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Mundus furiosus

Il volto esausto della periferia fiorentina durante la zona rossa

Il 30 ottobre scorso la tranquillità delle notti di Firenze è stata violata da una serie di proteste organizzate in diverse zone del  centro storico.

Un articolo del 1° novembre del Corriere Fiorentino si poneva l’ambizioso obiettivo di fornire una descrizione dei protagonisti di quella notte di disordini che aveva visto un’ampia mobilitazione di giovani provenienti dalle periferie della città. Giovani, alcuni dei quali minorenni, “uniti dall’odio verso le forze dell’ordine” [1].

Sono diversi gli elementi che il quotidiano decide di omettere dalla sua narrazione. Molti dei quali avrebbero probabilmente contributo alla costruzione di un quadro generale delle dinamiche di quella notte: le loro motivazioni, il loro svolgimento, le loro prospettive.

Al di là del tentativo (fallito) di voler individuare e collocare una tale moltitudine all’interno di uno schema predeterminato e stabile ai fini della comprensione dell’ennesima insolita dinamica sociale, il Corriere pare ricordarsi di un elemento che spesso sfugge dal dibattito pubblico cittadino: la periferia fiorentina.

Intese come zone neutrali, talvolta mistiche, le zone periferiche della città hanno deciso, una notte di fine ottobre, di confrontarsi con il centro storico. Le modalità mediante le quali la periferia si è palesata agli occhi di Firenze (quella vera) sono però degne di nota: i protagonisti sono stati i giovani.

Peri-feria. Le molte Novoli – Il Tazebao

Coloro, cioè, che condividono con i loro coetanei di altre parti d’Italia la stessa drammatica percentuale: il 29,7% di disoccupazione giovanile [2] e, in Toscana, il 22% di abbandono scolastico [3]. Caratteristiche che il Corriere avrebbe potuto prendere in considerazione nel suo compito di ricerca di analogie fra i giovani in piazza.

Gli stessi giovani provenienti dai quartieri popolari relegati ai margini della “città vetrina” che l’amministrazione Renzi prima, e quella Nardella poi, hanno deciso di escludere da qualsiasi processo costruttivo collettivo.

È qui implicita la tendenza ad instaurare una distanza fra la Firenze vivibile, a misura di turisti e lussuosi alberghi, e quella marginale, sovrappopolata e decadente.

Si manifesta così un rapporto di sfruttamento e di dipendenza dal centro nevralgico. Una relazione fra i due punti che, quando avviene, percepisce unicamente diversità. Come se ognuno dei due tendesse a guardare l’altro come estraneo. Dove il secondo cerca il proprio posto nel primo consapevole che si tratti di una dimensione dotata di rigidi parametri all’ingresso.

Da quando la Toscana è diventata zona rossa la periferia trasmette una luce differente

Non nel senso che il comune abbia adottato misure finalizzate ad alleggerire la vita dei suoi cittadini. Ma in un’accezione particolare: la periferia è desolante come sempre ma assume sembianze inedite. Sembrano anche essere scomparsi gli elementi che le sono propri: i licenziamenti di massa, gli sfratti, i black out, le fabbriche dismesse, gli autobus che non passano, i tossici.

Nella sua interezza, essa è costituita da una pluralità di componenti che definiscono la sua struttura. La periferia circonda la città, la osserva dagli angoli remoti di un contesto urbano privo di una propria omogeneità. Scruta ogni suo sviluppo, spesso perpetuando l’illusione di sentirsi partecipe di ogni suo cambiamento.

Ma ogni occasione di evoluzione e avanzamento, quando avviene, non è detto sia destinato ad entrambe le componenti della città.

Gli scarsi collegamenti fra centro e periferia determinano una dinamica di lontananza apparentemente irremovibile. Il distacco fra ciò che rimane dentro e ciò che invece è destinato all’esterno innesca un meccanismo di esclusione fra coloro sui quali grava il peso dell’emarginazione. Il centro viene così presentandosi come il luogo “dei pochi per i pochi”.

Questo però, nei periodi di normalità, non si stancava mai di richiedere la manodopera della periferia da impiegare all’interno del suo processo produttivo destinato all’industria turistica. Almeno, così, anche gli esterni avevano la gratificazione di sentirsi interni per almeno otto ore della loro giornata. E così, ancora, riempire gli autobus e i tram per disorientare la monotonia di questa ormai logora città vetrina. Mezzi di trasporto che ora rimangono patrimonio di una ristretta cerchia di salariati “privilegiati”.

Tuttavia anche all’interno dei quartieri non periferici si può scorgere qualche frammento di periferia: ciò può essere inteso come il frutto di un processo di colonizzazione interno che si manifesta in ogni angolo e che basta saper osservare. Desiderosa di strapparsi le vesti che le hanno cucito addosso, l’entità periferica si spinge oltre i luoghi che le sono propri, in quanto attratta dalla perenne fuga dal deserto che la compone.

La periferia è sinonimo di ciò che fa contrasto, ciò che stona, che rompe il contesto generale con cui si rapporta. Da tale punto di vista può esser periferico un luogo, una scuola, un gruppo, un individuo; tutto ciò, insomma, che presenta  caratteristiche che consentono a chi osserva di collocare un certo elemento nella sua struttura sociale d’appartenenza.

Della notte di fine ottobre sembra non esser rimasto nulla. La rabbia espressa in quell’occasione è rientrata nei ranghi. L’appiattimento e la calma apparente danno vita ad un tessuto sociale silenzioso e immobile, relegato ad una specifica area urbana dalla quale ora è impossibilitato ad uscire.

L’ira di quella notte si è dissolta e il vuoto che ha urlato non ha trovato interlocutori capaci di comprenderlo. Per cui si ritira nella sua dimensione di appartenenza, la stessa che lo ha generato e che ora lo accoglie.

A cura di Lorenzo Villani

Bibliografia
  1. “Da Brozzi e dal Mugello, età media vent’anni: chi sono i responsabili degli scontri in piazza a Firenze”, Corriere Fiorentino del 01/11/2020.
  2. Rapporto “Il mercato del lavoro – I trimestre 2020”, ISTAT.
  3. Rapporto Openpolis.
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C’era una volta – Crimea, gas e non solo. Il Mar Nero: mare dei miti, delle leggende e della geo-poetica

Nel corso degli anni, molte leggende o pseudo-leggende sono state inventate e tramandate fin ai giorni nostri sul Mar Nero…

Ad oggi si contano più di trecento antichi nomi del Mar Nero. Alcuni sono associati ai popoli che vivevano nella regione: Mar Cimmerio, Mar Scita, Mar Sarmato, Mar Colchide, Mare di Rum, Mar dei Traci, Mar Russo. Altri nomi facevano riferimento alla grandezza: Mar Grande, Mar Grosso, Mar Profondo. Oppure alla collocazione geografica: Mar Settentrionale per gli arabi del sud e Mar Orientale per i greci e romani. Nominativi molto popolari erano quelli associati ai colori: non tutte le antiche civiltà vedevano il mare di “color nero”. Circolavano anche varianti come Mar Blu Scuro e anche Rosso [1].

In occasione del 31 ottobre, giornata celebrativa a livello internazionale di questo specchio d’acqua, il magazine online Discover Dobrogea, ha pubblicato un’intervista al biologo Răzvan Popescu-Mirceni, direttore della società di esplorazione oceanografica e la protezione dell’ambiente marino nella città di Costanza, in cui svelava alcuni misteri sul Mar Nero [2].

Origine dell’attuale nome

La vera origine del nome Mar Nero è di derivazione ottomana. Molti popoli, incluso quello romeno, associavano i punti cardinali e la dinamica del nostro sistema sociale, con i luoghi di provenienza della luce e del buio, del caldo e del freddo. Infatti, se richiamiamo alla mente l’espansione territoriale dell’Impero Ottomano, è facile notare come il “Mar Nero” sia stato un ‘lago’ turco per molti secoli: poiché era a nord del centro del loro impero, gli ottomani associavano questo punto cardinale con la notte e il freddo, così hanno chiamato il mare “Kara Deniz“, kara è nero, deniz significa mare in turco.

Per contrasto, il mar Mediterraneo, che si trova a sud del centro dell’Impero Ottomano, è stato definito Ak Deniz, mare bianco e tutt’oggi è chiamato così dai turchi.

Da Pontos Akseynos a Pontus Euxinus

La costa settentrionale del mar Nero, nei secoli VII-VI a.C., era dominata da coloni greci. A causa di condizioni naturali imprevedibili e tribù costiere ostili, i greci iniziarono a chiamare il mare “Pontos Akseynos”, ovvero “Mare Inospitale”. Adottarono questo nome da un’antica parola di origine persiana, “ahshayna” [3], ovvero “oscuro”, “nero”.

Non è un caso che Giasone e gli Argonauti, superando i pericoli, navigarono a bordo della nave Argo, regalo di Atena, proprio attraverso questo mare fino alla Colchide alla ricerca del Vello d’Oro. E il ‘colpevole’ Prometeo fu incatenato ai confini del mondo, oltre il mare, nella regione delle montagne del Caucaso.

Il geografo, storico e filosofo greco Strabone [4], in Geografia, scrive:

“[…] A quei tempi questo mare era irraggiungibile dal punto di vista della navigazione e si chiamava ‘Aksinsky’ a causa delle tempeste invernali e delle tribù selvagge dei dintorni, in particolare gli Sciti, poiché erano soliti sacrificare i forestieri, mangiare la loro carne e utilizzare i loro teschi come trofei. Successivamente, dopo la fondazione delle città degli Ionici sulla costa, il mare fu chiamato ‘Evksinsky’ […]”.

Il geografo romano Pomponio Mela [5], in “La Posizione della Terra”, descrive questo mare agitato come segue:

“[…] Il mare è caratterizzato da una bassa profondità, dal temperamento severo, dalle nebbie, dalle ripide sponde non sabbiose. I golfi sono rari. Il mare bagna i paesi da cui soffia il vento del nord e, a causa di questo vento, il mare è agitato e ribolle […]”.

Quando i greci diventarono abili costruttori di navi e queste divennero più sofisticate, cambiarono nome al mare in “Pontus Euxinus”, il “Mare Ospitale”; in più il Pontus Euxinus era l’unico da cui potevano bere acqua. Quando i coloni di Mileto giunsero in Dobrogea per formare la polis di Istros (in greco; Histria in latino), rimasero in viaggio per settimane con le navi, tempo durante il quale furono lasciati senza acqua potabile.

I Greci organizzavano le loro spedizioni verso il Mar Nero in primavera, quando il Danubio era al suo apice. Così, l’acqua dolce del fiume, che all’epoca era potabile, rimaneva in superficie, con una densità inferiore rispetto all’acqua salata, che rimaneva sul fondo. In pratica, il Mar Nero era l’unico mare dal quale potevano bere acqua. Poiché gettavano il secchio e prendevano l’acqua sia per bere che per altri bisogni personali direttamente dal mare, senza dover chiedere ‘permesso’ a qualcuno e perché l’acqua stessa si apprestava a questo, i greci lo chiamarono il “Mare Ospitale”.

Il poeta dei dolci carmi d’amor

Il poeta di Sulmona, poco più che cinquantenne, approda a Tomi, sul Mar Nero, nell’8 a.C. per scontare la sua relegatio. Qui morirà dieci anni dopo nella vana attesa del perdono da parte dell’imperatore Augusto. Dopo la partenza per il Mar Nero, Ovidio scrive Tristia (Tristezze), un’opera composta da cinque libri di elegie in forma prevalentemente epistolare. Le elegie sono incentrate sul contrasto Roma-Tomi, l’attuale porto romeno di Costanza. Definendo il posto che lo ospita “finis terrae” (ultima terra) [6], Ovidio mette in chiara contrapposizione lo splendore culturale di Roma, che per lui rappresenta un passato felice ma perduto, con lo squallore di una provincia barbara dal paesaggio aspro e inospitale.

“Il luogo stesso è una parte della mia pena”. [7]

Le tempeste sui mari, l’inverno rigido e la primavera sul Ponto, divengono lo specchio di una stanza interiore del poeta. Il paesaggio, quindi, acquista una dimensione spazio-temporale percossa e attonita.

Lo scrittore romeno Vintilă Horia, familiare con la condizione di esiliato, si ispira al tema dell’esilio di Ovidio quando scrive la sua opera “Dumnezeu s-a născut în exil”, “Dio è nato in esilio” del 1960. Descrive l’esilio come un inferno esistenziale che, però, porta l’esiliato a scoprire e ad entrare in contatto con un’altra parte di sé che prima non poteva neanche immaginare di avere. Proprio per questo metterà in bocca a Ovidio queste parole:

“Augusto non saprà mai quale servigio mi ha reso facendomi soffrire: solo ora sto scoprendo il vero volto di me stesso”. [8]

Dopo l’annessione di Costanza alla Romania nel 1878, la ristrutturazione del porto divenne uno dei progetti più ambizioni di re Carlo II, nel tentativo di recuperare così i fasti di un glorioso passato ancora imperiale. Le autorità romene e gli intellettuali sottolineano immediatamente dopo l’indipendenza della Dobrogea dall’impero ottomano, l’idea della romanità del territorio. In questa atmosfera di riqualificazione nazionale, il volto del poeta Ovidio appare come un simbolo della permanenza romena nel corso dei secoli. È lo stesso sovrano a rammentare la morte di Ovidio a Tomi:

“[…] dove numerosi monumenti storici ci portano alla memoria l’antica dominazione dei nostri antenati e dove ha terminato i suoi giorni il poeta Ovidio” [9].

Il mito ovidiano e le vestigia romane celebravano la latinità del popolo romeno. Fu così che lo scultore italiano Ettore Ferrari, nel 1884 realizzò una statua in bronzo alta 2.600 metri raffigurante il poeta dell’Amore in una posa profondamente meditativa. La statua venne poi inaugurata nel 1887 nella piazza Indipendenza, battezzata piazza Ovidio dopo il 1947, nel cuore della città portuale e copiata nel 1925 dalla città natale del poeta, Sulmona. La base della statua è formata da una lastra di marmo bianco, l’epitaffio del poeta, e riporta il seguente messaggio, secondo la sua ultima volontà [10]:

“HIC EGO QVI IACEO TENERORUM LVSOR AMORVM, / INGENIO PERII NASO POETA MEO./ AT TIBI QVI TRANSIS, NE SIT GRAVE, QVISQVIS AMASTI/ DICERE. NASONIS MOLLITER OSSA CVBENT”

 

“Qui giaccio io, Ovidio Nasone poeta, cantore di delicati amori, che perii per il mio ingegno; non sia grave a te, che passi e hai amato, mormorare: Le ossa di Ovidio riposino infine dolcemente”.

Il “Grande Mare”

L’unico nome di autentica origine romena attribuito al Mar Nero è il “Grande Mare“, continua nel suo racconto il biologo. Quest’affermazione è apparsa in un documento ufficiale del 1406 del voivoda, Mircea Cel Batrân, Mircea il Vecchio [11] il cui titolo di sovrano può offrirci una cronologia approssimativa della diffusione territoriale romena dell’epoca, più precisamente valacca.

“Io, in Cristo Dio, il Dio fedele e caritatevole e il Cristo amorevole e sacrificante, Io Mircea, il grande Sovrano e Signore con la misericordia di Dio e con il dono di Dio, governando e regnando su tutta la terra Ugro-Valacca e le zone al di là delle montagne, i Tartari, e Amlaş (Omlas)e Făgăraș (Fogaras), gli Hertz, e il sovrano del Banato di Severin, e su entrambi i lati in tutta la Podunavia, fino al Grande Mare e sovrano della fortezza di Dartor”.

Struttura ed Ecosistema

Un altro aspetto interessante relativo al Mar Nero è la sua struttura: è formato da due mari sovrapposti, uno vivo e uno morto. Lo strato di acqua senza vita non ha ossigeno, quindi non permette la decomposizione ad un ritmo veloce. Ha anche conservato manufatti archeologici vecchi di migliaia di anni, che non si sarebbero conservati in altri mari: oltre i 200 metri di profondità del Mar Nero, possono essere ritrovati giacere sul fondo dell’acqua. Lo stesso vale per i corpi di animali, conservati della parte inferiore del mare, quella delle acque morte, in ottime condizioni. Il Mar Nero è un ecosistema nuovo e le sue dinamiche sono molto più ampie ed originali che altrove.

Ha un ecosistema nuovo e scarsamente stabilizzato. Poche specie vivono qui, ma il numero di esemplari è molto alto.

“Se una delle specie scompare, il risultato può essere devastante. A differenza degli ecosistemi stabili, nel Mar Nero questo potrebbe portare alla scomparsa di tutte le creature viventi nel corso del tempo”, dice Razvan Popescu Mircieni. [12]

Il processo tramite il quale vede nascere nuove specie da specie esistenti è chiamato speciazione. L’emergere di una nuova specie può essere raggiunto sia convertendo una specie esistente in un’altra o dalla ramificazione di una specie in due o più nuove specie. Questo fenomeno è causato dalla microevoluzione.

La maggior parte degli organismi viventi sono presenti principalmente in prossimità delle coste: il mare, infatti, faceva parte del vecchio Mar Sarmatico, un bacino che comprendeva l’attuale Mar Caspio e il Lago d’Aral. Con il tempo è entrato in contatto con il Mediterraneo di oggi e tutto ciò che era acqua salmastra, quasi dolce fino ad allora, ha cominciato a diventare molto più salato. Di conseguenza gli organismi, salvo alcune eccezioni, possono vivere solo alle foci dei fiumi, dove la salinità è molto bassa.

Organization of Black Sea Economic Cooperation, BSEC e gas naturale

L’Organizzazione per la Cooperazione Economica del Mar Nero [13] è un’organizzazione internazionale – regionale che comprende sia i paesi bagnati dal mar Nero sia i paesi che hanno interessi in questa zona (Albania, Armenia, Azerbaigian, Grecia, Moldavia e Serbia). Questa organizzazione è nata su iniziativa turca nel 1992 e aveva lo scopo di avvicinare la mezzaluna turca all’Unione Europea.

Attraverso il Mar Nero, la Russia esporta la gran parte del suo petrolio caspico e del suo gas naturale, quest’ultimo trasportato verso la Turchia con il progetto Blue Stream. Un altro progetto, il South Stream aveva l’obiettivo di connettere direttamente il gas di produzione russo ai mercati dell’Europa centro-meridionale, Italia inclusa, attraverso un percorso, sviluppato congiuntamente da Gazprom ed ENI, sul fondo del mar Nero che evitasse il passaggio per paesi extracomunitari, soprattutto l’Ucraina. Ma in seguito all’invasione russa in Ucraina, nel 2014, il progetto venne abbandonato.

Il 21 agosto il Presidente Recep Tayyip Erdogan ha annunciato:

Nel Mar Nero la Turchia ha fatto la più grande scoperta di gas naturale della sua storia[14].

La scoperta di 320 miliardi di metri cubi di gas naturale in una parte incontestata del Mar Nero è certamente una buona notizia per un Paese che importa quasi interamente il suo fabbisogno energetico. Il nuovo giacimento di gas, ribattezzato “Sakarya”, sarà disponibile solo a partire dal 2023. Il giacimento di gas si trova a circa 2 km sotto il fondale marino e a 170 km al largo della costa turca e, cosa ancora più importante, si trova interamente in acque territoriali turche. Nonostante la mancanza di risorse energetiche interne, la Turchia è diventata una sorta di epicentro energetico, con oleodotti e gasdotti dall’Iraq e dal Caucaso che convergono in Anatolia. Uno sviluppo infrastrutturale importante è stato il TurkStream, un gasdotto che collega il gas russo sotto il Mar Nero alla rete energetica turca e poi all’Europa meridionale.

Sempre per quanto riguarda la Turchia: il gasdotto Trans-Adriatico, TAP, Trans-Adriatic Pipeline [15] è un gasdotto che dalla frontiera greco-turca attraversa Grecia e Albania per approdare in Italia nella provincia di Lecce.

Il TAP, insieme a TANAP, Trans Anatolian Pipeline che attraversa in lungo tutta la penisola anatolica, e a SCP, South Caucasus Pipeline, è una delle infrastrutture di trasporto che costituiscono il cosiddetto Corridoio Sud del Gas, consentendo l’accesso al mercato europeo delle riserve di gas proveniente dal giacimento offshore azero Shah Deniz II, situato nel Mar Caspio.

Come riporta attentamente Il Nodo di Gordio [16], il 31 dicembre 2020, “arriva in Italia il primo gas dall’Azerbaijan” attraverso il Trans Adriatic Pipeline.

Il desiderio europeo di trasformarsi nel primo continente neutro dal punto di vista climatico entro il 2050, è la più grande sfida ed opportunità del nostro tempo. La Commissione europea ha recentemente presentato il Patto verde europeo, il pacchetto di misure più ambizioso che dovrebbe consentire ai cittadini e alle imprese europei di beneficiare della transizione verso un’economia verde e sostenibile. Le risorse provenienti dal mar Nero possono contribuire direttamente allo sviluppo del Patto ecologico europeo.

Si auspica che l’audace e curioso lettore, nei panni dell’eroe greco Giasone, non abbia smarrito la strada in mezzo a tutte le informazioni ivi presenti, né si sia perso nella squisita geo- poetica e geopolitica bruta del mar Nero, ma che sia approdato a queste righe finali, alla Iolco di questo Mundus Furiosus in possesso del Vello d’Oro, di una, seppur piccola, conoscenza in più. Perché oggi più che mai è d’oro.

Bibliografia
  1. Dana Foddis, “Perché il Mar Nero si Chiama Così?”, Russia in Translation, 28/04/2019;
  2. Auris Luca, “8 Lucruri mai Puțin Cunoscute despre Marea Neagră, Discover Dobrogea, 31/12/2020;
  3. “Black Sea. Natural complexes of the seas that washed Ukraine”, Physical Geography of Ukraine;
  4. Dana Foddis, “Perché il Mar Nero si Chiama Così?”, Russia in Translation, 28/04/2019;
  5. Ibidem;
  6. Ovidio, “Tristia”, Elegia III, Libro I;
  7. Ovidio, “Tristia”, Elegia II, Libro I;
  8. “Ovidio e Vintilă Horia, due Esiliati“;
  9. Federico Donatiello, “Romania: Due Poeti Bohémienne e le Sirene del Mar Nero”, East Journal, 19/02/2017;
  10. “Statuia lui Ovidiu”, Itinerarii Pontice;
  11. Auris Luca, “8 Lucruri mai Puțin Cunoscute despre Marea Neagră, Discover Dobrogea, 31/12/2020;
  12. Ibidem;
  13. Il Mar Nero, Nuovo Epicentro di Guerra Economica, Istituto di Studi Strategici Niccolò Machiavelli, 2013;
  14. Aslı Aydıntaşbaş, “Mare in Tempesta: la Scoperta Turca dei Giacimenti di Gas del Mar Nero e i Rapporti con l’Europa”, European Council on Foreign Relations, 03/09/2020;
  15. “La Costruzione del Gasdotto”, Trans Adriatic Pipeline;
  16. Luigi Capogrosso, “TAP, Arriva in Italia il Primo Gas dall’Azerbaijan”, Il Nodo di Gordio, 31/12/2020.
Della stessa autrice

I tre Moschettieri: Russia, Iran, Cina. Nemico comune, obiettivi, strategie e investimenti diversi – Il Tazebao

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Mundus furiosus

La città e l’acqua: il caso di Milano e il progetto “Rinavigli”

“Rinavigli” è un progetto di studio, documentazione, analisi di quella che è stata una delle infrastrutture più importanti per Milano: i Navigli. E a questo seguono proposte per una nuova valorizzazione…

Milano, una città d’acqua. Milano nasce in una zona dove convergono diversi fiumi e torrenti: Lambro, Olona, Seveso per citarne alcuni. E il rapporto con l’acqua si sviluppa contestualmente fin dalla fondazione – c’è ancora molto dibattito tra gli studiosi sull’origine del nome celtico che potrebbe significare o in mezzo alla pianura o in mezzo alle acque – e quindi in epoca romana, dove iniziano a fiorire i traffici commerciali grazie alle prime opere di canalizzazione.

All’epoca romana risale anche il porto fluviale, oggi scomparso ma di cui rimangono ampie tracce archeologiche, che permetteva la comunicazione con gli altri fiumi, con i laghi, con il Po e quindi con l’Adriatico. Mediolanum divenne così sempre più centrale nell’Impero e lo testimoniano prima l’elezione a Municipium e quindi la scelta come capitale durante la Tetrarchia.

I corsi d’acqua che interessano la città sono stati disciplinati nel corso dei secoli arrivando, anche grazie alle svariate conche, sviluppate fin dalla prima metà del Quattrocento, ad un complesso reticolo che permetteva la navigazione dentro la città e con la provincia ma anche l’irrigazione dei campi e di conseguenza il controllo di esondazioni e piene, problemi tornati oggi di drammatica attualità. E di non semplice soluzione.

E qui si arriva ad un periodo storico fondamentale per la città di Milano: l’industrializzazione che la consegna alla modernità rendendola non solo la capitale del Nord ma la capitale del lavoro. La rete dei Navigli è prima fondamentale per lo sviluppo, per il trasporto di merci ma alla lunga viene soppiantata dal trasporto su strada che prende il sopravvento.

“Rinavigli”: riattivare il rapporto tra la città e l’acqua

Prima nell’Ottocento, poi con più intensità negli anni Trenta e quindi con il secondo Dopoguerra, i Navigli e tutte le opere ad essi correlate cominciano a scomparire per far posto a piazze, strade, incroci trafficati. Milano perde uno dei suoi connotati distintivi.

Per cercare di riscoprire, conoscere la ricca storia dei Navigli un gruppo di giovani ha creato il progetto “Rinavigli”. Una preziosa opera di documentazione fotografica e storica che fa comprendere quanto la città sia evoluta cancellando, purtroppo, alcuni luoghi simbolici.

L’acqua si sotterra

Il caso, forse più noto, è quello della Cerchia dei Navigli, che costituiva il fossato interno allagabile della cinta muraria medievale (1156) e che riprendeva il preesistente fossato romano, trasformato con interventi successivi in Naviglio e interamente coperto nel 1929.

Il Naviglio della Martesana scorreva fianco a fianco alla trafficata via Melchiorre Gioia.

Tra le altre trasformazioni eclatanti si segnala che al posto del Ponte di Montebello c’è l’incrocio tra via San Marco e Montebello.

Ugualmente è scomparso il Ponte degli Olocati che serviva per scavalcare il Naviglio Vallone. La zona fu vittima di pesanti bombardamenti durante l’ultima guerra rendendola del tutto irriconoscibile rispetto a prima.

Esistevano, proprio dentro il tessuto urbano, dei laghetti artificiali come quello di San Marco (foto di copertina), interrato nel 1935, e di Santo Stefano, interrato anch’esso ma a metà dell’Ottocento, che permetteva di far approdare in città il marmo proveniente dalle cave su lago Maggiore indispensabile per la costruzione del Duomo.

Non tutto però, nello sviluppo, è stato cancellato: si veda il ponte delle Sirenette, luogo al quale i milanesi erano molto affezionati, spostato, letteralmente, nel parco Sempione.

Queste fotografie restituiscono l’immagine di una città diversa, che traeva dall’acqua una delle sue fonti di prosperità e che aveva con essa un rapporto quotidiano.

Esempi di recupero e di nuova valorizzazione

Un rapporto da recuperare. Il progetto Rinavigli non si limita a questa preziosa opera di documentazione e diffusione. Il rapporto con l’acqua viene ripensato e ridefinito in quasi tutte le città della terra. Ripensare le città – necessario dopo la pandemia più che mai, come ribadito anche a Domus Forum 2020 – passa anche, infatti, dal recuperare il rapporto tra il tessuto urbano e l’acqua. E a livello mondiale sono già molte città ad averlo fatto. Seoul con il canale Cheonggyecheon, Madrid e Dusseldorf con l’interramento delle autostrade e l’apertura di parchi fluviali, Utrech con la riapertura del Singel. Gli esempi da seguire non mancano.

Bibliografia

F. Vallerani, “Fiumi come corridoi di memorie culturali, saperi idraulici e rappresentazioni” su Semestrale di Studi e Ricerche di Geografia, XXXI, I, 2019.

A. Gnesini, “I nuovi parchi fluviali di Düsseldorf e Madrid” su Aboutplants.eu del 25/03/2015.


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Biopotere Mundus furiosus

Peri-feria. Le molte Novoli

Un reportage fotografico di Jacopo Canè in esclusiva per Il Tazebao sulle periferie fiorentine. Il primo appuntamento è su Novoli, l’area maggiormente interessata dalle trasformazioni urbane.

Più passati e più modernità. Mescolate in un presente confuso, contraddittorio, sicuramente vitale. Una miscellanea disomogenea [1] e a suo modo stimolante. Novoli è anche questo. Novoli è stata (ed è) uno dei principali centri dell’espansione urbana della città di Firenze.

Dopo anni di continui cambiamenti ha assunto un nuovo volto. Oggi vi sorge la sede del polo delle scienze sociali dell’Università, l’area ex FIAT è rinata in parco, vi è stato trasferito il Tribunale, la tramvia la collega con il centro storico.

Oltre a questi progetti completati ci sono, però, quelli rimasti fermi, che interessano Novoli e non solo. Le grandi partite strategiche come l’ampliamento della pista, lo svincolo di Peretola, l’ammodernamento del mercato ortofrutticolo della Mercafir che la città ha fallito.

Novoli oggi è l’esito di queste profonde trasformazioni [2] e contraddizioni, concepite negli anni ’80 e concretizzatesi nel 2000. Oggi la millenaria San Donato in Polverosa fronteggia la più classica fabbrica novecentesca [3], dialoga con le rovine rimaneggiate di Villa Demidoff [4], smembrata in nome della speculazione del Dopoguerra; il verde affievolisce la pesantezza del cemento.

Analizzeremo le aree cosiddette periferiche della città per cercare di tracciare un bilancio sulle trasformazioni urbane degli ultmi anni ma anche per capire meglio l’impatto della pandemia sul tessuto umano e sociale.

Perché scegliere la fotografia per raccontare la e le città

La fotografia ci offre un punto di osservazione privilegiato sullo sviluppo urbano, documentando, meglio di ogni altro mezzo, la realtà e le sue contraddizioni. Basti pensare al celebre reportage di Gabriele Basilico “Milano. Ritratti di fabbriche” (1978-1980) [5]. Uno studio sulla Milano che usciva dall’industrializzazione e che si stava preparando a diventare la capitale dei servizi. Ciminiere, camini, piazzali colti nella loro “magica sospensione luminosa” [6] disegnano la fisiognomia di una città in transizione. Con rigore ma senza melanconia.

Con “Peri-feria” inizia un reportage di approfondimento fotografico a cura di Jacopo Canè che ringraziamo. Questi alcuni dei suoi scatti che animeranno anche il profilo Instagram de Il Tazebao.


Sono Jacopo Canè e sono un fotografo pubblicitario e di reportage, scopro l’arte della fotografia fin da bambino. Nel corso degli anni ho approfondito la passione del reportage e del fotogiornalismo grazie alla professione dei miei genitori, entrambi giornalisti, coadiuvandola alla fotografia di moda (e pubblicitaria in genere) e a quella di eventi. Dopo tanta gavetta e tanti corsi di formazione, ho deciso di mettermi in proprio, volendo realizzare i progetti secondo il mio punto di vista.
Tramite la fotografia cerco di raccontare delle storie che sono invisibili ai più, raccontare tutti quei dettagli che rendono speciale un evento, un capo o la quotidianità di un luogo. I dettagli sono ciò che rendono speciale ogni storia, e in questo mondo sempre più frenetico, saperli notare è sempre più raro. Adoro raccontare le mie storie con “lentezza”, dando risalto a tutto ciò che rende speciale l’ambito che sto raccontando.

https://www.instagram.com/jacopo_cn/


Bibliografia
  1. Giorgieri P. “Firenze: il progetto urbanistico: scritti e contributi, 1975-2010” (Alinea, 2010), sez. 2, cap. “La frammentazione urbana tra riuso e nuove espansioni senza città”;
  2. Aleardi A. e Marcetti C. “Firenze verso la città moderna” (Comune di Firenze, 2006) pagg. 126-129;
  3. Informatore (Ipercoop), “Firenze operaia e industriale”, novembre 2013, pag. 13;
  4. Chelazzi G. “Il principato fiorentino dei Demidoff” (Macrì, 1998);
  5. “Milano. Ritratti di fabbriche” (SugarCo, Milano) con prefazione di Carlo Tognoli, testi di Carlo Bertelli, Marco Romano e Gabriele Basilico;
  6. Lanza A. “Calvenzi racconta Basilico” su Abitare del 04/10/2017.
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Mundus furiosus

C’era una volta – “Connection before Correction”

“Connection before Correction”.

Creare dei legami prima di puntare il dito contro l’un l’altro. È questo il messaggio dell’articolo del rabbino Yakov Nager su The Times of Israel. [1] Tale preghiera alla coesistenza pacifica fra le comunità presenti sul territorio israeliano arriva in seguito all’appello lanciato dall’ormai famoso e decisivo, leader arabo Mansour Abbas (di cui abbiamo parlato ampiamente).

Abbas, in un discorso trasmesso sui principali canali televisivi israeliani, ha parlato di “Jewish-Arab coexistence in Israel” [2], coesistenza tra la comunità araba e quella ebrea. Si è definito “a man of the Islamic Movement, a proud Arab and Muslim, a citizen of the state of Israel” (“Un uomo del movimento islamico, un fiero arabo e musulmano, un cittadino di Israele”), non ha mai pronunciato l’aggettivo palestinese. Ha tenuto lo stesso discorso in ebraico, non in arabo e inizia con un augurio di pace rivolto a tutti i cittadini dello stato d’Israele. “What we have in common is greater than what divides us” (“Quello che ci accomuna è più grande di quello che ci divide”), ha citato diversi passi del Corano in cui si sottolinea l’umanità, caratteristica costante di tutte le persone. Ha ringraziato tutti i suoi sostenitori che gli hanno permesso di diventare la star, potremmo dire, della scena politica israeliana ed è più che consapevole della missione di cui queste elezioni l’hanno investito:

“To create an opportunity for coexistence in this holy land, blessed by three religions and home to two peoples” (“Creare un’opportunità per la coesistenza in questa terra santa per le tre grandi religioni monoteiste e casa di due popoli”).

E pensare che oggi il presidente americano Joe Biden, al telefono con il re di Giordania, ha resuscitato la tristemente famosa formula “two-state solution”! [3]

Abbas, intanto, rincara la dose: “we must give ourselves and our children the right and opportunity to come to know our neighbors” (“Dobbiamo darci e dare ai nostri figli il diritto e l’opportunità di conoscere i propri vicini”). Ha espressamente sottolineato come egli rappresenti il 20% del pubblico israeliano, ma è proprio da questa comunità ristretta che deve partire il cambiamento per “costruire una società civile che sia al di sopra dei suoi componenti”. La responsabilità politica è indispensabile per infondere fiducia tra la popolazione ed evitare che una comunità abbia paura dell’altra e creare insieme un futuro migliore per tutti. È richiesta responsabilità sia da parte dei politici, sia da parte degli elettori per costruire una realtà diversa per i cittadini israeliani. “Israel has changed its face, but she refuses to open her eyes” (“Israele ha cambiato la sua faccia, ma rifiuta di aprire gli occhi”) ha detto riprendendo una famosa canzone ebrea, “Now is the time for change”, ‘adesso’ è il momento del cambiamento.

L’appello del rabbino Yakov Nager

Ritorniamo alla dissertazione del rabbino Yakov Nager. Secondo questi, infatti, è giunto il momento per i leader ebrei di aprirsi sinceramente, con buone intenzioni, alla comunità araba e di accoglierli nell’agone politico per renderli protagonisti a pieno titolo “in building a society that works for everyone” (“nell’edificare una società che funzioni per tutti”). Questo processo non è per niente facile: arriveranno critiche da tutte le parti, ci saranno e ci sono divergenze profonde di opinione fra le due comunità, ma se si aspetta di raggiugere la perfezione, si deve aspettare in eterno. Bisognerebbe, invece, iniziare dal processo contrario: “Connection before Correction”, prima l’unione, poi la correzione, prima si accetta la situazione così com’è, poi si contribuisce a cambiarla dall’interno che è molto più semplice ed intelligente.

Il rabbino continua focalizzandosi sui sospetti che gli ebrei nutrono nei confronti degli arabi: molti, infatti, pensano che le loro intenzioni non siano sincere e che tengano questi discorsi sulla coesistenza solo per meri interessi politici, o addirittura si domandano se le parole pronunciate in arabo corrispondono con le loro “friendly words”, ‘parole amiche’ in ebraico o in inglese. Proprio per sfatare questo mito della diffidenza reciproca, ma soprattutto da parte giudaica, ed enfatizzare il desiderio arabo di unione con la comunità giudaica, il rabbino fornisce tre esempi tratti dalle sue numerose visite nelle scuole arabe di Israele.

Qui di seguito riporterò solo l’ultimo di questi tre esempi, il terzo, quello più significativo perché vede come protagonisti i bambini, mentre gli altri due ragazzi di istituti superiori.

Yakov Nager si reca in una scuola in Galilea, a Kafr Rama e porge ai bambini la seguente domanda.

Israele è uno stato così piccolo che sulle carte geografiche è complicato scrivere il suo nome perché mal si adatta; la sua terra è geograficamente insignificante, il numero di persone uccise e ferite a causa del conflitto arabo-israeliano incombe qui, ma è trascurabile rispetto ai conflitti in altre regioni.

Se è così, perché gli occhi del mondo intero sono attentamente puntati su questa piccola area del globo?

I bambini rispondono: “Tutti sanno che tutto è iniziato qui”.[4]

In effetti, le religioni abramitiche, che sono tutte ispirate da eventi che hanno avuto luogo nel territorio del giovane stato israeliano, oltre 3000 anni fa, rappresentano la maggioranza della popolazione mondiale.

I bambini di Kafr Rama hanno parlato del passato, ma il rabbino collega il loro ragionamento al presente: nel luogo stesso in cui tutto è iniziato, “dobbiamo cercare un modo per affrontare le sfide di oggi”.


Bibliografia
  1. Yakov Nagen, “I’s Tome to Heal Jewish- Arab Relations in Israel”, The Times of Israel, 4/04/2021;
  2. The Times of Israel Staff, “Ra’am Leader Abbas Calls for Arab- Jewish Coexistence, Based on Respect, Equality”, The Times of Israel, 1/04/2021;
  3. The Times of Israel Staff, “After Restoring Aid to Palestinians, Biden Endorses Two-State Solution”, 8/04/2021;
  4. Yakov Nagen, “I’s Tome to Heal Jewish- Arab Relations in Israel”, The Times of Israel, 4/04/2021.
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C’era una volta – Pax Mediterranea cercasi

“Le Primavere arabe sono un capitolo chiuso. Purtroppo. Ovunque hanno prevalso le contradizioni interne. Dobbiamo essere noi a fare le mosse strategiche” [1].

Sono queste le parole di Alessandro Minuto-Rizzo, Presidente della Nato Defense College Foundation, che ha tenuto a Roma due giorni di incontro con il mondo accademico, imprenditoriale e politico sul tema dell’energia (abbiamo pubblicato il policy paper di Massimo Nicolazzi). E data l’entità dell’argomento, l’energia non è altro che il centro di una circonferenza dal raggio molto lungo; sembra che le 200 miglia nautiche non bastino più!

“La destabilizzazione provocata nel 2011 dall’iniziativa franco-inglese, con la copertura dell’allora amministrazione americana del duo Obama-Clinton, è stata insieme alla guerra civile siriana il frutto più avvelenato di una stagione che ha sconvolto gli equilibri dell’area MENA (Middle East-North Africa). Equilibri che ci vedevano continuare con qualche variante la politica della Prima Repubblica, imperniata sul sostegno economico e sul rapporto politico privilegiato con i nuovi stati usciti dal processo di decolonizzazione” [2].

Così commenta le primavere arabe Gianni Bonini sul think tank di geopolitica ed economia interazionale Il Nodo di Gordio (abbiamo contribuito all’ultimo paper). I media occidentali, in maniera superficiale, hanno subito letto nella fattispecie l’ansia legittima di libertà, senza prendere minimamente in considerazione

“la fragilità delle strutture sociali ed economiche chiamate a sostenere una transizione democratica che ha bisogno di tempi lunghi di metabolizzazione [3].

Il Mediterraneo diviso

La colpa dell’instabilità della regione magrebina post 2011 è anche delle borghesie arabe, le quali non hanno saputo distinguere tra politica e potere; la politica si è trasformata in mera occupazione del potere e il processo di ammodernamento dei paesi procede a rilento.

Minuto-Rizzo è più che convinto che l’aiuto delle democrazie occidentali sia determinante “senza scadere in atteggiamenti neocoloniali” precisa. L’idea europea era quella di creare un’unione rivierasca tra tutti i paesi e popoli che si affacciano sul Mediterraneo, processo miseramente fallito poiché la realtà del Mediterraneo non è altro che divisione e differenziazione. “Più Pirenne che Braudel”. La possibilità di collaborazione è una scoperta recente. Basta pensare all’Unione Magrebina: il confine tra Marocco ed Algeria è chiuso! Di che collaborazione si parla? A livello di integrazione regionale, il mondo arabo rimane molto frammentato.

Citando sempre Bonini:

“La Pace nel Mediterraneo si può dire che sia il filo-forte che lega la storia della nostra politica estera, una necessità geopolitica che Roma seppe realizzare pienamente con una capacità inclusiva, di cui la Constitutio Antoniniana del 212 con l’estensione della cittadinanza a tutto l’impero è un unicum, ma sempre perseguita con tenacia. Penso alla crisi di Sigonella e alla lucidità con cui Bettino Craxi, che considerava prioritario lo scacchiere mediterraneo e mediorientale, seppe gestire la tensione con Washington, assumendosi i rischi che le decisioni politiche difficili comportano” [4].

Per i paesi europei meridionali bagnati dal Mediterraneo, Italia in primis, la stabilità dei vicini dell’altra sponda dovrebbe essere una priorità. È un ragionamento utilitaristico ed egoista, per tornaconto personale, ma indispensabile.

La NATO, concepita all’origine come strumento per contenere l’espansione sovietica, oggi è rivolta in direzione Sud alla ricerca di “partenariati ed un dialogo euro-mediterraneo più globale”. [5]

La difficoltà che bisogna superare è quella di far cambiare opinione sull’Occidente ai popoli rivieraschi: questi, infatti, vedono gli occidentali come dei rapaci desiderosi di mettere le mani sulle loro ricchezze, ben consapevoli che siamo lontani anni luce da un nuovo miracolo in stile Enrico Mattei.

A questo scopo le interconnessioni in campo economico e infrastrutturale, soprattutto nel settore energetico, sono particolarmente importanti.

“Se si deve gestire insieme una infrastruttura come un oleodotto attraverso due sponde dello stesso mare non c’è niente da fare: alla fine si collabora e si continua a farlo…lo sviluppo registra tempi lenti” [6].

Il ruolo inglese post Brexit

“Dai Romani alla talassocrazia britannica fino al secolo americano, la solidità della missione di una nazione si fonda sulla continuità della sua politica estera” [7] e l’Italia deve decidere se crescere o meno: continuare ad ignorare la sua configurazione geografica e i vantaggi che ne potrebbero derivare o prenderne coscienza e assumersi le responsabilità contribuendo significativamente a creare una concordia duratura. La dialettica politica sia a Nord che a Sud delle acque non va certamente soffocato, bensì incanalato sui terreni della sicurezza e della difesa delle coste e dei commerci.

Sulla scia delle riflessioni del presidente della NATO Foundation Defense College, sulla talassocrazia britannica bisogna riconoscere che ha sempre dato una spinta verso Nord alle politiche del Continente. Ma ha anche una lunga storia ed una lunga tradizione di impegno nel Mediterraneo. È una mera impostazione concettuale questa: è un “pezzo” di Europa che non deve girarsi dall’altra parte. La Francia da sola si è rivelata incapace di sostenere il peso di un tale incarico.

L’inverno politico che le primavere hanno generato

“Con la morte di Gheddafi, le primavere arabe costringevano l’Italia recalcitrante, ad una riconsiderazione della sua posizione e delle sue alleanze nel quadrante mediterraneo” [8].

Russi e turchi si sono espansi nel Mediterraneo guadagnando un ruolo che prima gli era precluso; al “problema Libia” non si troverà una soluzione nel futuro prossimo. Anzi sembra più opportuno parlare di “Libie” perché l’attuale divisione perdurerà ancora a lungo.

La Cina, non più vicina, ma in casa, è più che mai presente in Africa e dal 2017 col Pireo e gli altri terminal del Mediterraneo la sua presenza è molto salda e destinata a consolidarsi ed espandersi.

Alessandro Minuto-Rizzo offre lo spunto per una riflessione legittima: l’immigrazione è una costante indipendente, ma allo stesso tempo, intimamente collegata al bisogno di ricostruire i paesi vittime degli sconvolgimenti del 2011. Gestire i flussi migratori è di primaria importanza e senza dialogare con i potenziali attori in campo non è possibile gestire un bel nulla, ma un processo serio di state building, e perché no anche di nation, building è altrettanto indispensabile. Sono problemi questi spesso sovrapponibili, ma non sempre.

Adesso il quadro generale si è complicato a causa della massiccia presenza russa e turca nelle acque vicino casa: un tempo bastava contrattare con i vari capi delle tribù autoctone ed il gioco era fatto perché, essendo questi privi di una chiara visione politica ed animati da tornaconti personali, si “accontentavano” di poco. Lo stesso ragionamento non è valido per i russi e per i turchi che in merito hanno le idee fin troppo chiare. A tal proposito il lettore richiami alla mente le immagini dei rifugiati siriani che il governo turco avrebbe dovuto controllare secondo l’accordo stipulato con l’UE, ma che in piena pandemia a febbraio del 200 vollero attraversare il confine Turchia- Grecia e giungere in Europa.

Costruire una cultura dello sviluppo nel medio e lungo periodo è questa la strategia vincente.

Che cos’è una ZEE?

Il regime di sovranità sugli spazi marittimi è stato definito a seguito di un lungo processo di negoziazione condotto nell’ambito della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare e conclusosi nel 1982 con la Conferenza di Montego Bay, entrata ufficialmente in vigore nel 1994 e ratificata anche dall’Italia. Stabilisce che uno stato costiero può reclamare sino a 200 miglia nautiche dal limite della linea di costa.

La ZEE permette allo Stato di tutelare lo sfruttamento esclusivo di tutte le risorse presenti in mare.

La corsa all’istituzione della propria ZEE è stata iniziata da Cipro nei primi anni del 2000 attraverso la stipulazione di accordi circa la sua definizione con Libano, Israele ed Egitto. All’iniziativa della piccola Repubblica Cipriota si sono ben presto accodati altri Paesi del bacino mediterraneo quali Tunisia, Libia, Spagna, Francia e più recentemente Algeria.

Un mare che non basta più per tutti

Le ZEE sono dunque accordi bilaterali con gli altri stati. Le 200 miglia nautiche che ogni stato ha o dovrebbe avere a sua disposizione, nel Mediterraneo, non ci sono per tutti e si devono incastrare in qualche modo. La zona esclusiva dell’Algeria, per esempio, va quasi a toccare Cagliari. E qui sorge un altro problema: un conto è giungere ad un accordo con paesi dell’Unione Europea, un altro con i paesi del versante meridionale, versante dalla storia complessa e dall’attuale situazione abbastanza incerta.

L’ammiraglio Fabio Caffio, intervistato da Limes [9], precisa che in Italia, la legge che istituisce e autorizza l’esistenza della ZEE, deve ancora essere approvata dal Parlamento, più precisamente siamo in attesa dell’approvazione in Senato perché alla Camera è già passata all’unanimità. L’Italia ha già stipulato diversi accordi con la Grecia ed anche con gli altri paesi dell’ex Jugoslavia, con la Spagna, con la Tunisia.

A sud la situazione è molto complessa a causa della presenza del golfo della Sirte: alcune mappe lo considerano come se le sue acque fossero acque interne alla Libia e quindi tutti i confini si spostano verso nord perché i libici considerano quella zona acque loro interne e rivendicano di conseguenza una ZEE più ampia.

Altro nodo è Malta: la ZEE maltese ingloba le isole Pelagie. Pretesa questa avanzata nel 1980 davanti alla Corte di Giustizia quando intervennero nella causa anche Tunisia e Libia ed è rimasta immutata da allora.

L’attività di offshore non è molto proficua in zone dai confini mal definiti. La certezza dei confini è un elemento importante per lo sviluppo e l’esercizio delle attività economiche. Un’altra controversia che ha per protagonista Malta è quella con la Libia del 1985 in cui interviene anche l’Italia: ad est del meridiano 15, il meridiano dell’Etna i maltesi non avevano il diritto di spartirsi le acque di diritto continentale con la Libia in quanto l’Italia è uno stato terzo e può rivendicare il proprio diritto su queste acque. L’ammiraglio propone una sua interpretazione personale di cui tenere conto al momento del tracciare la ZEE italiana: spingersi a sud fino al meridiano 16 e proporre a Malta una joint offshore nelle acque che questa continua a pretendere.

Ripensare il Mediterraneo

Stabilire dei modus vivendi provvisori e semplificati di coesistenza. Perché, come suggerisce anche Laura Canali, disegnatrice delle carte di Limes, zona economica esclusiva non vuol dire solo petrolio e gas, ma anche energie rinnovabili ricavate dal vento principalmente, eoliche offshore, wind farms che sono il futuro; vuol dire protezione ambientale, ovvero lotta alla pesca illegale. Esistono dei progetti per installare delle pale eoliche nel mare a circa 35 km dalle coste italiane [10]. La stessa Canali ci mette in guardia dalla trappola del green: anche la scelta green ha un impatto ambientale. Si pensi per esempio a Carloforte in Sardegna. Il turista si ritrova queste pale eoliche in mezzo al mare.

Ci sono ben due progetti in fase avanzata per quanto riguarda l’eolico: uno presentato dal gruppo danese Copenaghen Offshore Partners (un totale di 250 metri al largo delle Egadi) ed il secondo avanzato dal gruppo Toto che si è assicurato, in due progetti, 1.837 megawatt davanti alle coste del Maryland negli USA. Il gruppo Toto si è avviato verso la realizzazione della prima centrale galleggiante italiana: l luogo scelto è il canale di Sicilia a oltre 60 chilometri dalla costa tra la Tunisia e la zona tra Mazara del Vallo e Trapani: qui saranno ancorate 190 turbine, distanziate l’una dall’altra di 3,5 chilometri, per un totale installato di 2.900 megawatt, l’equivalente di energia sufficiente per 3,4 milioni di famiglie e un fatturato annuo a regime pari a un miliardo di euro. Mentre l’investimento complessivo del progetto ammonta a 9 miliardi di euro [11].

In Italia è ancora in vigore una moratoria sulle trivellazioni presenti soprattutto nel Adriatico, una novantina circa a detta dell’ammiraglio, e oltre a queste non se ne concedono più. Perciò lo sfruttamento di energie rinnovabili è fondamentale.

“Il Mediterraneo nuovo” di Bonini

“[…] Pensare di adottare delle politiche neomalthusiane a danno dei popoli in via di sviluppo, sarebbe comunque impossibile per lo slancio che la globalizzazione ha impresso alla domanda di beni su scala mondiale. In questo contesto le energie rinnovabili rappresentano una straordinaria opportunità, a patto che usciamo dalla faciloneria e dagli slogan dei NO senza se e senza ma, che spesso nascondono solo egoismi di casta, per affrontare la questione energetica nella sua dimensione reale” [12]

Scrive lucidamente Gianni Bonini (ispiratore de Il Tazebao) nel suo libro “Il Mediterraneo nuovo”.

Parla di due energie rinnovabili in particolare: il fotovoltaico perché il clima è particolarmente favorevole e le biomasse perché “la generazione elettrica da biogas su scala dell’azienda agricola media e attraverso forme consortili può rappresentare un reddito aggiuntivo per l’agricoltura e risolvere almeno in parte il problema del trattamento degli scarti agricoli, comunque peraltro anche al nostro Paese” [13].

In Italia esiste un sapere industriale avanzato e il mercato mediterraneo potrebbe rappresentare per l’imprenditoria nazionale, orfana degli incentivi per le rinnovabili, una ghiotta occasione di crescita che coinciderebbe con le necessità urgenti di questi paesi.

Obiettivo irrinunciabile è l’adozione di un modello di gestione smart grid, cioè la combinazione di reti d’informazione di distribuzione elettrica che permettano una gestione intelligente del sistema di produzione e di fornitura, in modo da evitare sovraccarichi e cadute di tensione nella rete elettrica.

L’Europa e l’Italia, che “non esistono storicamente senza il Mediterraneo” [14], non possono non essere protagoniste a pieno titolo di un nuovo rinascimento nella regione. Non possono assolutamente girare le spalle e affidare un compito così delicato a russi, turchi e cinesi desiderosi di “sporcarsi le mani” per conto dell’Unione Europea per poter in seguito avanzare pretese esorbitanti.


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Mundus furiosus

“Khojaly, la ferita del Caucaso”: nuovo paper de Il Nodo di Gordio

È uscito il nuovo paper del think tank Il Nodo di Gordio che ricostruisce il genocidio di Khojaly (1992)

Segnaliamo la pubblicazione sul nuovo paper del think tank Il Nodo di Gordio di un articolo a firma di Lorenzo Somigli, giornalista e fondatore del blog Il Tazebao. In esso si ricostruisce il terribile massacro di Khojaly, avvenuto la notte tra il 25 e il 26 febbraio del 1992.

Oggi il conflitto in Nagorno-Karabahk ha visto una netta vittoria dell’Azerbaigian ma il cammino, ancora tortuoso e complesso, verso la pace non può prescindere dal riconoscimento di quello che fu un autentico genocidio.

Per ricevere il pdf del paper compilare il modulo al presente link: https://nododigordio.org/paper/khojaly-la-ferita-del-caucaso/

Un sentito ringraziamento al Chairman Daniele Lazzeri (intervistato dalla rivista azera Zerkalo) e tutta la redazione de Il Nodo di Gordio per l’opportunità e per averci permesso di studiare e aiutare a conoscere fatti tanto gravi quanto, ahinoi, sconosciuti ai più.


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Mundus furiosus

C’era una volta – “Nulla impedirà al sole di sorgere ancora”

Le elezioni in Israele potrebbero portare a un cambio nella politica nei confronti del Libano e soprattutto di Hezbollah. I possibili scenari e gli attori in campo.

Il 28 marzo Arab News pubblica un articolo della dottoressa Dania Koleilat Khatib, specialista nelle relazioni arabo-americane con un particolare focus sul lobbying, con il seguente titolo: “Why Lebanon should also look East” [1] (“Perché anche il Libano dovrebbe guardare ad Est”), in cui si tratta della crisi libanese alla luce del voto israeliano, ipotizzando i possibili scenari che si apriranno.

Si considera ancora una volta il Libano come un microcosmo nel complesso e variegato macrocosmo mediorientale.

Sembra di rileggere Oriana Fallaci quando apre il secondo capitolo di “Insciallah” con la descrizione della città di Beirut:

“Per un tempo che a molti sembrava immemorabile e che invece risaliva ad un passato recente, Beirut era stata una delle contrade più gradevoli del nostro pianeta: un posto comodissimo per viverci e per morirci di vecchiaia o di malattia. Sia che tu fossi ricco e corrotto, sia che tu fossi povero e onesto, lì trovavi il meglio che una città possa offrire: clima dolce d’estate e d’inverno, mare azzurro e colline verdi, lavoro, cibo, spensieratezza che vendeva qualsiasi piacere, e soprattutto una grande tolleranza perché malgrado la babele di razze e di lingue e di religioni i suoi abitanti andavano d’accordo fra loro. I musulmani sciiti o sunniti coabitavano garbatamente con i cristiani maroniti o greco-ortodossi o cattolici, gli uni e gli altri con i drusi e gli ebrei, le litanie dei muezzin si mischiavano con disinvoltura al suono delle campane, nelle chiese non si maledicevano i fedeli delle moschee, nelle moschee  non si maledicevano i fedeli delle chiese, nelle sinagoghe non si disprezzavano i fedeli delle une e delle altre  e ovunque si celebravano senza problemi i riti dei diciannove culti permessi dalla Costituzione. […] Fin troppi peccati commessi ed ammessi”. [2]

Ancora Israele?

Perché partire da Israele? Secondo l’autrice, la preoccupazione israeliana è la precisione dei missili di Hezbollah. Missili che spesso e volentieri sono diretti dal Libano verso sud, verso Israele per l’appunto. Dall’inizio dell’anno, il governo israeliano a guida collegiale Netanyahu-Gantz, pur mantenendo alta ed aggressiva la retorica contro Hezbollah, non l’ha trasformata in un’azione concreta contro di esso temendo anche una possibile ripercussione negativa dell’opinione pubblica all’indomani del voto. Ma adesso che le elezioni sono passate e hanno designato per la quarta volta in due anni Netanyahu vincitore che, però, fatica a costruirsi una maggioranza mentre l’elettorato israeliano rimane molto frammentato, sulla scia del ragionamento della dottoressa Khatib, gli scenari possibili post-voto sono tre.

Le opzioni

Coalizione di destra, formata con sudore e sangue da Bibi e dunque a guida Likud, guida che stavolta potrebbe essere più aggressiva nei confronti del Libano se Ra’am decide di far parte della maggioranza (la “questione palestinese”, come avevamo preannunciato, perderebbe la sua centralità almeno in patria).

Coalizione di sinistra che raggrupperebbe tutti i partiti di centro-sinistra e possibile adesione di Ra’am; coalizione frammentata programmaticamente perché l’unico punto di contatto fra i suoi partiti è la volontà di mettere all’angolo Netanyahu. Che decisione potrebbe mai adottare in politica estera un tale governo, si domanda l’esperta, se un partito di sinistra come Meretz invoca lo stop all’occupazione della Cisgiordania e un partito come Blu e Bianco di Benny Gantz è fiero sostenitore dell’occupazione?

Una terza opzione è che la situazione di stallo rimanga e che il paese si diriga a una quinta elezione nei prossimi due anni. Opzione, come abbiamo detto spesso, non così remota.

Tuttavia, un governo di “estrema destra”, alternativa più in voga al momento, (“far-right government” precisa attentamente l’esperta) che ha una visione più estrema sulla sicurezza nazionale e sui palestinesi, potrebbe essere attratto dal colpire il Libano, soprattutto se un nuovo leader emerge e vuole dimostrare che è più “duro” (tougher) del suo predecessore, come quando Ehud Olmert ha colpito il Libano dopo essere succeduto ad Ariel Sharon nel 2006.

Se il caos divora il Libano chi potrebbe trarne maggior vantaggio?

Riportando ancora le parole di Oriana Fallaci: “[…] Ma un brutto giorno erano arrivati i Palestinesi. Erano arrivati con la loro rabbia e il loro dolore e i loro soldi. Molti, moltissimi soldi. E grazie a quei soldi, visto che a Beirut si poteva comprare tutto fuorché l’immortalità, s’erano comprato il permesso di stabilirsi in tre zone della periferia musulmana: Sabra, Chatila e Bourji el Barajni.

[…] Avevano istaurato uno Stato dentro lo Stato: una nazione con le sue leggi, le sue banche, le sue scuole, le sue cliniche, il suo esercito. Un autentico esercito, fornito di uniformi e caserme e carri armati e cannoni a lunga gittata […] grazie alla mafia locale riceveva ogni tipo di equipaggiamento compreso il materiale necessario a scavare un’altra città: invisibile e inespugnabile. Un labirinto di catacombe che custodivano tonnellate di armi e di munizioni, di gallerie che contenevano camerate per i combattenti e sale chirurgiche e centrali radio”. [3]

Israele non vuole che il suo vicino Libano sia in preda al caos, ma non deve nemmeno essere riappacificato dalle potenze straniere, europee in particolar modo. Israele ha un forte interesse che il nemico vicino goda di una stabilità interna relativa, stabilità politica e sociale. Se il paese precipita nel caos più totale, Hezbollah potrebbe essere l’unico soggetto a trarne vantaggio. Hezbollah è molto e ben organizzata dal punto di vista militare e può benissimo riempire il vuoto istituzionale che verrebbe a crearsi.

In merito alla capacità di Hezbollah di resistere alle sollecitazioni esterne, che non hanno prodotto l’effetto sperato, segnaliamo la pregevole intervista de Il Tazebao a Maroun El Moujabber (“Il Libano cartina di tornasole del Medioriente”) in cui il tema è stato trattato con accuratezza.

Tornando a quanto riferisce l’esperta, due settimane fa, il capo dell’esercito libanese ha messo in guardia l’élite politica dei rischi che il paese potrebbe correre nel caso in cui l’esercito si dovesse trovare privo di finanziamenti.

L’ordine sociale del paese dei Cedri è fragilissimo. Fra gli stessi libanesi sta crescendo il malcontento verso Hezbollah e chiedono insistentemente il suo disarmo (“From the Lebanese, who are blaming it for their problems and more insistently asking for its disarmament”) [4]. Israele, dal canto suo, è consapevole che Hezbollah non ha più il sostegno quasi unanime che aveva quando ha colpito il Libano nel 2006 e la percezione della minaccia è sempre la componente più allettante della retorica di destra. Colpire adesso Hezbollah getterebbe il paese nel caos assoluto e si dimostrerebbe una mossa poco lungimirante politicamente: un’azione rapida contro Hezbollah indebolirebbe il gruppo musulmano adesso, ma avrà modo di riprendersi e di prendersi il Libano. Creando una seria minaccia per il confine settentrionale israeliano.

Mosca come possibile mediatore e garante

Usa, Francia e Russia, quest’ultima forte della sua posizione in Siria, stanno cercando di far convergere gli interessi di tutti i partiti verso un governo stabile capace di attuare tutta una serie di riforme di cui il paese ha tremendamente bisogno e di renderlo ammissibile ai programmi di aiuti internazionali. Mentre, però, sono concentrati su questo, non hanno prestato attenzione al tacito conflitto tra Israele e Hezbollah. Tacito per adesso.

Fra le tre potenze, la Russia è quella in vantaggio: Vladimir Putin si è sempre mostrato disponibile a dialogare con tutte le parti coinvolte, in qualsiasi parte del globo. Russia e Hezbollah si sono schierate dalla stessa parte in Siria sostenendo il presidente Bashar al Assad. Durante la “campagna di Siria”, Israele bombardava Hezbollah, probabilmente con il tacito placet di Mosca che non si è mossa in difesa del suo allora “alleato”.

Ecco che Mosca può e dovrebbe ergersi a mediatore e garante tra le due parti; con i libanesi che chiedono il disarmo di Hezbollah come citato prima, Mosca può influire su quest’ultimo chiedendo di congelare momentaneamente il suo arsenale, e cioè ridurre il flusso di armi proveniente dall’Iran e mediare un patto di non aggressione tra le forze armate libanesi e Israele. Questo patto rimarrebbe in vigore fin quando la situazione non si stabilizza e si terranno le elezioni per un nuovo parlamento. Sarà compito di questi nuovi parlamentari decidere sul destino delle armi di Hezbollah (“These lawmakers would then decide the fate of Hezbollah’s weapons”) [5].

La dottoressa Khatib suggerisce anche che questo progetto di cui Mosca potrebbe assumersi la paternità, se risulterà vincente, verrà preso come modello anche per future cooperazioni, perché no, tra Russia e USA nella regione. E cita espressamente il caso della vicina Siria.

La delegazione di Hezbollah “in visita” a Mosca e la reazione israeliana

Il 15 marzo, Mosca ha ospitato per tre giorni, consultazioni tra esponenti di Hezbollah guidati da Mohammad Raad, responsabile della fazione “Lealtà alla Resistenza”, e politici russi (il ministro degli Esteri Sergei Lavrov era il capo della delegazione russa). Hezbollah non ha annunciato ufficialmente la visita della delegazione a Mosca, ma informazioni da ambienti politici libanesi [6] affermano che la parte russa, ha sollevato con Hezbollah la questione della formazione del governo libanese. Il The Arab Weekly [7] ha aggiunto che Mosca aveva sollevato la questione anche con gli iraniani, che hanno risposto che una tale questione dovrebbe essere discussa con Hezbollah, non con loro.

Fonti libanesi [8], tuttavia, affermano che le ambizioni di Hezbollah di controllare il prossimo governo sono il principale ostacolo alla soluzione della crisi.

Il viceministro degli Esteri russo, Mikhail Bogdanov, ha detto durante i suoi contatti con un certo numero di funzionari libanesi in concomitanza con la visita della delegazione di Hezbollah a Mosca,

“è tempo di un accordo che vada verso la formazione di un governo”. [9]

La reazione israeliana è arrivata puntuale come un missile Jericho III. Benny Gantz, qualche settimana fa ancora ministro della Difesa, sempre secondo The Arab Weekly, ha affermato: “We’re prepared for every scenario on the northern front. I’d recommend that the Lebanese side not test the IDF’s abilities” [10] (“Siamo pronti per ogni scenario al confine nord. Raccomanderei ai libanesi di non testare le abilità delle forze armate israeliane”). È come se Gantz mettesse in guardia il vicino: per Israele non c’è più alcuna differenza tra Hezbollah ed il Libano. Infatti, continua rincarando la dose: If we have to go to battle, Lebanon will tremble and Hezbollah will be fatally wounded” [11] (“Se dovessimo arrivare alla guerra, il Libano tremerebbe e Hezbollah sarà ferito fatalmente”).

Uri Gordon, maggior generale delle forze armale israeliane, ha dichiarato che secondo le stime israeliane Hezbollah oggi ha un arsenale di circa 150.000 razzi, e alcune delle sue armi possono colpire qualsiasi punto all’interno di Israele. [12]

Conclusioni

“Parlare di Libano significa parlare di qualcosa che esiste a intermittenza, proprio come la luce elettrica nelle case dei suoi cittadini” scrive Andrea Baldi su Geopolitica.info [13].

Il paese è stato colpito da una gravissima crisi economica che ha costretto il governo, l’estate scorsa, ha dichiarate il default. I cittadini scendono ciclicamente nelle piazze per protestare contro l’incapacità dell’élite politica di far fronte alle varie crisi che governano il paese. La pandemia globale non ha di certo risparmiato il Libano, aggravando ulteriormente la situazione e le ingerenze straniere, visto la sua strategica posizione geografica, sono molte e discordanti tra loro. Gli interessi dell’una confliggono con gli interessi dell’altra trasformando il paese dei Cedri in un ring da boxe.

L’intervento russo potrebbe placare la turbolenta situazione trovando un accordo, seppur momentaneo, tra le forze in campo: perché mentre l’Unione Europea ed anche gli USA fanno leva sullo strumento anacronistico ormai delle sanzioni, la Russia dialoga direttamente con tutti i protagonisti. Le sanzioni in Medio Oriente non conducono al risultato sperato: i popoli che vi abitano sono abituati alle privazioni, vivono in condizioni avverse e precarie benissimo.

Il confine tra passato, presente e futuro è quasi invisibile in un paese in cui la percezione del tempo sembra variare con la geografia.


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Mundus furiosus

La priorità degli USA di Biden è nell’Indo-Pacifico. I dossier ancora aperti

Ormai è fuori discussione che l’Indo-Pacifico sia la regione più importante per il futuro degli USA e il loro teatro prioritario.
Ne è la prova il fardello economico che ogni anno Washington è disposta a sostenere. L’analisi di Elvio Rotondo, Country Analyst del Nodo di Gordio.

Ogni anno il Pentagono spende circa 8,5 miliardi di dollari per lo stazionamento delle decine di migliaia di truppe americane in Giappone e Corea del Sud.

Secondo un rapporto della Government Accountability Organization pubblicato il 17 marzo scorso, tra il 2016 e il 2019 le forze armate americane hanno speso circa 34,3 miliardi di dollari per mantenere più di 83.000 truppe stabilmente in Giappone e Corea del Sud, di cui circa 20,9 miliardi di dollari in Giappone per mantenere le circa 55.000 truppe, e altri 13,4 miliardi di dollari in Corea del Sud per i circa 28.500 soldati di stanza nella penisola.

Tokyo e Seoul hanno fornito agli Stati Uniti alcuni finanziamenti diretti per compensare alcuni dei costi, in particolare, il Giappone ha pagato agli Stati Uniti circa 12,6 miliardi di dollari e la Corea del Sud ha pagato circa 5,8 miliardi di dollari.

Inoltre, Washington per essere più competitiva e vincente nella regione conta sulla Pacific Deterrence Initiative, iniziativa che si concentra sull’acquisizione di capacità militari avanzate, inclusi radar spaziali, difesa missilistica, armamento di precisione a lungo raggio, logistica, sperimentazione e innovazione e una migliore interoperabilità ed esercitazioni con alleati e partner. Secondo quanto riportato da USNI News, il comando indo-pacifico degli Stati Uniti sta cercando 4,68 miliardi di dollari, nel prossimo anno fiscale, da destinare alla Pacific Deterrence Initiative.

Il 3 marzo scorso, l’amministrazione Biden ha presentato uno schema della strategia di sicurezza nazionale, dove la Cina viene considerata l’unica sfida all’ordine internazionale a tutti gli effetti. Gli Stati Uniti lavoreranno per dare forma a nuove norme e accordi internazionali.

Il 12 marzo scorso, i leader di India, Australia, Giappone e Stati Uniti hanno tenuto un incontro virtuale allo scopo di potenziare il Quad (Quadrilateral Security Dialogue). Finora tutte le parti interessate hanno affermato che il “QUAD” non è altro che una riunione informale di alleati, ma si tratta comunque del terzo meeting negli ultimi sei mesi e la “natura dell’alleanza” potrebbe cambiare.

L’amministrazione ha annunciato una nuova politica per rivedere le catene di approvvigionamento di semiconduttori, batterie e terre rare, tutti prodotti per i quali gli Stati Uniti dipendono dalla Cina. Un ordine esecutivo, firmato da Biden nel mese di febbraio scorso, afferma che gli Stati Uniti lavoreranno con gli alleati e aumenteranno gli approvvigionamenti da Australia, Giappone, Corea del Sud e altrove. Incoraggerà anche una maggiore produzione interna.

Tra i problemi più rilevanti che Washington affronta nella regione c’è la minaccia nucleare, mai tramontata, della Corea del Nord e le politiche di Pechino nel Mar Cinese Meridionale e Orientale.

A conferma delle notevoli difficoltà tra Cina e Stati Uniti il vertice di Anchorage (Alaska) di qualche giorno fa, è stato l’ennesimo banco di prova nelle relazioni sempre più travagliate tra i due paesi. I paesi continuano ad essere in disaccordo su una serie di questioni, dal commercio ai diritti umani in Tibet, da Hong Kong alla situazione nella regione dello Xinjiang occidentale, oltre che su Taiwan, sull’assertività della Cina nel Mar Cinese e sulla pandemia di coronavirus.

Prima del vertice di Anchorage il Segretario alla Difesa Austin e il Segretario di Stato Blinken si erano recati a Tokyo e Seoul.

La priorità numero uno di Pechino rimane senz’altro la presa di Taiwan. Secondo alcuni studi, la Cina potrebbe decidere di lanciare un attacco militare contro Taipei tra oggi e il 2045. Naturalmente l’eventuale conquista di Taiwan da parte cinese sarebbe un duro colpo alla credibilità degli Stati Uniti come partner forte e fidato nella regione.

Al momento, lo stretto di Taiwan rimane uno dei punti più infiammabili e più pericolosi al mondo.

Gli Usa per sostenere l’azione di scoraggiare potenziali tentativi cinesi di conquista, forniscono regolarmente a Taiwan il materiale difensivo di cui ha bisogno per la difesa nazionale. Nel mese di ottobre 2020, gli Stati Uniti hanno approvato la vendita di armi a Taiwan per circa 1,8 miliardi di dollari, armi necessarie a mantenere elevata la credibilità delle forze armate taiwanesi e ricordare a Pechino che il prezzo di un attacco a Taiwan potrebbe essere troppo alto.

L’ex presidente americano, Donald Trump, aveva coltivato legami più stretti con Taiwan nell’impegno di contrastare la crescente influenza della Cina. Aveva aumentato in modo significativo le vendite di armi a Taipei promettendo di intensificare la cooperazione economica e in generale aveva rafforzato le relazioni con l’isola. Mentre la Cina si oppone a qualsiasi forma di scambio tra funzionari statunitensi e taiwanesi.

A Washington, il 19 gennaio scorso, durante un’udienza di conferma davanti alla commissione per le relazioni estere del Senato, il neo-segretario di Stato, Antony Blinken, aveva promesso che gli Stati Uniti continueranno a onorare gli impegni nei confronti di Taiwan. Aveva accennato anche agli sforzi per ampliare la partecipazione di Taiwan nelle organizzazioni internazionali e ha messo in guardia la Cina dall’intraprendere qualsiasi azione militare contro il paese.

Nel 1979 il Presidente statunitense Jimmy Carter decise di porre fine alle relazioni diplomatiche con Taiwan e da allora Washington ha fatto affidamento sul Taiwan Relations Act per gestire i suoi legami non ufficiali con Taipei. Per evitare di minare le relazioni con Pechino, che vede Taiwan come una provincia separatista, gli Stati Uniti hanno mantenuto la cosiddetta politica “Una Cina”, riconoscendo la tesi di Pechino secondo cui la Repubblica popolare cinese è l’unico governo legale della Cina. Allo stesso tempo, per aiutare Taiwan a scoraggiare potenziali tentativi cinesi di conquista, il governo degli Stati Uniti fornisce regolarmente a Taiwan il materiale difensivo di cui ha bisogno per contrastare un attacco cinese.

La Corea del Nord

Da parte nordcoreana il lancio dei due missili da crociera del 21 marzo nel Mar Giallo potrebbe segnare il ritorno a un nuovo ciclo di provocazioni di Pyongyang, anche se il lancio non ha violato le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, a differenza dei due missili balistici a corto raggio lanciati il 25 marzo nel Mare dell’Est o Mar di Giappone.

I missili sarebbero stati lanciati dalla città di Hamju, nella provincia dello Hamgyŏng Meridionale, e avrebbero volato per circa 450 chilometri con un’altitudine di 60 km. Il governo giapponese ha confermato che i missili sono caduti al di fuori della zona economica esclusiva del Giappone. Il test di giovedì, arriva pochi giorni dopo l’arrivo negli Stati Uniti del nordcoreano Mun Chol Myung, estradato dalla Malesia. Mun Chol Myung è un uomo d’affari accusato di riciclaggio di denaro attraverso il sistema finanziario statunitense per fornire articoli di lusso alla Corea del Nord. L’incidente ha causato l’interruzione dei rapporti diplomatici tra Pyongyang e la Malesia.

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Mundus furiosus

C’era una volta – La possibile “Alleanza di Abramo”

L’apertura di Mansour Abbas, leader di Ra’am, è una delle novità più significative di questa, nuova, tornata elettorale in Israele.

“L’unica alternativa ad un governo della destra guidato da me, è un quinto voto“. [1]

Sono state queste le parole di Benjamin Netanyahu all’uscita dalle urne.

King Bibi è di nuovo, per l’ottava volta, il politico più votato del paese. È il vincitore senza governo al momento, come ormai accade non di rado nella democrazia israeliana.

Rapido sguardo sul voto

Il voto è stato contraddistinto dalla più bassa affluenza dal 2009: il definitivo è di 67,2%, circa il 5% meno dello scorso marzo [2]. Questo record negativo riguarda soprattutto i palestinesi con cittadinanza israeliana: meno del 10% dello scorso marzo. Proprio in questa tornata elettorale in cui avrebbero potuto ottenere molto e forse anche mandare Netanyahu all’opposizione.

La stessa “questione palestinese” non è stata sollevata da alcun partito, destra o sinistra che sia, durante la campagna elettorale, segno che qualcosa sta cambiando nel paese o come meglio lo ha definito Carlo Pannella nel suo articolo su Linkiesta, si tratta senza dubbio di “un sintomo interessante” [3].

Netanyahu e l’intero blocco di destra che lo sostiene sono fermi a 52 seggi, lontani di ben nove seggi necessari per garantirsi la maggioranza nella Knesset (la sintesi del voto a cura di David Fiorentini). Anche se il partito nazionalista Yemina di Naftali Bennett decidesse di entrare nella maggioranza guidata da Bibi con i suoi 7 seggi, i 59 seggi totali non sarebbero comunque sufficienti per formare un nuovo governo a guida Likud.

Un’opzione allettante e realistica che ben rispecchia anche la politica israeliana incoraggiata e supportata dall’amministrazione statunitense dell’allora presidente Donald Trump e coronata con gli accordi di Abramo, è l’entrata nella maggioranza del partito arabo Ra’am di Mansour Abbas. Ra’am ottiene solo 5 seggi che sono determinanti sia per il blocco di destra che per quello di sinistra. Entrambe le parti devono allearsi con esso per formare una maggioranza.

Nelle elezioni dello scorso marzo, Netanyahu, consapevole di questo status strategico di Ra’am e per timore di finire all’opposizione, aveva messo in guardia gli israeliani di una possibile alleanza tra blocco di sinistra e Ra’am, alleanza che secondo lui sarebbe stata influenzata fortemente dal partito arabo. In altre parole, Ra’am avrebbe dettato l’agenda di governo [4].

Adesso, dopo quaranta anni, un partito arabo – israeliano potrebbe fare il suo ingresso nella Knesset. E tutto questo non dovrebbe scandalizzare troppo: Netanyahu si dimostrerebbe coerente con la politica stabilita dagli accordi di Abramo.

Mansour Abbas: l’homo novus

“Mansour Abbas might be able to deliver Netanyahu or block him from government[5] (Mansour Abbas potrebbe essere in grado di aiutare Netanyahu o mettergli il bastone tra le ruote), commento dell’analista politico israeliano Eylon Levy.

In un’intervista con una stazione radio israeliana [6], Abbas ha detto che il suo partito era “pronto a impegnarsi” con il campo di Netanyahu o dei suoi rivali. “The others want to bring an end to Netanyahu, while I am talking about changing his policies to what is good for my people” [7] (Gli altri vogliono porre fine a Netanyahu, mentre io sto parlando di cambiare le sue politiche a ciò che è bene per il mio popolo)è quanto dichiarato da Abbas e riportato sul Financial Times. Infatti, secondo lui i palestinesi sbagliano a schierarsi dalla parte della sinistra in automatico, senza prendere in considerazione quali siano le tematiche politiche più importanti per loro.

Il partito Ra’am era nella Lista Congiunta (questa volta corre da solo), un’alleanza di partiti arabi per lo più di sinistra che si sono uniti in opposizione alle politiche antiarabe della destra israeliana. La Lista Congiunta aveva guadagnato record negli ultimi due anni, vincendo 13 seggi nelle elezioni di settembre 2019 e aumentando il record di 15 seggi nelle elezioni dell’anno scorso, configurandosi come il terzo più grande blocco della Knesset. L’alleanza è stata necessaria negli ultimi due anni per impedire a Netanyahu di assicurarsi la maggioranza necessaria per formare un governo. Ma all’interno della Lista Congiunta, l’improvvisa violazione da parte di Ra’am della linea rossa “tutto fuorché Netanyahu” e la sua volontà di trovare una causa comune con i partiti ebrei ultraortodossi sulle questioni sociali conservatrici stavano mettendo a dura prova l’alleanza.

Netanyahu e Abbas hanno anche trovato una causa comune in una campagna anticrimine nelle comunità arabe che hanno sperimentato crescenti violenze. Settimane prima delle elezioni, il governo di Netanyahu approvò una proposta di lotta al crimine da 150 milioni di shekel (45 milioni di dollari) per le comunità arabe, tra cui l’espansione delle stazioni di polizia e la creazione di una nuova unità speciale.

Nel tentativo di rompere l’impasse politica che si trascina da due anni, il premier israeliano di destra ha fatto un tentativo concertato di corteggiare il voto arabo prima delle ultime elezioni: visitare i centri di vaccinazione nelle città arabe per sottolineare la sua efficace gestione della crisi sanitaria e pubblicizzare gli accordi diplomatici di Israele lo scorso anno con gli Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan.

I principali partiti di destra israeliani hanno a lungo preferito gli islamici ai politici e movimenti palestinesi di sinistra che sostengono il dialogo su questioni importanti, tra cui gli insediamenti ebraici in Cisgiordania.

Indipendentemente dal fatto che Abbas entri o meno in una coalizione di governo, la sua strategia elettorale lo ha reso un attore critico sulla scena politica israeliana.

C’era una volta – “Connection before Correction” – Il Tazebao

Le attente osservazioni di Ray Hanania

Il giornalista statunitense di origine palestinese Ray Hanania, nel suo articolo su Arab News [8] consiglia ai palestinesi di cogliere quest’occasione al volo e mostrarsi più disponibili verso lo stato israeliano.

La popolazione palestinese con cittadinanza israeliana rappresenta circa il 20% della popolazione totale di Israele. Se questi palestinesi cittadini con pieni diritti di Israele si presentassero in massa alle urne, potrebbero influenzare significativamente la formazione del governo e trasformare la questione dei diritti umani in una priorità nazionale. Soprattutto nella Gerusalemme Est, dove il 60 % della popolazione è araba (più di 350,000 persone, 350,000 potenziali voti) i palestinesi potrebbero fare la differenza. Ma molti non possono esprimersi alle elezioni in quanto privi di cittadinanza: molti conservano gelosamente la cittadinanza palestinese che permette loro di partecipare alle elezioni locale di Gerusalemme e in quelle palestinesi della Cisgiordania, ma non nel paese in cui vivono, Israele.

Il giornalista si rivolge esplicitamente a questi palestinesi di Gerusalemme Est suggerendo loro di abbandonare l’orgoglio e la rabbia cieca che non fa altro che produrre pregiudizi inutili e partecipare attivamente alla vita politica dello stato in cui vivono. Hanania, infatti, non capisce questa loro riottosità e la caparbietà nel non volere la cittadinanza israeliana considerata da molti addirittura un insulto.

Although frankly I can’t see how it could be more insulting than living as an occupied people with so few rights on their own land [9] (anche se francamente non riesco a capire cosa potrebbe esserci di più offensivo che vivere come un popolo occupato con così pochi diritti sulla propria terra), è questo il lucido commento del giornalista.

Egli si rivolge principalmente alle nuove generazioni esortandole ad osservare la realtà da un nuovo punto di vista: Gerusalemme Est è occupata e controllata con il pugno di ferro da Israele da più di mezzo secolo. È comprensibile la reazione della popolazione palestinese anziana, ma la gioventù nata in Israele perché non vuole riconoscere lo stato ebraico?

Molti palestinesi hanno richiesto la cittadinanza israeliana: tra il 2001 ed il 2010, 7,000 dei 350,000 hanno ricevuto lo status di cittadino di Israele [10]. Se tutti i 350,000 fossero iscritti all’albo elettorale di Gerusalemme Est, il voto arabo sarebbe capace di influenzare l’outcome delle elezioni. Sarebbe sufficiente che questi indirizzassero il loro voto verso un unico partito, solo in questo modo aiuterebbero il paese a svoltare a sinistra ed “epurare” la scena politica da un’ingombrante figura politica come Netanyahu. Questo non è pura utopia: l’autore stesso ne è consapevole e lo esplicita nell’articolo. I palestinesi, infatti, credono non ci sia differenza tra le politiche di destra e quelle di sinistra riguardo la questione palestinese.

Anzi Hanania sottolinea come ci sia più paura da parte israeliana, paura dei diritti palestinesi: “They know that, if the Palestinians were ever to come together, they could change the face of both Israel and Palestine”. (Sanno che, se i palestinesi dovessero mai riunirsi, potrebbero cambiare il volto di Israele e della Palestina) [11].

Sempre Hanania sostiene che il perenne conflitto con i palestinesi è in realtà benefico per Israele perché solo così può garantire la supremazia degli ebrei israeliani sui palestinesi. Se il conflitto si placasse la comunità palestinese prospererebbe e potrebbe avere la meglio sugli ebrei israeliani o peggio ancora arrivare ad eleggere un primo ministro non ebreo!

Ma gli ebrei israeliani possono tirare un respiro di sollievo: i palestinesi invece di intraprendere un cammino lungo e di piccoli passi verso la creazione di un loro stato, pretendono “tutto ed ora”. Israele, dal canto suo, è abituato ad impadronirsi di tutto ciò che vuole e l’oggetto del suo desiderio si va piano piano ad espandersi.

Ai palestinesi manca una visione chiara per il futuro. Non hanno un programma da seguire. Hanania afferma che solo così essi potranno sconfiggere il regime di apartheid in cui di fatto vivono. Devono diventare cittadini israeliani e cercare di cambiare Israele dall’interno piano piano.

Conclusioni

Già dalle elezioni del 2019, che hanno visto la partecipazione di più del 28% dei palestinesi [12], questi decidono di votare per i partiti sionisti. Questo dato significativo indica la consapevolezza tra i palestinesi che i loro partiti non possono incidere in alcun modo sulla scena politica israeliana. Sempre a partire dal 2019, gli esponenti dei partiti sionisti hanno condotto un’intensa campagna elettorale anche nei centri arabi, Benny Gantz in primis.

Secondo il The Israel Democracy Institute [13], una larga maggioranza sia di Arabi (66%) sia di ebrei (70%), non crede che i tentativi di Netanyahu nel migliorare la condizione palestinese siano sinceri.

Citando sempre il The Israel Democracy Institute, l’opinione pubblica israeliana attribuisce alla Lista Congiunta un pessimo voto per le sue prestazioni negli ultimi due anni; solo il 7,5% considera le sue prestazioni buone o eccellenti rispetto al 53% che considera le sue prestazioni non buone o cattive. La delusione per la performance della Joint List negli ultimi due anni è particolarmente forte tra il giovane pubblico arabo.


  1. Redazione ANSA, “Netanyahu non Israele ancora senza maggioranza”, del 24/03/2021.
  2. Ibidem.
  3. Carlo Pannella su Linkiesta, “La grande novità in Israele, il partito arabo potrebbe entrare in maggioranza con Netanyahu”, 24/03/2021.
  4. Tovah Lazaroff su Jerusalem Post, “Seven ways Israel’s 2021 election redrew the political map”, del 25/03/2021.
  5. Riportato su France 24, “Islamist, dentist and gentleman: The rise of Israel’s unlikly kingmaker”, del 25/03/2021.
  6. Ibidem.
  7. Financial Time: Israel’s Islamists target gains as Netanyahu courts Arab vote”.
  8. Ray Hanania, “Why Palestinians should try to change Israel from the inside”, del 24/03/2021.
  9. Ibidem;
  10. Ibidem;
  11. Ibidem;
  12. NENA NEWS, “Elezioni Israele. Le tre opzioni palestinesi: il boicotaggio, la Lista araba e la falsa integrazione”, del 17/09/2019.
  13. Tamar Hermann, Dr.Or Anabi, “Majority of Israelis: Netanyahu’s Efforts to Forge Ties with Arab Public Insincere”, The Israel Democracy Institute, del 07/01/2021.
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