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Mundus furiosus Sabbia del Tempo

1921/2021, “L’eretico Danubio”

Una ricostruzione dettagliata dei rapporti tra PCI e Romania, dalla destalinizzazione in poi.
1956: rottura nel monolitismo comunista

Il 25 febbraio 1956, nel corso del XX congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, l’allora segretario del partito Nikita Krusciov, convocò i leader dei partiti comunisti internazionali per leggere un documento segreto nel quale criticava apertamente il culto della personalità imposto da Stalin e prevedeva la concessione sovietica di qualche autonomia ai partiti comunisti.

L’imminente condanna allo stalinismo scosse il movimento internazionale comunista, creando una crepa irreparabile. Condannare l’ex dittatore significava abbattere le fondamenta che fino ad allora avevano sorretto la solida ideologia comunista. Lo scandalo del rapporto segreto Chruščёv segnò l’inizio della fine del monolitismo comunista.

Sulla linea tracciata da Togliatti nel suo Memoriale di Yalta del 1964 in cui si era lamentato della lentezza del processo di destalinizzazione, il Partito Comunista Italiano iniziò ad allacciare rapporti di più stretta collaborazione con i partiti del campo socialista sfruttando appieno i nuovi spazi concessi dall’era post-staliniana.

La collaborazione in politica estera tra il Partito comunista italiano ed il Partito comunista romeno fu un’esperienza strategica ed importante per l’evoluzione di entrambi i partiti. La comune ambizione di indipendenza fu talmente forte da prevalere sulle immense differenze ideologiche, almeno all’inizio. Le affinità persistettero finché i due non definirono con precisione i confini della propria via nazionale al socialismo. Fintanto che l’unione delle forze arrecò loro benefici, i due si servirono l’uno dell’altro, sfruttando il loro rapporto di convenienza, come spesso avviene in politica. In quest’ottica, la nascita, l’evoluzione e l’esaurirsi delle affinità tra PCI e PCR in politica estera costituirono un riflesso a livello micro di ciò che avveniva a livello macro nell’intero organismo comunista.

La politica autonoma adottata da Bucarest

Nel campo socialista, il partito comunista più autonomo e indipendente da Mosca era il Partito Comunista Romeno che sotto la leadership di Gheorghe Gheorghiu-Dej prima e sotto quella di Nicolae Ceauşescu (di cui abbiamo trattato anche in occasione dell’anniversario dalla morte di Craxi) dopo, rivendicava il diritto allo sviluppo di una “via nazionale al socialismo” in autonomia dalla linea dettata da Mosca ed esprimeva la necessità di superare i due blocchi contrapposti. L’élite comunista romena criticava lo stalinismo inteso come la politica imperialistica sovietica sui paesi satelliti, era solo una questione di quella che in gergo viene definita politica estera. Non lo hanno mai inteso come un potere dispotico esercitato da una sola persona e d’altronde non potevano permettersi una tale critica: l’autoritarismo centrato sulla figura del leader in politica interna era il pane quotidiano dei paesi del blocco sovietico. Ecco perché secondo Gheorghiu-Dej la destalinizzazione in Romania era già stata effettuata nel 1952, tramite l’epurazione degli esponenti Ana Pauker, Vasile Luca e Teohari Georgescu accusati di essere fedeli a Mosca a discapito del socialismo nazionale romeno.

Nell’agosto 1962 si tenne a Bucarest una riunione fra una delegazione del PCR e una del PCI, a cui parteciparono anche Nicolae Ceauşescu, allora numero due del partito, ed Emanuele Macaluso, dell’area più “riformista” del PCI. Si era, infatti, aperta un’aspra discussione in seno al PCI sulle cause del culto della personalità: una parte degli esponenti del partito cappeggiata da Antonio Giolitti sostenevano che era proprio il sistema sovietico in sé a generare lo stalinismo e che quindi tale errore non si sarebbe potuto correggere. Dopo la repressione sovietica in Ungheria, Giolitti uscì dal partito. La delegazione italiana volle insistere anche su un altro aspetto: il policentrismo. Mosca non aveva più un ruolo privilegiato nel dettare la linea per l’intero movimento comunista internazionale. Macaluso sottolineò come i comunisti italiani avevano abbandonato questa formula pur ricordando che i partiti comunisti occidentali erano costretti a muoversi in un contesto completamente diverso da quello dei compagni del blocco sovietico che erano già al governo.

I compagni italiani orfani di Togliatti, l’era Ceauşescu in Romania

Una fase del PCI si chiuse con la morte di Togliatti, il 21 agosto 1964, in Crimea. Nello stesso anno, Mario Alicata fece notare come all’interno dello stesso campo socialista vi fossero delle incongruenze fra la teoria e la prassi, per cui dei paesi socialisti si erano scontrati con altri paesi socialisti, erano stati invasi o erano criticati aspramente da governi marxisti e come questa divisione continua del fronte anticapitalista creava un disorientamento nelle masse lavoratrici e doveva essere in qualche modo spiegata. Ribadiva inoltre che fin dalle risoluzioni del XX Congresso del PCUS si era previsto il fatto che non dovesse più esistere un partito guida.

I romeni si dimostrarono particolarmente disponibili nei confronti delle tesi dei comunisti italiani: la Romania iniziò a stabilire rapporti commerciali con i paesi occidentali, ma anche con quelli asiatici e africani, e la Romania iniziò a giocare il ruolo di intermediario fra i due blocchi contrapposti e fra l’Occidente e il Terzo Mondo. Parallelamente iniziava a svilupparsi nelle relazioni della sezione esteri del PCI un atteggiamento critico verso le questioni interne della Romania. In particolare, ci si soffermava sulla gestione rigida dell’economia e sull’assenza di un libero dibattito sia nel partito che nel paese attorno ai principali problemi di carattere politico. Sulle questioni di carattere internazionale, invece, la concordanza fra i due partiti continuava ad essere buona.

Nel marzo 1965, pochi giorni dopo la morte di Gheorghiu-Dej, Nicolae Ceauşescu fu eletto segretario del PCR. Ceauşescu proseguì la politica di autonomia nazionale e di apertura verso i paesi non comunisti inaugurata da Gheorghiu-Dej e permise, nella seconda metà degli anni Sessanta, una moderata liberalizzazione sul piano interno. Il programma di de-russificazione nella scuola e nella cultura, iniziato nel 1958 contestualmente al ritiro delle truppe sovietiche, proseguì a ritmi spediti, insieme all’esaltazione delle radici latine della nazione romena, l’isola latina in un mare slavo. Tutto il mondo occidentale osservava con estremo interesse questa eresia romena: fra l’altro, a Bucarest si recarono in visita De Gaulle e Nixon e la Romania aderì al Gatt nel 1971, alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale nel 1972, mentre furono stabiliti favorevoli accordi commerciali con il Mercato comune europeo e gli Stati Uniti.

Nel settembre 1967 fu il segretario del PCI Luigi Longo a recarsi in Romania per incontrare Ceauşescu. Le carte in tavola riguardavano: conflitto arabo-israeliano, Vietnam e Ostpolitik.

Dal punto di vista del Conducător era stato un errore dichiarare aggressore Israele e aver rotto le relazioni diplomatiche con il governo israeliano: la Romania era stato l’unico paese del blocco socialista che si era rifiutato di farlo. Per quanto riguardava il Vietnam, Ceauşescu accusava i sovietici di essere eccessivamente cauti e di non darsi abbastanza da fare per mettere fine al conflitto. Affrontando poi il tema della Ostpolitik inaugurata da Brandt, Ceauşescu si mostrava aperto, tanto da stabilire relazioni diplomatiche con Bonn, a discapito di quelle con la Germania Est, che infatti si raffreddarono.

1968: internalizzazione di un evento nazionale

Una nuova importante convergenza fra il PCI e il PCR si ebbe nell’agosto 1968, in occasione della Cecoslovacchia: Ceauşescu condannò nettamente l’invasione, definendola “un grande errore e un grave pericolo per la pace in Europa, per la sorte del socialismo nel mondo”.

Mentre i comunisti italiani avevano simpatizzato apertamente per il “comunismo dal volto umano” e di Dubček, i romeni si limitavano esclusivamente alla violazione della sovranità nazionale cecoslovacca e del principio di autonomia dei partiti comunisti. Il paese balcanico doveva essere molto cauto poiché una possibile invasione del paese stesso non era poi tanto lontana; l’internalizzazione di questo evento nazionale (la violazione della sovranità cecoslovacca e la violazione dei diritti umani, dipende da quale angolatura lo si osservi) fu un elemento stabilizzante per il blocco sovietico perché non permise all’URSS di continuare con la politica dei carri armati nei paesi satelliti, ma un elemento divisorio per il comunismo internazionale.

All’indomani della reazione italiana alla sostituzione di Dubček, i sovietici parevano preoccuparsi per le possibili ricadute dell’avvenimento in ambito internazionale: Sergej Dorefeev, il funzionario sovietico che si occupava dei rapporti coi comunisti italiani (per approfondire sul tema), sottolineava che gli ultimi avvenimenti cecoslovacchi non avrebbero dovuto impedire la ricerca dell’unità, a dispetto dell’esistenza di divergenze tra i due partiti fratelli. Il dibattito interno al PCI iniziò a rivelare posizioni non solo diversificate, ma talvolta persino contrapposte. Umberto Terracini sosteneva che la pressione sovietica fosse un elemento assolutamente determinante: la sostituzione di Dubček altro non era che il diretto risultato delle imposizioni di Mosca. Gian Carlo Pajetta intervenne veementemente in difesa di Husák definendolo un comunista. Berlinguer propose di rivolgere un augurio alla nuova Direzione. Longo invece dava una lettura più positiva della situazione cecoslovacca.

Fra la fine degli anni Sessanta e l’inizio del decennio successivo, tuttavia, i rapporti fra i due partiti andarono incontro ad un graduale ma progressivo raffreddamento. Sia il PCI che il PCR avevano infatti raggiunto una sostanziale normalizzazione con l’URSS brežneviana: Ceauşescu con l’obiettivo di smorzare le diffidenze sovietiche, temendo possibili reazioni anche sul piano militare, e il PCI, prima con Longo, poi con Berlinguer, non volendo rompere con il campo socialista, che restava, nonostante tutto, il suo punto di riferimento ideologico. Il PCI assunse dunque un atteggiamento né ortodosso né eretico.

L’eurocomunismo

Nel 1976 il PCI di Berlinguer approdò alla linea del “eurocomunismo“. I cardini della nuova strategia riguardavano tanto la politica interna ai singoli Paesi, quanto la collocazione internazionale dei partiti comunisti dell’Europa occidentale. Nel primo campo proposero forme di cooperazione politica che portassero al governo ampie coalizioni, superando le ristrette prospettive delle alleanze a sinistra.

http://iltazebao.com/craxi-21-anni-dopo-quelleurosocialismo-che-guardava-a-est/

A livello internazionale la questione fondamentale era guadagnare una posizione indipendente da Mosca, negando qualsiasi tipo di partito o stato guida e rivendicando l’autonomia di elaborazione politica di ciascun partito rispetto alla propria situazione nazionale di riferimento.

Berlinguer aveva invitato i comunisti italiani ad avviare “una azione di ricerca e di studio critico sempre più approfondito sui paesi socialisti”.

Il regime di Ceauşescu e i rapporti con il PCI

Fu il corrispondente de L’Unità da Bucarest, Silvano Goruppi, a trasmettere una serie di informazioni allo scopo di mettere in luce tutte le storture del regime di Ceauşescu. La Romania dei primi anni Settanta si presentava come un paese caratterizzato da tensione, preoccupazione e incertezza per delle misure economiche antipopolari che hanno reso ancora più precario il già pesante stato di cose. Goruppi notava anche come Ceauşescu stesse costruendo intorno alla propria figura e a quella della sua famiglia un autentico culto della personalità, per cui ogni libera discussione era bandita.

Giorgio Napolitano, allora esponente dell’ala “moderata” e “riformista” del PCI, riteneva che i comunisti italiani avrebbero dovuto svolgere nei confronti dei paesi socialisti una funzione critica, ma senza rottura. Dopo aver incontrato a Bucarest nel luglio 1974 Ceauşescu, con cui peraltro aveva registrato la consueta sintonia sui temi del superamento dei blocchi e del disarmo, Napolitano riconosceva tuttavia che la situazione descritta negli ultimi anni dal corrispondente de L’Unità nei suoi rapporti riservati rispondeva a verità.

L’incontro fra Ceauşescu e Berlinguer ebbe luogo nel gennaio 1977. In tale occasione, fra i due leader si registrò un’intesa consueta quanto formale sull’ormai collaudato tema della necessità di rispettare le scelte di ogni partito. Rimaneva tuttavia il problema della democrazia: Ceauşescu, però, non riteneva si trattasse di una verità assoluta con validità universale.

Un ulteriore motivo di frizione fra i due partiti comunisti fu provocato dalla crisi polacca del 1980-81 e dalla posizione presa nei confronti del nuovo sindacato libero Solidarność. Ceauşescu sosteneva che il governo polacco stava sbagliando a venire incontro alle richieste degli operai, che erano strumentalizzati da forze esterne alla Polonia e dalla Chiesa cattolica, visto che il sindacato era di ispirazione cattolica. La direzione del PCI, che seguiva con molta attenzione ciò che stava accadendo in Polonia, si era espressa già nel novembre 1980 in modo molto chiaro, condannando ogni possibile ingerenza sovietica nelle questioni interne polacche ed invitando il regime comunista ad un dialogo con il nuovo sindacato di Wałęsa. La linea tenuta dai comunisti italiani aveva generalmente suscitato critiche da parte di tutti i partiti comunisti dell’Est e in particolare di quelli polacco e sovietico.

Il Partito comunista italiano arrivò alla vigilia degli anni Ottanta debilitato dal fallimento della politica di solidarietà nazionale, cioè quella politica di avvicinamento al governo con l’obiettivo di farlo diventare parte della maggioranza parlamentare. Verso l’inizio degli anni Ottanta il leader romeno assunse un atteggiamento particolarmente distaccato verso le posizioni del PCI unito ad una crescente diffidenza. La crisi polacca ha demolito gli ultimi resti dell’affinità italo-romena, così come il rapporto segreto di Chruščёv, la Rivoluzione Ungherese e la Primavera di Praga hanno indebolito la solidità del comunismo internazionale, facendo sì che fosse nuovamente un evento internazionale a rompere i fragili equilibri.

Una fine preannunciata

La crisi polacca degli anni Ottanta stimolò a catena l’avvio di percorsi di riforme interne in molte democrazie popolari, arrivando a destabilizzare l’intero sistema socialista tra il 1989 ed il 1991. A ciò si aggiunse la volontà riformatrice di Michail Gorbačëv che si propose di liberalizzare e democratizzare il blocco sovietico partendo dal suo interno. Insieme all’Unione Sovietica crollarono anche gli elementi portanti del comunismo internazionale, il partito unico che si faceva Stato, la repressione dell’opposizione, l’utilizzo del socialismo come ideologia che massifica e unifica, l’economia di comando.

Di fronte a tale situazione, il 31 dicembre del 1989, l’allora segretario del partito Achille Occhetto, nella celebre “Dichiarazione di intenti”, affermò che fosse necessario “guardare in faccia al fallimento” e che per fin troppo tempo il PCI si era illuso che i regimi di tipo sovietico fossero riformabili.

In definitiva, le responsabilità della dissoluzione dell’organismo comunista è da imputare ai comunisti stessi, tutti i comunisti. Gli estremisti come Ceaușescu si lasciarono accecare dalla rigidità, mentre i riformisti come gli esponenti del PCI sbagliarono a non rompere in tempo con la guida sovietica, che si illudevano fosse riformabile. Entrambe le parti commisero lo stesso peccato, non vollero recepire i messaggi che la storia cercava di trasmetter loro, non realizzarono che stesse chiedendo loro di evolvere, di innovarsi seriamente. E la forza della storia punisce chi non è capace di cavalcare il progresso.