Cosa insegna la transizione di Saïed – Geopolitica.info 02.07.2022

Protesta contro le decisioni di Kaïs Saïed dell'agosto scorso a Tunisi (Unsplash).

Condividi articolo:

SEGUICI SU TELEGRAM:

Si avvicina la data del 25 luglio: un anno dalla prima sospensione del Parlamento. L’inizio brusco della lunga “eccezione” di Saïed, sostenuta dal popolo, che i partiti non riescono a frenare. La transizione interroga sugli effetti delle Primavere arabe e offre un caso di riforme e, forse, di governabilità, di cui tener conto in un Mediterraneo ancora caotico. Nel frattempo, l’unica vera opposizione è rappresentata dal sindacato UGTT e il FMI ha giudicato positivamente il piano di riforme della premier Bouden.

Strappo dopo strappo

Allontanando 57 giudici accusati di corruzione e di aver ostacolato le indagini sul terrorismo, grave piaga della Tunisia nel decennio scorso, il Presidente Kaïs Saïed aggredisce uno dei gangli del potere, restio a riformarsi e ostaggio della partitocrazia. È ben nota, infatti, l’infornata di giudici a opera del partito d’ispirazione islamica Ennahda negli anni del consenso. Prima di procedere così e, come ha ricordato anche nel discorso alla nazione in cui ha motivato la decisione, Saïed aveva chiesto più volte alla magistratura di “purificarsi”, rimuovendo autonomamente gli elementi compromessi o devianti. Così non è stato e Saïed ha agito, ancora una volta in modo deciso sebbene irrituale. Come sempre avvenuto dal 25 luglio 2021, l’inizio di questa lunga eccezione, ad oggi, la popolazione mostra di condividerne l’operato.

Una modificazione profonda del sistema politico tunisino

Questo stato di eccezione è destinato a produrre delle conseguenze e delle modificazioni di lungo periodo sul sistema. Parlare di “uomo solo al comando” come fa certa stampa italiana non risponde a verità. Certo è che si sta formando un sistema di potere dove il Presidente è più incisivo ed entrante, un sistema più incentrato sul Presidente ma questo è dovuto anche e soprattutto alla particolarità di Saïed e il suo carisma.

L’attuale Presidente gode di un inscalfibile prestigio personale, confermato anche dall’ultimo sondaggio della Emrhod Consulting (al momento raccoglierebbe oltre il 70% in caso di corsa alle presidenziali, fonte ANSA). Ciò è dovuto anche al suo passato di costituzionalista, quando ha contribuito a redigere la nuova Costituzione del 2014, un ruolo che gli è valso la larga vittoria alle scorse elezioni. Nella società civile il consenso rimane alto e trasversale; basti citare il Movimento 25 luglio che sostiene l’eccezione di Saïed. In più, a suo vantaggio gioca la profonda crisi dei partiti politici. Troppi, inconcludenti, lenti e, soprattutto, ostaggio di influenze estere.

Di contro, Saïed non ha mai avuto un partito ed è sempre stato un indipendente; il che lo rende civico, ma anche “populista”, adattando questo termine passepartout, che in Europa sottintende a tutto e al suo contrario, al caso tunisino. Saïed, tutto antipartitico ma non antipolitico, è comunque un “populista” sui generis; basti pensare ai suoi – importantissimi – discorsi nei quali parla e annuncia, da solo, senza la massa. Non ricorre ad altro canale di comunicazione fuorché quelli ufficiali, incontrovertibili, senza repliche, senza pubblico. Una comunicazione diretta con il popolo ma anche sintetica e molto distaccata, con il medium che ulteriormente divarica la distanza.

La profonda (insuperabile?) crisi dei partiti

La riprova dell’inconcludenza dei partiti sta tutta nell’incapacità di opporsi politicamente alla transizione di Saïed. Il partito Ennahda, giunto pesantemente dissanguato – e spaccato – ai 41 anni di attività, è guidato dall’anziano Rached Ghannouchi e cerca di ritagliarsi uno spazio politico come prima forza di opposizione, fino ad oggi senza particolare successo. Ennahda ha già annunciato di boicottare il referendum e le elezioni parlamentari ma vive un’inarrestabile emorragia di voti, figlia di una deludente esperienza di governo e parlamentare. La vicinanza alla Turchia, apparsa sempre più evidente in questi ultimi tempi, non sta giovando.

Il neonato Fronte di Salvezza Nazionale, che raccoglie diversi partiti, tra cui anche Ennahda, è guidato anch’esso da un leader anziano e delegittimato, Ahmed Nejib Chebbi e non sembra scaldare i cuori degli elettori. Anche insieme, i partiti non sono riusciti a portare in piazza che poche migliaia di persone ultimamente. Non possono nemmeno prospettare un’alternativa credibile e rimangono sostanzialmente passivi e senza voce in capitolo, da quasi un anno. Per la popolazione non pare essere un problema.

Il sindacato UGTT

L’unico attore ancora veramente decisivo è il sindacato UGTT. Il sindacato, che vanta oltre un milione di iscritti, si è mosso con cautela e circospezione in quest’anno eccezionale. Non ha mai attaccato, non ha mai appoggiato, non si è schiacciato sulle posizioni presidenziali né su quelle degli oppositori. Tenendo il punto sull’importanza di un processo di riforma partecipato, ha rifiutato di prendere parte al dialogo nazionale e ha mostrato i muscoli con lo sciopero del settore pubblico del 16 giugno che ha coinvolto ben tre milioni di lavoratori.

In una conferenza stampa, il Segretario Generale Noureddine Tabboubi ha riconosciuto la necessità di una riforma viste le storture della Costituzione del 2014 per chiarire meglio i rapporti tra Presidente della Repubblica e Presidente del Consiglio e ha presentato un documento che raccoglie le proposte, figlie di un percorso di ascolto con la società civile, per una nuova costituzione che, secondo Tabboubi, “non è una mera enunciazione giuridica ma deve tener conto delle specificità della società”.

Non è da escludere che Saïed veda di buon occhio la presenza di un contraltare legittimato come il sindacato UGTT, che garantisce una rappresentanza vera. In qualunque nuovo processo politico, come è stato in passato, fin dagli anni della lotta per l’indipendenza, il sindacato reclama e difende un ruolo.

Il ruolo dell’Islam

Un’ulteriore conferma che quella iniziata un anno fa è una stagione di profondo cambiamento per la Tunisia è data dalla proposta di non avere più in Costituzione l’Islam. Il giurista Sadek Belaid, coordinatore della Commissione consultiva nazionale per l’elaborazione della Costituzione per una “nuova Repubblica”, aveva detto alla stampa francese di aver intenzione di presentare al Presidente una bozza della carta, da rendere pubblica il 30 giugno e da sottoporre poi a referendum popolare il 25 luglio prossimo, che non menziona l’Islam. La bozza è stata consegnata il 20 giugno. Per Belaid ciò rappresenta, innanzitutto, un colpo ai partiti islamici e, soprattutto, al già citato Ennahda.

“L’80% dei tunisini è contrario all’estremismo e all’uso della religione per scopi politici. Questo è esattamente ciò che faremo semplicemente cancellando l’articolo 1 nella sua forma attuale”, ha dichiarato Belaid ad Afp. “C’è la possibilità che cancelleremo l’articolo 1 nella sua versione attuale. Possiamo fare a meno di menzionare alcuna religione. Ennahda e altri partiti sono gli scagnozzi di diverse forze o potenze straniere o stati o mini-stati che hanno molti soldi che vogliono spendere come vogliono e che usano per intervenire negli affari del paese. Questo è tradimento”.

La Tunisia ha una lunga tradizione laica ma con questa modifica sarebbe il primo paese arabo a non avere più l’Islam come religione di stato.

Il caso tunisino e la complessità globale

Ogni analisi sul potere di Saïed dev’essere parametrata alla torsione in senso presidenziale che molte democrazie, quand’anche consolidate, stanno sperimentando negli ultimi decenni; alcune hanno anticipato questo processo anticipandolo con le riforme, mentre altre si trovano a rincorrere il corso degli eventi, come dall’altra parte del Canale di Sicilia con il premierato di Mario Draghi. È un processo irrinunciabile talvolta, oggi da inserire nel contesto di eccezionalità continua dettata dalla pandemia e dalla guerra. Leggere la transizione di Saied senza la dimensione della guerra, infatti, sarebbe parziale. Perché ogni sommovimento è prodotto da faglie globali.

Al pari del Marocco, pienamente incanalato sulla via del Patto di Abramo, la Tunisia di Saïed e della premier Bouden ha compiuto una chiara scelta di campo, come dimostra la partecipazione agli incontri del blocco occidentale, a partire dal vertice NATO di Ramstein; una scelta che internamente ha incontrato ostilità, vista la storica vicinanza della Tunisia – e del Presidente stesso – alla causa palestinese. Mentre la Tunisia si avvicina alla NATO nella sua versione estensiva di Ramstein, l’Algeria, con cui ci sono storici rapporti d’amicizia, si apre alla presenza economica della Cina con l’accordo da 7 miliardi di dollari finalizzato alla produzione di fertilizzanti e anche per il gas.

Laboratorio Tunisia

La transizione di Saïed può essere interpretata come eccessiva, come antidemocratica, da larga parte del popolo tunisino è accolta, più o meno passivamente, come necessaria, talvolta financo liberatoria, sicuramente dev’essere studiata. La correzione o reazione, per i più critici, in fondo, interroga sugli effetti e i reali benefici delle Primavere arabe, salutate con eccessivo entusiasmo, dato che la Tunisia, più che caso di successo della democrazia nel mondo arabo è stata terreno di penetrazione del terrorismo. E qui il quesito se quella di Saïed sia un’interruzione nel processo verso un’idea di democrazia, un ripiegamento – la storia è sempre una sinusoide – oppure un nuovo capitolo.

Sicuramente, il 25 luglio 2021 segna una discontinuità netta con quella stagione, di cui lo stesso Saïed fu protagonista, ma i principi di fondo come la partecipazione popolare e l’uguaglianza, che rimane il vero problema del paese, finiti nell’oblio dopo il 2011, rimangono alla base del progetto politico del Presidente, ripuliti dalle incrostazioni del parlamentarismo.

Il motto delle consultazioni elettroniche andate in scena nei mesi scorsi, anch’esse un unicum nella storia tunisina (la partecipazione si è attestata sulle 500mila persone), ben riassume il pensiero di Saïed: “la tua opinione, la nostra decisione”. Il percorso verso un sistema presidenziale legittimato dal popolo, seppur da una frazione minoritaria – la disaffezione affligge tutte le democrazie –, controbilanciato da ben regolati strumenti di partecipazione diretta, esaltando le comunità locali, chiamate a gestire problemi concreti, è un tentativo di governabilità di cui tener conto in un Mediterraneo ancora alla ricerca di una bussola. E, tutto sommato, pure il Fmi sembra disposto a concedere un prestito di ben 4 miliardi.

Pubblicato da Geopolitica.info nella newsletter Mezzaluna del 2 luglio 2022.

Tunisia - Lorenzo Somigli - Geopolitica.info 02.07.2022

Cerca un nuovo articolo

Resta sempre aggiornato

Scopri Il Tazebao

Ho letto la Privacy Policy

Il Tazebao

Scopri altri articoli