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1921/2021, La classe operaia va in paradiso (’71)

“La classe operaia va in paradiso” è un film iconico, complesso e volutamente provocatorio. Fin dall’uscita alimentò dibattiti e divisioni a sinistra; celebre la stroncatura di Goffredo Fofi sui Quaderni Piacentini.
Oggi è un’interessante fotografia di un mondo che ci sembra tanto lontano con l’incedere della digitalizzazione.

Livorno, 21 Gennaio 2021. È il centenario. La celebrazione di quello che è stato uno dei partiti più importanti della storia italiana, con una ideologia spesso sentita dagli aderenti come una fede e che si è diffusa in una larghissima fetta della popolazione mondiale. Il PCI ha visto la sua nascita dalla scissione del Partito Socialista e dalla volontà di riportare quella ideologia Marxista-Leninista che ha portato alla rivoluzione Russa e conseguentemente ha instaurato l’Unione Sovietica. Una ideologia molto articolata, riflessa in numerosi media (tradizionali e non), che ovviamente  ha influenzato il cinema, la settima arte. Numerose pellicole  ricalcano tale argomento/ideologia, ma una tra queste ci ha colpito in particolar modo.

“La classe operaia va in paradiso”, film diretto dal nostrano Elio Petri, decide di utilizzare la macchina da presa al fine di raccontare una storia comune in una modalità particolare: le condizioni di vita, le lotte degli operai nell’Italia degli Anni ’70 e anche la complessità sociale ed economica dentro le fabbriche che si riverberava nelle organizzazioni politiche e sindacali.

Ambientata nelle periferie lombarde, la pellicola ci delinea il personaggio di Lulù (diminutivo di Ludovico), un operaio milanista (al tempo denominati “casciavit” poiché rappresentavano quella parte di tifoseria popolare milanese che si opponeva a quella borghese “bauscia”, tipicamente di sponda interista), stakanovista e sostenitore del lavoro a cottimo. Un lavoratore dedito alla produttività che si ritroverà presto protagonista di una lotta di classe, contesa tra rivoluzionari marxisti e i sindacati, per ottenere più diritti dai loro datori di lavoro: i padroni.

Il film si articola in vari reparti, riuscendo a convincere in ciascuno di essi, attraverso una sceneggiatura ricca per raccontare una storia comune ed un reparto tecnico che lascia molte letture di interpretazioni.

La regia della pellicola ha una metodologia molto interessante: è caratterizzata dal susseguirsi di inquadrature ampie (come i paesaggi innevati che circondano la fabbrica e l’ambientazione circostante, con l’annessa massa volta al recarsi sul loro posto di lavoro) e claustrofobiche (con numerosi primi piani di facce sporche e “comuni”). Prevalgono le scene al chiuso (fabbrica, casa, manicomio) e in quelle all’esterno il protagonista è spesso avvolto nella massa casciavit.

Vi è stata una grande attenzione nel riprodurre in video le varie scenografie allestite per tutta la durata della pellicola, ad esempio: la fabbrica sporca (il film fu girato nella fabbrica Falconi di Novara) e assolutamente priva di norme di sicurezza; le abitazioni casalinghe, poco illuminate (con l’obiettivo di rappresentare in parte le abitazione della classe operaia) e dove prevale la luce della televisione, ripiene di prodotti di largo consumo; gli ambienti esterni innevati e spogli di vita: un’ambientazione monocolore che fa accrescere una immedesimazione, sempre più crescente, per tutta la durata delle pellicola.

Un elemento ben strutturato è quello della sceneggiatura, che riesce a trasporre dialoghi corposi e necessari per la realizzazione del contesto. La maggioranza dei dialoghi sono stati scritti, e recitati, in dialetto milanese, per accentuare una tipologia di parlata più popolare, ed altre parlate extra-locali (ad esempio il napoletano o il siciliano). La scelta è dovuta al fine di accertare l’uguaglianza degli operai all’interno della fabbrica, una condizione che va oltre la semplice allocazione territoriale, andando verso quello che è un appiattimento di tutte le differenze per poter combattere contro i loro padroni. I dialoghi lasciano spazio, inoltre, ad una numerosità di terminologie attinenti alla causa comunista, trasposti in maniera generica ma che riesce a fare sfondo alla vicenda, come: padroni, produttività, compagno e molte altre.

Come già citato nelle precedenti righe, la massa, uno degli aspetti più citati della ideologia comunista, viene trasposta in maniera idonea alla situazione circostante. La regia ne dedica molto tempo, con riprese dall’alto, inquadrando masse omogenee ed indistinguibili: ne viene accentuata la loro forza, numerosità, rabbia ed i conflitti che sorgono tra due parti, cioè i sindacalisti (accusati di essere servi del potere) e dei rivoluzionari marxisti. Una divisione molto ampia che renderà prigioniero il personaggio di Lulù, un uomo che ha perso la sua monotona ragione di vita, trovandosi in mezzo tra due poli tanto comuni quanto differenti.

Gian Maria Volonté: un attore inarrivabile

Un personaggio fortemente caratterizzato, non solo grazie ai reparti citati in precedenza, ma anche alla bravura di Gian Maria Volonté: uno dei più grandi attori italiani, assolutamente versatile e dalla immedesimazione assoluta. Presente in svariate pellicole importanti del cinema Italiano, tra cui “Indagine Su Un Cittadino Al Di Sopra Di Ogni Sospetto” (sempre diretto da Petri). Il suo apice è stato raggiunto sul set di due film (Per Qualche Dollaro In Più e Il Buono, Il Brutto e Il Cattivo) che vanno a comporre La trilogia del dollaro, diretta dal mostro sacro Sergio Leone. Volonté (al tempo accreditato con lo pseudonimo di John Wells nelle pellicole di Leone) interpreta prima Ramon Rojo e successivamente El Indio, con la sua tipica fronte aggrottata ed una interpretazione drammatica rivolta ad un linguaggio maggiormente teatrale, con la conseguente immedesimazione totale nel personaggio. Un attore camaleontico noto inoltre per le sue posizioni politiche (vista la sua passata militanza nel Partito Comunista Italiano) e per il suo impegno civico dimostrato per tutta la sua carriera; un attore che non si ricorda per i suoi tratti somatici ma per i personaggi che ha interpretato in maniera totale, adottando di volta in volta una maschera che corrispondesse in modo speculare ai personaggi interpretati.

Ne “La classe operaia va in paradiso”, Lulù è un personaggio schietto, burbero e con “salde convinzioni”, caratteristiche scaturite dall’alienazione (concetto caro al marxismo) che si sviluppa in alienazione di Lulù dagli altri operai, dal lavoro (emblematico il passaggio in cui il Militina gli chiede “Ma tu lo sai a cosa servono i pezzi che costruisci”) e infine da sé stesso. Un personaggio che riprende una coscienza perduta tra le macchine di lavoro e da ritmi di lavoro infernali, una condizione che porterà inevitabilmente alla perdita della sua sanità mentale, ripiegando nel finale del film all’urlo incondizionato per poter sopraffare la macchina, causa della sua alienazione.

Ultimo tema, ma non meno importante, è la colonna sonora del mostro sacro della composizione Ennio Morricone, soddisfacente nelle prestazioni ottime caratterizzate da un mix di musiche imperiose simil comuniste e suoni che rimandano alla macchine da lavoro presenti nella fabbrica dove veniva utilizzata la manodopera di Lulù.

In conclusione, La classe operaia va in paradiso” è un’interessante riproduzione di quella che era al tempo la situazione degli operai nelle fabbriche localizzate nel nord Italia. Una pellicola che angoscia per tutta la durata lo spettatore attraverso la forte immedesimazione che si ha con il protagonista Ludovico e del contesto fortemente caratterizzato, facente impalcatura di un’opera fortemente realistica. Un mix di oppressione e claustrofobia che lascia poco spazio alle parole, ma alle emozioni che riesce a trasmettere. Un film fortemente controverso che allo stesso tempo riesce a far riflettere sui temi dominanti dell’ideologia del PCI, il più importante dei quali era la questione lavorativa degli operai nelle fabbriche.