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Contro ogni censura: Il Tazebao ha visto Il testimone

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Sì, abbiamo visto il film proibito: la recensione de Il testimone («Свидетель»), scritto da Sergej Volkov e diretto da David Dadunašvili, per Il Tazebao.

Il Tazebao – Dopo mesi di censura ufficiale, tra presentazioni annullate e sale ritirate, ingerenze negli affari interni dell’Italia da parte dell’ambasciatore ucraino e una spietata campagna denigratoria a reti unificate, chi scrive è finalmente riuscito a prendere visione del film Il testimone («Свидетель»), scritto da Sergej Volkov e diretto da David Dadunašvili e uscito l’anno scorso nelle sale russe e bielorusse.

È la storia di un anziano e famoso violinista ebreo belga, Daniel Cohen, che viene invitato a Kiev a suonare a una serata di gala di personaggi importanti. È la sera prima dell’inizio dell’operazione militare speciale russa, infatti la mattina viene svegliato dai primi bombardamenti. Lui capisce subito l’atmosfera, ma la sua manager Brigitte inizialmente sminuisce la situazione, poi però convengono di dover presto trovare un modo per tornare in Belgio. L’ambasciata, tuttavia, è stata spostata da Kiev a Leopoli, quindi dovrebbero prendere un treno insieme ai profughi, ma le difficoltà logistiche e i rischi del caso, che si manifestano tutti, fa sì che venga loro consigliato di restare in albergo. Inutilmente, poiché si avventurano quasi subito sulla via della fuga, per paradosso su spinta della manager che in un primo momento tentò di frenare il signor Cohen.

Il consiglio originò dal fatto che tutta l’Ucraina si è nel frattempo riempita di bande armate corrotte ed estremamente violente, più o meno legate all’esercito: queste rapiscono tutti e due, e la sua manager, che continua a manifestare irritazione e supponenza, viene portata al piano di sopra, stuprata e uccisa. Cohen viene poi liberato da un commando delle forze speciali, che lo fanno arrivare alla stazione. Il treno viene fermato appena partito da dei miliziani, che fanno scendere tutti, ed egli si rifugia con alcuni in mezzo ai boschi vicini alla ferrovia. Vengono però scoperti e ne nasce una colluttazione in cui altri miliziani, sbucati dai boschi retrostanti, li uccidono, ma lui riesce a scappare, finché viene intercettato da due soldati e portati al quartier generale dal colonnello. Quest’ultimo era presente alla serata di gala, e infatti lo riconosce.

Gli ordina quindi di suonare per le truppe nel refettorio, ed è lì che prende definitivamente coscienza del fatto che questi soldati, arruolati nel Battaglione Azov, sono dei neonazisti.

A un certo punto, dato che lui ha suonato con la consueta maestria, viene “premiato” con l’offerta di una serie di donne fatte prigioniere, e qui ne riconosce una che aveva visto poco prima, sempre nella sala, che era venuta a riprendersi il bambino che voleva assistere all’esibizione ed era stato trattato male dal colonnello perché russofono: entrambi sono infatti originari di Avdeevka, nella Repubblica Popolare di Donetsk. Poiché il film è uscito nel 2023, la madre si riferisce ancora alla città come appartenente alla “parte ucraina del Donbass”.

Questa donna, quindi, ospita il violinista nella sua casa nel villaggio (fittizio) di Semidveri, nei pressi di Kramatorsk, ed egli allaccia un rapporto di amicizia sia con lei che col bambino, coetaneo del figlio che ha egli stesso in Belgio. Pochi giorni dopo, la popolazione di Semidveri viene fatta evacuare perché i russi stanno avanzando e viene ammassata dai soldati ucraini in una stazione con la promessa di una salvezza che non arriverà mai: un missile colpisce la stazione e uccide tutti i presenti, tranne Cohen che era uscito per vedere cosa stesse succedendo, non capendo per quale motivo gli ucraini si stessero improvvisamente dando alla fuga. È un’allegoria del bombardamento della stazione di Kramatorsk, che gli ucraini addossarono ai russi nell’ottica di screditarli dinanzi alla comunità internazionale.

La scena finale, che non verrà descritta per non rovinare la curiosità del film, si conclude con l’inquadratura dell’orsacchiotto che aveva il bambino a Semidveri e che è uguale identico a quello del figlio di Cohen, che gli ha mostrato in videochiamata all’inizio del film.

In conclusione, se la totalizzante e pervasiva macchina del fango azionata contro questo film può far pensare a un’operazione propagandistica e caricaturale contro l’Ucraina e il suo popolo, Il testimone racconta i primi eventi dell’operazione speciale in modo lucido e obiettivo, senza darsi a generalizzazioni o clichés, facendo ben capire la metamorfosi dell’Ucraina e della percezione occidentale dei fatti dalla prima all’ultima scena con la giusta dose di pathos. Ancor meno esso può essere accusato di “incitare al genocidio del popolo ucraino” (!), come asserito dal sindaco Dario Nardella a giustificazione del suo diniego per la proiezione al Teatro dell’Affratellamento. La visione è dunque assolutamente consigliata.

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