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Interviste

“Non godrò più di questa bellezza…” Il ricordo intimo, umano e artistico del Maestro Franco Zeffirelli a cura del figlio Pippo

Pippo Zeffirelli: “Il Maestro, lucido e fervido fino alla fine. Il cinema? Cambiato radicalmente negli ultimi anni”

Il Maestro Franco Zeffirelli si è spento il 15 giugno 2019. Un lutto enorme per la città di Firenze e per tutto il mondo dell’Arte, orfano di uno dei protagonisti del Novecento. La pandemia e le restrizioni hanno bloccato, inoltre, come tutto il mondo della cultura, la Fondazione Zeffirelli, da anni attiva nei locali dell’ex Tribunale di Piazza San Firenze e impegnata nella tutela e nella promozione dello sconfinato patrimonio artistico del Maestro. La collezione ospita oltre 250 opere di Zeffirelli tra cui bozzetti di scena, disegni e figurini di costumi e ricostruisce un percorso artistico unico attraverso teatro di prosa, l’Opera in musica e il Cinema.

Per onorarne la memoria ma anche per offrire uno sguardo privilegiato sul mondo della cultura, oggi più che mai chiamato a ripensarsi, e del cinema, accogliamo Pippo Corsi Zeffirelli, figlio adottivo del Maestro e Presidente della Fondazione Zeffirelli.

“Nonostante i problemi fisici era rimasta la sua grande mente, sempre fervida e produttiva, è stato vigile e attento, creando e lavorando fino all’ultimo. La sua perdita è stata straziante! È difficile, quasi impossibile, pensare che non sia più tra di noi. La sua presenza era preziosa sia per tutti quelli che gli volevano bene che per tutto il mondo delle arti visive.

Zeffirelli è stato un creatore di grandi spettacoli e ha divulgato immagini di grande eleganza e armonia. Apprezzato per il suo lavoro a livello internazionale. Ha diffuso quelle che sono le nostre grandi tradizioni culturali italiane”.

Zeffirelli ha saputo trasferire il classico nella modernità e ha saputo anche, sulla scorta delle modificazioni profonde in seno alla Chiesa, rinnovare il messaggio della Fede, rendendolo ancora più universale. Oggi, alla luce di un Pontificato innovativo come quello di Francesco, si veda solo il viaggio in Iraq, i suoi film sono attuali come non mai.

“Zeffirelli è sempre stato un uomo di fede ma, come tutti noi, con molte contraddizioni. Credeva e ha applicato nella vita gli insegnamenti del cristianesimo. È stato un artista capriccioso, ma umanamente è sempre stato umile e con tutti generoso.

I suoi film “Fratello Sole, Sorella Luna” e “Gesù di Nazareth” hanno ricevuto moltissimi elogi anche da parte degli ambienti cattolici. In una lettera, facendo riferimento al film del “Gesù”, gli scrissero che aveva fatto più lui con quel film che il Vaticano stesso”.

Il primato del digitale ha invaso anche il campo del cinema. Le preferenze, le modalità, i tempi, le modalità di fruizione, il pubblico stesso sono cambiati. Lo dimostra una volta di più l’affermazione di Netflix, scombina tutto ciò che era cinema per noi.

“Negli ultimi vent’anni il cinema ha avuto una radicale trasformazione. Il cinema d’autore è praticamente scomparso. Il nostro cinema non esiste più perché abbiamo perso quella cultura da cui nasceva: dai grandi romanzi classici e dai grandi scrittori. I risultato di quella temperie culturale sono film che a distanza di molti anni si rivedono con lo stesso ardore e passione della prima volta e che non stancheranno mai.

Il cinema di oggi è stimolato dai grandi effetti speciali – spettacolari si! – ma spesso vuoti di contenuto, privi di umanità. Che messaggio lasciano nella nostra psiche? Che riflessioni stimolano in noi?

Proprio per questo penso che il cinema di oggi, a differenza di quello del passato, non lascerà grandi tracce. Per tornare al lavoro del Maestro ripenso al film “Callas Forever”, un bel film ben confezionato, ben recitato, con attori di primo calibro, ma non più in linea con i gusti del pubblico.

Sono fiducioso però: nella cultura i cicli di alto e basso ci sono sempre stati. Ci sarà un nuovo Rinascimento: del resto, le cose belle, per la maggior parte, proliferano nei momenti più bui della nostra storia”.

Nonostante le chiusure la Fondazione ha continuato a mantenere attivo e fruibile il patrimonio artistico di Zeffirelli. Ultimo evento, molto pregevole, quello dedicato a Dante in occasione del Dantedì.

“Non ci fermeremo a quello. Proseguiremo con altre iniziative nel segno di Zeffirelli: Shakespeare, Pirandello, gli autori e le opere con cui si è confrontato il genio di Zeffirelli.

Nonostante la chiusura, obbligata dalla pandemia, il nostro lavoro non è fermato e non si ferma. C’è tanto rammarico perché ci è saltata la pronazione anche internazionale. In compenso stiamo progettando una mostra in Oman per dicembre e ci facciamo un augurio di poter riprender presto le nostre attività”.

Il Maestro si è spento a 96 anni. Un suo ultimo ricordo?

“Me lo ricordo nel nostro giardino della casa di Roma dove trascorreva parecchie ore della sua giornata, amava i suoi cani e curava personalmente i fiori. Ultimamente, in un tiepido pomeriggio del mese di maggio, mi disse: guardati intorno, ammira tutta questa meraviglia, io, a breve, non avrò più la possibilità di godere di tutta questa bellezza”.


Ringraziamo sentitamente Pippo Zeffirelli per averci concesso questa intervista e speriamo quanto prima di poter tornare ad ammirare i frutti del genio del Maestro presso la Fondazione di Piazza San Firenze.

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“Comment va la planète mer?” Uno sguardo sul mare nostrum con Sébastien Abis (Club Déméter)

Sébastien Abis: “La Francia ha una vocazione e un’ambizione marittima. Il Ministero del Mare…”

Dice di interessarsi alla geopolitica del mare perché figlio del Mediterraneo, il mare più geopolitico di tutti. E come potrebbe essere altrimenti visto che è per metà francese e per metà italiano, per la precisione sardo: regioni, terre, popoli, sapori essenzialmente mediterranei, centri di un mare per sua natura policentrico. Sébastien Abis è direttore del Club Démeter e ricercatore associato dell’Istituto di Relazioni Internazionali e Strategiche (IRIS), oltre a scrivere per l’Opinion [1]. Nell’ottobre scorso è uscito “Géopolitique de l’agriculture: 40 fiches illustrées pour comprendre le monde” al quale anche lui ha contribuito. I suoi interessi di ricerca sul Mediterraneo permettono di cogliere appieno la complessità geopolitica del “grand bleu”, che chiama in causa i temi dell’energia [2], della stabilità, delle infrastrutture di ogni tipo. Nella sua intervista al programma “Alors, on pense!” condotta da Patrice Romedenne su France Info Abis ha trattato, con competenza e precisione, di questo e altri temi legati alla “marittimizzazione”. Proprio per questo il Tazebao è lieto e onorato di ospitare tradotte alcune delle sue riflessioni.

Lei è direttore del Club Déméter e ricercatore associato presso l’Istituto di Relazioni Internazionali e Strategiche. Può raccontarci qualcosa in più del Club?

“Il club Déméter riunisce aziende del settore agroalimentare, collabora con attori istituzionali e accademici. Stiamo lavorando sui grandi temi della sicurezza alimentare, tra cui, in particolare, una nuova questione: la “marittimizzazione” della sicurezza alimentare. A livello personale, come interessi di ricerca, guardo alle interazioni terra-mare e mi interessa la geopolitica del mare in generale”.

Il mare ha un peso rilevante nell’economia francese

“Per riprendere il titolo del programma mi piace parlare di “pianeta mare” invece che di “pianeta Terra”. Ed è bene dirlo perché la Francia è una grande potenza marittima sebbene abbia avuto un approccio, geopolitico e non solo, prettamente continentale. È bene ricordare che il 4% del PIL francese deriva dall’economia marittima. Siamo abituati a pensare al mare come a un luogo di riposo, al pari della campagna. Non ci rendiamo conto di quante attività economiche e industriali siano ad esso correlate. In verità il mare prevede porti e quindi un’interfaccia dinamica terra-mare. Porti questi che danno alla Francia un’apertura al mondo esterno e, allo stesso tempo, la possibilità di importare risorse necessarie per le città. Dobbiamo “marittimizzare” di più la nostra coscienza perché la Francia che è una grande potenza marittima e perché il nostro rapporto con il mare non può essere solo quello delle vacanze o quello dell’ecologia”.

Per molto tempo abbiamo avuto un Ministero dell’Agricoltura e del Mare. Oggi abbiamo un vero e proprio Ministero del Mare. È un buon segnale?

“Penso che dovremmo considerare questo segnale come la continuazione di un dibattito sul mare che si è intensificato negli ultimi anni in Francia. Il Presidente della Repubblica nel 2019 alle “Assizes de la Mer” tenne un discorso illuminante sostenendo che il XXI secolo sarà un secolo marittimo. Fu un discorso strategico, centrato sulla Francia, ma è stato accolto favorevolmente da molti paesi del mondo. Oggi esiste un certo numero di potenze che stanno “marittimizzando” la loro politica estera, la loro politica di sovranità. Anche la Francia si è informata a questa logica. Quindi, il ritorno del Ministero del Mare durante l’ultimo rimpasto ministeriale del luglio 2020, dopo 30 anni di assenza, deve essere visto anche come il desiderio di avere un ministero che si dedichi al mare in modo completo e trasversale. Questo ministero, in un certo senso, visto che molte tematiche sono condivise con quelle di altri ministeri, è condiviso, è co-costruito. Il fatto che questo Ministero sia riemerso lo si deve anche alla sua capacità di essere trasversale, di favorire la concertazione”.

Quindi non si occuperà solo di pesca…

“Prima avevamo una serie di soggetti che si occupavano del mare, pur appartenendo ai ministeri più disparati. Il ritorno di un Ministero per il Mare, che sarà trasversale come dicevamo, è un chiaro segnale per l’opinione pubblica francese. Il mare viene riconosciuto come un soggetto a sé. Il mare è per sua natura immenso e chiama in causa una lunga serie di temi: ambiente, scienza, geopolitica, sicurezza, digitale che un Ministero come questo dovrà saper considerare singolarmente e nelle varie connessioni. Un Ministero del Mare dovrà esserci sempre, al di là di chi governa il nostro paese, ben oltre l’orizzonte di questa legislatura: la Francia ha una vocazione e un’ambizione marittima. Il compito di questo Ministero sarà quello di riunire e federare i vari attori che operano nel mare con focus sulle professioni legate al mare, sulla loro attrattività ma anche sulla pianificazione territoriale e costiera. In questo ci sarà spazio anche per le tematiche legate alla pesca, all’acquacoltura, in tempi di Brexit è importante visto che molta della pesca francese veniva praticata in acque britanniche. Dobbiamo iniziare a ragionare con un’ottica differente intorno al mare”.

Abbiamo sviscerato diversi temi: acquacoltura, algocultura, turbine eoliche… Vuoi aggiungere altro?

“Sì, solo per riprendere un punto già affrontato, perché è un argomento che mi è caro. La Francia riflette oggi sul problema della sovranità alimentare ma spesso non considera che parte del cibo viene proprio dal mare. Giusto considerare i prodotti della terra ma i francesi consumano pesce!”

E forse un domani anche le alghe…

“È stato detto l’80% delle proteine derivanti dai frutti di mare consumati in Francia sono importate. Una delle possibili leve per rafforzare la nostra sovranità alimentare ruota intorno al pesce, nel produrre più frutti di mare “made in France”. A maggior ragione oggi che chiediamo prodotti tracciati e a filiera corta. Questo sì che è un modo concreto per aumentare la nostra sovranità alimentare. L’economia “blu” non è sempre considerata nella sua dimensione strategica. Non siamo soliti pensare all’economia blu ovvero frutto della pesca o dell’acquacoltura come propedeutica alla sicurezza alimentare. Dobbiamo fare di più per comprendere queste combinazioni cercando di far sì che gli attori della terra siano consapevoli di avere, sempre, un piede nel mare”.

L’intervista è disponibile integralmente qui: https://www.francetvinfo.fr/replay-magazine/franceinfo/alors-on-pense/alors-on-pense-du-mercredi-7-avril-2021_4363317.html

 

Ringraziamo sentitamente Sébastien Abis per aver condiviso con noi la sua intervista permettendoci di comprendere ancor meglio le dinamiche relative al mare.

  1. Segnaliamo tra i vari articoli pubblicati da Abis il seguente: “La sécurité alimentaire mondiale passe aussi par la mer”, del 31/03/2021.
  2. Per approfondire sul tema dell’energia rimandiamo al policy paper da noi tradotto e pubblicato: “Energia & Nord Africa, Il policy paper di Massimo Nicolazzi per NATO Foundation Defense College”.

Sulla Francia abbiamo scritto anche

“Tornare indietro per andare avanti”. Suggestioni sulle memorie del futuro di Emmanuel Macron. Une longue lecture – Il Tazebao

Vive l’Empereur, vive la France! – Il Tazebao


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Mundus furiosus

La città e l’acqua: il caso di Milano e il progetto “Rinavigli”

“Rinavigli” è un progetto di studio, documentazione, analisi di quella che è stata una delle infrastrutture più importanti per Milano: i Navigli. E a questo seguono proposte per una nuova valorizzazione…

Milano, una città d’acqua. Milano nasce in una zona dove convergono diversi fiumi e torrenti: Lambro, Olona, Seveso per citarne alcuni. E il rapporto con l’acqua si sviluppa contestualmente fin dalla fondazione – c’è ancora molto dibattito tra gli studiosi sull’origine del nome celtico che potrebbe significare o in mezzo alla pianura o in mezzo alle acque – e quindi in epoca romana, dove iniziano a fiorire i traffici commerciali grazie alle prime opere di canalizzazione.

All’epoca romana risale anche il porto fluviale, oggi scomparso ma di cui rimangono ampie tracce archeologiche, che permetteva la comunicazione con gli altri fiumi, con i laghi, con il Po e quindi con l’Adriatico. Mediolanum divenne così sempre più centrale nell’Impero e lo testimoniano prima l’elezione a Municipium e quindi la scelta come capitale durante la Tetrarchia.

I corsi d’acqua che interessano la città sono stati disciplinati nel corso dei secoli arrivando, anche grazie alle svariate conche, sviluppate fin dalla prima metà del Quattrocento, ad un complesso reticolo che permetteva la navigazione dentro la città e con la provincia ma anche l’irrigazione dei campi e di conseguenza il controllo di esondazioni e piene, problemi tornati oggi di drammatica attualità. E di non semplice soluzione.

E qui si arriva ad un periodo storico fondamentale per la città di Milano: l’industrializzazione che la consegna alla modernità rendendola non solo la capitale del Nord ma la capitale del lavoro. La rete dei Navigli è prima fondamentale per lo sviluppo, per il trasporto di merci ma alla lunga viene soppiantata dal trasporto su strada che prende il sopravvento.

“Rinavigli”: riattivare il rapporto tra la città e l’acqua

Prima nell’Ottocento, poi con più intensità negli anni Trenta e quindi con il secondo Dopoguerra, i Navigli e tutte le opere ad essi correlate cominciano a scomparire per far posto a piazze, strade, incroci trafficati. Milano perde uno dei suoi connotati distintivi.

Per cercare di riscoprire, conoscere la ricca storia dei Navigli un gruppo di giovani ha creato il progetto “Rinavigli”. Una preziosa opera di documentazione fotografica e storica che fa comprendere quanto la città sia evoluta cancellando, purtroppo, alcuni luoghi simbolici.

L’acqua si sotterra

Il caso, forse più noto, è quello della Cerchia dei Navigli, che costituiva il fossato interno allagabile della cinta muraria medievale (1156) e che riprendeva il preesistente fossato romano, trasformato con interventi successivi in Naviglio e interamente coperto nel 1929.

Il Naviglio della Martesana scorreva fianco a fianco alla trafficata via Melchiorre Gioia.

Tra le altre trasformazioni eclatanti si segnala che al posto del Ponte di Montebello c’è l’incrocio tra via San Marco e Montebello.

Ugualmente è scomparso il Ponte degli Olocati che serviva per scavalcare il Naviglio Vallone. La zona fu vittima di pesanti bombardamenti durante l’ultima guerra rendendola del tutto irriconoscibile rispetto a prima.

Esistevano, proprio dentro il tessuto urbano, dei laghetti artificiali come quello di San Marco (foto di copertina), interrato nel 1935, e di Santo Stefano, interrato anch’esso ma a metà dell’Ottocento, che permetteva di far approdare in città il marmo proveniente dalle cave su lago Maggiore indispensabile per la costruzione del Duomo.

Non tutto però, nello sviluppo, è stato cancellato: si veda il ponte delle Sirenette, luogo al quale i milanesi erano molto affezionati, spostato, letteralmente, nel parco Sempione.

Queste fotografie restituiscono l’immagine di una città diversa, che traeva dall’acqua una delle sue fonti di prosperità e che aveva con essa un rapporto quotidiano.

Esempi di recupero e di nuova valorizzazione

Un rapporto da recuperare. Il progetto Rinavigli non si limita a questa preziosa opera di documentazione e diffusione. Il rapporto con l’acqua viene ripensato e ridefinito in quasi tutte le città della terra. Ripensare le città – necessario dopo la pandemia più che mai, come ribadito anche a Domus Forum 2020 – passa anche, infatti, dal recuperare il rapporto tra il tessuto urbano e l’acqua. E a livello mondiale sono già molte città ad averlo fatto. Seoul con il canale Cheonggyecheon, Madrid e Dusseldorf con l’interramento delle autostrade e l’apertura di parchi fluviali, Utrech con la riapertura del Singel. Gli esempi da seguire non mancano.

Bibliografia

F. Vallerani, “Fiumi come corridoi di memorie culturali, saperi idraulici e rappresentazioni” su Semestrale di Studi e Ricerche di Geografia, XXXI, I, 2019.

A. Gnesini, “I nuovi parchi fluviali di Düsseldorf e Madrid” su Aboutplants.eu del 25/03/2015.


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Biopotere Mundus furiosus

Peri-feria. Le molte Novoli

Un reportage fotografico di Jacopo Canè in esclusiva per Il Tazebao sulle periferie fiorentine. Il primo appuntamento è su Novoli, l’area maggiormente interessata dalle trasformazioni urbane.

Più passati e più modernità. Mescolate in un presente confuso, contraddittorio, sicuramente vitale. Una miscellanea disomogenea [1] e a suo modo stimolante. Novoli è anche questo. Novoli è stata (ed è) uno dei principali centri dell’espansione urbana della città di Firenze.

Dopo anni di continui cambiamenti ha assunto un nuovo volto. Oggi vi sorge la sede del polo delle scienze sociali dell’Università, l’area ex FIAT è rinata in parco, vi è stato trasferito il Tribunale, la tramvia la collega con il centro storico.

Oltre a questi progetti completati ci sono, però, quelli rimasti fermi, che interessano Novoli e non solo. Le grandi partite strategiche come l’ampliamento della pista, lo svincolo di Peretola, l’ammodernamento del mercato ortofrutticolo della Mercafir che la città ha fallito.

Novoli oggi è l’esito di queste profonde trasformazioni [2] e contraddizioni, concepite negli anni ’80 e concretizzatesi nel 2000. Oggi la millenaria San Donato in Polverosa fronteggia la più classica fabbrica novecentesca [3], dialoga con le rovine rimaneggiate di Villa Demidoff [4], smembrata in nome della speculazione del Dopoguerra; il verde affievolisce la pesantezza del cemento.

Analizzeremo le aree cosiddette periferiche della città per cercare di tracciare un bilancio sulle trasformazioni urbane degli ultmi anni ma anche per capire meglio l’impatto della pandemia sul tessuto umano e sociale.

Perché scegliere la fotografia per raccontare la e le città

La fotografia ci offre un punto di osservazione privilegiato sullo sviluppo urbano, documentando, meglio di ogni altro mezzo, la realtà e le sue contraddizioni. Basti pensare al celebre reportage di Gabriele Basilico “Milano. Ritratti di fabbriche” (1978-1980) [5]. Uno studio sulla Milano che usciva dall’industrializzazione e che si stava preparando a diventare la capitale dei servizi. Ciminiere, camini, piazzali colti nella loro “magica sospensione luminosa” [6] disegnano la fisiognomia di una città in transizione. Con rigore ma senza melanconia.

Con “Peri-feria” inizia un reportage di approfondimento fotografico a cura di Jacopo Canè che ringraziamo. Questi alcuni dei suoi scatti che animeranno anche il profilo Instagram de Il Tazebao.


Sono Jacopo Canè e sono un fotografo pubblicitario e di reportage, scopro l’arte della fotografia fin da bambino. Nel corso degli anni ho approfondito la passione del reportage e del fotogiornalismo grazie alla professione dei miei genitori, entrambi giornalisti, coadiuvandola alla fotografia di moda (e pubblicitaria in genere) e a quella di eventi. Dopo tanta gavetta e tanti corsi di formazione, ho deciso di mettermi in proprio, volendo realizzare i progetti secondo il mio punto di vista.
Tramite la fotografia cerco di raccontare delle storie che sono invisibili ai più, raccontare tutti quei dettagli che rendono speciale un evento, un capo o la quotidianità di un luogo. I dettagli sono ciò che rendono speciale ogni storia, e in questo mondo sempre più frenetico, saperli notare è sempre più raro. Adoro raccontare le mie storie con “lentezza”, dando risalto a tutto ciò che rende speciale l’ambito che sto raccontando.

https://www.instagram.com/jacopo_cn/


Bibliografia
  1. Giorgieri P. “Firenze: il progetto urbanistico: scritti e contributi, 1975-2010” (Alinea, 2010), sez. 2, cap. “La frammentazione urbana tra riuso e nuove espansioni senza città”;
  2. Aleardi A. e Marcetti C. “Firenze verso la città moderna” (Comune di Firenze, 2006) pagg. 126-129;
  3. Informatore (Ipercoop), “Firenze operaia e industriale”, novembre 2013, pag. 13;
  4. Chelazzi G. “Il principato fiorentino dei Demidoff” (Macrì, 1998);
  5. “Milano. Ritratti di fabbriche” (SugarCo, Milano) con prefazione di Carlo Tognoli, testi di Carlo Bertelli, Marco Romano e Gabriele Basilico;
  6. Lanza A. “Calvenzi racconta Basilico” su Abitare del 04/10/2017.
Dello stesso autore

“Quando il bambino era bambino…” Prospettive e retrospettive sulla Germania di oggi e di ieri alla luce del tramonto della leadership di Merkel – Il Tazebao

Khojali, 29 anni dopo: un massacro (quasi) dimenticato – Il Tazebao


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Mundus furiosus

“Quando il bambino era bambino…” Prospettive e retrospettive sulla Germania di oggi e di ieri alla luce del tramonto della leadership di Merkel

Alla luce della complessa successione ad Angela Merkel è ancor più interessante ripercorrere le tappe della Germania nella storia recente.

“Quando il bambino era bambino” [1] passeggiava per Potsdamer Platz. Era una delle piazze più briose d’Europa. Ispirò intellettuali e artisti, come Kirchner [2] che coglierà le inquietudini di quello “stordimento di macchine”, di quel “rimescolio di gente” [3]. Lui e gli altri espressionisti si fermarono sicuramente al Cafè Josty, dove il bambino sorseggiava il suo caffè. Quel bambino è poi diventato adulto, quindi anziano, e lutto e tragedia, una dopo l’altra, non riesce più a trovare la sua Potsdamer Platz che oggi è una landa senza vita, ferita da un muro. L’anziano si chiama Homer.

“Il Cielo Sopra Berlino”, capolavoro lirico e sentimentale di Wim Wenders, è dell’1987. Il muro ancora serpeggiava per la città. In tanti si sentivano come Homer. La piazza, che negli anni ’90 sarà teatro di una rigenerazione urbana che tutt’oggi fa scuola, era ancora una ferita aperta. Nella coscienza, nella memoria dei berlinesi prima che nello spazio urbano. Lo spiega egregiamente un numero di Iperborea dedicato a Berlino dove si trova un contributo di Peter Schneider [4] incentrato sul geniale intervento di Renzo Piano, che si trovò, caso più unico che raro, a intervenire su una porzione urbana dove non rimaneva pressoché nulla. E, come sottolinea l’autore che fu tra gli ispiratori del ’68 tedesco, allora c’erano solo fantasmi, ricordi, rimossi.

Quando Angela era bambina (nasce ad Amburgo nel ’54) il muro ancora non c’era ma varcarlo non sarebbe stato un problema per il padre, il pastore luterano Horst Kasner. Di lì a poco Gunter Grass, coscienza critica della neonata democrazia tedesca, farà uscire “Il tamburo di latta” (1959), primo felice parto della sua Trilogia di Danzica, anch’essa città che porta profonde le stimmate del Secolo Breve; nel libro, un’autobiografia inconfessata, Grass libera i tormenti di una Germania che fu, convintamente, nazista.

” (…) Sopra il pianoforte il ritratto del cupo Beethoven, un regalo di Greff, fu staccato dal chiodo e al medesimo chiodo fu messo in vista un Hitler dall’espressione similmente cupa (…) Così pervenimmo al più cupo dei faccia a faccia: Hitler e il Genio erano appesi uno di fronte all’altro, si guardavano, si scrutavano e non riuscivano a trovarsi simpatici”. [5]

Quando Angela sarà adulta e politica pienamente rodata nella CDU, lei che partiva a sinistra, uscirà “Good bye, Lenin!” (2003), film che manda in soffitta, con ironia, le storture della DDR (e i cetriolini dello Spreewald). Film che non poteva che uscire allora, ben lungi dalla caduta del Muro e dalla ricostruzione, tutt’altro che lineare come raccontò proprio il premio Nobel Grass, quando le ferite si erano ricomposte.

Il ragazzo protagonista della fortunata pellicola, Alex (Daniel Brühl), divenuto adulto e oramai quarantenne, vivrà in una nuova Germania, quella modernizzata dalle riforme Schröder e rilanciata come locomotiva d’Europa sotto la guida di Angela che saprà destreggiarsi anche nelle sfide più complesse della contemporaneità.

Oggi il bambino nato nell’anno di uscita di “Good bye, Lenin!” avrà vissute sulla sua pelle le nuove contraddizioni della Germania: precariato (anche per le accennate riforme), questione ambientale, immigrazione e integrazione, alla ricerca di nuove sintesi. Si starà formando una sua opinione. Magari quando avrà la possibilità di votare, molto probabilmente per la prima volta, sarà tentato dai Verdi, la cui agenda è in linea con le sue priorità, che potranno, dopo lungo tempo, rompere l’egemonia della CDU. Del resto, proprio Angela divenne Cancelliera nel 2005 dopo la “traversata nel deserto” iniziata nel ’98 quando si formò l’ultimo governo Verdi-SPD


  1. P. Handle, “Elogio dell’Infanzia”, citato all’inizio del film di W. Wenders. La poesia recita: “Quando il bambino era bambino/camminava con le braccia ciondoloni/voleva che il ruscello fosse un fiume/il fiume un torrente/e questa pozzanghera il mare…”
  2. Il quadro di E. L. Kirchner al quale si allude è “Potsdamer Platz” del 1914.
  3. L. Pirandello, “Il fu Mattia Pascal”, IX. I sentimenti di Pirandello saranno analoghi a quelli del pittore espressionista tedesco.
  4. P. Schneider, “Il cantiere show di Potsdamer Platz”, tradotto da Eleonora di Blasio e David Albamonte (The Passenger, Iperborea, 2019).
  5. G. Grass, “Il tamburo di latta”, capitolo “La tribuna”.

Queste riflessioni sulla Germania che andrà al voto, un voto che avrà ripercussioni su tutta l’Europa, a cominciare dall’Italia, strettamente connessa ai tedeschi con i suoi apparati produttivi, nascono dopo aver seguito l’interessante webinar della Fondazione Craxi insieme alla Fondazione Konrad Adenauer di giovedì scorso. Ai relatori e agli organizzatori i più sentiti ringraziamenti de Il Tazebao.

Dello stesso autore

Il mio Marco Biagi, Gabriele Canè racconta – Il Tazebao

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Soli, ansiosi e “assuefatti al distanziamento”: come siamo dopo un anno di pandemia (iltazebao.com)


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Interviste

Tra digitale e capitali privati. Dove sta andando Poste Italiane?

“La privatizzazione di Poste è stata un (raro) caso di successo. Il sindacato come spazio di confronto tra l’Azienda e il Lavoratore. Sengi Express…”

Per rispondere a questo interrogativo abbiamo contattato il sindacalista Renzo Nardi, segretario regionale FNC UGL comunicazioni Toscana.

Come molti altri settori della nostra economia anche i servizi postali, in generale, hanno dovuto adeguarsi a quello che uno dei fenomeni più profondi del nostro tempo, la digitalizzazione.

Il sistema Poste ha retto? Proviamo a tracciare un primo bilancio

“Anche Poste deve confrontarsi con un consistente e progressivo calo dei ricavi e dei volumi nei servizi postali. Da un lato gli effetti di una crisi economica ancor più acuita dalla pandemia, dall’altro l’inevitabile processo di erosione della corrispondenza cartacea da parte di quella digitale e elettronica, che producono inevitabilmente una crescita dei costi del Servizio Universale. Poste Italiane però in questa situazione dovrebbe rilanciare il servizio, sviluppando e accelerando i processi e i servizi di innovazione, come l’e-commerce per esempio e non limitarsi a percorrere sempre la strada più semplice, quella del taglio dei posti di lavoro. In questa fase, e mi fa piacere sottolinearlo ancor di più dopo il ricordo che ieri avete pubblicato su Marco Biagi, è sempre più fondamentale il ruolo del Sindacato, che non si deve nascondere dietro posizioni ideologiche o di retroguardia, ma deve assumersi le proprie responsabilità, per aprire un confronto serio con l’azienda sulle prospettive industriali e per affrontare, anche con le istituzioni, il tema della regolamentazione del Servizio Universale. Bisogna mantenere e sviluppare quel servizio strategico, anche per il Paese, per garantire qualità e la tenuta dei livelli occupazionali”.

Poste Italiane è un caso interessante di come sapersi aprire ai capitali privati senza perdere la matrice originaria, ovverosia essere un servizio pubblico.

Perché, in questo caso, ha funzionato?

“In Italia quando parliamo di privatizzazioni inevitabilmente si pensa subito a insuccessi e sperpero di denaro. La nostra privatizzazione invece ha avuto successo, contro ogni aspettativa, grazie soprattutto al lavoro e al sacrificio dei lavoratori di Poste. Per noi è fondamentale però che Poste Italiane non sia smembrata, che resti una e una sola realtà senza spacchettanti o cessioni di rami d’azienda e che la quota maggioritaria e di controllo resti in mano allo Stato così come è ora, per garantire equilibrio e fiducia ai lavoratori e ai mercati. Il nostro successo nasce infatti dal nostro impegno su vari terreni, dalla tecnologia all’innovazione, dalla finanza moderna ai servizi sui territori per le imprese e soprattutto per le famiglie. Bisogna continuare su questa strada, cominciata oltre 150 anni fa, per garantire  con equilibrio ricchezza, servizi e soprattutto occupazione”.

Il nostro blog è liberamente ispirato alla rivoluzione culturale. Anche per Poste Italiane la Cina è più vicina…

“Poste Italiane prova a sbarcare in Cina, acquisendo una quota di controllo di Sengi Express. In Poste e nel mondo, la logistica cresce e cerca nuove rotte. Sengi Express garantisce servizi agli operatori dell’e-commerce cinese e offre una gestione completa della logistica su tutto il territorio cinese, diventando così per Poste un importante Hub su un territorio strategico e promettente. Noi stiamo monitorando e vigilando su questa operazione appena conclusa, che dovrebbe portare grossi benefici di crescita all’azienda, sia in termini economici sia, in prospettiva, in termini occupazionali e che potrebbe aprire anche per il mondo sindacale nuovi orizzonti”.

Abbiamo letto molte delle sue uscite di denuncia, tra cui sul Centro Meccanizzato Postale e la campagna vaccinale. Sicuramente i dipendenti hanno continuato, seppur con immense difficoltà, a svolgere il proprio lavoro.

Quali criticità avete riscontrato durante la gestione Coronavirus? Come dovrebbe muoversi l’azienda?

“Prima di parlare di come si dovrebbe muovere l’azienda, vorrei ricordare il sacrificio e l’abnegazione dei dipendenti postali durante la pandemia. Siamo stati sempre aperti e operativi, anche nei momenti più critici e difficili, garantendo un servizio essenziale e spesso, rimanendo l’unico punto di riferimento per la gente. L’azienda si è mossa subito, con una comprensibile impreparazione e difficoltà iniziale. Come Sindacato abbiamo cercato da subito di segnalare le criticità maggiori, con spirito costruttivo e propositivo, nei territori e negli organismi preposti. Molte nostre segnalazioni hanno avuto riscontro, altre purtroppo no o non in tempi consoni. Non bisogna abbassare la guardia ora e bisogna continuare a percorrere la strada della prevenzione e della sicurezza, possibilmente migliorando quello che ancora non sta funzionando o potrebbe funzionare meglio, senza perdere di vista il ruolo fondamentale che Poste e i Lavoratori postali hanno avuto e stanno avendo in questa drammatica situazione. Per questo abbiamo appreso nei giorni scorsi e ne siamo soddisfatti, che le nostre richieste sulle vaccinazioni ai lavoratori postali sono state accolte dalle istituzioni. Speriamo quindi che la campagna vaccinale per i lavoratori postali parta prima possibile, per tutelare e salvaguardare quei lavoratori, che per tutta la pandemia non si sono mai tirati indietro”.


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Mundus furiosus Sabbia del Tempo

Il mio Marco Biagi, Gabriele Canè racconta

“Era avanti rispetto a un’Italia ancora bloccata dalle ideologie. Da giornalista si è dimostrato un ottimo divulgatore di argomenti altrimenti settoriali”

Aveva intuito, studiato e compreso le tendenze che si sarebbero verificate negli anni successivi. Avrebbe orientato il cambiamento attraverso la riforma, lo strumento che la politica ha per incidere sul reale, ammorbidendone le storture, che pur ci sono e che, oggi, sono ancor più evidenti. Grazie alla sua cultura riformista socialista, infatti, avrebbe agevolato la transizione di un mercato del lavoro, ancora rigido, novecentesco, verso un mercato dei lavori, basato sulle competenze. Marco Biagi manca da 19 anni e Gabriele Canè, ex direttore del Resto del Carlino e de La Nazione, ma anche amico personale di Biagi, lo ricorda così.

“Sono ancora arrabbiato per come lo hanno lasciato morire… indifeso. È stato vittima di un clima di intolleranza che ha scatenato i folli che lo hanno ucciso”.

“Io e Marco ci conoscevamo fin da giovani perché abbiamo frequentato lo stesso Liceo a Bologna, il Galvani. Si vedeva fin da allora che aveva una marcia in più. È sempre stato studioso, serio, preparato, non secchione però; amava i libri certo, ma anche il pallone. Quando mi iscrissi a Giurisprudenza lo ritrovai che, a 24-25 anni, era assistente del professor Giuseppe Mancini, grande giuslavorista. La scuola di Mancini è stata determinante per lui. Biagi è stato anche correlatore della mia tesi. Io allora lavoravo già al Resto del Carlino e mi trovai a fare una tesi sulla contrattazione nel lavoro giornalistico. Sarò sincero: non avevo né tempo, soprattutto, e neppure grande voglia di farla. Marco mi aiutò con la ricerca delle sentenze in materia permettendomi di completarla. Gliene sono stato sempre grato”.

“Non bisogna inoltre dimenticare che Biagi è stato anche un precoce giornalista. Un mestiere che ha iniziato, tra l’altro, prima di me. Infatti è stato anche direttore de La Rana, il giornale del nostro liceo. Successivamente, quando ero direttore, collaborò con il Resto del Carlino. Era sempre molto preciso e puntuale nel produrre gli articoli. Se dovevano arrivare alle 17, anche alle 12 già c’erano. Una collaborazione di spessore scientifico, ma anche di qualità letteraria. Marco scriveva bene con il taglio del divulgatore che sa farsi capire anche su argomenti per loro natura tecnici e settoriali”.

È stato un precursore, elaborava teorie di ampio respiro, era avanti rispetto ad un’Italia ancora ostaggio delle sedimentazioni ideologiche. Anche per questo la sua morte è stata ed è una grande perdita.

“Non è affatto vero quello che una certa sinistra ufficiale ha fatto credere: non era certo un teorico della flessibilità assoluta. Figuriamoci! Capiva semplicemente che il mercato del lavoro non poteva progredire con le rigidità e gli schematismi che lo avevano contraddistinto. Biagi era figlio di una cultura con una profonda radice popolare. Non a caso si riconosceva nella cultura socialista, in un Psi moderno, ammortizzatore rispetto alle vecchie logiche padronali, ma anche rispetto all’ideologia comunista”.

Ringraziamo sentitamente Gabriele Canè per aver condiviso i suoi ricordi con noi, restituendoci dei lati di Marco Biagi (che ho citato anche nell’ultimo contributo per il nuovo numero “Non c’è democrazia senza lavoro” della rivista Nazione Futura), umani prima che professionali-accademici, che altrimenti non avremmo conosciuto.

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Mundus furiosus Sabbia del Tempo

Khojali, 29 anni dopo: un massacro (quasi) dimenticato

A 29 anni da quella tragica notte la ferita è ancora aperta e forse solo il ritorno del Nagorno Karabakh sotto l’Azerbaigian può sanarla.
Il riconoscimento delle gravi violazioni dei diritti umani compiute a Khojali potrebbe portare ad una pace più duratura nella regione.

Era la notte tra il 25 e il 26 febbraio del 1992. Poco dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica era nata l’Oblast’ Autonoma del Nagorno Karabakh, riaprendo le rivendicazioni, sopite fino ad allora ma che affondavano nelle scelte di quasi un secolo prima, per quel territorio determinante per gli equilibri regionali e per il controllo del Caucaso come dell’Asia Centrale. La città di Khojali è stata teatro quella notte di quello che a tutti gli effetti è stato un genocidio, uno degli episodi più tragici del conflitto tra Armenia e Azerbaigian.

Come ben nota il giornalista Leonardo Tirabassi su Il Sussidiario in una sua attenta ricostruzione, questo conflitto fu del tutto simile ad altri consumatesi dopo la fine della guerra fredda. Scoppia, infatti, in un’area marginale dell’ex impero, russo in questo caso, dove non era chiaro l’equilibrio delle forze in campo, un’area quella del Nagorno con una geografia etnico-religiosa complessa e quindi per sua natura foriera di conflitti e, da molti secoli, frontiera tra Europa e Asia. La guerra finì solo nel 1994 con l’accordo di Bishkek.

La scelta dell’Armenia di aggredire proprio la città di Khojali non fu casuale ma rispose ad un preciso disegno strategico. Essa è sita poco lontano da Khankendi e Agdam (la città fantasma nota al pubblico europeo per la sua squadra di calcio, il Qarabag) e possedeva un aeroporto in funzione. La popolazione era composta per la quasi totalità da azeri e turchi meshketi. Tanti motivi che la rendevano un crocevia prezioso per controllare tutto il Nagorno.

Il genocidio

Quella notte le forze armate dell’Armenia, miste a bande armate armene locali irregolari, con la partecipazione diretta del 366° reggimento di fanteria motorizzata dell’ex Unione Sovietica, dopo un periodo di assedio, irruppero nella città di Khojali massacrando militari e soprattutto civili azeri.

Il bilancio dei morti, ricostruito dall’Azerbaigian e contestato apertamente dall’Armenia, ammonta a 613 civili uccisi, di questi 63 bambini, 106 donne e 70 anziani, su una popolazione che allora era intorno alle 6-7mila persone. Le modalità con cui si sono compiute le violenze sono ancor più atroci di quanto possano raccontano i freddi numeri. Nel corso del massacro i corpi di 487 abitanti sono stati lacerati nei modi più spietati, alcuni bruciati vivi, decapitati, altri mutilati e altri scalpati. Altre 1.000 persone sono state ferite e 1.275 sono state prese in ostaggio.

Il trauma del genocidio (Xocalı soyqırımı per gli azeri) è ancora vivo e lacerante. È una delle dimostrazioni più evidenti che, in quella guerra, l’Azerbaigian fu aggredito e non aggressore. Come ogni genocidio, il ricordo del 25-26 febbraio ’92 perseguita tutt’ora coloro, pochi, che sono sopravvissuti allora alla violenza e, quando sfollati, ai rigori dell’inverno. I lutti non hanno risparmiato quasi nessuno. 8 famiglie sono state completamente distrutte, 25 bambini hanno perso entrambi i genitori e 130 bambini hanno perso uno dei genitori. 150 cittadini di Khojali figurano ancora come dispersi.

Da notare, inoltre, che ben prima del genocidio stesso erano state avviate azioni di sabotaggio e bombardamenti, con il duplice scopo di terrorizzare la popolazione azera e tagliare i collegamenti con le altre città della regione. Il genocidio è stato quindi l’epilogo tragico di un assedio iniziato mesi prima che aveva già prodotto conseguenze pesanti sulla popolazione.

L’inizio di un’azione di pulizia etnica

Xocalı soyqırımı è stato un atto brutale, cruento, animato dalla volontà di dimostrare la superiorità bellica dell’Armenia, ma anche scientifico, come ogni azione di pulizia etnica nella storia. Perché i massacri di civili non sono mai ciechi, mai casuali, mai frutto di errori. Il genocidio è stato la concretizzazione di una precisa volontà di svuotare degli azeri quel territorio favorendone l’annessione all’Armenia e quindi un’omogeneità culturale altrimenti impossibile. Anche per questo è un episodio, per quanto poco noto alle cronache, decisivo perché segna l’inizio di una escalation nel conflitto.

A partire dal genocidio di Khojali, infatti, l’Armenia ha avviato un’aggressione su larga scala contro l’Azerbaigian, fuori dalla regione del Nagorno-Karabakh dell’Azerbaigian, occupando militarmente il Nagorno Karabakh e 7 distretti circostanti, in totale il 20% del territorio dell’Azerbaigian. Quando iniziato a Khojali, dunque, è proseguito con identica crudeltà: durante l’occupazione armena, 30 mila persone sono state uccise, più di 50 mila sono rimaste ferite o rese disabili.

Non stupisce il persistere di un livore profondo nella popolazione azera, cementato dalla totale mancanza di colpevoli e, da parte dell’Armenia, di una qualunque forma di ammenda rispetto a questo terribile genocidio. Pur avendo la piena responsabilità per il genocidio di Khojaly, che è esplicitamente confermato da numerosi fatti, tra cui prove e documenti investigativi, ma anche testimonianze oculari, resoconti dei media internazionali e documenti di organizzazioni intergovernative e non governative, gli armeni non riconoscono il genocidio e riconducono le uccisioni al conflitto in corso, motivando l’attacco alla città con il bisogno di fermare il lancio di missili che partiva dalle batterie azere ed era diretto verso Khankendi. In più sostengono che la popolazione di Khojaly fosse stata avvisata prima dell’attacco e che fosse stato predisposto un corridoio umanitario per favorire l’uscita dei profughi. Sicuramente gli azeri avrebbe potuto prevederlo visto il lento avvicinamento alla città delle truppe armene iniziato mesi prima ma era difficile preventivare una violenza del genere.

Le reazioni internazionali

La comunità internazionale spesso è intervenuta sui fatti di Khojaly riuscendo lentamente a far emergere la verità. Nella sentenza del 22 aprile 2010, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha formulato la seguente osservazione, che, pur non parlando apertamente di genocidio, non lascia dubbi sulla questione della qualificazione del reato e della conseguente responsabilità dello stesso:

“Sembra che le relazioni disponibili da fonti indipendenti indichino che al momento della cattura di Khojaly nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 1992 centinaia di civili di etnia azerbaigiana sarebbero stati uccisi, feriti o presi in ostaggio, durante il loro tentativo di fuggire dalla città catturata, da combattenti armeni che attaccavano la città”.

La Corte ha qualificato il comportamento di coloro che effettuano l’incursione come “atti di particolare gravità che possono equivalere a crimini di guerra o crimini contro l’umanità”.

Il genocidio di Khojaly e altri crimini contro l’umanità perpetrati dall’Armenia nel corso della sua aggressione militare contro la Repubblica dell’Azerbaigian costituiscono una grave violazione del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani, in particolare le Convenzioni di Ginevra del 1949, la Convenzione sulla prevenzione e la punizione del Crimine di genocidio, il Patto internazionale sui diritti civili e politici, il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, la Convenzione contro la tortura e altri trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti, la Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, la Convenzione sui diritti del fanciullo e la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

L’autore armeno Markar Melkonian menziona in particolare il ruolo dei combattenti dei due distaccamenti militari armeni “Arabo” e “Aramo” e descrive dettagliatamente come hanno massacrato gli abitanti pacifici di Khojaly. Così, come da lui riferito, alcuni abitanti della città erano quasi riusciti a mettersi in salvo, dopo essere fuggiti per quasi sei miglia, quando “i soldati [armeni] li inseguirono”. I soldati, nelle sue parole, “sguainarono i coltelli che si erano portati sui fianchi per così tanto tempo e iniziarono a pugnalare”.

L’ex presidente della Repubblica di Armenia Serzh Sargsyan è stato il comandante in capo delle forze militari illegali nei territori dell’Azerbaigian occupati al momento del genocidio di Khojaly nel febbraio 1992. I seguenti pensieri di Sargsyan, riportati nel volume “Black Garden” del giornalista Thomas de Waal, non lasciano dubbi sulla questione dei veri autori del crimine a Khojaly:

“Prima di Khojaly, gli azerbaigiani pensavano di scherzare con noi, pensavano che gli armeni non avrebbero potuto alzare una mano contro la popolazione civile. Siamo stati in grado di rompere quello [stereotipo]. Questo è quello che è successo”.

Il genocidio di Khojaly è riconosciuto e commemorato da atti parlamentari adottati in numerosi paesi. Finora, gli organi legislativi di Bosnia ed Erzegovina, Colombia, Repubblica Ceca, Honduras, Giordania, Messico, Pakistan, Panama, Perù, Sudan, Gibuti, Guatemala, Scozia e diciannove Stati degli Stati Uniti d’America hanno adottato risoluzioni parlamentari.

La Repubblica di Armenia ha continuato i suoi crimini contro l’umanità prendendo di mira deliberatamente i civili azerbaigiani anche durante la seconda guerra del Karabakh nel 2020. Attaccando la popolazione civile e le infrastrutture di popolose città azerbaigiane come Ganja, Barda e Tartar, situate lontano dal campo di battaglia, l’Armenia ha commesso nuovamente nel 2020 gli stessi crimini di guerra del 1992 e, di fatto, questa volta ha utilizzato armi più letali, comprese bombe a grappolo e sistemi missilistici per causare maggiori vittime tra i civili.

Secondo l’Ufficio del Procuratore Generale della Repubblica dell’Azerbaigian, a seguito di attacchi con missili e artiglieria pesante più di 100 civili, tra cui 12 bambini e 27 donne, sono rimasti uccisi, 423 civili sono rimasti feriti. A seguito di questi attacchi sono stati distrutti più di 5000 case residenziali ed edifici multi-appartamento, 76 strutture sociali, comprese scuole, ospedali e asili nido, 24 strutture di produzione, 218 strutture commerciali, 51 strutture di ristorazione pubblica, 41 edifici amministrativi e 19 strutture religiose. Sia il genocidio di Khojaly del 1992 che il bombardamento della popolazione pacifica nel 2020 rappresentano una chiara prova della politica deliberata e degli atti di violenza sistematica da parte delle autorità della Repubblica di Armenia contro i civili azerbaigiani.

Durante la cosiddetta Guerra Patriottica di 44 giorni iniziata il 27 settembre scorso – non sono certo mancate avvisaglie nei mesi e negli anni precedenti, come per altro testimoniato da un attento osservatore come Andrea Marcigliano (intervenuto anche al Tazebao) su Nodo di Gordio – quando le forze armate dell’Armenia hanno sottoposto gli insediamenti e le posizioni militari dell’Azerbaigian a bombardamenti da più direzioni, utilizzando armi di grosso calibro, mortai e installazioni di artiglieria di vario calibro, l’Azerbaigian ha liberato i suoi territori, sotto occupazione militare da parte dell’Armenia da quasi 30 anni.

La strada per la pace

La liberazione delle terre azerbaigiane apre opportunità di pace, dialogo e cooperazione nella regione prima impensabili. Uno dei fattori ostativi al raggiungimento della pace durevole e della riconciliazione tra Armenia e Azerbaigian, tuttavia, è l’impunità di cui godono ancora gli autori dei crimini contro la popolazione civile. Pertanto, l’accertamento della verità riguardo alle gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani commesse durante i conflitti, a cominciare dal genocidio di Khojaly, la fornitura di riparazioni adeguate ed efficaci alle vittime e la necessità di azioni istituzionali per prevenire il ripetersi di tali violazioni, sono tutti atti aggiuntivi necessari a un vero processo di riavvicinamento e pacifica convivenza tra le due nazioni.


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Mundus furiosus

“Ogni vita merita un romanzo”: le connessioni tra letteratura e psicologia nel ciclo di incontri della Fondazione Ordine degli Psicologi

“Ogni vita merita un romanzo” è una delle iniziative della Fondazione Ordine degli Psicologi della Toscana.

La letteratura ha da sempre una capacità introspettiva sui personaggi e quindi essenzialmente psicologica. Da oltre un secolo la letteratura ci ha dischiuso quello che a tutti gli effetti è un mondo complesso, articolato, problematico, sicuramente ricco che sta nel profondo di ognuno di noi. Un prisma fatto di emozioni, ricordi, traumi, cesure che si stratificano, si perdono e riaffiorano. E in un certo senso ognuno scrive il suo romanzo, che merita di essere letto. Da questa riflessione si sviluppa il ciclo di interviste sui canali social della Fondazione Ordine degli Psicologi della Toscana (di recente abbiamo ospitato la Presidente Maria Antonietta Gulino) chiamato “Ogni vita merita un romanzo”. I primi ad essere intervistati sono stati Donatella Di Pierantonio, Edoardo Nesi, Carmen Pellegrino, Francesca D’Aloja. Fin da questi primi incontri è emersa nei vari temi trattati, dalla famiglia alla tragedia della pandemia che tanto ci ha cambiato, quanto siano forti le connessioni tra letteratura e psicologia. Si tratta di una delle varie iniziative promosse, in questo momento in forma online, dalla Fondazione che ha cuore la divulgazione e la promozione culturale.

Le videointerviste al canale YouTube

Donatella Di Piarantonio: https://youtu.be/8XSbaFtv2cY
Edoardo Nesi: https://youtu.be/2J0B1vYVL2g
Carmen Pellegrino: https://youtu.be/TSZeber_v4k
Francesca D’Aloja: https://youtu.be/ffErNFCwAV0

Per saperne di più sul lavoro della Fondazione: http://www.fondazionepsicologi.it/

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Interviste

Il populismo è in crisi o è in crisi la democrazia? Risponde Orsina

“Ci sono partiti che rappresentano bene il popolo senza saper governare, altri che sanno solo stare al governo…”

Giovanni Orsina, Direttore della Luiss School of Government, editorialista de La Stampa, è intervenuto a Il Tazebao per analizzare gli ultimi sviluppi nella politica italiana, preludio, forse, di ulteriori modificazioni. Orsina, che è anche Direttore del Comitato Scientifico della Fondazione Craxi, è uno degli osservatori più acuti e apprezzati della politica italiana. Tra i suoi saggi più recenti si segnalano “La democrazia del narcisismo. Breve storia dell’antipolitica” (Marsilio, 2018) e “Il Berlusconismo nella storia d’Italia” (Marsilio, 2013). Così il Professor Orsina.

Zingaretti lascia, Conte si prende il M5S, Giorgetti emerge. E siamo solo all’inizio. Il sistema politico italiano sembra in fibrillazione dopo la nascita del governo Draghi.

“La pandemia, e il governo Draghi come suo esito, hanno cambiato i termini del conflitto politico. Prima si imperniava sul confronto, spesso più teatrale che sostanziale, tra europeisti e sovranisti. L’affievolimento di questa contrapposizione, culminato con il nuovo governo, è da ricondurre anche ai sempre minori spazi di manovra della politica. Certo è che il governo Draghi produce delle ricadute vistose sul sistema partitico. Già con il Conte II, però, c’erano stati dei cambiamenti apprezzabili. Già allora il M5S (di cui ha parlato anche Leonardo Tirabassi) aveva avviato una profonda ricollocazione. La nascita del governo Draghi è anche l’esito di quei processi. Essa, inoltre, apre una crisi esiziale per l’ipotesi di convergenza M5S-PD, mettendo di fatto in crisi l’alleanza che si reggeva sull’anti-salvinisimo. Lo stesso Salvini, dal canto suo, ha fatto saltare completamente lo schema decidendo di appoggiare il governo. Il governo Draghi, che sta facendo tanto cambiare i partiti, è, in fin dei conti, un prodotto della pandemia – e dei fallimenti di Conte nella sua gestione – e, ovviamente, ma sono fattori connessi tra loro, della vittoria di Biden e del programma Next Generation Eu, che segna un cambio simbolico e sostanziale rispetto alle politiche di Austerity”.

Il sistema politico italiano, almeno dopo il trauma di Tangentopoli, sembra essere sempre in una perenne transizione, senza mai pervenire a un equilibrio più o meno duraturo. Lo dimostrano le leadership friabili degli ultimi anni, al netto dell’inossidabile Berlusconi. Quali evoluzioni ci possono essere ancora?

“Gli spazi di discrezionalità della politica vanno a ridursi sempre di più. Stando così le cose viene da domandarsi su cosa si divideranno i partiti nel 2023? L’Italia avrà un debito pubblico elevato, sarà sempre più vincolata per il Next Generation Eu, che allora sarà ben oltre le fasi di avvio. Il Paese sarà ancor più sotto tutela di quanto non sia stato fino ad ora. Al momento, fuori dal governo Draghi è rimasto solo Fratelli d’Italia ma non è chiaro quale opzione nazionale potranno proporre nel 2023. Loro cercheranno ovviamente di farsi sentire, ma con spazi politici sempre più esigui. In linea di massima, la Destra potrebbe riuscire a rappresentare l’Italia produttiva, la Sinistra quella garantita. Anche per questo vedo riproporsi un grave problema per la democrazia. C’è democrazia quando il demos si divide sul kratos. Oggi di kratos in Italia ce n’è poco, e allora su che cosa può dividersi il povero demos? Difficile prevedere come potranno ricollocarsi i partiti o quali reali differenziazioni sapranno proporre. Questo in un Paese sempre più stanco del teatro…”

La vittoria di Biden e quindi il cambio alla guida dell’Impero sta producendo ripercussioni globali. Quindi sul nostro Paese, che dell’Impero è la periferia, e non solo sul nostro. Mentre Trump si sta riorganizzando dentro il GOP assistiamo ad una revisione in seno ai partiti populisti, frutto anche di un declino dei temi forti come la critica all’immigrazione e al modello multiculturale.

Siamo di fronte ad una crisi del populismo?

“In un certo senso sì. Che sia una crisi permanente o solo una pausa è ancora presto per dirlo. Il populismo in Italia è stato anche antieuropeismo e le ultime evoluzioni dell’Europa lo hanno necessariamente messo in crisi ma bisogna aver chiaro da dove origina il populismo. Esso nasceva proprio dall’impossibilità di produrre nuove divisioni della politica, originava da una politica che realmente non c’era, per effetto dell’integrazione con forze sovranazionali che hanno di fatto eroso il potere degli Stati e della politica stessa. C’è una sensazione, soprattutto in certi ceti, di disempowerment. È difficile pensare che questa sensazione possa scomparire del tutto senza lasciare almeno qualche traccia nei partiti e di conseguenza nella società italiana. I temi che il populismo ha proposto in un modo o nell’altro rimarranno o comunque si riadatteranno. In un Paese, come abbiamo detto, che sarà sempre più vincolato e impossibilitato a uscire da questi vincoli, la rabbia, in un modo o nell’altro, dovrà esprimersi. Troverà delle valvole di sfogo, forse irrealistiche, al di là del caso di una crisi ultimativa. Gli esempi nella storia ci sono stati ma in quel caso si tratta un azzeramento complessivo del sistema, non solo politico, e le conseguenze sono pesanti e coinvolgono tutti”.

In un certo senso possiamo dire che il populismo è stato ed è un sintomo e una risposta, magari sbagliata, ad un male che cova nelle nostre società democratiche? Siamo ancora in tempo per curarlo o per prevenire degenerazioni peggiori? Forse si sarebbe potuto evitare con una democrazia più governante?

“Direi proprio di sì. È una risposta alla crisi del politico. Lo si sarebbe potuto evitare frenando i processi di depoliticizzazione che hanno preso avvio alla fine degli anni Settanta, ossia facendo in modo che gli elettori continuassero a sentirsi in qualche modo in controllo dei processi storici. Così non è stato fatto, e ora è difficile tornare indietro”.

Dieci anni dopo ancora un tecnico. In questo arco di tempo la politica italiana non è stata capace di ricostruirsi.

“Ci sono stati diversi tentativi di ricollegare rappresentanza e potere. Quelli del M5S, di Renzi, oggi quasi completamente falliti, e quello di Salvini, non ancora fallito certo ma nemmeno vivo e vegeto. È questo un punto critico per i nostri partiti. Ci sono quelli che rappresentano il popolo, bene o meno bene, ma non riescono a governare. Gli altri invece occupano il potere soltanto perdendo ogni legamene con il popolo: in questo ci sta oltre mezza crisi del PD…”.

Un sentito ringraziamento al Professor Giovanni Orsina, sempre prezioso nell’aiutarci a comprendere i fenomeni socio-politici che sconvolgono il nostro tempo. Ho avuto il piacere di presentare nel 2018 il suo ultimo libro a Firenze, un saggio “La democrazia del narcisismo” che torna oggi di stringente attualità.