Volere o votare? Punti di vista sulle elezioni libanesi

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Nuovo parlamento, società civile, ruolo di Hezbollah e il contesto globale. Una serie di riflessioni sulle elezioni libanesi.
Elie Elias: “Un passo per la libertà del Libano”

Per Elie Elias, ricercatore all’Università USEK (Holy Spirit University of Kaslik), direttore della Human Rights Foundation in Libano e membro fondatore della Lebanese Heritage Foundation, è stata innanzitutto una “vittoria per i Libanesi e per la democrazia, un passo verso la riconquista della libertà per il nostro paese”.

“Ci sono tre punti di cui tener conto – spiega Elias, da sempre attivista per le riforme – e sono la perdita della maggioranza in parlamento da parte di Hezbollah, la sconfitta della fazione pro-siriana, ricordo che molti suoi candidati non sono stati eletti, e la conquista della maggioranza nei voti cristiani delle Forze Libanesi”.

Elias passa, dunque, ad analizzare il successo della società civile: “Questo è uno dei dati più interessanti di questa tornata. Dalle proteste del 2019 è nata una nuova forza politica, che ha conquistato un numero considerevole di seggi. Adesso saranno sotto osservazione: bisognerà capire se lavoreranno sottotraccia per Hezbollah, permettendogli di ottenere una maggioranza, o no”.

Lorenzo Somigli: “Attenti all’illusione del civismo”

“È singolare, se non allarmante, parlo prima di tutti di Francia e Italia, la scarsa e frettolosa attenzione riservata sui media occidentali alle elezioni libanesi, che, invece, possono dirci molto sui futuri equilibri della regione e ancor di più del Mediterraneo, dei cui cambiamenti è sempre un anticipatore abbastanza fedele”.

“La società civile, che inserisce con successo molti propri candidati nelle pieghe del sistema confessionale (adattandosi e piegandolo al tempo stesso), non di rado a spese di candidati di lungo corso, può essere “croce o delizia”; lo diciamo noi italiani, che dalla “presunzione di civismo” ci siamo passati prima, agli amici libanesi”.

“Posso, di contro, affermare con quasi assoluta certezza, che molti candidati non affiliati a partiti, con cui mi sono confrontato nei vari passaggi in Libano, abbiano un’agenda politica che può contribuire a risolvere i problemi concreti. La presenza civica ha sicuramente invogliato molti a non disertare le urne”.

«La società civile può essere “croce o delizia”»

“In fin dei conti, però, la pratica parlamentare è la prova effettiva della capacità di saper andare oltre gli interessi settari, di contro farà riemergere le fratture religiose. Certo è che la politica è organizzazione del consenso, ad alta o bassa intensità, è mediazione politica, e il civismo si è spesso dimostrato cedevole rispetto a ben altri e più forti interessi oppure tanto rigido da spezzarsi, senza dimenticare che si può essere civici o indipendenti quanto si vuole ma si è sempre calati, in Libano a maggior ragione, in una complessità di interessi, attori, questioni globali, da cui nessuno è indipendente”.

Questa la riflessione di Lorenzo Somigli, giornalista e fondatore de Il Tazebao.

Talal Khrais: “Hezbollah-Amal tiene posizioni ma perde alleati”

Talal Khrais, corrispondente in Italia per la National News Agency, analizza così su Assadakah l’esito delle elezioni.

“Le elezioni legislative hanno dimostrato la grande voglia di cambiamento dei libanesi. I clan politici feudali sono stati abbattuti dai giovani del Movimento della rivolta o della rivoluzione del 17 ottobre 2019″.

“L’alleanza guidata da Hezbollah ha subito una battuta di arresto, anche nelle zone sciite, e il Movimento Popolare ha sfondato. Hezbollah e Movimento Amal hanno conservato le loro posizioni ma hanno perso alleati cristiani, drusi e sunniti”.

“I ragazzi delle piazze sono oggi ‘signori onorevoli’ nel nuovo Parlamento. I risultati finali delle elezioni in Libano mostrano che gli alleati del Partito della Resistenza Hezbollah hanno subito un duro colpo”.

“La coalizione guidata dal Partito della Resistenza, Hezbollah, e il Movimento sciita Amal ha ottenuto 61 seggi su 128 membri, 10 in meno dalle scorse elezioni quattro anni fa, in gran parte dovuta alla battuta d’arresto subita dai partner politici; tutti e i 13 candidati di Hezbollah che si sono candidati sono stati eletti”.

“Il vice presidente del Parlamento libanese, Elie Ferzli, sostenuto dalla Coalizione Hezbollah e Amal ha perso. Hanno perso anche politici che dal 92 siedono in parlamento, come Talal Arslan, leader druso del Partito Democratico, ma anche Wiam Wahhab leader del Partito Arabo Democratico, e As’ad Hardan, uno dei leader storici del Partito Social Nazionalista Siriano”.

“Nel campo cristiano si è verificato un travaso di voti dalla Corrente Patriottica Libera al partito delle Forze Libanesi, guidato dal leader cristiano maronita Samir Geagea. Le Forze Libanesi guidate da Samir Geagea si affermano come il primo partito con 19 deputati, il grande vincitore di queste elezioni al contrario; il Movimento Patriottico Libero del presidente cristiano Michel Aoun, ha perso 3 seggi. Nel campo sunnita sono stati eletti diversi deputati indipendenti”.

Tre messaggi dalle urne secondo Antoine Haddad

Il commento dell’analista politico Antoine Haddad, di cui riportiamo alcuni passaggi significativi.

“È vero che le elezioni non sono un referendum, ma il primo messaggio politico indiscusso è la perdita della maggioranza in Parlamento da parte di Hezbollah. Gli elettori hanno inferto un duro colpo allo zoccolo duro del rassemblement guidato da Hezbollah, attraverso il suo fianco morbido, il Movimento Patriottico Libero”.

“(…) D’altra parte, queste elezioni hanno inferto un colpo decisivo al primo alleato cristiano di Hezbollah. Gli elettori cristiani hanno spogliato il partner organico di Hezbollah – senza alcuna ambiguità – del primato settario di cui godeva da anni, a favore del suo rivale storico, le Forze Libanesi”.

“(…) Il ritorno al pluralismo nella rappresentanza politica dei cristiani in Libano, un pluralismo che Hezbollah non è più in grado di fermare con i mezzi e le armi, è destinato ad avere ripercussioni su tutti gli appuntamenti del calendario politico del Libano: dalla formazione del governo fino all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica il prossimo autunno”.

“Il secondo messaggio importante è arrivato dai distretti a prevalenza sunnita, Beirut, Sidone e Tripoli. Il vuoto lasciato dall’astensione di Hariri non è stato colmato dagli alleati di Hezbollah, come alcuni avevano temuto o voluto. I loro rappresentanti si sono ritirati, in modo anche fortemente simbolico, mentre i seggi sono andati distribuiti tra gli oppositori delle rinnovate forze tradizionali, soprattutto a Sidone, e tra i gruppi nati dalla rivolta del 17 ottobre, svincolati dal fardello settario, specialmente a Beirut. Il denominatore comune tra tutti loro è la distanza politica da Hezbollah; per alcuni di loro questa è diventata un’aperta rivalità”.

«Il vuoto lasciato dall’astensione di Hariri non è stato colmato dagli alleati di Hezbollah, come alcuni avevano temuto o voluto».

“Il terzo messaggio, qualitativo, è arrivato quella porzione di società libanese al di sopra delle sette. Le forze della rivoluzione e del cambiamento non sono riuscite a cristallizzare un progetto politico che corrisponda alle aspirazioni dei libanesi (…), ma hanno osato prendere l’iniziativa e rischiare, si sono assunti la responsabilità di lanciare iniziative di base nelle loro regioni e circoscrizioni elettorali”.

“I libanesi, desiderosi di un nuovo Libano, libero dal settarismo, dal clientelismo e dalla dipendenza dall’estero, dentro e fuori il paese, hanno partecipato a questa corsa elettorale con un’intensità senza precedenti. Solo una manciata di loro è arrivata in parlamento, ma costituiranno inevitabilmente una pietra miliare nel nuovo parlamento, forse compensando con il suo valore conoscitivo e morale, seppur in parte, l’estinzione dei blocchi sordi soggetti a la volontà dell’unico capo da cui è ancora formato questo parlamento”.

Elijah J. Magnier: “Sbagliato dire che abbia perso Hezbollah”

Su Twitter, il giornalista Elijah J. Magnier, corrispondente di guerra di lungo corso ed esperto di Medioriente, esprime una posizione originale e controcorrente: “Hezbollah e i suoi alleati conquistano 60 seggi, mentre gli alleati di USA e Arabia Saudita, nonostante i milioni di dollari spesi, conquistano 42 seggi. Per più di 12 anni, Hezbollah ha avuto 13 parlamentari e ha sempre preso 12-13 parlamentari in ogni elezione parlamentare. Pertanto, dire “Hezbollah ha perso i seggi di maggioranza al parlamento” è simile a dire che i neonazisti sono stati evacuati e non si sono arresi in Azovstal”.

“L’alleato sciita di Hezbollah, il movimento Amal, ha 17 seggi (15, fonte L’Orient Today, ndr), come concordato con Hezbollah per oltre un decennio, e continua sempre a prenderne 16-17 in ogni elezione”. “Lo scontro si è consumato sui seggi cristiani: la fazione pro-USA, pro-Arabia Saudita e pro-Israele contro quella sanzionata dagli USA, guidata da Tayyar”.

«Lo scontro si è consumato sui seggi cristiani: la fazione pro-USA, pro-Arabia Saudita e pro-Israele contro quella sanzionata dagli USA».

“L’Arabia Saudita si è sparata addosso prima delle elezioni parlamentari costringendo a uscire il popolare sunnita Saad Hariri, impedendogli di candidarsi alle elezioni e disperdendo i voti sunniti. Pertanto, tutte le parti hanno cercato di tirare dalla loro parte sunniti e cristiani”.

“Tra non affiliati e indipendenti, ci sono 26 parlamentari che entrambe le parti cercheranno di inserire nel loro gruppo. Anche se un solo gruppo riesce ad avere la maggioranza, il Libano rimane governato da religioni, settarismo e consenso. In conclusione, il campo a favore di USA e Arabia Saudita ha perso, non Hezbollah”.

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