Libia, una partita tutt’altro che chiusa

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Dopo più di dieci anni la Libia rimane un mosaico di difficile composizione.

Per buona parte del decennio scorso, le vicende libiche hanno occupato gran parte della cronaca di politica estera su tutti i maggiori giornali italiani e internazionali. Si apprese così che, in seguito alla rivoluzione che portò allo spodestamento e all’esecuzione del “Fratello Guida” Muammar al-Gheddafi nel 2011, il paese si è frantumato in zone e regioni controllate da signori della guerra e bande armate di tribù e cellule fondamentaliste di stampo islamico, in lotta tra loro per la conquista e il controllo dei giacimenti di petrolio e degli altri gangli fondamentali dell’economia nazionale.

Una situazione, questa, prevista dallo stesso Gheddafi già all’inizio dei moti insurrezionali nel febbraio di dieci anni fa, nel contesto delle cosiddette Primavere arabe [1].

Il grido d’allarme del Colonnello rimase, però, inascoltato tra le grida di euforia della sinistra nostrana che auspicava l’invasione della NATO per liberare la Libia dal “tiranno che bombardava il suo stesso popolo”. Una credenza tanto falsa quanto tragicomica, laddove si tenga presente che, oltre ai mai dimostrati “bombardamenti sul popolo” (qui siamo abbastanza disillusi da non credere nemmeno alle “bombe intelligenti”), Gheddafi non aveva più alcun potere istituzionale nel suo paese da 32 anni: in seguito alla Rivoluzione Culturale che lanciò e diresse tra l’aprile 1973 e il settembre 1974 e coerente con le teorie e le tesi da lui esposte nel suo celebre Libro Verde, il 2 marzo 1979 egli cedette la presidenza  del Congresso Generale del Popolo, il massimo organo istituzionale della Jamahiriya, ad Abdul Ati al-Obeidi, conservando per sé un titolo onorifico, di raccordo. All’epoca della rivoluzione, il capo di Stato della Libia era Mohamed Abu al-Qasim al-Zwai, eletto il 26 gennaio 2010, il quale all’8 settembre 2011 risultava detenuto dai ribelli [2] e da allora non si hanno più sue notizie.

Tuttavia, ogni più nefasta previsione dell’ex Raìs si è avverata: crollata la Jamahiriya (nome arabo con cui era nota la Libia durante la sua epoca, derivante dall’unione di “jamahir” = masse e “jumhuriyya” = repubblica), sotto il nome pleonastico di “Stato della Libia” le tre regioni del Fezzan, della Cirenaica e della Tripolitania sono tornate a dividersi e a farsi la guerra come prima della Rivoluzione di Al-Fateh che portò al potere il Colonnello nel 1969. Nuove milizie sorsero, come Alba Libica e le cellule locali dell’ISIS che vi trovarono terreno fertilissimo, assieme all’esercito di Khalifa Haftar (ex agente della CIA e storico oppositore di Gheddafi) che da allora è insediato a Tobruk, città scelta come sua principale base d’appoggio e sede istituzionale. Gli sforzi della comunità internazionale sono stati volti a superare questo dualismo di parlamenti, di istituzioni, di poteri, per dare alla Libia un governo unificato con sede a Tripoli ma, naturalmente, sotto l’egida straniera e accondiscendente verso gli interessi delle grandi potenze che agiscono sulle risorse libiche.

Un quadro ancor più composito

Oltre a questi attori, ve n’è un terzo di cui pochissime e assai frammentate notizie ci giungono, ma che nondimeno ha un ruolo nel complesso e variopinto scacchiere libico: la cosiddetta Resistenza Verde, composta dai lealisti di Gheddafi rimasti inflessibilmente fedeli alla linea. Dopo che l’esercito dei ribelli fattisi forza di governo ebbe a impegnare sanguinosi combattimenti per occupare la più tenace roccaforte del gheddafismo, Bani Walid, dopo aver costretto alla fuga e al conseguente, totale spopolamento l’altro “bastione verde” che era Tawergha, la Resistenza Verde ha conquistato un gran numero di piccole località e aree più o meno vaste nel deserto, soprattutto nel sud del paese [3][4][5][6], saldandosi in un secondo momento con le forze di Haftar.

A livello politico, essa è rappresentata dal Movimento Nazionale Popolare Libico (MNPL), fondato dal figlio di Gheddafi, Saif al-Islam, e presieduto da Khuwaildi al-Hamidi, la cui figlia è sposata con Saadi Gheddafi, che in Italia ricordiamo per le sue (invero poche) apparizioni in Serie A con Perugia, Udinese e Sampdoria.

Chi è Saif al-Islam e perché può diventare rilevante?

Proprio Saif al-Islam, considerato già ai tempi della Jamahiriya uno dei probabili candidati alla guida del paese, è riemerso in questi ultimi dieci anni come un attore non trascurabile nello scenario politico libico. Detenuto in isolamento a seguito della rivoluzione e inizialmente condannato a morte, nel 2016 è stato liberato dietro forti pressioni internazionali e da allora si è adoperato per rifondare un movimento politico che potesse fungere da riferimento per i tanti nostalgici [7][8][9] dell’epoca di suo padre e ricostruire quanto andato distrutto nel 2011.

Il MNPL nasce a questo proposito nel febbraio 2012, ma gli viene impedito di concorrere alle prime elezioni per il Congresso Nazionale Generale in programma per quello stesso anno. Tali elezioni furono ad ogni modo un fallimento, in quanto solo poco più di 1 milione di abitanti (su 6) poté votare, 8 seggi elettorali non furono aperti, si verificarono proteste, boicottaggi e attacchi terroristici e un’intera città, la già ricordata Tawergha, era completamente spopolata, come del resto lo è ancora oggi.

In questo periodo, siamo nella seconda metà degli anni ’10, il MNPL opta per il sostegno tattico alle milizie di Haftar [10] e punta a “infiltrarsi” a Tripoli presentandosi alle elezioni del 2019, spostate al 2020 per la guerra tra Tripoli e Tobruk per la nuova offensiva di Haftar (che sfiora il successo, cioè l’entrata a Tripoli, se non fosse stato per l’intervento dei turchi), e poi al 24 dicembre 2021 a causa dell’emergenza Covid.

In questi ultimi mesi, infatti, sono tornate a farsi sentire prepotentemente la voce di Saif al-Islam e l’ipotesi di una sua candidatura alle elezioni di quest’anno; il 30 luglio il New York Times ha pubblicato un’intervista fattagli due mesi prima [11], in cui si sofferma sulla situazione libica attuale e i suoi progetti politici. La cosa suscita subito una vasta eco internazionale, e in Libia ci si affretta a precisare che Saif non può candidarsi alla presidenza libica in quanto indagato dalla Corte Penale Internazionale [12], per supposti crimini compiuti nel 2019 durante l’ultima battaglia contro le forze di Haftar; pochi giorni dopo arriva persino un mandato d’arresto da parte della procura militare libica nei suoi riguardi per uccisioni di cittadini libici da parte dei paramilitari russi del Gruppo Wagner, comparsi in Libia proprio nel 2019 a sostegno di Haftar [13]. Saif al-Islam, infatti, ha stretti legami con la Russia, che lo vede come un uomo affidabile per riportare stabilità in Libia e in secundis favorire, naturalmente, gli interessi di Mosca.

In conclusione, la partita geopolitica ed economica in Libia è tutt’altro che chiusa

Proprio in questi giorni la fragile tregua conclusa l’anno scorso tra Tripoli e Tobruk si è incrinata, vedendo fronteggiarsi la Brigata 444 e la Forza di Supporto alla Stabilizzazione, a seguito di vari scontri minori a Tripoli e di un altro combattimento a Zawiya, a ovest della capitale. Sparatorie e altre violenze si sono verificate in questo periodo anche nella parte orientale della Libia, controllata da Haftar [14] [15].

Tutt’altro che pacificata, la Libia democratica sognata dal presidente Dbaibeh (peraltro ex socio e amico di Saif al-Islam ai tempi della Jamahiriya) a Cernobbio sembra essere ancora lontana dal materializzarsi nella realtà.

Tutti gli analisti di geopolitica sembrano concordi sul pronosticare un netto successo, se non addirittura una vittoria, di Saif al-Islam. Quel che è certo è che, se la sua candidatura alle elezioni della vigilia di Natale dovesse concretizzarsi e risultare in una vittoria o in una significativa affermazione, la partita delle grandi potenze in Libia subirebbe un brusco cambiamento, tutt’altro che favorevole all’asse euro-atlantica. Proprio quello che, dopo le vicende peruviane (vittoria del candidato comunista Pedro Castillo), afghane (fuga disordinata delle truppe americane, ritorno dei talebani al potere) e siriane (liberazione della città chiave di Daraa ad opera dell’Esercito Arabo Siriano e dei soldati russi), Washington e Bruxelles e rispettivi alleati vogliono evitare.

Bibliografia
  1. https://www.ilgiornale.it/news/politica/quando-gheddafi-ci-disse-senza-me-vi-invaderanno-1094968.html
  2. https://web.archive.org/web/20120827043208/http://blogs.aljazeera.com/topic/libya/libya-sep-8-2011-1714
  3. http://www.civg.it/index.php?option=com_multicategories&view=article&id=995:libia-la-resistenza-verde-si-rafforza-quello-che-non-ci-fanno-vedere&catid=16:disinformazione-strategica&Itemid=117
  4. https://www.voltairenet.org/article181837.html
  5. https://libyanfreepress.wordpress.com/2014/01/24/8518/
  6. https://libyanfreepress.wordpress.com/2014/01/21/report-from-libya-jamahiriya-southern-libya-liberated-by-green-resistance-forces/
  7. https://notedalfronte.corriere.it/2015/07/29/quella-nostalgia-libica-per-gheddafi/
  8. https://www.secoloditalia.it/2017/03/ce-nostalgia-di-un-gheddafi-nella-libia-sconvolta-dalla-guerra-civile/
  9. https://www.repubblica.it/esteri/2020/01/07/news/a_sirte_la_nostalgia_per_gheddafi_e_ora_haftar_punta_su_misurata-301067016/
  10. https://www.youtube.com/watch?v=RkHlKw6qhgc&list=LL&index=1300
  11. https://www.nytimes.com/2021/07/30/magazine/qaddafi-libya.html
  12. https://www.nova.news/libia-saleh-contro-saif-al-islam-gheddafi-non-puo-candidarsi-alla-presidenza/
  13. https://www.nigrizia.it/notizia/libia-mandato-darresto-per-saif-al-islam-gheddafi
  14. https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/09/03/in-libia-si-torna-a-sparare-scontri-tra-fazioni-rivali-a-tripoli-premier-dbeibeh-a-cernobbio-inseguiamo-il-sogno-democratico/6309664/
  15. https://www.repubblica.it/esteri/2021/09/03/news/libia_violenti_scontri_a_tripoli_tra_milizie_alleate_per_il_controllo_del_territorio-316390519/

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