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“Il potere nel nostro tempo” di Lorenzo Somigli

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È ancora e come sempre fondamentale rivolgere lo sguardo al potere. Il lavoro di Lorenzo Somigli sul potere dopo morbo e scarsità.

Sommario

  1. Introduzione
  2. Il primato della tecnologia
  3. Scarsità e controllo delle risorse
  4. Il potere
  5. Conclusioni

Introduzione

È pressoché impossibile che un evento tanto traumatico come la diffusione incontrollabile di un morbo mortifero non inneschi modificazioni profonde nelle società umane che ne siano travolte. La riprova è data dalle varie pestilenze che accompagnano e certamente accelerano la scomposizione dell’Impero romano fino al definitivo restringimento di quella ecumene mediterranea, dove l’integrazione aveva raggiunto una profondità irrecuperabile.

Del pari, le frequenti pestilenze costringono le autorità a istituire provvedimenti di sanità e di igiene pubblica, provvedimenti questi che si consolideranno fino a costituire uno degli ambiti d’azione prediletti e pressoché esclusivi dello Stato. Il governo del corpo, il benessere di corpo e mente, la salute verranno presto demandati allo Stato che accrescerà la sua capacità di incidervi.

Nel solco di quanto successo prima, il triennio apertosi con il virulento ritorno del morbo sul palcoscenico della Storia, ché la “Fine del Tempo” non è ancora giunta, forse, e con il ritorno della “Signora dall’uomo detta Morte” (Gozzano), con buona pace dei piani di giovanilismo ed eternità, almeno per quanto riguarda la maior pars mortalium, per dirla con Seneca, racchiude i semi di una trasformazione d’interesse accademico e scientifico sì ma anche sociale. Da questo interesse per il collettivo muove questo sforzo di analisi.

Nella difficoltà di cogliere subito, nel clangore, tutti i dettagli e di trarre conclusioni generali da manifestazioni tutt’ora acerbe e incomplete, perché la Storia è lineare solo nello sfuggire alle geometrie, stante, inoltre, una difficoltà oggettiva di reperire informazioni, al netto dei proclami di accessibilità e trasparenza del digitale, soprattutto dopo gli ultimi accorgimenti tecnici che sembrano voler preimpostare le ricerche, prevedendole e incanalandole, si tenterà di fornire alcune prime chiavi di lettura per una più lucida comprensione di un contemporaneo altrimenti nebuloso.

In più, è certamente un bene che, alla grande dismissione degli strumenti collettivi e alla de-antropizzazione degli spazi pubblici, nonché alla pauperizzazione culturale, non meno profonda e devastante di quella economica, segua una resipiscenza. Una fine della lunga ritirata.

Insomma, questo non può essere altro che un lavoro prodromico ad altre ricerche, possibilmente prodotte da altri cercatori di verità, come lasciando un testimone. Questa fatica nasce dal mettere ordine all’ingarbugliato flusso di pensieri sparsi, appunti fulminei, note variamente disseminate (in libri, agende, quaderni, foglietti alati), con l’intento di stimolare dibattito, non solo nell’ambito della scienza sociale ma soprattutto in quelle collettività – sperando ce ne siano – che ancora si pongono ancora domande problematiche sulla propria esistenza. È una riflessione, a suo modo, innovativa perché fino ad oggi, in questi tre anni, è mancato un confronto sui caratteri del potere.

In questa trattazione, certamente imperfetta, si prenderanno in esame tre segmenti distinti e concatenati: il medium, ovvero la tecnologia, le risorse, il potere. Infatti, anche nel chaos attuale, rimane una certezza: irradiare i meccanismi di potere e chi lo detenga, è ancora un modo efficace per capire la società.

Chi comanda? Chi è comandato? Come esercita il suo potere? Quali confini ha questo potere (se ve ne sono)? Quali rapporti di soggezione si instaurano dal debordante progresso tecnologico? Come cambia l’uomo con l’evolvere della tecnica? Perché l’uomo si affida al potere? Perché si è affermata una nuova forma di potere? Sono questi alcuni degli interrogativi che animano le riflessioni successive.

Questo lavoro era originariamente concepito in partes tres e tutte di ricerca e trattazione puramente teorica sul potere, proprio perché frutto di circa tre anni di riflessioni, ovvero dal marzo 2020; pensieri in parte prodotti e inanellati nella clausura domestica, altri emersi quando è stato di nuovo accessibile lo spazio pubblico, altri al precipitare dei fatti con la guerra e dunque al maturare di un quadro più nitido sullo scontro tra potenze globali.

In un secondo momento, si è scelto di inserire anche un invito a una contro-azione rispetto alla forma di potere del tempo attuale. L’impegno del cives – si cercherà di suggerire – dovrebbe tradursi, infatti, in un’opera di riforma, o per lo meno, in un tentativo di mediazione con il potere, di “sabotaggio”, nei casi estremi e peggiori, di rallentamento, di ri-perimetrazione dei campi.

Il tutto sfugge a quelle banalizzazioni purtroppo così diffuse oggi perché parte dalla comprensione dell’irreversibilità del cambiamento – sine ira et studio – e dalla necessità del potere, stanti le attuali condizioni; cionondimeno, si intende non privare il cittadino di una prospettiva altra, purché senza dolci illusioni bambinesche o belare social.

Il primato della tecnologia

Ogni secolo, inteso come periodo di tempo omogeneo (si veda la distinzione tra Secolo Lungo e Secolo Breve), è stato contraddistinto dall’innovazione tecnologica. La tecnologia ha un potere talmente innovativo, debordante che riesce a sconvolgere le strutture sociali, cambiando al contempo l’uomo. In più, è uno strumento che tende facilmente a sfuggire e a perseguire fini non solo diversi ma anche opposti a quelli originali.

Otto Dix nel suo Sturmtruppe geht unter Gas vor raffigura dei demoni-soldato che si preparano a gassificare il nemico. Chi avrebbe mai potuto immaginare che il prodigioso sviluppo dell’industria chimica, che nasce benefica, che migliora la vita, avrebbe portato all’utilizzo di gas mortali nelle trincee della Grande Guerra? E ancora, nessuno avrebbe creduto a chi, nella prima decade degli anni Duemila, avesse messo in guardia dai pericoli di controllo derivanti dalla rete o dalle forme di odio che vi proliferano pressoché indisturbate.

Sull’impatto della tecnologia sulla società e, soprattutto, sul tentativo della politica di controllarla è stata prodotta una copiosa messe di riflessioni. L’interrogativo di allora è lo stesso di sempre: quale sistema politico è più consono al governo dello sviluppo tecnologico? O meglio, è il sistema politico che irregimenta la tecnica o, di contro, è la tecnica che progredendo tende a piegare il sistema politico a seconda dei suoi fini, ammesso ce ne siano?

In molti hanno evidenziato come tutti i sistemi politici, sia i più autoritari sia quelli più liberali, riscontrino notevoli resistenze nel governare la tecnologia. Mentre il potere è statico ma instabile – si rafforza della sua precarietà – la tecnologia avanza, progredisce geometricamente, accumula, migliora e si migliora, pervade, non si cancella ma si trasmette. È cumulativa e incrementale, deborda, mentre il potere è terrorizzato dal limes che si accorcia.

In questa “eterogenesi dei fini” il sistema politico, e le sue componenti, tenderebbero a piegarsi al mezzo, più che la tecnologia al volere della collettività che la usa. Il digitale non sembra fare eccezione: è una dimostrazione plastica del primato tecnologico sulla vita.

Nel volgere di appena 10-15 anni “le magnifiche sorti e progressive” del digitale si sono invertite: il medium è mezzo eccellente di tracciamento, che spezza i confini della libertà (entra nelle case e nelle relazioni), un mezzo di raccolta dati, di previsione delle opinioni; nel web non si trovano più informazioni liberamente, per lo meno come agli albori, ma ci sono ben oliati canali di ricerca di informazioni “sicure”; i social creano, auto-creano, creano ad arte bolle iper-dense e chiusissime, soffocanti, le piazze virtuali sono, nella migliore delle ipotesi, un coro di voci casuali e impulsive. Come se non bastasse, l’economia digitale, da creatrice magnifica di posti di lavoro, divora i suoi dipendenti.

Il nodo della questione oggi non è chiedere dignità, un compenso migliore, un orario umano per il lavoro digitale. È capire la regola del giuoco.

La vera disuguaglianza oggi è tra chi vive – élite rarefatta – immerso in una dimensione di metaverso, quale altro piano dal reale, una superlega iperreale, e chi vive di digitale, ovvero lavora nel digitale, foraggia il digitale con il contenuto.

Un lavoro non lavoro, per altro, dove i costi sono scaricati sul lavoratore (utenze, energia, spostamenti) e i tempi dilatati; del resto, è molto difficile chiedere compenso per qualcosa che è stato generosamente concesso, a tutti, senza costi. C’è chi deve estrarre valore o cedere valore senza profitto e chi vive come divo. Si torna al controllo dei mezzi di produzione. Il mezzo evolve, non la meccanica.

Scarsità e controllo delle risorse

La pandemia e soprattutto l’invasione russa dell’Ucraina hanno inaugurato una pausa, hanno aperto una frattura nel fenomeno della globalizzazione. Si può aprire un dibattito se questa sia solo una fase di contrazione o di ripiegamento della globalizzazione o se ne segni la fine; di contro, si può arguire che lo stato che è venuto a conclamarsi sia, di fatto, il trionfo della globalizzazione, il suo approdo. Come sempre, partendo dai fatti, restando alla pura realtà fattuale, incrociando al solito geopolitica, risorse, tecnologia, si registra una novità sostanziale.

È chiaro ed evidente che gli Stati Uniti, come nei decenni precedenti, rimangono il pivot militare e tecnologico globale, l’unico paese di cui non si può fare a meno, uno dei pochi del “campo occidentale” ad avere margini ancora ampi di sviluppo, per esempio in termini di terra edificabile; ugualmente, si viene a cristallizzare un mondo nuovo, pienamente mondializzato, che si presenta come un sistema a sfere stagne e non comunicanti, sfere d’influenza chiuse, seppur con le comprensibili incrinature e zone intermedie (Qatar?), sfere dove sono emersi fattori di potenza prima inimmaginabili, sfere che tenderanno a percorre la via dell’autosufficienza, che rimane l’obiettivo pure degli Stati Uniti, in continuità tra Trump e Biden.

La scarsità trasmette paura, induce al ripiegamento, a cercare un limes – fisico e mentale – rassicurante, riapre divisioni che covavano latenti, costringe al primum vivere, fa riscoprire l’autoproduzione, l’autoconsumo, l’autosufficienza. Ciò si traduce in un contingentamento dei consumi, dei costi, degli spostamenti, in fin dei conti anche della vita stessa, che perde prospettive di più ampio respiro.

Le politiche più consone alla gestione della scarsità sono quelle che offrono una prospettiva concreta, semplice, senza tanti giri di parole o begli ideali ma inutili. Non sembrano essere i sistemi democratici, o presunti tali, i più performanti in un’epoca di scarsità. Non è da escludere un ritorno a forme più illiberali o ibridazioni.

Il potere

Lo Stato: un primato necessario

Evocato a più riprese, con pudore, eccolo fare il suo trionfale ingresso sulla scena: il potere. Il potere è da intendersi come l’esercizio della forza, della coercizione, del condizionamento fondato su una certa e rinnovabile base di legittimità, con limiti di operatività variabili.

Da secoli e dopo infiniti travagli e sangue, il potere è confluito stabilmente in una forma stabile, che garantisce efficienza e affidabilità nel suo esercizio: lo Stato, la sovra-comunità, il non-individuo.

Trattare di Stato è tutt’altro che futile oggi perché la pandemia e gli effetti che ne sono derivati, unitamente alla scarsità, hanno giustificato un ritorno attivo dello Stato; morbo e fame innescano un bisogno di protezione che lo Stato è ben lieto di erogare. Come tanti hanno rilevato, da Argenis di John Barclay, l’individuo è sempre ben disposto a barattare libertà per la sicurezza, o presunta tale.

Del resto, dove c’è lo Stato, non c’è la libertà; la libertà individuale è lo spazio bio-psichico e materiale dal quale lo Stato è faticosamente ricacciato fuori; l’individuo esiste se è in una costante lotta bio-politica per la difesa o talvolta persino l’espansione della sua libertà; alla libertà corrispondono il patrimonio, la casa, la terra e tutti quei mezzi e strumenti e spazi che permettono di essere liberi, di muoversi, di cooperare, di esprimere il sé, di essere autosufficienti (presumibilmente non la tecnologia). È una lotta che si presenta come lotta per la vita. Se cresce lo Stato lo spazio di vita si assottiglia.

Non è da escludere che ci possa essere una mediazione o una contrattazione con lo Stato ma essa parte, sempre, da uno scontro. Una trattativa con le armi, insomma, come quella che facevano i Germani descritti da Tacito. Con questo, non si vuole dare un giudizio negativo sul compito dello Stato, solo rilevare che la compresenza di individuo e Stato è necessariamente problematica e conflittuale.

Senza tentazioni d’utopia, lo Stato ha stravinto, affermandosi come la sola forma di organizzazione migliore per governare società complesse e disomogenee; nella storia ci sono stati eminenti tentativi di segno opposto ma hanno perso scontrandosi con questa forma di potere così densa e cocciuta come lo Stato.

Resistono alcuni sistemi, per lo meno nelle enunciazioni di principio, che pongono sempre prima l’individuo dello Stato e che interpretano il conflitto con-contro lo Stato, sul binario periferie-centro, in modo benefico: è il caso degli Stati Uniti. Non è la sede per fare un’agiografia, per altro non richiesta, di quel sistema “stars and stripes”, ma è comunque corretto rilevare come la libertà sia, anche solo formalmente, la base e che il sistema federale dei contropoteri locali ne il coronamento; in sistemi simili c’è un maggior spazio per una lotta legittima con il potere e maggiori possibilità di successo.

Il potere oggi

È compito improbo anche solo cercare di riassumere le molteplici e minuziose forme di controllo e comando, forme vecchie e nuove che si assommano, compenetrano, sublimano, mischiano e sostituiscono. Nessuna sparisce, il potere evolve, il comando si potenzia, la vita si restringe. Secondo quanto si è potuto ricostruire in questi primi tre anni del corso nuovo e cercando di intuire una possibile traiettoria. Il potere oggi sembra agire sostanzialmente in tre modi: quadrettatura, manipolazione, mobilitazione.

quadrettatura

La prima è prettamente fisica ma anche formale in quanto si lega e deriva dall’ordinamento legittimo, dall’intoccabilità della Legge e dalla sua insopprimibile passione per gli obblighi e i divieti motivati dall’esigenza di “sicurezza”.

La quadrettatura consiste nel costringere l’individuo a vivere solo ed esclusivamente all’interno di una porzione di spazio minima, preimpostata e non modificabile. Da ciò deriva il turbine di vincoli, obblighi, tracciati di entrata e uscita, tetti massimi e minimi, oneri e tasse, zone a varia limitazione che smorzano la naturale indole volitiva dell’uomo e lo inducono, con la forza della coercizione o convintamente, come si vedrà nel prosieguo, ad agire in un certo modo, prevedibile.

L’individuo si trova proiettato in uno spazio in cui ogni movimento, eccetto quelli più essenziali, potrebbe procurargli una punizione o un danno alla condizione di stabilità del quadrato. La costrizione della pandemia è stata una prima grande prova generale; la scarsità è il secondo livello.

Si può riassumere così: lo Stato, a mezzo di tutti i suoi apparati e congegni, agisce in modo che l’individuo non agisca, frena, fa sì che si muova di rado, su corta distanza, preferibilmente da solo.

In questa cornice si può leggere lo svuotamento dei trasporti o degli spazi pubblici o dei vari servizi che rendevano la vita meno dura: l’assenza di queste sicurezze rende più precaria la vita fuori del quadrato.

Questo restringimento trae giustificazione dalle esigenze di biosicurezza (donde il divieto di “assembramenti”), di ordine pubblico (contro il “tifo violento”) o di controllo dei costi, una motivazione sempre più in voga, soprattutto per l’impatto della scarsità.

L’esperienza pandemica ha indotto a pensare su piccola scala, a sacrificarsi, a farsi piccoli e a ridurre, a esser più docili e timorosi. È un sistema tanto brutale quanto impercettibile: in effetti, nessuno esige, nessuno frusta, nessuno uccide, semplicemente oltre il quadrato non si può. Le epoche storiche si possono leggere, inoltre, come momenti di espansione (anni ’60 e successivi) o di prepotente restringimento del quadrato, come quella attuale (2020-in corso).

manipolazione

La manipolazione è una forma più sottile e ugualmente efficace. Essa chiama in causa gli apparati dello Stato, e affini, meno nerboruti eppure pervasivi. Il sistema, infatti, si sorregge non solo sulla costruzione dello spazio preimpostato per la vita ma anche sulla fede o la fiducia dei sudditi inquadrati. Il quadrato va amato!

Si può riassumere così: far sì che l’individuo agisca in un certo modo che questi presume libero o, al peggio, necessario (per sé, per gli altri, “per il bene di tutti”) o ancora che non ci siano alternative. I media, tradizionali e innovativi, sono determinanti, al pari della pubblicità. In effetti, secondo le narrazioni sembrerebbe il secolo delle libertà e delle opportunità per tutti. Non è così.

La manipolazione si applica in diversi modi: con la colpevolizzazione; quindi facendo credere che un certo comportamento libero sia sbagliato o “immorale”, o inducendo l’individuo a credersi incapace di essere e di fare, a diffidare del sé, così da doversi affidare allo Stato-pater, al diffidare di certe categorie di persone a seconda; instillare la paura e l’insicurezza rimane un’opzione sempre valida.

La manipolazione ha lo scopo di rendere gradevole il quadrato e soprattutto di impedire di pensare agli altri quadrati o di pensare a un’altra dimensione, senza il quadrato, fuori del quadrato.

In parallelo alla quadrettatura dei corpi c’è la quadrettatura dei pensieri e dei comportamenti.

Le narrazioni collettiviste si sposano, in una difficile armonia, ma funzionante, con le naturali diffidenze, doverosamente pompate dalla spinta al solipsismo che trova terreno fertile proprio nelle narrazioni ufficiali.

mobilitazione

Terza è la mobilitazione. Lungi dal credere che siano esistite manifestazioni, proteste o rivoluzioni “spontanee” (cosa è spontaneo? Fino a quando lo è), giova precisare subito che in questo caso si tratta di una mobilitazione rigorosamente controllata, che segue un canovaccio preciso, che vuol dar l’immagine di una spontaneità che non esiste.

Questo stato di friabile agitazione non sfocia mai in qualsiasi tipo di modifica sostanziale dei rapporti di soggezione, consente al massimo una fulminea liberazione o una “scarica”, per dirla con Elias Canetti che nel suo capolavoro ricostruisce i luoghi, come gli stadi e le arene, dove avvengono le scariche. È tenue, effimera, “non violenta”. Certamente non produce rapporti di lotta per la libertà, che richiede continuità e organizzazione.

La necessità di scarica è presto detta: lo Stato si rende perfettamente conto della brutalità del sistema coercitivo e crea delle valvole di sfogo controllate e momentanee (si potrebbero menzionare altre evasioni come tutto ciò che annebbia sensi e senno); di contro, l’individuo cova un malessere per la sua vita inquadrata, molto spesso senza riuscire a mettere a fuoco l’origine, senza né esprimerlo e senza saperlo esprimere, e coltiva il bisogno di liberarsi.

In sintesi: portare ad agire gli individui entro un canale, ben sorvegliato, direzionarne la collera contro obiettivi precisi, indurla a scagliarsi contro presunti nemici oppure azionarla per rinforzare certi provvedimenti del potere, ricostruendo una legittimità. Dunque, lungi dal carattere spontaneo, lungi dal produrre effetti, queste manifestazioni sono “fuochi di paglia” o riti triti.

Ciò permette di cooptare piccole masse contro o a favore di determinate cause, ornandole a festa, dotandole di kit distintivi a seconda del momento o dell’obiettivo e pensieri premasticati, le “idee dominanti dell’epoca”.

Con questa forma il potere compie un passaggio ulteriore: inscena una sottile mascherata e con essa fa credere che ci sia una contendibilità che non c’è, si rilegittima, contrappone gli individui. Dunque, in parallelo alla quadrettatura dei corpi e a quella delle menti, c’è quella dei movimenti e dei sentimenti (collera, indignazione, sostegno et similia).

oBIETTIVI

Lo Stato si è posto il problema di restringere la massa, di inscatolarla, di rendere inefficiente ogni suo movimento, al massimo di portarla nella direzione che desidera o che meno disdegna, di muoverla di rado e sotto comando e controllo.

Tirando le somme, se l’individuo, l’unica cellula che contiene il seme di libertà, per scelta oppur costretto, non agisce ossia sta nel suo quadrato e pensa al quadratino, lo Stato ha già vinto; se non rinuncia ad agire, ovvero a vivere, lo Stato attiva tutta una serie di trappole che lo snervano e rallentano, fino all’esaurimento della sua spinta vitale, sicché deve ripiegare nel quadrato. Quando gode di libertà e sente di far qualcosa “libero”, è in realtà mosso.

Tutto questo grande apparato si presta alla gestione di una società complessa in tempi difficili, si presta però anche alla mobilitazione di una società inquadrata per fini che possono non esser sempre desiderabili. L’ombra della guerra non è da escludere.

Sistemi paralleli?

Dopo un approfondimento più minuzioso si torna ai grandi spazi con il respiro della geopolitica. Quelle che si trovano a vivere gli abitanti di due sfere completamente lontane e sempre più distanziate, come possono essere quella occidentale, rinsaldata dalla guerra, e quella asiatica, sono “vite parallele”. O meglio ancora i sistemi sono diversi ma speculari proprio per la dimensione del potere, che adotta la stessa brutalità seppur in forme differenti.

Cos’hanno in comune quei territori sempre più sconnessi e abbandonati, l’insicurezza che ritorna, la paura perpetua, le popolazioni sempre più isolate (e anziane) — un inarrestabile declino che cancella le tracce tangibili di una civilizzazione, come quello che constata Namaziano nel De reditu suo — con megalopoli che sembrano l’esatta proiezione di Blade Runner, come Tokyo o la Seul ruggente, crudele, violentissima di Squid Game? Così, all’improvviso, sembrerebbe che non ci siano punti di contatto. Non è così.

È un parallelismo inconsueto, può sembrare bizzarro, non è fuori luogo. Si parte sempre da una domanda di ricerca: il cambiamento è in corso, in ogni zona del globo, e i problemi di scarsità si presentano identici e si ripercuotono in tutte le aree. Tutti i sistemi di potere, al netto delle differenze ideologiche, si pongono un problema analogo: governare la massa alla luce della scarsità, farle assorbire la necessità di riduzione, inquadrarla, prepararla a tempi di magra, forse di guerra. Anche in questo caso è un fenomeno globale.

Le società europee e asiatiche percorrono traiettorie distinte naturalmente, all’apparenza imparagonabili, eppure in un certo modo parallele, se analizzate proprio nella prospettiva del nuovo potere. Meglio ancora: partono da riflessioni analoghe, ovvero dalla necessità di gestire popolazioni, in certi casi numerose, in tempo di prolungata scarsità di risorse per arrivare, con tutte le dovute differenze che si vedranno dopo, a un sistema di controllo sempre più stringente, seppur in forme profondamente differenti.

In Europa la fa da patrone la gestione programmata della dismissione – si può azzardare l’incentivo alla dismissione – che si traduce nella cancellazione di tutti quegli strumenti e mezzi – le auto sempre più osteggiate – che hanno permesso di superare le distanze geografiche, dunque, socioeconomiche, in contemporanea con la quadrettatura, sempre più doviziosa e indecifrabile, degli spazi di vita, con obblighi e vincoli e tasse e divieti, partendo dalla retorica securitaria così tipica dello Stato-pater.

Nelle società asiatiche, di contro, lo sviluppo frenetico e debordante, doverosamente sostenuto dai capitali d’importazione (prima Giappone oggi Corea del Sud), e l’iper-digitalizzazione si traducono in un controllo capillare e dei tempi e degli spostamenti e delle relazioni e dei cibi. In sostanza, della vita. Grazie proprio alla tecnologia, come descritto in precedenza.

La mala-gestione da un lato che ricrea vuoti e distanze e disuguaglianza faticosamente superate nel passato secolo e impedisce una vita pienamente vissuta, per lo meno con i canoni che si erano imposti dal Dopoguerra (libertà, diritti, consumo), dunque una “prigione necessaria” nel quadrato; una macchinazione perfetta nelle punte avanzate dello sviluppo capitalistico che porta a una impeccabile e puntuale previsione.

Nemmeno a dirlo, in entrambi i casi, la pandemia ha fatto da spartiacque, acceleratore della decadenza e propulsore dei sistemi di controllo. Popolazioni diverse, traiettorie diverse, obiettivi speculari.

Un potere spoglio?

È anche questa una riflessione a modo suo innovativa ma embrionale. Fino ad oggi, il potere ha investito nel diffondere una precisa immagine di sé, per cristallizzarvi i suoi principi, rinnovare la propria legittimità, per elevare un proprio pantheon, con i suoi maggiori. Dunque, l’arte in senso ampio può esser letta come proiezione del potere, forzando un po’, gli stili come variazioni delle élites al comando.

Questo potere, tanto pervasivo, come si è doverosamente analizzato, è tanto sfuggente, impercettibile. Forse per la prima volta nella storia, non ha interesse, al momento, a produrre estetica. Non si vuol trasmettere o eternamente o celebrare attraverso le arti. Forse non ne sente il bisogno.

Certo, ciò è anche l’esito dello scollamento, sempre più pronunciato, tra residuati delle masse ed stringatissime élites, che sembrano disinteressarsi dal giustificare o legittimare il proprio operato o a darne conto. O meglio ancora: tale e tanta è la profondità del potere acquisito che non necessitano più di legittimazione o di produzione culturale sovrastrutturale.

Non ci saranno canti, croniche, statue, obelischi, ritratti a narrare le gesta dei capi di oggi. Esercitato il potere si chiameranno fuori, senza lasciar segno apparente del proprio del proprio passo. Non vogliono lasciare traccia. Non devono. Non gli serve più. Hanno già ottenuto tutto.

Conclusioni

Lungi dal credere che questi fenomeni siano reversibili, lungi dal credere che ci sia mai stata un’età franca senza lo Stato e prima dello Stato oppure senza catene di qualche tipo, e soprattutto stanti le condizioni geopolitiche alla base di una prolungata scarsità, è molto difficile presupporre che ci siano prospettive differenti, per lo meno nel breve periodo.

È vero, inoltre, che le stesse forme in cui si è tentato di definire il potere e i meccanismi di controllo, vecchi e nuovi, sono figlie, seppur spurie, sebbene per vie traverse, dello Stato stesso. In un certo senso, ne sono viziate alla radice. Sono un sottoprodotto dei sistemi educativi e scolastici, delle letture, delle narrazioni, delle fonti che rendono conoscibile e trasmettono, affinché sia introiettata, questa forma di potere. E così lo Stato impedisce che le idee costruiscano un’alternativa.

Eppure, l’individuo ha risorse interiori che non crede di detenere. Ai periodi più cupi di cieca castrazione delle libertà, ne sono seguiti altri e nuovi di libertà; altre masse in altri tempi bui sono state sradicate e gettate nella lava. Non si può chiedere allo Stato di non essere Stato, che si è definito, con sforzo immane di onestà, come una forma vincente o come una forma ostile ma ancora necessaria. È all’individuo che compete uno scatto d’orgoglio e di vitalità, acché queste lettere non siano vane.

© Riproduzione riservata

aggiornato 13/03/2023 ore 23:10

Bibliografia

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E. CANETTI, Massa e Potere, Collana gli Adelphi n. 474, Adelphi, Milano, I ed. 2015.


Nota dell’autore

Grazie. Grazie per aver dedicato tempo a questa non agevole lettura, che però ho sentito di dover scrivere. Ho covato queste riflessioni, con dolore, le ho messe in bella forma solo dopo lunga meditazione. Sono contento perché ho scritto qualcosa. Ho aggiunto qualcosa. Sono convinto di aver smosso qualcosa. Come fu detto, «la mia libertà equivale alla mia vita». Non vi è dubbio alcuno.

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