Il Tazebao – Un raro sussulto di rilevanza per la nostra penisola giunge inaspettatamente e da oltreoceano, per la precisione dall’agenzia stampa americana Axios. Quest’ultima ha lanciato la notizia per la quale una seconda fase di colloqui americano-iraniani si terrà a Roma sabato. L’obiettivo di Trump, che si è detto soddisfatto degli esiti del primo dialogo avviato tramite intermediari in Oman, è quello di elevarlo al formato diretto proprio nella nostra capitale, proposta dagli americani. Stavolta i funzionari di Teheran e Washington, pur con la presenza degli intermediari omaniti, potrebbero incontrarsi nella stessa sala. Il condizionale è d’obbligo, perché ai trionfalismi statunitensi fa da contraltare una maggiore prudenza da parte degli iraniani, che hanno ridimensionato l’idea dei colloqui diretti e rimangono inamovibili a proposito della loro denuclearizzazione, principale obiettivo che gli inviati degli States vogliono raggiungere. E se a Teheran le opinioni sono variegate, come dimostrano le parole, qualche settimana fa, del membro del Presidium del Majlis Ahmad Naderi (il quale si è espresso a favore del possesso della bomba atomica, prendendo a esempio la Corea del Nord e l’atteggiamento americano verso di essa), a Washington le pressioni arrivano da Tel Aviv, col sempre scettico Netanyahu pronto a spingere per l’opzione militare qualora i colloqui dovessero risolversi in un nulla di fatto, eventualità di cui è più che convinto. L’obiettivo dei primi, più che altro, ed è confermato dalla portavoce del Cremlino Maria Zakharova, è la rimozione delle sanzioni: pare però che in tutto questo i rappresentanti dei due Paesi, capeggiati rispettivamente dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi e dall’inviato speciale in Medio Oriente Steve Witkoff, abbiano trovato un terreno comune su cui iniziare a parlarsi: questi sono già i colloqui al più alto livello negli ultimi otto anni. Molte però sono le ombre che vi aleggiano e, data l’attuale situazione mondiale, è bene non farsi troppe aspettative o illusioni: il caso ucraino lo dimostra fin troppo eloquentemente. (JC)

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