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1921/2021: “Good Bye, Lenin!” (2003)

Ciò che accadde, nella sera del 9 novembre 1989, fu uno degli eventi più importanti che contraddistinsero la seconda parte del Novecento: la caduta del muro di Berlino.

Un evento che rappresenta l’inizio della fine dell’Unione Sovietica e di quella Guerra Fredda, che tanto aveva condizionato la nostra cultura occidentale; soprattutto perché, all’epoca, l’Europa rappresentava il blocco su cui le due potenze mondiali (quali USA e URSS) volevano incidere la loro egemonia. Un risultato che si poteva realmente osservare attraverso la creazione del muro di Berlino: uno spartiacque tra due mondi diversissimi che iniziarono a dividere i vari paesi della zona Europea. In primis la Germania: un paese costretto, oltre alla guerra armata quasi sfiorata nel 1961 tra J. F. Kennedy e Nikita Krusciov a causa della divisione in Germania dell’Ovest e Repubblica Democratica Tedesca. Questa, una condizione che creò una forte situazione di disagio da parte dei cittadini tedeschi, sensazioni calpestate in maniera netta dettata dalla volontà nel mostrare quale sia il modello vincente: quello capitalista oppure quello socialista. E il film in questione si posiziona in questo contesto paradossale, che farà da sfondo alla storia di una famiglia: quella di “Good Bye, Lenin!”.

La pellicola tedesca in questione è stata prodotta e diretta nel 2003 dal regista Wolfgang Becker (al momento la sua opera più importante) e la trama si articola con una originalità molto particolare: Christine è una donna che abita nella Germania dell’Est, convintamente socialista e che a causa dell’arresto del figlio Alex, durante una protesta, cade in un profondo coma per otto mesi. Al momento del suo risveglio, la nazione è caduta nelle mani dei fascisti capitalisti e Alex, per evitare uno shock che può esserle fatale, decide di ricreare quel mondo in cui ella aveva tanto creduto: la DDR.

L’impianto tecnico

“Good Bye, Lenin!” viene considerata una pellicola cult del cinema Europeo. Il produttore Steven Jay Schneider la ha inserito tra i grandi capolavori del cinema nel libro “1001 Film” e si può benissimo trovare ne “Il Farinotti”.

Il primo elemento da osservare è la regia: l’autore Becker non è mai riuscito ad andare oltre questo film, rendendolo (come citato in precedenza) il suo miglior film. Il suo più grande punto di forza è la scrittura (di cui parleremo nei paragrafi successivi), ma la regia e fotografia sono particolarmente interessanti da osservare, soprattutto per il ruolo che vanno a ricoprire per tutta la durata del lungometraggio.

L’obiettivo principale della macchina da presa è quello di coordinare in maniera ottima gli elementi che la produzione aveva a disposizione, la metodologia avviene in maniera “operaia”: senza grandi intuizioni registiche o senza l’utilizzo di riprese memorabili. Anche il reparto fotografico fa il suo lavoro, con utilizzo di tonalità differenti a seconda della situazione ma, ribadendo, senza effettuare una scelta fotografica molto accurata e stupefacente; va detto per correttezza che è un film che riesce a parlare in maniera forte grazie alle varie immagini si esprimono grazie all’uso della regia (ad esempio la statua di Stalin che viene portata via davanti agli occhi inerti della madre).

Altro punto è quello del cast degli attori: quella operata dalla produzione tedesca, è senza dubbio una felice scelta, con l’esordiente Daniel Brühl (divenuto maggiormente famoso con l’approvo successivo nei blockbuster americani) e di altri interpreti che rispecchiano bene la personalità dei personaggi della pellicola. Oltre a ciò c’è anche da fare i complimenti per l’adattamento nostrano e la scelta dei vari doppiatori, efficaci e memorabili; ovviamente è molto difficile raggiungere, in linea di massima, la versione originale di ogni opera, ma senza ombra di dubbio i nostri connazionali si sono cimentati bene in questa impresa.

Da annotare assolutamente è la fantastica colonna sonora ad opera di Yann Tiersen, che porta con sé brani musicali della colonna sonora davvero indimenticabili. Una musica molto sensibile, capace di trasportare lo spettatore nelle scene più empatiche e toccanti. Ottime musiche che riescono ad esaltare maggiormente un contesto molto connotato, grazie soprattutto alle varie scenografie presenti nel film (uno dei pilastri della pellicola).

Una scenografia sospesa tra finzione e realtà

Nel merito delle scelte scenografiche c’è da fare molti applausi, sia in termini di allestimento, sia nella loro resa. Le ambientazioni del film sono rappresentate in maniera ottima e si vuole rappresentare un mondo contro le ingiustizie e fortemente patriottico. Basta osservare, nelle scene iniziali, gli elementi presenti nelle scene del 1989: anno in cui vennero celebrati i quarant’anni della Germania dell’Est, dove si ammirano bandiere che garriscono, manifesti propagandistici, riferimenti al Segretario Gorbaciov, e le solite manifestazioni filo-sovietiche. È molto interessare osservare la dicotomia tra i due mondi, tanto vicini quanto distanti: “La Repubblica Democratica Tedesca” è una società spoglia che non ha avuto tutte le varie caratteristiche del mondo occidentale, essendo una realtà contadina socialista che venne poi “corrotta” dal capitalismo. Per citare alcuni eventi, si può notare la nascente economia di mercato, l’occidentalizzazione, usi e costumi dell’altro oriente extra-europeo e numerose “tempeste ormonali” causate da un abbigliamento occidentale molto più libero; per non parlare di nuovi programmi televisivi, confini della repubblica inesistenti, l’arrivo del marco tedesco ed i centri alimentari divenuti dei luna park multicolore.

Una situazione delineata dalla vittoria del capitalismo, come viene illustrata dall’entrata dirompente di furgoni nella città dell’Ovest, con sopra la marca della multinazionale Coca-Cola. Una scena emblematica che rappresenta la colonizzazione di un modello, ma ciò lascia spazio al processo di unificazione: un futuro incerto ma carico di premesse, grazie anche al Mondiale di calcio a Italia ’90, che getterà le basi per la rinascita del paese stesso. Nonostante i vari elementi, rappresentanti della Germania al tempo, Alexander dovrà essere in grado di ricreare il mondo in cui la madra aveva tanto creduto; un esempio sono i vari telegiornali fedelmente ispirati alla ragione socialista, architettati dallo stesso Alex, e la camera da letto della madre, posizionata in un appartamento nei plattenbau: tradizionale, un quadro di Che Guevara, statuette in ceramica di Marx e Lenin e libri di Gorbaciov e della comunista Ruth Werner. Un’impalcatura molto rappresentativa della realtà tedesca vissuta da due popoli, grazie ad un utilizzo dettagliato delle varie scenografie e da parte di un reparto tecnico voglioso di contestualizzare al meglio la pellicola.

Una satirica rappresentazione di una famiglia distrutta

Quello che rappresenta a tutti gli effetti, il cuore pulsante del film è la sua sceneggiatura con numerose battute umoristiche e satiriche, ma combinate con elementi fortemente drammatici. Una composizione che va a far riflettere sul vero obiettivo del film, cioè quello di narrare la storia di una famiglia perfetta, distrutta da un mondo chiuso e pieno di contraddizioni. Una caduta avvenuta precisamente il 26 agosto del 1978, data in cui Sigmund Jähn (il primo astronauta Tedesco e eroe di Alex) vola nello spazio per la gloria della DDR, data che coincide però con la fuga del padre e di una madre caduta in depressione.

Nella prima parte del film, ci si interessa nel ricreare la messa in scena della madre, per cui si fa riferimento a battute mirate alla satira e sulla dicotomia tra ovest/est; ma la seconda parte, viene improntata particolarmente sulla famiglia e con il conseguente rapporto tra i personaggi. Una storia molto intima che non può confrontarsi assolutamente con gli eventi storici, ma riesce a riflettere la pressione di un sistema chiuso artefice della disfatta di vite umane; ed il rapporto tra Alex e la madre è una scelta di puro amore, in cui il protagonista, capace di creare una troupe in grado di coreografare menzogne, elabora le stesse bugie che però venivano narrate già alla madre, dal periodo in cui divenne una patriottica della nazione. Una sceneggiatura ben calibrata che i tedeschi hanno saputo apprezzare, in special modo Berlinesi, gli unici che possono comprendere al meglio le varie sfaccettature della pellicola; c’è inoltre la scelta di differenziazione dei dialoghi tra i cittadini della Germania dell’Ovest e dell’Est, ad esempio la scena in cui Alex incontra due bambini dell’Ovest, oppure la presenza del compagno di Ariane (la sorella di Alex).

Un cult europeo

In conclusione, “Good Bye, Lenin!” è una commedia intelligente che viene espressa attraverso un’idea molto originale. Una satira che va a costruire un’impalcatura ben collaudata, avente l’obiettivo principale di parlare del rapporto tra una madre ed un figlio, membri di una famiglia distrutta. È un mix calibrato tra intrattenimento e drammaticità, con l’aggiunta di una colonna sonora potente, che trascina lo spettatore fino alla fine del film senza farlo annoiare, ma che fa anche riflettere su numerose tematiche di cui il film ne è padre. Un cult noto a molti ed originale come pochi, un ottimo rappresentante del ricco panorama cinematografico Europeo.

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Mundus furiosus Sabbia del Tempo

1921/2021, L’estero vicino

Vale la pena di riflettere su una delle implicazioni internazionali della fondazione del Partito Comunista Italiano, destinata ad avere un significato notevole nella storia recente.

Analogamente alle scissioni dei partiti socialisti avvenute in altri Paesi d’Europa e del mondo, anche in Italia l’esempio della Rivoluzione d’Ottobre e della nascita dell’Unione Sovietica furono levatori della creazione di un partito per la rivoluzione mondiale, quindi antinomico a quel gioco parlamentare che aveva visto partecipi i socialisti nella definizione di una politica estera italiana.

Il partito comunista italiano era parte non costitutiva ma in un certo senso derivata di un soggetto internazionale, il Comintern appunto, o Terza internazionale se si preferisce. Non erano le vicende italiane a creare il partito, ma l’effetto dirompente di una trasformazione internazionale, che con un messaggio universalistico e un piano di trasformazione globale, si direbbe oggi, si proponeva di giungere in ogni paese ed abbattere lo stato di cose esistenti, perché il proletariato non aveva nazione.

Certamente il partito riprendeva lo spirito delle due precedenti internazionali, organizzazioni che riunivano partiti, gruppi, militanti di ispirazione socialista e prima ancora anarchica; ma a differenza delle antesignane, il Comintern contava su un territorio, su uno stato, su una vittoria incomparabile coi successi elettorali della socialdemocrazia tedesca che aveva invece rappresentato il nerbo della Seconda internazionale.

Sebbene nel 1921 la reazione staliniana fossa ancora ben lontana e non definibile, il centro del Comintern era ovviamente a Mosca, e lì guardavano i partiti comunisti anche quando, come in Italia, arrivavano al termine di una serie di occupazioni, lotte e rivolte senza esito rivoluzionario.

Per la prima volta si creavano legami transnazionali fra due Paesi, Italia e Russia, al di fuori dei canoni sino ad allora sperimentati. Legami di Partito, con una gerarchia destinata a divenire sempre più marcata con la politica grande russa di Stalin, fino allo scioglimento del Comintern nel 1943: pro bono pacis dei nuovi alleati del dittatore del Cremlino, gli Stati Uniti e il Regno Unito, dopo la rottura del precedente legame con la Germania nazista.

In quel 1921, anche in Italia, il legame transnazionale rappresentato dal Comitern traduceva un progetto politico che appunto travalicava i confini nazionali e quindi, per definizione, lo stesso concetto di politica estera sino ad allora conosciuto. Anche se il partito comunista italiano dovrà attendere fino alla Liberazione per sperimentare un’eteroclita stagione di governo – certamente non rivoluzionario – dobbiamo ritornare a quel passaggio storico per datare l’ingresso della società e della politica italiana nel Secolo Breve, se si vuole, o in quell’estero vicino consustanziale alla politica russa.

O ancora, secondo un datato saggio di Arno Mayer purtroppo mai tradotto in italiano, nel “wilsonismo contro leninismo”, tassello sul quale si costruì in seguito il sistema della Guerra Fredda. Ma nel 1921 Woodrow Wilson era giunto alla conclusione della sua presidenza, dove aveva cercato di rispondere al messaggio universalistico della Rivoluzione d’Ottobre con una costruzione di principi basata sulle nazioni e sul destino manifesto di quella americana. Ovvero di una nazione ben più conosciuta dagli italiani rispetto alla più vicina ma esotica Russia, perché lido di approdo di una lunga emigrazione nella quale però, invece della fine dello sfruttamento promessa in Unione Sovietica, si trovava la dura realtà sociale del capitalismo in ascesa.

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1921/2021, Dentro la zona rossa: le “piccole Pietroburgo” narrate dagli Offlaga Disco Pax

Nel mondo di ieri l’espressione zona rossa ebbe una grande fortuna nella politologia e non solo.

La zona rossa corrispondeva a precise coordinate geografiche. Era frutto di una costante sedimentazione politica e culturale, risentiva delle ferite della guerra e delle lotte partigiane, ereditava le esperienze politiche e associative del primo Novecento.

La zona rossa si contraddistingueva per la profonda penetrazione dei valori della Sinistra, per il netto predominio elettorale del Partito Comunista Italiano, la cui organizzazione capillare fu sostenuta dai corposi finanziamenti di Mosca. Essa era localizzata soprattutto nelle regioni dell’Italia centrale: Emilia-Romagna, Toscana, larga parte dell’Umbria, parti consistenti di Liguria e Marche.

A livello nazionale, le subculture, principalmente rossa e bianca (afferente alla Democrazia Cristiana), descritte dettagliatamente da Ilvio Diamanti in “Mappe dell’Italia politica” (2009) non si limitano alla sola politica o all’amministrazione del territorio ma sconfinano nella cultura, nelle reti di solidarietà financo nelle relazioni sociali dai livelli più complessi a quelli più molecolari. Nella vita di tutti i giorni.

Le Italie: rossa, bianca e non solo…

Il libro, che si sviluppa a partire dall’interesse di ricerca per la continuità nel voto in alcune particolari aree del Paese, ha il pregio di cogliere la vera essenza della politica ovvero l’essere un’attività onnicomprensiva e totalizzante della vita umana, fortemente in simbiosi con il contesto locale dove germoglia e che rivendica in senso distintivo e marcatamente oppositivo (caratteristica che si rivedrà nel “sindacato del Nord”, la Lega).

Questa sostanziale interdipendenza tra politica e territorio corrisponde ad una fase particolare della politica italiana che Diamanti identifica nella “politica del territorio”. Vanno di pari passo: le energie, il capitale sociale del territorio alimenta la politica che a sua volta contratta con Roma le condizioni più favorevoli per il suo nido.

Sempre Diamanti giustamente precisa, tuttavia, quanto i confini delle rispettive zone fossero ben più frastagliati e sconnessi di come si potrebbe presumere a un esame sommario.

Nella rossa Toscana c’è la bianca Lucchesia, nel Veneto del bianco fiore c’erano Belluno, Rovigo (più vicina, come Mantova, al PSI che al PCI per la forte componente del voto bracciantile) e Venezia storicamente a sinistra, nelle Marche, erroneamente considerate un insieme unitario, resistevano solide macchie nere (Macerata e Ascoli Piceno), quindi c’era Imperia saldamente DC nella rossa Liguria, mentre il Nord-Ovest e parte del Sud mal sopportavano partiti dominanti oscillando tra l’uno e l’altro partito.

Sottolineatura doverosa, senza dimenticare nemmeno le grandi città come Torino, Milano, Roma e Napoli dove il panorama politico era ancor più sfaccettato.

La sopravvivenza della zona rossa

Sebbene, come Diamanti ricostruisce, ci siano state fasi nuove della politica italiana, di lontananza, distacco, di abbandono del territorio, di primato della comunicazione sulla politica, soprattutto con la venuta e l’affermazione di Forza Italia, al netto dell’autorevole controtendenza segnata dalla Lega che ha condotto una nuova politicizzazione del territorio, la zona rossa si è saputa perpetuare.

La subcultura rossa, a trent’anni dalla caduta del Muro e nonostante la svolta della Bolognina, è ancora viva, alimenta la sopravvivenza elettorale degli eredi del PCI, testimoniata dalle larghe vittorie di Bonaccini (che, secondo Leonardo Tirabassi sul Sussidiario, e autore anche a Il Tazebao, ha costruito un “Pd riformista e dinamico, simile al primo Renzi ma ben radicato nella sua terra”) e di Giani; conferme nelle roccaforti rosse, pur minate dalla progressiva penetrazione del Centrodestra che ha vinto in Liguria, Umbria e in molti comuni di Toscana (ne ha parlato Tito Barbini, ex sindaco di Cortona) ed Emilia-Romagna.

Un affresco ben riuscito di un territorio della zona rossa alle prese con la sua (pesante) eredità comunista e la tormentata transizione nei tempi moderni è “Socialismo Tascabile (Prove tecniche di trasmissione)” degli Offlaga Disco Pax, gruppo new wave reggiano attivo dal 2003 al 2014.

Piccola Pietroburgo

“Nel paese
Dove è nata Orietta Berti
C’è Piazza Lenin
Ed in mezzo, un busto di Lenin
Se uno ci pensa
Non ci può credere”

È l’inizio di “Piccola Pietroburgo”, una delle più celebri di “Socialismo Tascabile”, dedicata al paese di “novemila anime alle porte di Reggio Emilia” dove la sinistra governa senza centro. A rimarcare quanto ancora (l’album è del 2005) si racconta di come in paese fosse stato chiuso l’unico cinema e allora i cittadini si sono autorganizzati con un circolo ricreando uno spazio di aggregazione e cultura: “i soci sono centinaia, tutti volontari, come alla festa dell’Unità”.

È uno spaccato, malinconico e struggente, della vita nella ex zona rossa dove però ancora permangono le tradizioni consolidate, alle quali, nonostante il trapasso verso una nuova età politica, basata sull’immagine, non si rinuncia volentieri. Anzi. Era, ed è, quella la forza, ammirabile, invidiabile, del PCI.

Il busto di Lenin sopravvive come reliquia, monito, icona laica che si contrappone alla rimozione forzata compiuta nei paesi dell’ex blocco sovietico (per saperne di più sui rapporti PCI-Est Europa, con focus sulla Romania). È il caso della Praga, cupa, materiale, avviata verso una forzata occidentalizzazione, ritratta in “Tatranky”.

“Cerco le tracce dell’immobilismo del regime
Ma vedo solo le ferite della modernità occidentale
E nessuna testimonianza degli errori
Degli orrori
E delle ingenuità marxiste
Si esprime ai miei occhi”.

Dura requisitoria – tutt’altro che lontana dalla verità – soprattutto negli affondi sui capitali esteri che si sono fiondati voracemente sul paese, come su tanti altri. L’americanizzazione anche di quelle società, del resto, è stata un momento irrinunciabile, conseguente allo sbriciolamento dell’URSS, ma ha prodotto degli scossoni non indifferenti e una transizione tutt’altro che lineare.

Intimo, a tratti allucinato, è il brano “Khmer Rossa” dedicato al complesso amore con la giovanissima Ylenia che “si era data completamente all’idea/Un po’ estemporanea di cambiare il mondo” in cui per la prima volta il protagonista dubita del Socialismo.

Non si può non citare “la nostra splendida toponomastica” di “Robespierre” (gli Offlaga Disco Pax la definirono “la nostra “Smell’s like teen spirit”), infarcita di riferimenti alla cultura di massa e alla storia, dal referendum sul divorzio fino a Space Invaders, nella quale sono citate appunto le vie Carlo Marx e via Rivoluzione d’Ottobre dove c’è la banca “non più locale”, a rimarcare la forte penetrazione di quei valori in tutta la vita. Nei mesi scorsi “Robespierre” è stata aggiornata in “Viruspierre” in riferimento alla pandemia.

Ironico e autoironico, fluido e ugualmente ermetico, verista, nostalgico perché intimo e anche sofferto, polemico, provocatorio, sicuramente ispirato. Pop perché i riferimenti sono a una cultura di massa ma a tinte saldamente rosse. “Socialismo Tascabile” è un affresco sentimentale di quella provincia rossa spiazzata dal mondo post-89 e pur ancora, testardamente, ritrosa rispetto ad una modernità che proprio non le va giù. E che tutto sommato fa anche bene a rigettare.

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1921/2021, Tito Barbini (ex sindaco di Cortona): “La militanza nel PCI era generosità. Renzi…”

Intervista all’ex sindaco di Cortona ed ex assessore regionale Tito Barbini.

Tito Barbini è sindaco di Cortona dal 1970 al 1980. Quindi presidente della provincia di Arezzo. Con quasi 6000 preferenze nel 1990 approda in Consiglio Regionale, ricoprendo gli incarichi di assessore alla sicurezza sociale e quindi, nella legislatura successiva, all’urbanistica. Nel 2004 interrompe la sua carriera politica salvo poi aderire a Liberi e Uguali nel 2018 in aperto contrasto con Matteo Renzi. Oggi, per arricchire ulteriormente lo special sul PCI de Il Tazebao, Tito Barbini ci ha rilasciato la seguente intervista.

“Qualcuno era comunista perché credeva di essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri”, cantava Gaber. Lei perché era comunista?

“Lo diventai durante la mia adolescenza, fu naturale come bere un bicchiere d’acqua, grazie a quel senso di giustizia e di libertà che avevo preso dai miei genitori. Il senso del dovere, poi, con quelle radici profonde e potenti. Erano cose pensate per farmi crescere. Pochi concetti ma che dovevano essere ben chiari. E poi valori, che avrei dovuto tenere sempre presente. La dignità che ho incontrato nella mia Cortona, fin da ragazzo e poi da sindaco, alle Feste della Liberazione e del Primo Maggio quando c’era la distribuzione militante dell’Unità, ai cortei del sindacato o sulle panche di legno delle feste dell’Unità dove non si finiva mai di aspettare la salsiccia e il bicchiere di vino rosso, ma l’attesa non pesava perché si conversava anche con chi non avevi mai visto prima. Ecco, mi viene in mente la generosità della militanza quando la politica era una cosa bella, il senso di comunità. Dopo è arrivato il ’68 e l’impegno nella politica con il movimento studentesco. Sapevi che negli anni sessanta soltanto il 3 per cento dei figli degli operai e dei contadini arrivavano all’università?”

http://iltazebao.com/1921-2021-dentro-la-zona-rossa-le-piccole-pietroburgo-narrate-dagli-offlaga-disco-pax/

Ennesima domanda dal tono nostalgico. La mitologia della Prima Repubblica, ancora oggi, invade i salotti televisivi e il dibattito giornalistico: pare che i selfie di Renzi e Salvini facciano rimpiangere persino Andreotti. Lei che ne era parte integrante, sente la mancanza dei valori e le idee che animano l’arena politica fino a trent’anni fa? Davvero si stava meglio quando si stava peggio?

“Sì, era un’altra stagione della politica e delle istituzioni. Ora bisogna guardare avanti. Speriamo invece di uscire con l’idea di poter costruire un Paese capace di rispondere in futuro, in maniera moderna ed efficace, alle grandi emergenze del nostro tempo. Rafforziamo il nostro straordinario sistema sanitario pubblico e finanziamo finalmente, in modo serio, la ricerca. Ci troviamo di fronte a sviluppi della scienza, della conoscenza che oggi ci consentono di fronteggiare meglio eventi che fino a ieri sembravano non dominabili. E allora, che facciamo? Che risposta dà il mondo politico? E anzi: che cos’è la politica, dopo il coronavirus? Tornerà ad essere tornaconto elettorale, solo arte di arrangiarsi, conservazione di posizioni di potere, oppure può essere un’altra cosa? Per esempio, una grande stagione di innovazione della politica e delle istituzioni”.

Lei nel 2016 ha pubblicato uno dei suoi libri di maggior successo “Quell’idea che ci era sembrata così bella. Da Berlinguer a Renzi, il lungo viaggio” (2016, ASKA Editore). Cinquant’anni di vita politica e istituzionale nel filo di un racconto sul fallimento storico del comunismo. Ecco, mettendo il dito sulla piaga, cosa è andato storto in questo viaggio?

“Rispondo alla domanda con una sola riflessione. Ha ragione Umberto Eco. Anch’io penso che la voglia di rivoluzione non si esaurisce mai. Ho bisogno, ancora oggi, di una grande idea, di un progetto di vita, di una fine non banale, della voglia e della capacità di indignarmi.  Della passione per il cambiamento, infine. Allora, tutto questo ha a che vedere con quella “religiosità laica” di cui parla Eco, riconoscendo un senso del sacro, una propensione alla comunione, o comunque alla sua attesa, che riesce a convivere anche, come nel mio caso, in assenza di religione. Quell’entusiasmo di ragazzino, quando tutto era possibile, è svanito alla luce della storia e dei troppi tradimenti. Per fortuna, però, c’era dell’altro. C’è la nostra storia di comunisti italiani. C’è stato e c’è il tuo rapporto con le persone in carne e ossa. Con gli operai, gli studenti, i contadini. Una ricchezza immensa, che solo la politica in un grande Partito di massa ti poteva donare. Ecco perché è davvero triste la morte di un’idea di cambiamento e di futuro che è stata la mia idea di politica”.

Il comunismo, come il nazismo, si è macchiato di atroci genocidi, dunque si dovrebbe evitare ogni forma di proselitismo: il dispiegarsi delle commemorazioni ed iniziative per il Centenario dalla nascita del PCI ha dato adito a questa perenne ed irrisolta questione. Faziosa polemica o par condicio, a suo avviso?

“No, è sbagliato, storicamente ed eticamente, paragonare il nazismo con il genocidio della Shoah con i crimini del comunismo. Non dei comunisti italiani, tengo a precisare. Certo i comunisti hanno preso atto con troppo ritardo dell’orrore di Stalin o di Pol Pot. Ecco perché preferisco una giornata dei ricordi alla giornata del ricordo. La tragedia delle Foibe e l’Esodo, devono portarci a collocare quegli eventi nella cornice storica del loro accadere, a compimento di una guerra sciagurata, delle violenze dei fascisti italiani e quelle naziste sulla popolazione slovena, riconoscere i crimini che scortarono l’epilogo e i postumi di quel conflitto, le foibe tra quelli, è una forma di rispetto per tutte le vittime. Ho davanti a me un bel libro di Barbara Spinelli sui totalitarismi d’Europa, che racchiude una frase che trovo stupenda: “Siamo nani che camminano sulle spalle di giganti”. I giganti sono le nostre storie, i successivi e contraddittori volti che abbiamo avuto in passato e che ci portiamo dietro come bagagli. Dalle loro alte spalle possiamo vedere un certo numero di cose in più, e un po’ più lontano. Pur avendo la vista assai debole possiamo, con il loro aiuto, andare al di là della memoria e dell’oblio”.

Nell’analizzare la distribuzione dei consensi, molti opinionisti hanno definito il PD come un partito ZTL, visto che i propri voti sono soventemente concentrati nella fasce medio alte della cittadinanza che vive nei centri urbani. È questa la cifra (o il memento mori?) di una sinistra che, perdendo la fiducia dei ceti che storicamente rappresentava, ha smesso di fare la sinistra. Per Lei, con questa sua nuova veste di “polo dei poteri forte”, il Partito Democratico ha tradito i suoi padri?

“No, non solo, il Partito Democratico ha tradito i valori presenti alla sua fondazione. Insomma siamo in presenza di una assuefazione dei fenomeni degenerativi di questi anni che ci coinvolge tutti. Non mi dilungo a indicare tutti i segnali d’allarme che mi vengono dalla memoria e dalla quotidianità. Sono tanti, piccoli e grandi. Metto solo a verbale una cosa: che il clima e la gestione di Renzi, la sua influenza nel PD, hanno ormai generato un personale politico inquietante e con scarsi valori che si richiamano alla sinistra. Ormai non mi preoccupo per me, ma i miei figli e nipoti in quale paese vivranno? Ecco perché il fragile organismo della democrazia italiana ha bisogno di una grande opposizione democratica e se non reagisce vuol dire che ha perso gli anticorpi e può morirne nel sonno”.

In tal senso l’aretino rappresenta un “case study” degno di nota. Nell’ultimo lustro tutte le storiche roccaforti rosse sono state espugnate dal centrodestra: nel 2015 il centrosinistra viene sconfitto alle elezioni amministrative di Arezzo; e, negli anni successivi, le “capitali” delle quattro valli che compongono la provincia (Montevarchi, Sansepolcro, Bibbiena, Cortona) cambiano colore. Qual è la sua diagnosi?

“Renzi ci ha regalato queste sconfitte. Una dopo l’altra. Non mi fate parlare di Cortona. Il mio legame politico e sentimentale con Cortona è così grande che non riesco ad essere lucido e distaccato nell’analisi della sconfitta. Ora sono soltanto triste. I valori che hanno innervato per decenni l’azione di tanti amministratori sono franati definitivamente e le macerie hanno nascosto un patrimonio inestimabile. Forse riusciremo a riprendersi in questa nostra città, sicuramente i giovani riusciranno, con una opposizione intelligente, a guardare al futuro. Un’ultima cosa vorrei dire, riguarda Cortona e tutte le città dove il centro sinistra ha perso. Vi sembra normale che dopo avere portato il PD alla più grave sconfitta della sua storia, Renzi faccia una scissione e crei Italia Viva?”

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Mundus furiosus Sabbia del Tempo

1921/2021, Kim Il Sung e l’Italia: i rapporti col PCI

Kim Il Sung in un’intervista a L’Unità: “Eurocomunismo? Un’invenzione dei capitalisti”.

Abbiamo già trattato, sinteticamente, la considerazione e l’attenzione che Kim Il Sung (1912-1994), primo presidente e fondatore della Repubblica Popolare Democratica di Corea, riservò all’Italia e alle questioni italiane, allorquando ripubblicammo parte della sua intervista all’Avanti! del 1982.

Abbiamo anche menzionato come i rapporti fra Italia e Corea del Nord fossero stati gestiti sino agli anni ’80 dal PCI, prima dell’apertura dell’ambasciata nordcoreana a Roma nel 2000 dopo un “buco” di un quindicennio circa, da quando cioè in via delle Botteghe Oscure si decise la rottura dei rapporti col campo socialista dopo i fatti di Solidarność (1981), che naturalmente Pyongyang condannò a favore del governo della Repubblica Popolare Polacca.

Il punto di massimo sviluppo dei rapporti

Nella stagione più florida dei succitati rapporti tra Partito Comunista Italiano e Partito del Lavoro di Corea, coincisa col decennio degli anni ’70, Kim Il Sung ebbe a concedere il 2 aprile 1974 un’intervista all’Unità in cui però si soffermò quasi esclusivamente sulle questioni coreane (la riunificazione, il piano sessennale) e su quelle allora più pressanti del movimento comunista internazionale. Tre anni più tardi, all’inizio del settembre 1977, egli ricevette la Segretaria dell’Associazione d’amicizia Italia-Corea (legata al PCI), Ina Sansone, con la quale ebbe a confrontarsi in merito alla nascente corrente dell’eurocomunismo.

Questo colloquio, come ricordato, appartiene alla stagione più florida dei rapporti fra il PLC e il PCI, quando l’Unità traduceva intere pagine del Rodong Sinmun e descriveva la Corea socialista con toni analoghi a quelli in uso negli anni ’40-’50 per divulgare le conquiste dell’URSS e delle democrazie popolari. In quegli anni furono tradotti e stampati i moltissimi libri ed opuscoli di Kim Il Sung che ancora oggi circolano sia su Internet che, con un po’ di fortuna, alle bancherelle d’antiquariato.

Date le circostanze, il grande leader non può che ringraziare i comunisti italiani ed esprime addirittura alcuni commenti positivi sull’operato di Berlinguer, elogiando la politica del fronte unico antimonopolista (gradita anche ai sovietici) e ricordando l’importanza attribuita da entrambi i partiti all’autonomia da Mosca. Ma proprio qui si nota una significativa differenza d’accento che svela l’intenzione polemica delle parole di Kim Il Sung: egli intende la sovranità come il presupposto di un’autentica e durevole fedeltà al marxismo-leninismo, mentre gli eurocomunisti erano in procinto di rimuovere dallo Statuto del partito gli ultimi riferimenti alla dottrina da cui del resto si erano già considerevolmente allontanati, e si richiama in modo solo apparentemente frammentario alla conferenza del maggio 1967, sede in cui aveva ribadito l’assoluta indispensabilità della dittatura del proletariato nel discorso A proposito dei problemi del periodo di transizione dal capitalismo al socialismo e della dittatura del proletariato”.

Questa sottile critica è ancora più evidente là dove il “grande Leader” sembra difendere il Partito Comunista Spagnolo (PCE), ma cita pressoché alla lettera un passo dell’articolo con cui il giornale sovietico Tempi nuovi il 23 giugno 1977 stroncava il libro di Santiago Carrillo L’eurocomunismo e lo Stato, riaffermando con forza proprio ciò che i partiti occidentali negavano: l’universalità dei principi del socialismo scientifico, quelle leggi generali dell’edificazione socialista contro cui un anno dopo Berlinguer si sarebbe scagliato nel suo burrascoso colloquio col noto teorico e mecenate sovietico Mikhail Andreevič Suslov.

Le riflessioni di Kim Il Sung

«Sono lieto di apprendere che il Partito comunista italiano e il compagno Enrico Berlinguer aderiscono al principio dell’indipendenza.

In questi giorni certuni attaccano il compagno Carrillo, accusandolo di un preteso “eurocomunismo” e chissà cos’altro. Di certo non può esistere né un “comunismo europeo”, né un “comunismo asiatico”, né un “comunismo americano”. Non c’è che un solo comunismo per tutti. Dunque la parola “eurocomunismo” è un’invenzione dei capitalisti, non dei comunisti, penso.

Oggi i partiti comunisti d’Europa — in particolare il PCI, il PCF e il PCE, partiti attivi nei paesi capitalistici sviluppati, così come quelli di molti altri paesi ancora, — professano l’indipendenza; è cosa buona e giusta, perché a ciascun popolo spetta di decidere da sé il destino della rivoluzione nel proprio paese.

Le esperienze acquisite da un paese nella rivoluzione, qualunque esso sia, non possono in nessun caso essere imposte ai partiti degli altri paesi.

La nostra epoca è ben diversa da quella in cui Lenin organizzò la III Internazionale. A quel tempo il compagno Berlinguer ed io eravamo entrambi degli scolaretti in tema di marxismo-leninismo. Ma adesso i nostri capelli sono già bianchi. Noi possediamo oggi tali ricchezze teoriche e sperimentali che siamo in grado di risolvere da soli i problemi che sorgono nella rivoluzione del nostro paese, e tracciamo la nostra linea di condotta rivoluzionaria in piena indipendenza. Abbiamo già attraversato tutte le fasi della rivoluzione. E siamo giunti alla conclusione che tutti i partiti sono tenuti a guidare il movimento rivoluzionario in rapporto alle realtà dei loro rispettivi paesi.

Attualmente il PCI, il PCF e il PCE cercano di portare il movimento operaio a uno stadio superiore, facendo leva sul vasto fronte unito che hanno formato con parecchi altri partiti dei loro rispettivi paesi; è molto importante. La formazione di un simile fronte unito permette alla rivoluzione di non indietreggiare, bensì di avanzare. Per questo sosteniamo attivamente la linea del vostro partito. La nostra posizione in questo campo è stata già trasmessa al Comitato centrale del PCI. Però vi prego di informarlo ancora una volta.

Il nostro partito e il PCI si attengono entrambi all’indipendenza. Per i partiti comunisti mantenere l’indipendenza significa assumere davvero una posizione tesa a difendere la purezza del marxismo-leninismo. Si tratta di sviluppare il movimento rivoluzionario nei loro rispettivi paesi ed ottenere così la vittoria della rivoluzione. Ciò costituisce il principale criterio per sapere se la purezza del marxismo-leninismo viene preservata o no. Per questo riteniamo giusta la politica praticata dal vostro partito» [1].


1. Kim Il Sung, Opere, vol. 32, Edizioni in Lingue Estere, Pyongyang 1988, pagg. 340-42 ed. ing.

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1921/2021: Da Mosca a Botteghe Oscure. Nel segno del rublo

L’approfondimento de Il Tazebao sui 100 anni del PCI si arricchisce con una lettura consigliata: “Berlinguer e il Diavolo” di Francesco Bigazzi e Dario Fertilio.

L’organizzazione dei partiti è da sempre un dilemma molto concreto. La raccolta e soprattutto la sedimentazione del consenso sono attività costose e continuative. Meglio di molti altri attori dell’Arco Costituzionale, il PCI seppe darsi un’organizzazione che non aveva eguali. La presenza e capacità di penetrazione del PCI nella società italiana erano inimmaginabili e tutt’ora perdurano negli epigoni di quella tradizione politica, anche solo per la pervasività nella scuola, nella cultura, nella magistratura. Per costruire, per mantenere questa organizzazione, per altro in un Paese stabilmente dentro al Patto Atlantico, furono indispensabili le elargizioni provenienti dall’URSS. È questo uno degli spunti di partenza di “Berlinguer e il Diavolo” di Francesco Bigazzi e Dario Fertilio (2021, Paesi Edizioni).

Quello del giornalista Francesco Bigazzi è uno sguardo privilegiato sui rapporti PCI-URSS essendo stato lui capo dell’ufficio dell’ANSA a Varsavia e a Mosca e quindi corrispondente de Il Giorno e di Panorama e in più ha potuto visionare gli archivi dell’ex URSS, oggi non più disponibili, non appena desegretati. Tra i tanti fatti di portata epocale che Bigazzi ha potuto seguire da vicino, ci racconta in un incontro privato insieme all’amica Laura Lodigiani, c’è stato Solidarnosc quindi tutte le vicissitudini dalla Perestroika fino a Eltsin. Tra le sue varie pubblicazioni si segnalano “Testimone a Chernobyl. La catastrofe che sconvolse l’URSS” (2020), “Il viaggio di Falcone a Mosca” (2015) e “Oro da Mosca, I finanziamenti sovietici al PCI dalla Rivoluzione d’Ottobre al crollo dell’URSS” (1999).

Il libro analizza e ricostruisce i finanziamenti tra PCI e PCUS che iniziano con Stalin (secondo altri iniziano addirittura con la scissione del 1921), che si sedimentano al tempo della Concentrazione Antifascita per terminare nel 1991, fatto salvo, come precisa l’autore, il tentativo di interruzione portato avanti proprio da Berlinguer (in altre occasioni abbiamo criticato la questione morale). Si stima che il PCI abbia ricevuto mezzo miliardo di dollari. E non solo attraverso le celebri valigette ma anche con mezzi più sofisticati come le join venture.

L’aura del PCI sulla sinistra italiana e non solo

Un dettaglio che emerge nella nostra conversazione è particolarmente interessante: il PCI aveva la capacità di esercitare un’influenza politica e culturale su una serie di partiti satellite o su correnti in seno ad altri partiti; riusciva a farlo anche e non solo con il pensiero, con la propaganda ma, più concretamente, finanziando alcune personalità dentro a questi ultimi. Anche per questo il distacco del PSI dal PCI, accompagnato da una poderosa ripulitura dottrinale, fu tutt’altro che agevole. Ovviamente al finanziamento corrispondeva una stretta osservanza dell’ideologia comunista, sempre e comunque. “Quando Nenni mostrò insofferenza verso l’URSS” ci racconta sempre l’autore citando un documento in suo possesso. “Luigi Longo andò subito a Mosca, si incontrò con Ponomariov, che era il grande distributore, chiedendogli di non dare più soldi a Nenni”.

Dove sono finiti i tesori dell’URSS?

Francesco ci ha mostrato, inoltre, un telex con la traduzione di un’intervista concessa da Stepankov, procuratore generale russo, dopo l’assassinio del giudice Falcone. Stepankov aveva individuato in Falcone l’unico interlocutore valido in tutta l’Europa. Con lui voleva ricostruire i rapporti tra PCUS e PCI perché cercava di ricostruire dove fossero finiti i soldi del PCUS dopo la caduta dell’URSS.

Anche per tutta questa serie di dettagli “Berlinguer e il Diavolo” di Bigazzi e Fertilio, che ci aiuta nel comprendere appieno la capacità del PCI di gestire il consenso, eredità politica e culturale i successori, più o meno vicini, più o meno consapevoli, ancora sopravvivono, merita un’attenta lettura.

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1921/2021, La storia non sarà gentile [seconda parte]

Speranza e tragedia nell’eterotopia comunista

(Segue da QUI). Lo stalinismo organizzativo insito nel suo modello di partito e indossato nei tic dei sui militanti, dei sui quadri nei dirigenti acquisiva consenso nelle grandi masse e rappresentava qualcosa che non può essere ignorato sia in sede storica che in sede politica.

Il terrorismo ideologico come subcultura si scagliava su chiunque osava criticare il marxismo leninismo e si abbatteva, puntuale e implacabile l’arma della scomunica: diventavi un traditore e, come tale, venivi bollato con la lettera scarlatta del socialdemocratico, del riformista (anche nell’era digitale può esserci uno spazio riformista), del social fascista, del craxiano.

I segretari comunisti rispondevano a Mosca, mentre i partiti socialisti e socialdemocratici alla propria nazione, ma anche perché la sinistra massimalista agiva secondo modalità e principi totalitari, gli altri invece si conducevano bene o male secondo procedure mutuate dalla democrazia liberale.

Nel Pci ha continuato a circolare un’idea leggendaria del ruolo storico del leninismo: più che una opzione politica, una fede che aveva per oggetto l’identità del partito indipendentemente dalle dottrine che professa e dalle politiche che conduce.

Le riflessioni di Pellicani

Sottolinea Luciano Pellicani che il marxismo leninismo, anche nella sua filiale italiana, scagliava, all’ombra dello sharp power sovietico la contestazione globale (e anticristiana) della civiltà occidentale, di cui nulla si sottrasse a una condanna senza appello: né la scienza, né la tecnologia, né lo stato di diritto, né la democrazia parlamentare, né la socialdemocrazia, né, tanto meno, l’economia di mercato. Il risultato è stato un clima ultra-ideologico nel quale non c’era spazio alcuno per il riformismo e per il revisionismo.

E quando a partire dal 1968, sull’onda della contestazione studentesca, il marxismo, nella versione leninista, aveva preso a dilagare e a investire sfere della vita e della condotta un tempo regolate dalla tradizione e dai costumi, lo spirito rivoluzionario sembrò che stesse riportando una vittoria definitiva sul suo nemico di sempre: lo spirito riformista.

Nell’Italia repubblicana pochi a sinistra sfidarono apertamente il massimalismo imperante nei partiti e nei sindacati, nelle università e nei mass media: i socialdemocratici di Saragat e Cariglia, i radicali di Pannella e i socialisti mossi e rianimati da un dark knight epico. Per andare boots on ground, cioè verso un confronto diretto sul terreno dell’ortodossia marxista leninista, non bastavano dissensi ideologici o discussioni colte ma serviva, come ha scritto Ernesto Galli della Loggia, che “qualcuno imbracciasse il fucile e cominciasse a sparare”. Craxi si apprestò a fare proprio questo: “sparò con freddezza mirando al PCI”.

Il Pci ribadiva che non intendeva rinunciare al suo legame organico con l’Unione sovietica e con tutto ciò che essa simbolizzava. E lo faceva con il sostegno di una buona parte degli intellòs che amava definirsi progressista, mentre, in realtà, altro non era che l’erede storica della tradizione giacobina, radicalmente ostile alla libertà dei moderni e, come tale, profondamente e irrimediabilmente reazionaria. Nel tentativo di annullare, in nome di un presunto bene assoluto, lo spirituale e il temporale e stabilire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e annientare il pensiero critico e la dissidenza.

In un’epoca primordiale rispetto a quella novecentesca ebbe modo di scrivere nel 1882 Vladimir Sergeevic Solov’ëv:

“Il mondo non deve essere salvato col ricorso alla forza […] Ci si può figurare che gli uomini collaborino insieme a qualche grande compito, e che a esso riferiscano e sottomettano tutte le loro attività particolari; ma se questo compito è loro imposto, se esso rappresenta per loro qualcosa di fatale e di incombente,  […] allora, anche se tale unità abbracciasse tutta l’umanità, non sarà stata giusta l’umanità universale, ma si avrà solo un enorme formicaio”.

Intellettuali, sia cattolici sia laicisti, che trovarono nel Partito comunista la loro comfort zone mantenendo la differenza dal partito. I sedicenti indipendenti di sinistra accettarono il valore comunista di assorbire le diversità politiche nella propria linea mantenendole tali, ma subordinandole al riconoscimento dell’egemonia. E l’adesione culturale politica testimoniava, argomenta sempre Pellicani, più fortemente l’influenza comunista sull’opinione pubblica che non la stessa militanza.

Per Berlinguer l’approdo socialdemocratico e riformista era una sorta di peccato mortale e quando dichiarava di costruire il socialismo all’ombra della Nato, enunciato funzionale per salvare e non superare la prospettiva leninista, il Pci manteneva il doppio strato dei finanziamenti sovietici e dell’apparato paramilitare clandestino: una struttura insurrezionale da usare in caso di invasione sovietica come supporto agli invasori. E dava spazio all’azione di esponenti del Kgb in Italia. L’installazione degli euromissili Nato venne ferocemente osteggiata nella parola d’ordine “meglio rossi che morti”. Qualcuno ha dimostrato che era possibile non essere rossi morti, se la libertà nazionale viene difesa con la necessaria fermezza strategica di Bettino Craxi.

L’identità comunista ha preservato una radice profonda nella Rivoluzione d’Ottobre, vista come un grande evento positivo per la storia del mondo nella propaganda che la soppressione nell’Est Europa e in URSS della libertà fosse un danno collaterale o un atto di progresso. L’entità e i modi di quest’influenza sono stati solo in parte evidenziati dalla ricerca storica ma ancor poco recepiti dal senso comune ma stanno nel portato di “una linea astratta”, perché dettata da istanze di potere piuttosto che della lotta di classe. Un Pci che comunque andava a guadagnare posizioni e reputazione democratica all’interno della profonda interazione tra Stato, burocrazia pubblica, grande capitalismo, gruppi sociali o classi come l’ineffabile ceto medio riflessivo.

Il PCI ha trasmesso geneticamente paradigmi e linee d’azione ai suoi eredi diretti: l’uso strumentale del pacifismo nella propaganda antiamericana e antioccidentale, per esempio, così come la demonizzazione dell’avversario o l’antiberlusconismo, divenuto versione aggiornata dell’antifascismo e dell’anticapitalismo, come strumenti di lotta politica.

Di qui l’elaborazione della questione morale e della “diversità” che è il presupposto dell’operazione del 1992-1994. Il nesso tra questione morale e diversità comunista fece rientrare nella discussione politica categorie non politiche, universali, antropologiche e produsse un progressivo allontanamento dalle dinamiche politico-parlamentari chiudendo una forza elettorale così significativa in uno spazio poco utile al confronto e alla ricerca di soluzioni.

Secondo Piero Craveri, la questione morale rappresenta la comparsa dell’antipolitica “nella scena politica italiana”. La critica di Berlinguer si scagliava soprattutto contro i partiti e sembrava anticipare discorsi che diventeranno senso comune dopo Tangentopoli. L’antipolitica come una “patologia eversiva” che Berlinguer e i suoi compagni lanciavano come extraterrestri nel sistema politico italiano, nel quale erano ancora condizionati dai finanziamenti sovietici.

E semmai esistesse una diversità antropologica dei comunisti italiani, era quella che non ammetteva l’irrompere dei sentimenti e dell’individualità nei valori più profondi di libertà personale, nella vita degli individui e nella politica.

Se la delegittimazione verso la sinistra marxista leninista attuata da Craxi era reversibile, perché sarebbe finita nel momento in cui il partito comunista fosse diventato compiutamente democratico, la demonizzazione berlingueriana non ammetteva vie d’uscita: una volta “mutati geneticamente” in leader riformisti e socialdemocratici e o di socialisti liberali non si poteva tornare indietro.

La forza egemone sul terreno del controllo degli spazi ideologico-culturali, cioè il Pci-Pds, ha avuto gli strumenti insieme mediatici e operativi per liquidare le altre (la Dc, il Psi, i partiti laici) come è avvenuto durante Tangentopoli.

Per Craxi una parte dei post PCI aveva in mente qualcosa che non gli poteva piacere perché era quello che i suoi nemici di sempre aveva sempre cercato: niente più comunismo, niente socialismo, ma solo un distinto democraticismo, un politicamente corretto antipolitico e conformista all’unico scopo di essere legittimati a entrare nel governo. Una nuova egemonia post-moderna e post-ideologica, liquida, solo apparentemente buonista e compassionevole, preconizzata da Augusto Del Noce nel volume “Il suicidio della rivoluzione” che avrebbe trasformando il comunismo in una componente della società borghese ormai completamente sconsacrata.

Dopo il 1989 gli Stati nazione sembravano divenire residuali, in attesa della loro scomparsa nella post-storia (non è stato così) che avrebbe dovuto aprire l’età della post democrazia, del post-nazionale, quella della pace universale. Nella democrazia cosmopolita del futuro, non ci sarebbero stati più né nazionali né stranieri, né cittadini né immigrati. Tutti gli umani sarebbero divenuti mobili. È l’abbaglio ideologico del postmodernismo politico argomentato con vis polemica da Pierre- André Taguieff.

Per guadagnarsi un ruolo i dirigenti del post Pci pagarono un ticket cercarono un modello non nella tradizione socialista e socialdemocratica riformista europea bensì nel partito democratico americano, rincorrendo ideali altissimi e riscatto sociale di giustizia fuori sincrono della realtà e dei soggetti che la storia l’hanno abitata prima dell’ideologia comunista e dopo che la grande illusione marxista leninista dimostrò la sua cifra totalitaria. I post comunisti si “liberalizzano” e polverizzano: da un lato si muovono verso l’ideologia dei nuovi diritti umani, della protezione delle minoranze, della libertà di scelta e dall’altro aprono verso la libera concorrenza e l’apertura dei mercati. E in un mondo in cui tutte le differenze si equivalgono, nulla merita di essere protetto dal mercato e tutto può diventare oggetto di commercio nella vulgata acconsenziente che il capitale, nella sua nuova versione iperfinanziaria, non dovesse essere più regolato dalla politica e dalla democrazia rappresentativa.

Craxi e Berlinguer

Nel 1978 Berlinguer rivolgendosi al Psi disse: “Il socialismo italiano non ha costruito una sua cultura pienamente autonoma dalle correnti borghesi né una sua autonoma strategia di cassa. È stato un possente movimento che, cent’anni fa, risvegliò per primo la coscienza dei proletari e mise in moto un grande processo di liberazione umana e politica. Questa è la sua grandezza, purtroppo […] mancò al partito Socialista una elaborazione culturale adeguata”.

Scatenò la reazione Bettino Craxi: “Rispetto alla ortodossia comunista, il socialismo è democratico, laico e pluralista. Non intende elevare nessuna dottrina al rango di ortodossia, non pretende porre i limiti alla ricerca scientifica e al dibattito intellettuale, non ha ricette assolute da imporre. Riconosce che il diritto più prezioso dell’uomo è il diritto all’errore. E questo perché il socialismo non intende porsi come surrogato, ideale e reale, delle religioni positive. Il socialismo nella sua versione democratica ha un progetto etico-politico che si inserisce nella tradizione dell’illuminismo riformatore e che può essere sintetizzato nei seguenti termini: socializzazione dei valori della civiltà liberale, diffusione del potere, distribuzione ugualitaria della ricchezza e delle opportunità di vita, potenziamento e sviluppi degli istituti di partecipazione delle classi lavoratrici ai processi decisionali” (Il Vangelo Socialista, “L’Espresso” 27 agosto 1978).


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1921/2021, La storia non sarà gentile [prima parte]

Speranza e tragedia nell’eterotopia comunista

La coscienza e il pensiero nazionale dovrebbero, soprattutto a Sinistra, liberarsi dai miti sopravvissuti al comunismo, nella cognizione di quanto il comunismo abbia influenzato le vicende politiche dell’Italia ma senza che tutto venga disperso per operazioni di offuscamento della Storia.

“Molta di quella che viene considerata storia è soltanto un mito”, ricorda Elena Aga Rossi. Il mito del PCI come partito nazionale, autonomo da Stalin e da Mosca, il mito della resistenza e della diversità rispetto agli altri partiti comunisti europei, il mito di Gramsci, il mito di Togliatti, il mito di Berlinguer.

Per François Furet “la Rivoluzione d’Ottobre ha chiuso la sua traiettoria storica senza essere stata vinta sul campo di battaglia, ma ha liquidato essa stessa tutto ciò che è stato fatto in suo nome. Nel momento in cui si è disgregato, l’Impero sovietico ha offerto lo spettacolo eccezionale di essere stato una superpotenza senza avere incarnato una civiltà e la sua rapida dissoluzione non ha lasciato nulla: né principi, né codici, né istituzioni, neanche una storia”.

Un valoroso comunista non pentito come Emanuele Macaluso consigliava a chi volesse capire meglio cosa sia stato il comunismo italiano di leggerlo attraverso le biografie delle persone che hanno popolato il suo alveo, “biografie molto ma molto diverse”.

Una dimensione che, aggiungiamo, permette di muoversi secondo un punto di vista diametralmente opposto alla dilagante cancel culture, molto di moda nei salotti liberal di certi campus occidentali, e che assomiglia tanto a una reazione isterica, intrisa di generalizzazioni semplificanti nello stabilire quali processi, avvenimenti, personaggi della storia debbano essere rimossi e quali invece preservati.

L’anomalia della storia italiana del Dopoguerra e del nostro sistema politico rimane l’esistenza, fino alla caduta del muro di Berlino, del più grande partito comunista d’Occidente, che ha ha esercitato un ruolo condizionante nei rapporti, nelle connessioni, nei finanziamenti, nelle “parentele” anche delle formazioni politiche nate da quell’esperienza e che a quella tradizione si richiamano: Pds, Ds e parte del Pd.

È la linea rossa che ha attraversato la vicenda politica, sociale e culturale dell’Italia. La tragedia degli equivoci, che tanto ha pesato sull’evoluzione della democrazia e della sinistra italiana, andrebbe descritta e analizzata ovviamente, per uscire da un certo provincialismo interpretativo italiano anche in chiave geopolitica pre, durante e post Guerra Fredda. Si collocherebbe più adeguatamente l’intera storia dei Pci e la sua indisposizione a perseguire “l’interesse nazionale” dentro i disequilibri dinamici italiani costretti a convivere nel globalismo internazionalista sovietico e nelle contraddizioni universalistiche dell’impero statunitense.

Fu Lenin a fondare la struttura politica sovietica, ben prima che Stalin arrivasse al potere perché, come argomentò Aleksandr Solženicyn “lo stalinismo non è mai esistito, lo inventò nel 1956 il nuovo leader dell’Urss Krusciov per addossare i difetti centrali del comunismo a Stalin e la mossa riuscì”.

Pertanto in questa sede si allude allo “stalinismo” come la pratica operativa marxista leninista del Pci: la sua organizzazione, la sua strategia, i suoi criteri di reclutamento e di socializzazione, di manipolazione. Una commistione mistica di soft e hard power nel senso di una praticità istintiva dell’establishment comunista, riadattata al contesto della società italiane e alla sua struttura sociale e di potere. “Una leadership di minoranze creative composte da un’élite di leader” coesi tra loro che ammette su criteri precisi di professionismo politico una grande mobilità, dimostrata sul campo, ai militanti, verso l’alto e verso le posizioni apicali del partito. Una classe politica che sapeva agire con ostentata indipendenza e libertà di modi e atteggiamenti ed un inossidabile omogeneità in grado di selezionare una classe politico-amministrativa che garantisse le direttive incontestabili del centralismo democratico. Virtù non riscontrabile con la stessa fedeltà (comunista) nelle classi dirigenti degli altri partiti.

Meriterebbe riflettere con pazienza e metodo, come quello di Carroll Quigley, su un tabù mai davvero sviscerato fino in fondo dagli studiosi: il ruolo e il funzionamento dei centri di poteri del Pci nelle sue svolte e nella sua capacità di occupare la scena politica. Si svelerebbero così le sue configurazioni di “famiglia allargata di potere” di governo e sottogoverno. Configurazioni strutturate per network e nella costante presenza nelle cariche amministrative dello Stato, delle regioni degli enti locali, nelle istituzioni culturali, nelle cooperative, nella public diplomacy dentro il capitalismo di Stato e privato (la Fiat ma non solo), negli istituti finanziari, nelle scuole, nelle università, nelle fondazioni, nei centri di ricerca, nell’industria culturale (media editoria cinema e tv, associazionismo, potrei continuare), nella magistratura.

E andando a rintracciare le connessioni imprevedibili e sorprendenti sopravvissute nel simulacro del fantasma comunista dentro gli scenari della globalizzazione post-Guerra fredda scopriremo che nel contesto italiano della prima e seconda repubblica nessun partito e nessuna egemonia culturale ispirata e collusa a quel partito sono riusciti a guadagnarsi un ruolo così pervasivo e condizionante come quello ottenuto dal Pci e dalle ibridazioni a lui sopravvissute. Un modus operandi capace di riplasmare a seconda delle opportunità e delle circostanze la psicologia sociale non solo delle élite, ma anche di interi conglomerati sociali, gruppi ceti e classi: una nuova tribù in nome del proletariato e, all’occorrenza, anche contro il proletariato! I comunisti italiani orgogliosi della loro diversità, in nome della quale si sentono autorizzati ad agire come “attori morali”.

Il partito rivoluzionario fu l’assolutizzazione di una filosofia della storia etico-politica profondamente antagonista verso tutto quello che ispirava i partiti convenzionali: nell’azzeramento di qualsiasi altra opzione ideologica sia da un punto di vista organizzativo, strategico e psicologico. “Fare piazza pulita del vecchio mondo spettrale” (Marx) provocando “un incendio generale per bruciare le vecchie istituzioni europee” (Engels), “la mano di ferro del Partito, mentre distrugge, crea” (Lenin). Una distopia o meglio, riadattando l’elaborazione di Michael Foucault una eterotopia. Le eterotopie hanno la fondamentale caratteristica di essere pervasive della realtà, poiché, in quanto contestazione dello spazio dominante, sono presenti in tutte le società e, nella loro forma più essenziale, definiscono “quegli spazi che hanno la caratteristica di essere connessi a tutti gli altri ma in modo da sospendere, neutralizzare, invertire l’insieme dei rapporti che essi rispecchiano o riflettono”. Un modus vivendi del partito rivoluzionario che nella disciplina partitica idealizzava la spinta alla ribellione al non accettare l’esistente e le attese deluse indotte dalle democrazie liberali. Una strategia spesso ridotta a tatticismo di convenienza.

Il pragmatismo politico comunista declamava che tutto potesse essere cambiato radicalmente, in nome di un presunto bene assoluto. Nella totale opposizione fra comunismo e ordine di cose esistente: l’assedio pantoclastico del marxismo leninismo, nemico interno della civiltà occidentale. Il Pci sapeva concretizzare efficaci procedure di perpetuazione, di cooptazione e di formazione attraverso le quali che sceglieva selezionava, indirizzava, filtrava i canali di reclutamento, pescando i candidati adeguati in quella che, parafrasando Geminello Alvi, si configurava come una “aristocrazia eticista” impegnata in una lotta competitiva per il mantenimento dello status e della sua sedicente cifra di distinzione.  

Nel conformismo attuale, nell’inerzia che tutto è irreversibile, tutto è social media, paradossalmente il far politica del Pci, potrebbe, ispirare una pratica, di argine alla marginalizzazione degenerativa dei post-comunisti che hanno preferito sbarazzarsi, approfittando di garanzie e appoggi internazionali, della loro storia con una velocità ipersonica anziché rivendicarla nelle sue luci e ombre.

Proverò ad approfondire queste suggestioni con uno sguardo di sociologia politica, semplificando per ragioni di economia di spazio a disposizione, le contraddizioni di un “marketing emotivo”, risorsa, vincolo, pendant strumentale dentro la visione del grande cataclisma redentore leninista.

Ci fu quindi il tentativo del PCI di superare il comunismo non approdando alla socialdemocrazia e al riformismo bensì al giustizialismo che incarna l’ambizione messianica e distopica del leninismo che sacrifica la garanzia dei diritti individuali nella doppiezza, nella disinformazione sistematica, nell’emarginazione dei “dissidenti”, nella denigrazione personale degli avversari politici.

Il legame dei comunisti con il marxismo leninismo è arrivato a condizionare i destini della politica nazionale e di milioni di iscritti accesi dal sogno massimalista di una rivoluzione, impregnata di qualunquismo politico e condizionata da impulsi nervosi e schizofrenici. Per troppo troppo tempo il Pci si è ritenuto infallibile ed è apparso incapace di trarre una lezione dai propri errori di percorso, con la conseguenza di trovarsi imprigionato in una continua fuga in avanti, fatta di continue forzature. Perché accadeva (e accade ancora), invece, che la storia si facesse più complessa e richiedesse da parte di tutti la coltivazione di una più accentuata disposizione a imparare di più, acquisire maggior sapere nonché competenze necessarie per vivere in modo riflessivo. Nonostante la maggiore opacità sociale, il Pci ha contribuito a propagandare l’illusione di vivere in un mondo sempre più trasparente, sempre più facile da giudicare e interpretare, da vivere e da controllare, da combattere e soverchiare senza poi avere ben chiaro con cosa sostituirlo o migliorarlo.

Togliatti, nella sua duplicità di padre della Costituzione e contemporaneamente dirigente di primo piano del movimento comunista internazionale, ebbe l’intuizione di alleggerire il lascito gramsciano di tutti i suoi elementi contrastanti rispetto allo stalinismo e si pose l’obiettivo di lavorare per superare la vittoria politica di De Gasperi e della Dc, attraverso l’esercizio dell’egemonia sul piano culturale e quindi con la graduale conquista delle casematte ideologico-istituzionali-giudiziarie del sistema. Su questo piano il Pci, garantito dall’alibi internazionalista è stato di una bravura ineccepibile anche approfittando della distrazione della Dc e poi del Psi e dei partiti laici su questo terreno (Continua…)


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