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Il poeta dell’Amore

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«I vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie del desiderio della vita per sé stessa.
Vengono attraverso di voi, ma non da voi,
E anche se sono con te, non ti appartengono»

Il poeta dell’Amore Kahlil Gibran non ha certamente bisogno di grandi presentazioni. È, senza orma di dubbio, lo scrittore libanese più conosciuto di sempre, ma pochi sanno che Gibran emerse come pittore originariamente. Ed è proprio dai suoi quadri che lo spettatore comprende subito che si tratta di un artista di fede cristiana, precisamente appartenente al culto maronita. Il nudo la fa da padrone e il numero 3, simbolo della Trinità, è molto ricorrente.

Abbiamo avuto modo di visitare il museo dedicato allo scrittore, nella sua città natale, Bsharreh. In origine una grotta per i monaci che cercavano rifugio, l’eremo di Mar Sarkis (San Sergio), divenne la tomba di Gibran, e fu poi trasformato nel suo museo. Alla fine del XVII secolo, i monaci carmelitani che vivevano nella valle di Qadisha, la valle sacra, iniziarono la costruzione di un nuovo monastero, che fu completato nel 1862. Nel 1926, mentre si trovava a New York, Gibran decise di acquistare il monastero per la sua pensione e l’eremo come luogo di riposo finale. Così, il 22 agosto 1931, il corpo senza vita dello scrittore ritorna in patria ricongiungendosi alla sua terra natale, scontandogli un’“illacrimata sepoltura” di foscoliana memoria.

Un fatto alquanto curioso: secondo il culto maronita, il 22 di ogni mese, Saint Charbel, adorato da tutte le comunità religiose del paese, compie un miracolo! Il poeta nazionale ritorna definitivamente e riposa fra la sua gente e fra i cedri.

Esiste un connubio intrinseco fra l’artista e la forte natura spirituale della sua terra: gli abitanti dei villaggi cristiani maroniti come quello di Bsharre, circondati da secoli da membri delle religioni musulmana e drusa, svilupparono una filosofia di vita mistica. Le sue opere furono influenzate da leggende e storie bibliche tramandate nella regione panoramica vicino agli antichi Cedri del Libano.

I versi iniziali, che compongono la poesia “I vostri figli”, fanno parte del libro più tradotto e apprezzato di Gibran, “Il Profeta”. Proviamo a pensare alla portata rivoluzionaria di una tale affermazione: i figli non sono dei genitori, sono creature a sé stanti, con proprie idee, sogni e aspirazioni. Stupendo il finale della poesia dove padre e figli vengono paragonati ad arco e frecce: “Voi siete gli archi dai quali i vostri figli, come frecce viventi, sono scoccati”.


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