Re di maggio? 80 anni della Corona che non c’è

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Il Tazebao – Esattamente 80 anni fa, il 9 maggio 1946, a Napoli − prima città europea liberatasi dalle forze occupanti tedesche (30 settembre 1943), dopo il trasferimento nel Sud Italia del Re, così garante della continuità della Personalità internazionale dello Stato italiano − assumeva la Corona d’Italia Umberto di Savoia, già Luogotenente del Regno dal 5 giugno 1944: luogotenenza del Regno, che reperiva precedente più lungo (1915/19) in persona dello zio del Re, Ammiraglio Tommaso di Savoia, durante viceversa il trasferimento al Nord di Vittorio Emanuele III per il fronte dell’ultima guerra d’indipendenza italiana coincidente con la Prima guerra mondiale.

Se la Corona è un concetto metafisico, che può dimensionarsi o meno in un oggetto fisico, ritualmente posto in capo al Soggetto legittimato dall’ordinamento pro tempore (Rex = is qui REGIT Rem publicam), ciò si è manifestato nel Regno d’Italia: per Umberto II, non vi fu una cerimonia di incoronazione a dare solennità all’effetto giuridico dell’atto di abdicazione compiuto dal padre Vittorio Emanuele III su un foglio di carta bollata di Lire 12, in favore del Principe ereditario, ma solo il magnifico sfondo di Posillipo di Villa Rosebery. Ciò peraltro nel solco della Tradizione regale sabauda non adusa a pompe cerimoniali d’incoronazione, ma solo a solenne giuramento. Con buona pace dei neo-Borbonici, infatti, l’unica incoronazione cerimoniale di un Savoia era stata proprio quella a Re di Sicilia di Vittorio Amedeo II, nella cattedrale di Palermo “Sedes prima Coronae Regis et Regni Caput”, il 24 dicembre 1713 a seguito di quel Trattato di Ultrecht, che costituisce ancor oggi pietra miliare del Diritto internazionale contemporaneo (di quel che ne resta!). E – sia detto per inciso – unica cerimonia d’incoronazione a Re d’Italia, dai tempi di Agilulfo (Milano, 591 d.C.) e dopo il Barbarossa (Pavia, 1155) e Carlo V (Bologna, 1530), resta quella del 26 maggio 1805, nel Duomo di Milano di un altro imperatore, ma di sangue italiano, Napoleone, che sollevando la Corona ferrea pronunziò la famosa frase: “Dio me l’ha data, guai a chi la tocca”. Ed infatti la Corona, che congloba chiodi della Croce di Cristo, nessuno la toccò più!

Della Corona d’Italia, i Savoia peraltro hanno provato più l’aspetto della Corona di spine se si pensa che il Padre della Patria Vittorio Emanuele II, ferito ventottenne alla battaglia di Goito (1848), morì a 58 anni, Umberto I, dopo numerosi attentati, perì sotto quello anarchico di Monza del 1900, Vittorio Emanuele III (con figlia Mafalda uccisa a Buchenwald) ed il figlio Umberto II sono morti in esilio, capri espiatori di ogni responsabilità politica di un Ventennio novecentesco, attraverso cui alcuni voglion sempre ridurre la lettura della ultra-bimillenaria Storia d’Italia, da Casa Savoia guidata con sacrificio − sin dalla scelta di trasferimento di Capitale del Ducato di Savoia da Chambery a Torino da parte di Emanuele Filiberto (1563) − ad esser Stato-Nazione unitario, costituzionale e parlamentare con Roma capitale (1871).

Sarebbe un bel segnale di riconciliazione nazionale col suo passato di lungo periodo, per gli 80 anni della Res publica priva di Corona, permettere il ritorno in Italia, nel Pantheon, delle spoglie mortali del “Re di Maggio” e della sua Sposa − la “Regina socialista” − dall’assurdo esilio post mortem in territorio francese, ad Hautecombe, peraltro inflitto ideologicamente a 2 Cittadini europei, da vivi mai condannati e nemmeno inquisiti, da nessuna Corte italiana o internazionale.

In copertina: Wikimedia Commons

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