per combattere l’analfabetismo e fondate istituzioni pie volte all’integrazione sociale, con particolare attenzione per la promozione del ruolo economico delle donne.

Musa Sadr scompare misteriosamente nel 1978 – si trovava in visita in Libia all’epoca del regime del Colonnello Gheddafi con cui molto probabilmente entra in conflitto. Doveva lasciare la Libia per dirigersi in Italia, ma non c’è mai arrivato. La famiglia Sadr avrà molta influenza nel sud dell’Iraq anche: il fratello di Musa Sadr verrà giustiziato da Saddam Hussein, il nipote guiderà la rivolta contro gli americani dopo il 2003! È veramente un intreccio religioso, politico e militare di vite. Questo per dire che l’Iran è presente nella regione ancora prima della Rivoluzione che lo ha consacrato come una teocrazia.

Quando Israele inizia l’operazione militare Operazione Galilea del 1982 nel sud del Libano, i soggetti del Medioriente si trovano di fronte ad una scelta: Saddam Hussein, in piena guerra Iran-Iraq, si rivolge a Khomeini per unire le forze in Libano contro Israele. Al che Khomeini rifiuta pronunciando una sua famosa frase “la via per Al-Quds passa per Karbala”. Al-Quds è il nome arabo di Gerusalemme, Karbala è una città sciita nel sud dell’Iraq. Questo perché, inizialmente, il concetto di “esportare la Rivoluzione” aveva una valenza prevalentemente religiosa: liberare tutti i luoghi sciiti dall’oppressione, nella fattispecie la dittatura di Saddam Hussein.

La Rivoluzione che si esporta è una rivoluzione degli oppressi contro gli oppressori. Quest’idea calza perfettamente con l’ideologia dell’Islam sciita, che a differenza di quello sunnita, a vocazione nazionalista, abbraccia un’ideologia rivoluzionaria e universalistica.

La scorsa settimana si è celebrata l’Ashura: secondo il mondo sciita è la commemorazione dell’uccisione dell’imam Hussein, il sacrificio dell’oppresso che viene fatto fuori dall’oppressore (Yazid, il califfo illegittimo)”.

Perché Hezbollah non nasce immediatamente nel 1979, a Rivoluzione compiuta?

“Perché nel 1979 Khomeini non ha completamente vinto. Fino al 1982, anno di nascita dell’organizzazione libanese politica e paramilitare spalleggiata e finanziata dall’Iran, il fronte rivoluzionario iraniano è ancora molto composito. Dalla guerra di invasione irachena e prima ancora, partendo dalla crisi degli ostaggi dell’ambasciata americana, la rivoluzione vira verso una direzione islamista. Il Libano che stava vivendo la guerra civile avverte un ricompattamento delle forze sciite. È vero che era già presente il movimento Amal, ma Hezbollah nasce come una creatura in tutto e per tutto simile all’Iran. È senza dubbia una mossa molto azzardata da parte dell’Iran perché per dar vita a Hezbollah deve spostare forze dal fronte occidentale per concentrarle in Libano. La guerra contro Saddam, una guerra di difesa, inizia a vedere le truppe avversarie scontrarsi sul suolo iracheno. Decide di non accettare il cessate il fuoco, ma di proseguire la guerra per rafforzare il regime e per mettere a tacere tutte le opposizioni interne – di fronte al nemico comune, bisogna stare uniti. L’ idea di Khomeini era un’idea anche politica: voleva che tutti gli sciiti prendessero come esempio di successo iraniano. In particolare, si rivolgeva all’Iraq, che seppur a maggioranza sciita, la leadership era sunnita. Khomeini, erroneamente, crede che spostando la guerra in Iraq, gli sciiti iracheni si sarebbero uniti agli iraniani contro il regime di Saddam. Questo non avviene”.

Perché in Libano ha avuto successo il progetto iraniano?

“Il Libano è diverso. Probabilmente è anche perché Hezbollah è riuscita a penetrare in uno stato molto fragile; il movimento si costituisce subito come soggetto politico con una solida gerarchia e negli anni è diventato uno stato nello Stato. Inizia come movimento militare, diventa politico poi, molto impegnato nel sociale con l’appoggio politico e con i soldi dell’Iran. È un aspetto ideologico questo, tipico di tutte le rivoluzioni.

Inizialmente, sì, possiamo parlare di esportazione della Rivoluzione in senso ideologico-religioso, ma oggi no: oggigiorno, quello che vediamo, è un appoggio militare iraniano alle popolazioni sciite del Medioriente che combattono contro regimi dispotici e dominati dai sunniti.

Un appoggio che va dal Bahrain allo Yemen dove la Repubblica Islamica appoggia gli Houthi, in Iraq dopo la caduta del regime di Saddam; diverso è il caso afghano dove l’Iran ha sempre sostenuto la componente tagika della popolazione, più affine per lingua e per etnia, piuttosto che gli azara, gli sciiti afghani.

In Libano, la nascita di Hezbollah, ebbe un aspetto strategico oltre che ideologico. Hezbollah è stato il primo soggetto statuale a combattere una guerra asimmetrica accanto all’Iran. Negli anni ’80, la presenza militare di Hezbollah in Libano, garantisce a Teheran una forza di deterrenza, soprattutto nei confronti dei paesi Occidentali. Quando Hezbollah inizia a compiere i primi attentati suicida, il primo a danni della caserma dei Marines, è un impatto devastante sull’opinione pubblica che determina il ritiro americano, sotto la presidenza Reagan, dal Libano. Negli anni successivi, Hezbollah agiva sia con attentati suicida sia con sequestri di persona. È una forza deterrente e di impatto: in questo modo l’Iran faceva capire all’Occidente e agli Usa di essere “intoccabile” e, di fatto, cambiò le sorti della guerra. L’Iran, all’epoca della guerra irachena, non aveva la capacità militare e tecnologica adeguata, ma aveva Hezbollah che conduceva una guerra parallela. Ad un certo punto, nel biennio 1985-1986, si giunse all’Irangate, lo scandalo politico che coinvolse vari alti funzionari e militari dell’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, accusati dell’organizzazione di un traffico illegale di armi con l’Iran, su cui vigeva l’embargo. Gli USA furono costretti a cedere ai ricatti iraniani proprio per ottenere il rilascio dei cittadini americani rapiti da Hezbollah. Lo scandalo dell’Irangate uscì alla ribalta perché fu proprio un giornale libanese a pubblicarlo.

In questi stessi anni, mentre all’interno della repubblica islamica si stava rafforzando l’élite rivoluzionaria, la Rivoluzione aveva raggiunto il compimento, esternamente, esportare la rivoluzione, rafforzava la Rivoluzione stessa. Nel 2020, in seguito all’uccisione di Qassem Soleimani, quello che preoccupava maggiormente gli USA e il paesaggio mediorientale, non era una diretta risposta iraniana, quanto piuttosto quella dei suoi proxies.

L’ultimo grande tentativo di esportazione della rivoluzione avviene sempre durante la guerra contro l’Iraq: nella fase terminale degli scontri, nel 1987, con l’operazione Karbala 5, l’Iran voleva entrare nella città irachena sciita di Bassora e provocare un’insurrezione degli sciiti. L’operazione fallisce in maniera clamorosa, una sconfitta pagata a caro prezzo in termini di vite umane. In quest’occasione l’élite rivoluzionaria iraniana crede davvero di poter esportare la rivoluzione.

Le nuove generazioni non accettano questa idea, è impensabile per loro. L’iraniano medio ci scherza su “ne abbiamo fin troppa di Rivoluzione, bisogna anche esportarla”.

Dagli anni ’90 fino ai giorni nostri, cos’è cambiato?

“Hezbollah si istituzionalizza, entra in parlamento, la guerra contro l’Iraq finisce, la Rivoluzione in Iran si è, ormai, cristallizzata. Khomeini muore nel 1989 e il regime iraniano pensa essenzialmente a salvare sé stesso. L’impatto ideologico dell’Iran cambia completamente. Il suo diventa il comportamento di una potenza politica media a livello regionale, che cura i propri interessi con le proprie influenze politiche all’estero. Il messaggio ideologico, presente seppur iconicamente nelle bandiere e negli slogan, va scemando. Ed è comprensibile: cambia completamente tutto lo scenario politico intorno alla Repubblica sciita. Si trova circondata da basi americane posizionate su tutti i suoi confini. Nel 2003 cade Saddam Hussein, gli americani, seppure non l’abbiano mai affermato pubblicamente, sono intervenuti a sostegno dell’Iraq nella guerra. Ad Est, con la fine del regime dei Talebani, le forze della NATO intervengono con il sostegno logistico dell’Iran che accorda loro il permesso di sorvolo nel suo spazio aereo e concede loro anche un aiuto militare perché, in quel caso, il nemico era comune. A nord non c’è più l’Unione Sovietica, il confine settentrionale, confine con un unico stato, diventa condivisibile con più stati che si sono disgregati dalla madrepatria.

Gli analisti politici sostengono che la presenza dei due proxies, funge da garanzia dell’esistenza stessa dell’Iran e della Rivoluzione in sé perché, in fondo, abbracciano ufficialmente la fede sciita.

Il momento più teso e recente risale all’autunno 2019 quando tra Iran e Arabia Saudita si vennero a creare delle tensioni: una raffineria saudita fu presa di mira da un attacco di droni sferrato dagli Houthi. Il danno economico per l’Arabia Saudita fu enorme; nessuno ha dubbi sulla provenienza dei droni. La stessa uccisione di Soleimani fungeva da avvertimento: la base che venne colpita per rappresaglia era una base con una forte presenza italiana.

Hezbollah, specialmente negli anni passati, ha fatto la sua fortuna politica grazie all’Iran. In più, fattore non trascurabile, nel paesaggio mediorientale Hezbollah rimane l’unica forza ad aver sconfitto Israele ben due volte: lo ha costretto al ritiro nel 2000 e poi la sconfitta del 2006 (la diplomazia italiana, l’allora governo Prodi, fu molto attiva). Da allora Hezbollah rivendica il proprio ruolo di liberatore del Sud del Libano e inizia a fare investimenti in istruzione, nel settore ospedaliero, tanto da spingere anche i cristiani libanesi a rivolgersi al movimento.

Un piccolo dettaglio interessante: nello spettro politico iraniano, quelli che si attestano su posizioni più estremiste, vengono definiti Hezbollah”.

Che rapporti sussistono con l’Afghanistan? Data anche l’attuale situazione, l’Iran può permettersi un nuovo nemico?

“Per i Talebani, gli sciiti sono peggio dei non- musulmani. I Talebani hanno perseguitato la comunità hazara, gli sciiti afghani. Nel 1998, si è quasi giunti alla guerra con l’Afghanistan: i Talebani entrarono del consolato iraniano a Mazar e Sharif e uccisero – fatti proprio a pezzi- dei diplomati iraniani e un giornalista. L’Iran, mobilitato l’esercito, era ad un passo dall’entrare in Afghanistan. Grazie anche all’intervento americano, diplomatico s’intende, le acque si placarono apparentemente, ma questo episodio spinse l’Iran a sostenere la cosiddetta Alleanza del Nord in posizione anti – Talebana e in particolare Massoud e i tagiki – in questi giorni, infatti, si sente molto parlare del figlio di Massoud che sta guidando la resistenza contro i Talebani.

“Quella volta che ho conosciuto Bin Laden”. Parla Salvatore Lombardo (Swiss Umef University) – Il Tazebao

Sia i Talebani che l’Iran stanno cercando di apparire come moderati e dialoganti: i media iraniani sono accusati di presentare i Talebani in modo poco critico. Sembra, infatti, che sia arrivata una direttiva che esorta a non calcare la mano contro i Talebani. Dal canto loro, i Talebani, hanno girato un video mostrando come entrano di nuovo nel consolato di Mazar i Sharif , in modo molto gentile interessandosi al personale che vi lavora.

La lingua ufficiale dell’Afghanistan è il dari, simile al farsi, ufficialmente, quindi, parlano la stessa lingua. Anche questo è sintomo di qualcosa che sta cambiando: cercano di avere un approccio ‘moderato’ e poco ideologico. Recentemente è andata in onda un’intervista fatta da una televisione iraniana ad un capo/ portavoce dei Talebani, e i toni erano molto pacati. L’Iran, attualmente, non si può permettere un nuovo nemico.

Se c’è qualcuno che conosceva bene l’Afghanistan dal punto di vista politico, tattico – militare e di rapporti tra le varie fazioni, questo era certamente Qasem Soleimani. Nel 2015 è stato in Afghanistan a raggiungere un accordo per la protezione della comunità sciita.

La leggenda vuole che gli Americani, non trovando le basi di Al-Qaeda, fecero varie riunioni con i Pasdaran iraniani e durante uno di questi incontri, Soleimani, spazientito dal fatto che gli americani brancolavano nel buio, tirò fuori una mappa e la mostrò loro. Gli americani, in quella situazione, si fidarono di lui, stavano collaborando contro il nemico comune”.

English version

Together with journalist Antonello Sacchetti, expert on Iran and already interviewed in the past, we analyze the concept of “exporting the Revolution” and the Iranian military strategy, covered by the narrative of religion, adopted over the years in pursuit of its Ostpolitik. From the genesis of Hezbollah, Iran’s most successful creature that boasts a unique record in the Middle East, to the current nomenclature of the Middle Eastern chessboard and Iranian adaptation based on it. Because in the case of the Islamic Republic, it is more than legitimate to speak of resilience.

What is the ontological value of the concept of “exporting the Revolution”? The genesis of Hezbollah.

“A premise is in order: the concept of “exporting the revolution” lasted until a certain moment, until 1989, then it became a cover, an ideological mask.

The case of Lebanon is emblematic for talking about exporting the revolution. The history of Iran and that of Lebanon are intertwined, even by ties of kinship between some key members of the Shiite clergy. And this was before the ’79 Revolution. The Shiites, who were initially a minority in the land of the cedar, concentrated above all in the south, on the border with Damascus (Syria is a country with a Sunni majority, but the power is in the hands of a Shiite family, exponent, among other things, of a particular component of Shiism, the Alawites) have become a majority with time.

The political and religious ties between Iran and Lebanon began before the Revolution: one name is worth a thousand stories, Musa Al-Sadr. He was born in Qom, Iran, but spent most of his life in Lebanon, devoting himself mainly to religious activity, which over time became intertwined with politics. The relations that he, as an Iranian, has with figures of the Lebanese left are not only religious ties. Let us remember here that a large part of the Iranian Shiite clergy has Lebanese origins, the country from which the Safavid sovereigns brought the religious necessary to carry out the great project of converting Iran, then still with a Sunni majority, to Shiism. He also met some Iranian figures in exile in Lebanon who took advantage of the situation of the Lebanese civil war, in the mid-seventies, to train mainly militarily. Many characters connected to the Iranian revolution, received in Lebanon an education, besides ideological, military, because the civil war represented a favourable occasion for this: with an organization which preceded Hezbollah, Amal, the Shiites were winning in Lebanon.

In Lebanon, Musa Sadr, beginning in the city of Tyre, where his family came from, and in its degraded suburbs, set up programmes to support and help the poor and local communities. Programmes to combat illiteracy were launched and pious institutions aimed at social integration were founded, with particular attention to promoting the economic role of women.

Musa Sadr disappeared mysteriously in 1978 – he was visiting Libya at the time of Colonel Gaddafi’s regime with which he most likely came into conflict. He was supposed to leave Libya for Italy, but never made it there. The Sadr family will have a lot of influence in the south of Iraq also: Musa Sadr’s brother will be executed by Saddam Hussein, his nephew will lead the revolt against the Americans after 2003! It is truly a religious, political, and military web of lives. This is to say that Iran is present in the region even before the Revolution that consecrated it as a theocracy…

When Israel begins the 1982 military operation, Operation Galilee, in southern Lebanon, the subjects of the Middle East are faced with a choice: Saddam Hussein, in the midst of the Iran-Iraq war, turns to Khomeini to join forces in Lebanon against Israel. To which Khomeini refuses, pronouncing one of his famous phrases “the way to Al-Quds is through Karbala”. Al-Quds is the Arabic name for Jerusalem, Karbala is a Shiite city in southern Iraq. This is because, initially, the concept of “exporting the Revolution” had a predominantly religious value: liberating all Shiite places from oppression, in this case the dictatorship of Saddam Hussein. The Revolution being exported is a revolution of the oppressed against the oppressors. This idea fits perfectly with the ideology of Shiite Islam, which unlike Sunni Islam, with its nationalist vocation, embraces a revolutionary and universalist ideology. Last week Ashura was celebrated: according to the Shiite world it is the commemoration of the killing of Imam Hussein, the sacrifice of the oppressed who is taken out by the oppressor (Yazid, the illegitimate caliph)”.

Why wasn’t Hezbollah born immediately in 1979, when the Revolution was complete?

“Because in 1979 Khomeini did not completely win. Until 1982, the year of birth of the Lebanese political and paramilitary organization backed and financed by Iran, the Iranian revolutionary front was still very composite. From the Iraqi invasion war and before that, starting with the hostage crisis at the American embassy, the revolution veers towards an Islamist direction. Lebanon, which was experiencing civil war, felt a re-composition of Shiite forces. It is true that the Amal movement was already present, but Hezbollah was born as a creature similar in every way to Iran. It is undoubtedly a very risky move on Iran’s part because to create Hezbollah it has to move forces from the western front to concentrate them in Lebanon. The war against Saddam, a defensive war, begins to see opposing troops clashing on Iraqi soil. He decides not to accept the ceasefire, but to continue the war to strengthen the regime and to silence all internal opposition – in the face of the common enemy, one must stand united. Khomeini’s idea was also a political one: he wanted all Shiites to take Iran’s success as an example. In particular, he was addressing Iraq, which although with a Shiite majority, the leadership was Sunnite. Khomeini mistakenly believed that by moving the war to Iraq, Iraqi Shiites would join the Iranians against Saddam’s regime. This does not happen”.

Why did the Iranian project succeed in Lebanon?

“Lebanon is different. Probably it is also because Hezbollah has managed to penetrate a very fragile state; the movement immediately constitutes itself as a political entity with a solid hierarchy and over the years has become a state within the state. It began as a military movement, then it became political, very committed to social issues with political support and with money from Iran. This is an ideological aspect, typical of all revolutions.

Initially, yes, we could speak of exportation of the Revolution in an ideological-religious sense, but not today: today, what we see is Iranian military support to the Shiite populations of the Middle East who are fighting against despotic regimes dominated by the Sunnites. A support that goes from Bahrain to Yemen where the Islamic Republic supports the Houthi, in Iraq after the fall of Saddam’s regime; different is the case of Afghanistan where Iran has always supported the Tajik component of the population, more similar in language and ethnicity, rather than the Hazaras, the Afghan Shiites.

In Lebanon, the birth of Hezbollah, had a strategic as well as an ideological aspect. Hezbollah was the first state subject to fight an asymmetric war alongside Iran. In the 80’s, the military presence of Hezbollah in Lebanon guaranteed Teheran a force of deterrence, above all, towards the Western Countries. When Hezbollah begins to carry out the first suicide attacks, the first one against the Marine barracks, it is a devastating impact on public opinion that determines the American withdrawal, under the Reagan Presidency, from Lebanon. In the subsequent years, Hezbollah acts with both suicide attacks and kidnappings. It is a deterrent force and of impact: in this way, Iran made the West, and the United States understand that it was “untouchable” and, in fact, changed the fate of the war. Iran, at the time of the Iraqi war, did not have the adequate military and technological capacity, but it had Hezbollah, which was conducting a parallel war.  At a certain point, in the two-year period 1985-1986, Irangate came about, the political scandal which involved various high officials and military personnel of the administration of the President of the United States, Ronald Reagan, accused of organizing an illegal traffic of arms with Iran, on which the embargo was in force. The U.S. was forced to give in to Iranian blackmail precisely to obtain the release of American citizens kidnapped by Hezbollah. The Irangate scandal came to the fore because it was a Lebanese newspaper that published it.

In these same years, while inside the Islamic republic the revolutionary elite was being strengthened, externally, exporting the revolution was strengthening the Revolution itself. In 2020, following the killing of Qasem Soleimani, what worried the U.S. and the Middle Eastern landscape the most was not a direct Iranian response, but rather that of its proxies.

The last great attempt to export the revolution took place during the war against Iraq: in the final phase of the clashes, in 1987, with operation Karbala 5, Iran wanted to enter the Iraqi Shiite city of Basra and provoke an insurrection of the Shiites. The operation failed resoundingly; a defeat paid for dearly in terms of human lives. On this occasion the Iranian revolutionary elite truly believes it can export the revolution.

The new generations do not accept this idea, it is unthinkable for them. The average Iranian jokes that “we have too much of the Revolution, we must also export it”.

From the 1990s to the present day, what has changed?

“Hezbollah becomes institutionalized, enters parliament, the war against Iraq ends, the Revolution in Iran has, by now, crystallized. Khomeini dies in 1989 and the Iranian regime essentially thinks about saving itself. Iran’s ideological impact changes completely. It becomes the behaviour of an average regional political power, looking after its own interests with its political influences abroad. The ideological message, present albeit iconically in flags and slogans, fades away. And it is understandable: the whole political scenario around the Shiite Republic is completely changing. It finds itself surrounded by American bases positioned on all its borders. In 2003 Saddam Hussein fell, the Americans, though they never said so publicly, intervened in support of Iraq in the war. In the East, with the end of the Taliban regime, NATO forces intervened with logistical support from Iran, which granted them permission to fly over its airspace and gave them military aid because; in that case, the enemy was a common one. In the north there is no longer the Soviet Union, the northern border, a border with a single state, becomes shared with several states that have broken away from the motherland.

Political analysts argue that the presence of the two proxies, acts as a guarantee of the very existence of Iran and the Revolution itself because, after all, they officially embrace the Shia faith.

The most tense and recent moment was in the fall of 2019 when tensions arose between Iran and Saudi Arabia: a Saudi refinery was targeted by a drone strike launched by the Houthi. The economic damage to Saudi Arabia was enormous; no one doubted where the drones came from. Soleimani’s own killing served as a warning: the base that was hit in retaliation was one with a strong Italian presence.

Hezbollah, especially in past years, has made its political fortune thanks to Iran. In addition, a factor not to be overlooked, in the Middle Eastern landscape, Hezbollah remains the only force to have defeated Israel twice: it forced it to withdraw in 2000 and then defeated it in 2006 (Italian diplomacy, the Prodi government of the time, was very active). Since then, Hezbollah has been claiming its role as liberator of South Lebanon and has begun to make investments in education, in the hospital sector, so much to push Lebanese Christians to turn to the movement.

An interesting little detail: on the Iranian political spectrum, those who hold to more extremist positions are referred to as Hezbollah”.

What is the relationship with Afghanistan? Given the current situation, can Iran afford a new enemy?

“To the Taliban, Shiites are worse than non-Muslims. The Taliban persecuted the Hazara community, the Afghan Shiites. In 1998, it almost came to war with Afghanistan: the Taliban entered the Iranian consulate in Mazar and Sharif and killed -just ripped to pieces- some Iranian diplomats and a journalist. Iran, having mobilized its army, was one step away from entering Afghanistan. Thanks also to American intervention, diplomatically of course, the waters apparently calmed down, but this episode pushed Iran to support the so-called Northern Alliance in an anti-Taliban stance and in particular Massoud and the Tajiks – in these days, in fact, one hears a lot about Massoud’s son who is leading the resistance against the Taliban.

Both the Taliban and Iran are trying to appear moderate and dialogical: the Iranian media are accused of presenting the Taliban in an uncritical way. In fact, it seems that a directive has arrived urging them not to tread lightly against the Taliban. For their part, the Taliban have made a video showing how they enter the consulate in Mazar and Sharif again, in a very polite manner, taking an interest in the staff working there.

The official language of Afghanistan is Dari, similar to Farsi, so officially they speak the same language. Also, this is a symptom of something that is changing: they are trying to have a ‘moderate’ and less ideological approach. Recently, an interview made by an Iranian television channel with a chief/spokesman of the Taliban was aired, and the tones were very calm. Iran, at present, cannot afford a new enemy.

If there is anyone who knew Afghanistan well from a political, tactical – military and factional relations perspective, it was certainly Qasem Soleimani. In 2015 he was in Afghanistan reaching an agreement to protect the Shia community.

Legend has it that the Americans, unable to find Al Qaeda bases, had several meetings with the Iranian Pasdaran and during one of these meetings, Soleimani, impatient with the fact that the Americans were groping in the dark, pulled out a map and showed it to them. The Americans, in that situation, trusted him, they were cooperating against the common enemy”.

Gli altri interventi di Antonello Sacchetti

L’Iran di Raisi. Lorenzo Somigli e Roberta Vaduva a colloquio con Antonello Sacchetti (Diruz) – Il Tazebao

L’Iran, la Repubblica degli Ayatollah alle urne – Il Tazebao


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