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Mundus furiosus Sabbia del Tempo

1921/2021, L’estero vicino

Vale la pena di riflettere su una delle implicazioni internazionali della fondazione del Partito Comunista Italiano, destinata ad avere un significato notevole nella storia recente.

Analogamente alle scissioni dei partiti socialisti avvenute in altri Paesi d’Europa e del mondo, anche in Italia l’esempio della Rivoluzione d’Ottobre e della nascita dell’Unione Sovietica furono levatori della creazione di un partito per la rivoluzione mondiale, quindi antinomico a quel gioco parlamentare che aveva visto partecipi i socialisti nella definizione di una politica estera italiana.

Il partito comunista italiano era parte non costitutiva ma in un certo senso derivata di un soggetto internazionale, il Comintern appunto, o Terza internazionale se si preferisce. Non erano le vicende italiane a creare il partito, ma l’effetto dirompente di una trasformazione internazionale, che con un messaggio universalistico e un piano di trasformazione globale, si direbbe oggi, si proponeva di giungere in ogni paese ed abbattere lo stato di cose esistenti, perché il proletariato non aveva nazione.

Certamente il partito riprendeva lo spirito delle due precedenti internazionali, organizzazioni che riunivano partiti, gruppi, militanti di ispirazione socialista e prima ancora anarchica; ma a differenza delle antesignane, il Comintern contava su un territorio, su uno stato, su una vittoria incomparabile coi successi elettorali della socialdemocrazia tedesca che aveva invece rappresentato il nerbo della Seconda internazionale.

Sebbene nel 1921 la reazione staliniana fossa ancora ben lontana e non definibile, il centro del Comintern era ovviamente a Mosca, e lì guardavano i partiti comunisti anche quando, come in Italia, arrivavano al termine di una serie di occupazioni, lotte e rivolte senza esito rivoluzionario.

Per la prima volta si creavano legami transnazionali fra due Paesi, Italia e Russia, al di fuori dei canoni sino ad allora sperimentati. Legami di Partito, con una gerarchia destinata a divenire sempre più marcata con la politica grande russa di Stalin, fino allo scioglimento del Comintern nel 1943: pro bono pacis dei nuovi alleati del dittatore del Cremlino, gli Stati Uniti e il Regno Unito, dopo la rottura del precedente legame con la Germania nazista.

In quel 1921, anche in Italia, il legame transnazionale rappresentato dal Comitern traduceva un progetto politico che appunto travalicava i confini nazionali e quindi, per definizione, lo stesso concetto di politica estera sino ad allora conosciuto. Anche se il partito comunista italiano dovrà attendere fino alla Liberazione per sperimentare un’eteroclita stagione di governo – certamente non rivoluzionario – dobbiamo ritornare a quel passaggio storico per datare l’ingresso della società e della politica italiana nel Secolo Breve, se si vuole, o in quell’estero vicino consustanziale alla politica russa.

O ancora, secondo un datato saggio di Arno Mayer purtroppo mai tradotto in italiano, nel “wilsonismo contro leninismo”, tassello sul quale si costruì in seguito il sistema della Guerra Fredda. Ma nel 1921 Woodrow Wilson era giunto alla conclusione della sua presidenza, dove aveva cercato di rispondere al messaggio universalistico della Rivoluzione d’Ottobre con una costruzione di principi basata sulle nazioni e sul destino manifesto di quella americana. Ovvero di una nazione ben più conosciuta dagli italiani rispetto alla più vicina ma esotica Russia, perché lido di approdo di una lunga emigrazione nella quale però, invece della fine dello sfruttamento promessa in Unione Sovietica, si trovava la dura realtà sociale del capitalismo in ascesa.

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Interviste Mundus furiosus

1921/2021, Tito Barbini (ex sindaco di Cortona): “La militanza nel PCI era generosità. Renzi…”

Intervista all’ex sindaco di Cortona ed ex assessore regionale Tito Barbini.

Tito Barbini è sindaco di Cortona dal 1970 al 1980. Quindi presidente della provincia di Arezzo. Con quasi 6000 preferenze nel 1990 approda in Consiglio Regionale, ricoprendo gli incarichi di assessore alla sicurezza sociale e quindi, nella legislatura successiva, all’urbanistica. Nel 2004 interrompe la sua carriera politica salvo poi aderire a Liberi e Uguali nel 2018 in aperto contrasto con Matteo Renzi. Oggi, per arricchire ulteriormente lo special sul PCI de Il Tazebao, Tito Barbini ci ha rilasciato la seguente intervista.

“Qualcuno era comunista perché credeva di essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri”, cantava Gaber. Lei perché era comunista?

“Lo diventai durante la mia adolescenza, fu naturale come bere un bicchiere d’acqua, grazie a quel senso di giustizia e di libertà che avevo preso dai miei genitori. Il senso del dovere, poi, con quelle radici profonde e potenti. Erano cose pensate per farmi crescere. Pochi concetti ma che dovevano essere ben chiari. E poi valori, che avrei dovuto tenere sempre presente. La dignità che ho incontrato nella mia Cortona, fin da ragazzo e poi da sindaco, alle Feste della Liberazione e del Primo Maggio quando c’era la distribuzione militante dell’Unità, ai cortei del sindacato o sulle panche di legno delle feste dell’Unità dove non si finiva mai di aspettare la salsiccia e il bicchiere di vino rosso, ma l’attesa non pesava perché si conversava anche con chi non avevi mai visto prima. Ecco, mi viene in mente la generosità della militanza quando la politica era una cosa bella, il senso di comunità. Dopo è arrivato il ’68 e l’impegno nella politica con il movimento studentesco. Sapevi che negli anni sessanta soltanto il 3 per cento dei figli degli operai e dei contadini arrivavano all’università?”

http://iltazebao.com/1921-2021-dentro-la-zona-rossa-le-piccole-pietroburgo-narrate-dagli-offlaga-disco-pax/

Ennesima domanda dal tono nostalgico. La mitologia della Prima Repubblica, ancora oggi, invade i salotti televisivi e il dibattito giornalistico: pare che i selfie di Renzi e Salvini facciano rimpiangere persino Andreotti. Lei che ne era parte integrante, sente la mancanza dei valori e le idee che animano l’arena politica fino a trent’anni fa? Davvero si stava meglio quando si stava peggio?

“Sì, era un’altra stagione della politica e delle istituzioni. Ora bisogna guardare avanti. Speriamo invece di uscire con l’idea di poter costruire un Paese capace di rispondere in futuro, in maniera moderna ed efficace, alle grandi emergenze del nostro tempo. Rafforziamo il nostro straordinario sistema sanitario pubblico e finanziamo finalmente, in modo serio, la ricerca. Ci troviamo di fronte a sviluppi della scienza, della conoscenza che oggi ci consentono di fronteggiare meglio eventi che fino a ieri sembravano non dominabili. E allora, che facciamo? Che risposta dà il mondo politico? E anzi: che cos’è la politica, dopo il coronavirus? Tornerà ad essere tornaconto elettorale, solo arte di arrangiarsi, conservazione di posizioni di potere, oppure può essere un’altra cosa? Per esempio, una grande stagione di innovazione della politica e delle istituzioni”.

Lei nel 2016 ha pubblicato uno dei suoi libri di maggior successo “Quell’idea che ci era sembrata così bella. Da Berlinguer a Renzi, il lungo viaggio” (2016, ASKA Editore). Cinquant’anni di vita politica e istituzionale nel filo di un racconto sul fallimento storico del comunismo. Ecco, mettendo il dito sulla piaga, cosa è andato storto in questo viaggio?

“Rispondo alla domanda con una sola riflessione. Ha ragione Umberto Eco. Anch’io penso che la voglia di rivoluzione non si esaurisce mai. Ho bisogno, ancora oggi, di una grande idea, di un progetto di vita, di una fine non banale, della voglia e della capacità di indignarmi.  Della passione per il cambiamento, infine. Allora, tutto questo ha a che vedere con quella “religiosità laica” di cui parla Eco, riconoscendo un senso del sacro, una propensione alla comunione, o comunque alla sua attesa, che riesce a convivere anche, come nel mio caso, in assenza di religione. Quell’entusiasmo di ragazzino, quando tutto era possibile, è svanito alla luce della storia e dei troppi tradimenti. Per fortuna, però, c’era dell’altro. C’è la nostra storia di comunisti italiani. C’è stato e c’è il tuo rapporto con le persone in carne e ossa. Con gli operai, gli studenti, i contadini. Una ricchezza immensa, che solo la politica in un grande Partito di massa ti poteva donare. Ecco perché è davvero triste la morte di un’idea di cambiamento e di futuro che è stata la mia idea di politica”.

Il comunismo, come il nazismo, si è macchiato di atroci genocidi, dunque si dovrebbe evitare ogni forma di proselitismo: il dispiegarsi delle commemorazioni ed iniziative per il Centenario dalla nascita del PCI ha dato adito a questa perenne ed irrisolta questione. Faziosa polemica o par condicio, a suo avviso?

“No, è sbagliato, storicamente ed eticamente, paragonare il nazismo con il genocidio della Shoah con i crimini del comunismo. Non dei comunisti italiani, tengo a precisare. Certo i comunisti hanno preso atto con troppo ritardo dell’orrore di Stalin o di Pol Pot. Ecco perché preferisco una giornata dei ricordi alla giornata del ricordo. La tragedia delle Foibe e l’Esodo, devono portarci a collocare quegli eventi nella cornice storica del loro accadere, a compimento di una guerra sciagurata, delle violenze dei fascisti italiani e quelle naziste sulla popolazione slovena, riconoscere i crimini che scortarono l’epilogo e i postumi di quel conflitto, le foibe tra quelli, è una forma di rispetto per tutte le vittime. Ho davanti a me un bel libro di Barbara Spinelli sui totalitarismi d’Europa, che racchiude una frase che trovo stupenda: “Siamo nani che camminano sulle spalle di giganti”. I giganti sono le nostre storie, i successivi e contraddittori volti che abbiamo avuto in passato e che ci portiamo dietro come bagagli. Dalle loro alte spalle possiamo vedere un certo numero di cose in più, e un po’ più lontano. Pur avendo la vista assai debole possiamo, con il loro aiuto, andare al di là della memoria e dell’oblio”.

Nell’analizzare la distribuzione dei consensi, molti opinionisti hanno definito il PD come un partito ZTL, visto che i propri voti sono soventemente concentrati nella fasce medio alte della cittadinanza che vive nei centri urbani. È questa la cifra (o il memento mori?) di una sinistra che, perdendo la fiducia dei ceti che storicamente rappresentava, ha smesso di fare la sinistra. Per Lei, con questa sua nuova veste di “polo dei poteri forte”, il Partito Democratico ha tradito i suoi padri?

“No, non solo, il Partito Democratico ha tradito i valori presenti alla sua fondazione. Insomma siamo in presenza di una assuefazione dei fenomeni degenerativi di questi anni che ci coinvolge tutti. Non mi dilungo a indicare tutti i segnali d’allarme che mi vengono dalla memoria e dalla quotidianità. Sono tanti, piccoli e grandi. Metto solo a verbale una cosa: che il clima e la gestione di Renzi, la sua influenza nel PD, hanno ormai generato un personale politico inquietante e con scarsi valori che si richiamano alla sinistra. Ormai non mi preoccupo per me, ma i miei figli e nipoti in quale paese vivranno? Ecco perché il fragile organismo della democrazia italiana ha bisogno di una grande opposizione democratica e se non reagisce vuol dire che ha perso gli anticorpi e può morirne nel sonno”.

In tal senso l’aretino rappresenta un “case study” degno di nota. Nell’ultimo lustro tutte le storiche roccaforti rosse sono state espugnate dal centrodestra: nel 2015 il centrosinistra viene sconfitto alle elezioni amministrative di Arezzo; e, negli anni successivi, le “capitali” delle quattro valli che compongono la provincia (Montevarchi, Sansepolcro, Bibbiena, Cortona) cambiano colore. Qual è la sua diagnosi?

“Renzi ci ha regalato queste sconfitte. Una dopo l’altra. Non mi fate parlare di Cortona. Il mio legame politico e sentimentale con Cortona è così grande che non riesco ad essere lucido e distaccato nell’analisi della sconfitta. Ora sono soltanto triste. I valori che hanno innervato per decenni l’azione di tanti amministratori sono franati definitivamente e le macerie hanno nascosto un patrimonio inestimabile. Forse riusciremo a riprendersi in questa nostra città, sicuramente i giovani riusciranno, con una opposizione intelligente, a guardare al futuro. Un’ultima cosa vorrei dire, riguarda Cortona e tutte le città dove il centro sinistra ha perso. Vi sembra normale che dopo avere portato il PD alla più grave sconfitta della sua storia, Renzi faccia una scissione e crei Italia Viva?”

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Sovrastruttura

1921/2021, La classe operaia va in paradiso (’71)

“La classe operaia va in paradiso” è un film iconico, complesso e volutamente provocatorio. Fin dall’uscita alimentò dibattiti e divisioni a sinistra; celebre la stroncatura di Goffredo Fofi sui Quaderni Piacentini.
Oggi è un’interessante fotografia di un mondo che ci sembra tanto lontano con l’incedere della digitalizzazione.

Livorno, 21 Gennaio 2021. È il centenario. La celebrazione di quello che è stato uno dei partiti più importanti della storia italiana, con una ideologia spesso sentita dagli aderenti come una fede e che si è diffusa in una larghissima fetta della popolazione mondiale. Il PCI ha visto la sua nascita dalla scissione del Partito Socialista e dalla volontà di riportare quella ideologia Marxista-Leninista che ha portato alla rivoluzione Russa e conseguentemente ha instaurato l’Unione Sovietica. Una ideologia molto articolata, riflessa in numerosi media (tradizionali e non), che ovviamente  ha influenzato il cinema, la settima arte. Numerose pellicole  ricalcano tale argomento/ideologia, ma una tra queste ci ha colpito in particolar modo.

“La classe operaia va in paradiso”, film diretto dal nostrano Elio Petri, decide di utilizzare la macchina da presa al fine di raccontare una storia comune in una modalità particolare: le condizioni di vita, le lotte degli operai nell’Italia degli Anni ’70 e anche la complessità sociale ed economica dentro le fabbriche che si riverberava nelle organizzazioni politiche e sindacali.

Ambientata nelle periferie lombarde, la pellicola ci delinea il personaggio di Lulù (diminutivo di Ludovico), un operaio milanista (al tempo denominati “casciavit” poiché rappresentavano quella parte di tifoseria popolare milanese che si opponeva a quella borghese “bauscia”, tipicamente di sponda interista), stakanovista e sostenitore del lavoro a cottimo. Un lavoratore dedito alla produttività che si ritroverà presto protagonista di una lotta di classe, contesa tra rivoluzionari marxisti e i sindacati, per ottenere più diritti dai loro datori di lavoro: i padroni.

Il film si articola in vari reparti, riuscendo a convincere in ciascuno di essi, attraverso una sceneggiatura ricca per raccontare una storia comune ed un reparto tecnico che lascia molte letture di interpretazioni.

La regia della pellicola ha una metodologia molto interessante: è caratterizzata dal susseguirsi di inquadrature ampie (come i paesaggi innevati che circondano la fabbrica e l’ambientazione circostante, con l’annessa massa volta al recarsi sul loro posto di lavoro) e claustrofobiche (con numerosi primi piani di facce sporche e “comuni”). Prevalgono le scene al chiuso (fabbrica, casa, manicomio) e in quelle all’esterno il protagonista è spesso avvolto nella massa casciavit.

Vi è stata una grande attenzione nel riprodurre in video le varie scenografie allestite per tutta la durata della pellicola, ad esempio: la fabbrica sporca (il film fu girato nella fabbrica Falconi di Novara) e assolutamente priva di norme di sicurezza; le abitazioni casalinghe, poco illuminate (con l’obiettivo di rappresentare in parte le abitazione della classe operaia) e dove prevale la luce della televisione, ripiene di prodotti di largo consumo; gli ambienti esterni innevati e spogli di vita: un’ambientazione monocolore che fa accrescere una immedesimazione, sempre più crescente, per tutta la durata delle pellicola.

Un elemento ben strutturato è quello della sceneggiatura, che riesce a trasporre dialoghi corposi e necessari per la realizzazione del contesto. La maggioranza dei dialoghi sono stati scritti, e recitati, in dialetto milanese, per accentuare una tipologia di parlata più popolare, ed altre parlate extra-locali (ad esempio il napoletano o il siciliano). La scelta è dovuta al fine di accertare l’uguaglianza degli operai all’interno della fabbrica, una condizione che va oltre la semplice allocazione territoriale, andando verso quello che è un appiattimento di tutte le differenze per poter combattere contro i loro padroni. I dialoghi lasciano spazio, inoltre, ad una numerosità di terminologie attinenti alla causa comunista, trasposti in maniera generica ma che riesce a fare sfondo alla vicenda, come: padroni, produttività, compagno e molte altre.

Come già citato nelle precedenti righe, la massa, uno degli aspetti più citati della ideologia comunista, viene trasposta in maniera idonea alla situazione circostante. La regia ne dedica molto tempo, con riprese dall’alto, inquadrando masse omogenee ed indistinguibili: ne viene accentuata la loro forza, numerosità, rabbia ed i conflitti che sorgono tra due parti, cioè i sindacalisti (accusati di essere servi del potere) e dei rivoluzionari marxisti. Una divisione molto ampia che renderà prigioniero il personaggio di Lulù, un uomo che ha perso la sua monotona ragione di vita, trovandosi in mezzo tra due poli tanto comuni quanto differenti.

Gian Maria Volonté: un attore inarrivabile

Un personaggio fortemente caratterizzato, non solo grazie ai reparti citati in precedenza, ma anche alla bravura di Gian Maria Volonté: uno dei più grandi attori italiani, assolutamente versatile e dalla immedesimazione assoluta. Presente in svariate pellicole importanti del cinema Italiano, tra cui “Indagine Su Un Cittadino Al Di Sopra Di Ogni Sospetto” (sempre diretto da Petri). Il suo apice è stato raggiunto sul set di due film (Per Qualche Dollaro In Più e Il Buono, Il Brutto e Il Cattivo) che vanno a comporre La trilogia del dollaro, diretta dal mostro sacro Sergio Leone. Volonté (al tempo accreditato con lo pseudonimo di John Wells nelle pellicole di Leone) interpreta prima Ramon Rojo e successivamente El Indio, con la sua tipica fronte aggrottata ed una interpretazione drammatica rivolta ad un linguaggio maggiormente teatrale, con la conseguente immedesimazione totale nel personaggio. Un attore camaleontico noto inoltre per le sue posizioni politiche (vista la sua passata militanza nel Partito Comunista Italiano) e per il suo impegno civico dimostrato per tutta la sua carriera; un attore che non si ricorda per i suoi tratti somatici ma per i personaggi che ha interpretato in maniera totale, adottando di volta in volta una maschera che corrispondesse in modo speculare ai personaggi interpretati.

Ne “La classe operaia va in paradiso”, Lulù è un personaggio schietto, burbero e con “salde convinzioni”, caratteristiche scaturite dall’alienazione (concetto caro al marxismo) che si sviluppa in alienazione di Lulù dagli altri operai, dal lavoro (emblematico il passaggio in cui il Militina gli chiede “Ma tu lo sai a cosa servono i pezzi che costruisci”) e infine da sé stesso. Un personaggio che riprende una coscienza perduta tra le macchine di lavoro e da ritmi di lavoro infernali, una condizione che porterà inevitabilmente alla perdita della sua sanità mentale, ripiegando nel finale del film all’urlo incondizionato per poter sopraffare la macchina, causa della sua alienazione.

Ultimo tema, ma non meno importante, è la colonna sonora del mostro sacro della composizione Ennio Morricone, soddisfacente nelle prestazioni ottime caratterizzate da un mix di musiche imperiose simil comuniste e suoni che rimandano alla macchine da lavoro presenti nella fabbrica dove veniva utilizzata la manodopera di Lulù.

In conclusione, La classe operaia va in paradiso” è un’interessante riproduzione di quella che era al tempo la situazione degli operai nelle fabbriche localizzate nel nord Italia. Una pellicola che angoscia per tutta la durata lo spettatore attraverso la forte immedesimazione che si ha con il protagonista Ludovico e del contesto fortemente caratterizzato, facente impalcatura di un’opera fortemente realistica. Un mix di oppressione e claustrofobia che lascia poco spazio alle parole, ma alle emozioni che riesce a trasmettere. Un film fortemente controverso che allo stesso tempo riesce a far riflettere sui temi dominanti dell’ideologia del PCI, il più importante dei quali era la questione lavorativa degli operai nelle fabbriche.

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Mundus furiosus Sabbia del Tempo

1921/2021, “L’eretico Danubio”

Una ricostruzione dettagliata dei rapporti tra PCI e Romania, dalla destalinizzazione in poi.
1956: rottura nel monolitismo comunista

Il 25 febbraio 1956, nel corso del XX congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, l’allora segretario del partito Nikita Krusciov, convocò i leader dei partiti comunisti internazionali per leggere un documento segreto nel quale criticava apertamente il culto della personalità imposto da Stalin e prevedeva la concessione sovietica di qualche autonomia ai partiti comunisti.

L’imminente condanna allo stalinismo scosse il movimento internazionale comunista, creando una crepa irreparabile. Condannare l’ex dittatore significava abbattere le fondamenta che fino ad allora avevano sorretto la solida ideologia comunista. Lo scandalo del rapporto segreto Chruščёv segnò l’inizio della fine del monolitismo comunista.

Sulla linea tracciata da Togliatti nel suo Memoriale di Yalta del 1964 in cui si era lamentato della lentezza del processo di destalinizzazione, il Partito Comunista Italiano iniziò ad allacciare rapporti di più stretta collaborazione con i partiti del campo socialista sfruttando appieno i nuovi spazi concessi dall’era post-staliniana.

La collaborazione in politica estera tra il Partito comunista italiano ed il Partito comunista romeno fu un’esperienza strategica ed importante per l’evoluzione di entrambi i partiti. La comune ambizione di indipendenza fu talmente forte da prevalere sulle immense differenze ideologiche, almeno all’inizio. Le affinità persistettero finché i due non definirono con precisione i confini della propria via nazionale al socialismo. Fintanto che l’unione delle forze arrecò loro benefici, i due si servirono l’uno dell’altro, sfruttando il loro rapporto di convenienza, come spesso avviene in politica. In quest’ottica, la nascita, l’evoluzione e l’esaurirsi delle affinità tra PCI e PCR in politica estera costituirono un riflesso a livello micro di ciò che avveniva a livello macro nell’intero organismo comunista.

La politica autonoma adottata da Bucarest

Nel campo socialista, il partito comunista più autonomo e indipendente da Mosca era il Partito Comunista Romeno che sotto la leadership di Gheorghe Gheorghiu-Dej prima e sotto quella di Nicolae Ceauşescu (di cui abbiamo trattato anche in occasione dell’anniversario dalla morte di Craxi) dopo, rivendicava il diritto allo sviluppo di una “via nazionale al socialismo” in autonomia dalla linea dettata da Mosca ed esprimeva la necessità di superare i due blocchi contrapposti. L’élite comunista romena criticava lo stalinismo inteso come la politica imperialistica sovietica sui paesi satelliti, era solo una questione di quella che in gergo viene definita politica estera. Non lo hanno mai inteso come un potere dispotico esercitato da una sola persona e d’altronde non potevano permettersi una tale critica: l’autoritarismo centrato sulla figura del leader in politica interna era il pane quotidiano dei paesi del blocco sovietico. Ecco perché secondo Gheorghiu-Dej la destalinizzazione in Romania era già stata effettuata nel 1952, tramite l’epurazione degli esponenti Ana Pauker, Vasile Luca e Teohari Georgescu accusati di essere fedeli a Mosca a discapito del socialismo nazionale romeno.

Nell’agosto 1962 si tenne a Bucarest una riunione fra una delegazione del PCR e una del PCI, a cui parteciparono anche Nicolae Ceauşescu, allora numero due del partito, ed Emanuele Macaluso, dell’area più “riformista” del PCI. Si era, infatti, aperta un’aspra discussione in seno al PCI sulle cause del culto della personalità: una parte degli esponenti del partito cappeggiata da Antonio Giolitti sostenevano che era proprio il sistema sovietico in sé a generare lo stalinismo e che quindi tale errore non si sarebbe potuto correggere. Dopo la repressione sovietica in Ungheria, Giolitti uscì dal partito. La delegazione italiana volle insistere anche su un altro aspetto: il policentrismo. Mosca non aveva più un ruolo privilegiato nel dettare la linea per l’intero movimento comunista internazionale. Macaluso sottolineò come i comunisti italiani avevano abbandonato questa formula pur ricordando che i partiti comunisti occidentali erano costretti a muoversi in un contesto completamente diverso da quello dei compagni del blocco sovietico che erano già al governo.

I compagni italiani orfani di Togliatti, l’era Ceauşescu in Romania

Una fase del PCI si chiuse con la morte di Togliatti, il 21 agosto 1964, in Crimea. Nello stesso anno, Mario Alicata fece notare come all’interno dello stesso campo socialista vi fossero delle incongruenze fra la teoria e la prassi, per cui dei paesi socialisti si erano scontrati con altri paesi socialisti, erano stati invasi o erano criticati aspramente da governi marxisti e come questa divisione continua del fronte anticapitalista creava un disorientamento nelle masse lavoratrici e doveva essere in qualche modo spiegata. Ribadiva inoltre che fin dalle risoluzioni del XX Congresso del PCUS si era previsto il fatto che non dovesse più esistere un partito guida.

I romeni si dimostrarono particolarmente disponibili nei confronti delle tesi dei comunisti italiani: la Romania iniziò a stabilire rapporti commerciali con i paesi occidentali, ma anche con quelli asiatici e africani, e la Romania iniziò a giocare il ruolo di intermediario fra i due blocchi contrapposti e fra l’Occidente e il Terzo Mondo. Parallelamente iniziava a svilupparsi nelle relazioni della sezione esteri del PCI un atteggiamento critico verso le questioni interne della Romania. In particolare, ci si soffermava sulla gestione rigida dell’economia e sull’assenza di un libero dibattito sia nel partito che nel paese attorno ai principali problemi di carattere politico. Sulle questioni di carattere internazionale, invece, la concordanza fra i due partiti continuava ad essere buona.

Nel marzo 1965, pochi giorni dopo la morte di Gheorghiu-Dej, Nicolae Ceauşescu fu eletto segretario del PCR. Ceauşescu proseguì la politica di autonomia nazionale e di apertura verso i paesi non comunisti inaugurata da Gheorghiu-Dej e permise, nella seconda metà degli anni Sessanta, una moderata liberalizzazione sul piano interno. Il programma di de-russificazione nella scuola e nella cultura, iniziato nel 1958 contestualmente al ritiro delle truppe sovietiche, proseguì a ritmi spediti, insieme all’esaltazione delle radici latine della nazione romena, l’isola latina in un mare slavo. Tutto il mondo occidentale osservava con estremo interesse questa eresia romena: fra l’altro, a Bucarest si recarono in visita De Gaulle e Nixon e la Romania aderì al Gatt nel 1971, alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale nel 1972, mentre furono stabiliti favorevoli accordi commerciali con il Mercato comune europeo e gli Stati Uniti.

Nel settembre 1967 fu il segretario del PCI Luigi Longo a recarsi in Romania per incontrare Ceauşescu. Le carte in tavola riguardavano: conflitto arabo-israeliano, Vietnam e Ostpolitik.

Dal punto di vista del Conducător era stato un errore dichiarare aggressore Israele e aver rotto le relazioni diplomatiche con il governo israeliano: la Romania era stato l’unico paese del blocco socialista che si era rifiutato di farlo. Per quanto riguardava il Vietnam, Ceauşescu accusava i sovietici di essere eccessivamente cauti e di non darsi abbastanza da fare per mettere fine al conflitto. Affrontando poi il tema della Ostpolitik inaugurata da Brandt, Ceauşescu si mostrava aperto, tanto da stabilire relazioni diplomatiche con Bonn, a discapito di quelle con la Germania Est, che infatti si raffreddarono.

1968: internalizzazione di un evento nazionale

Una nuova importante convergenza fra il PCI e il PCR si ebbe nell’agosto 1968, in occasione della Cecoslovacchia: Ceauşescu condannò nettamente l’invasione, definendola “un grande errore e un grave pericolo per la pace in Europa, per la sorte del socialismo nel mondo”.

Mentre i comunisti italiani avevano simpatizzato apertamente per il “comunismo dal volto umano” e di Dubček, i romeni si limitavano esclusivamente alla violazione della sovranità nazionale cecoslovacca e del principio di autonomia dei partiti comunisti. Il paese balcanico doveva essere molto cauto poiché una possibile invasione del paese stesso non era poi tanto lontana; l’internalizzazione di questo evento nazionale (la violazione della sovranità cecoslovacca e la violazione dei diritti umani, dipende da quale angolatura lo si osservi) fu un elemento stabilizzante per il blocco sovietico perché non permise all’URSS di continuare con la politica dei carri armati nei paesi satelliti, ma un elemento divisorio per il comunismo internazionale.

All’indomani della reazione italiana alla sostituzione di Dubček, i sovietici parevano preoccuparsi per le possibili ricadute dell’avvenimento in ambito internazionale: Sergej Dorefeev, il funzionario sovietico che si occupava dei rapporti coi comunisti italiani (per approfondire sul tema), sottolineava che gli ultimi avvenimenti cecoslovacchi non avrebbero dovuto impedire la ricerca dell’unità, a dispetto dell’esistenza di divergenze tra i due partiti fratelli. Il dibattito interno al PCI iniziò a rivelare posizioni non solo diversificate, ma talvolta persino contrapposte. Umberto Terracini sosteneva che la pressione sovietica fosse un elemento assolutamente determinante: la sostituzione di Dubček altro non era che il diretto risultato delle imposizioni di Mosca. Gian Carlo Pajetta intervenne veementemente in difesa di Husák definendolo un comunista. Berlinguer propose di rivolgere un augurio alla nuova Direzione. Longo invece dava una lettura più positiva della situazione cecoslovacca.

Fra la fine degli anni Sessanta e l’inizio del decennio successivo, tuttavia, i rapporti fra i due partiti andarono incontro ad un graduale ma progressivo raffreddamento. Sia il PCI che il PCR avevano infatti raggiunto una sostanziale normalizzazione con l’URSS brežneviana: Ceauşescu con l’obiettivo di smorzare le diffidenze sovietiche, temendo possibili reazioni anche sul piano militare, e il PCI, prima con Longo, poi con Berlinguer, non volendo rompere con il campo socialista, che restava, nonostante tutto, il suo punto di riferimento ideologico. Il PCI assunse dunque un atteggiamento né ortodosso né eretico.

L’eurocomunismo

Nel 1976 il PCI di Berlinguer approdò alla linea del “eurocomunismo“. I cardini della nuova strategia riguardavano tanto la politica interna ai singoli Paesi, quanto la collocazione internazionale dei partiti comunisti dell’Europa occidentale. Nel primo campo proposero forme di cooperazione politica che portassero al governo ampie coalizioni, superando le ristrette prospettive delle alleanze a sinistra.

http://iltazebao.com/craxi-21-anni-dopo-quelleurosocialismo-che-guardava-a-est/

A livello internazionale la questione fondamentale era guadagnare una posizione indipendente da Mosca, negando qualsiasi tipo di partito o stato guida e rivendicando l’autonomia di elaborazione politica di ciascun partito rispetto alla propria situazione nazionale di riferimento.

Berlinguer aveva invitato i comunisti italiani ad avviare “una azione di ricerca e di studio critico sempre più approfondito sui paesi socialisti”.

Il regime di Ceauşescu e i rapporti con il PCI

Fu il corrispondente de L’Unità da Bucarest, Silvano Goruppi, a trasmettere una serie di informazioni allo scopo di mettere in luce tutte le storture del regime di Ceauşescu. La Romania dei primi anni Settanta si presentava come un paese caratterizzato da tensione, preoccupazione e incertezza per delle misure economiche antipopolari che hanno reso ancora più precario il già pesante stato di cose. Goruppi notava anche come Ceauşescu stesse costruendo intorno alla propria figura e a quella della sua famiglia un autentico culto della personalità, per cui ogni libera discussione era bandita.

Giorgio Napolitano, allora esponente dell’ala “moderata” e “riformista” del PCI, riteneva che i comunisti italiani avrebbero dovuto svolgere nei confronti dei paesi socialisti una funzione critica, ma senza rottura. Dopo aver incontrato a Bucarest nel luglio 1974 Ceauşescu, con cui peraltro aveva registrato la consueta sintonia sui temi del superamento dei blocchi e del disarmo, Napolitano riconosceva tuttavia che la situazione descritta negli ultimi anni dal corrispondente de L’Unità nei suoi rapporti riservati rispondeva a verità.

L’incontro fra Ceauşescu e Berlinguer ebbe luogo nel gennaio 1977. In tale occasione, fra i due leader si registrò un’intesa consueta quanto formale sull’ormai collaudato tema della necessità di rispettare le scelte di ogni partito. Rimaneva tuttavia il problema della democrazia: Ceauşescu, però, non riteneva si trattasse di una verità assoluta con validità universale.

Un ulteriore motivo di frizione fra i due partiti comunisti fu provocato dalla crisi polacca del 1980-81 e dalla posizione presa nei confronti del nuovo sindacato libero Solidarność. Ceauşescu sosteneva che il governo polacco stava sbagliando a venire incontro alle richieste degli operai, che erano strumentalizzati da forze esterne alla Polonia e dalla Chiesa cattolica, visto che il sindacato era di ispirazione cattolica. La direzione del PCI, che seguiva con molta attenzione ciò che stava accadendo in Polonia, si era espressa già nel novembre 1980 in modo molto chiaro, condannando ogni possibile ingerenza sovietica nelle questioni interne polacche ed invitando il regime comunista ad un dialogo con il nuovo sindacato di Wałęsa. La linea tenuta dai comunisti italiani aveva generalmente suscitato critiche da parte di tutti i partiti comunisti dell’Est e in particolare di quelli polacco e sovietico.

Il Partito comunista italiano arrivò alla vigilia degli anni Ottanta debilitato dal fallimento della politica di solidarietà nazionale, cioè quella politica di avvicinamento al governo con l’obiettivo di farlo diventare parte della maggioranza parlamentare. Verso l’inizio degli anni Ottanta il leader romeno assunse un atteggiamento particolarmente distaccato verso le posizioni del PCI unito ad una crescente diffidenza. La crisi polacca ha demolito gli ultimi resti dell’affinità italo-romena, così come il rapporto segreto di Chruščёv, la Rivoluzione Ungherese e la Primavera di Praga hanno indebolito la solidità del comunismo internazionale, facendo sì che fosse nuovamente un evento internazionale a rompere i fragili equilibri.

Una fine preannunciata

La crisi polacca degli anni Ottanta stimolò a catena l’avvio di percorsi di riforme interne in molte democrazie popolari, arrivando a destabilizzare l’intero sistema socialista tra il 1989 ed il 1991. A ciò si aggiunse la volontà riformatrice di Michail Gorbačëv che si propose di liberalizzare e democratizzare il blocco sovietico partendo dal suo interno. Insieme all’Unione Sovietica crollarono anche gli elementi portanti del comunismo internazionale, il partito unico che si faceva Stato, la repressione dell’opposizione, l’utilizzo del socialismo come ideologia che massifica e unifica, l’economia di comando.

Di fronte a tale situazione, il 31 dicembre del 1989, l’allora segretario del partito Achille Occhetto, nella celebre “Dichiarazione di intenti”, affermò che fosse necessario “guardare in faccia al fallimento” e che per fin troppo tempo il PCI si era illuso che i regimi di tipo sovietico fossero riformabili.

In definitiva, le responsabilità della dissoluzione dell’organismo comunista è da imputare ai comunisti stessi, tutti i comunisti. Gli estremisti come Ceaușescu si lasciarono accecare dalla rigidità, mentre i riformisti come gli esponenti del PCI sbagliarono a non rompere in tempo con la guida sovietica, che si illudevano fosse riformabile. Entrambe le parti commisero lo stesso peccato, non vollero recepire i messaggi che la storia cercava di trasmetter loro, non realizzarono che stesse chiedendo loro di evolvere, di innovarsi seriamente. E la forza della storia punisce chi non è capace di cavalcare il progresso.

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1921/2021, La storia non sarà gentile [seconda parte]

Speranza e tragedia nell’eterotopia comunista

(Segue da QUI). Lo stalinismo organizzativo insito nel suo modello di partito e indossato nei tic dei sui militanti, dei sui quadri nei dirigenti acquisiva consenso nelle grandi masse e rappresentava qualcosa che non può essere ignorato sia in sede storica che in sede politica.

Il terrorismo ideologico come subcultura si scagliava su chiunque osava criticare il marxismo leninismo e si abbatteva, puntuale e implacabile l’arma della scomunica: diventavi un traditore e, come tale, venivi bollato con la lettera scarlatta del socialdemocratico, del riformista (anche nell’era digitale può esserci uno spazio riformista), del social fascista, del craxiano.

I segretari comunisti rispondevano a Mosca, mentre i partiti socialisti e socialdemocratici alla propria nazione, ma anche perché la sinistra massimalista agiva secondo modalità e principi totalitari, gli altri invece si conducevano bene o male secondo procedure mutuate dalla democrazia liberale.

Nel Pci ha continuato a circolare un’idea leggendaria del ruolo storico del leninismo: più che una opzione politica, una fede che aveva per oggetto l’identità del partito indipendentemente dalle dottrine che professa e dalle politiche che conduce.

Le riflessioni di Pellicani

Sottolinea Luciano Pellicani che il marxismo leninismo, anche nella sua filiale italiana, scagliava, all’ombra dello sharp power sovietico la contestazione globale (e anticristiana) della civiltà occidentale, di cui nulla si sottrasse a una condanna senza appello: né la scienza, né la tecnologia, né lo stato di diritto, né la democrazia parlamentare, né la socialdemocrazia, né, tanto meno, l’economia di mercato. Il risultato è stato un clima ultra-ideologico nel quale non c’era spazio alcuno per il riformismo e per il revisionismo.

E quando a partire dal 1968, sull’onda della contestazione studentesca, il marxismo, nella versione leninista, aveva preso a dilagare e a investire sfere della vita e della condotta un tempo regolate dalla tradizione e dai costumi, lo spirito rivoluzionario sembrò che stesse riportando una vittoria definitiva sul suo nemico di sempre: lo spirito riformista.

Nell’Italia repubblicana pochi a sinistra sfidarono apertamente il massimalismo imperante nei partiti e nei sindacati, nelle università e nei mass media: i socialdemocratici di Saragat e Cariglia, i radicali di Pannella e i socialisti mossi e rianimati da un dark knight epico. Per andare boots on ground, cioè verso un confronto diretto sul terreno dell’ortodossia marxista leninista, non bastavano dissensi ideologici o discussioni colte ma serviva, come ha scritto Ernesto Galli della Loggia, che “qualcuno imbracciasse il fucile e cominciasse a sparare”. Craxi si apprestò a fare proprio questo: “sparò con freddezza mirando al PCI”.

Il Pci ribadiva che non intendeva rinunciare al suo legame organico con l’Unione sovietica e con tutto ciò che essa simbolizzava. E lo faceva con il sostegno di una buona parte degli intellòs che amava definirsi progressista, mentre, in realtà, altro non era che l’erede storica della tradizione giacobina, radicalmente ostile alla libertà dei moderni e, come tale, profondamente e irrimediabilmente reazionaria. Nel tentativo di annullare, in nome di un presunto bene assoluto, lo spirituale e il temporale e stabilire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e annientare il pensiero critico e la dissidenza.

In un’epoca primordiale rispetto a quella novecentesca ebbe modo di scrivere nel 1882 Vladimir Sergeevic Solov’ëv:

“Il mondo non deve essere salvato col ricorso alla forza […] Ci si può figurare che gli uomini collaborino insieme a qualche grande compito, e che a esso riferiscano e sottomettano tutte le loro attività particolari; ma se questo compito è loro imposto, se esso rappresenta per loro qualcosa di fatale e di incombente,  […] allora, anche se tale unità abbracciasse tutta l’umanità, non sarà stata giusta l’umanità universale, ma si avrà solo un enorme formicaio”.

Intellettuali, sia cattolici sia laicisti, che trovarono nel Partito comunista la loro comfort zone mantenendo la differenza dal partito. I sedicenti indipendenti di sinistra accettarono il valore comunista di assorbire le diversità politiche nella propria linea mantenendole tali, ma subordinandole al riconoscimento dell’egemonia. E l’adesione culturale politica testimoniava, argomenta sempre Pellicani, più fortemente l’influenza comunista sull’opinione pubblica che non la stessa militanza.

Per Berlinguer l’approdo socialdemocratico e riformista era una sorta di peccato mortale e quando dichiarava di costruire il socialismo all’ombra della Nato, enunciato funzionale per salvare e non superare la prospettiva leninista, il Pci manteneva il doppio strato dei finanziamenti sovietici e dell’apparato paramilitare clandestino: una struttura insurrezionale da usare in caso di invasione sovietica come supporto agli invasori. E dava spazio all’azione di esponenti del Kgb in Italia. L’installazione degli euromissili Nato venne ferocemente osteggiata nella parola d’ordine “meglio rossi che morti”. Qualcuno ha dimostrato che era possibile non essere rossi morti, se la libertà nazionale viene difesa con la necessaria fermezza strategica di Bettino Craxi.

L’identità comunista ha preservato una radice profonda nella Rivoluzione d’Ottobre, vista come un grande evento positivo per la storia del mondo nella propaganda che la soppressione nell’Est Europa e in URSS della libertà fosse un danno collaterale o un atto di progresso. L’entità e i modi di quest’influenza sono stati solo in parte evidenziati dalla ricerca storica ma ancor poco recepiti dal senso comune ma stanno nel portato di “una linea astratta”, perché dettata da istanze di potere piuttosto che della lotta di classe. Un Pci che comunque andava a guadagnare posizioni e reputazione democratica all’interno della profonda interazione tra Stato, burocrazia pubblica, grande capitalismo, gruppi sociali o classi come l’ineffabile ceto medio riflessivo.

Il PCI ha trasmesso geneticamente paradigmi e linee d’azione ai suoi eredi diretti: l’uso strumentale del pacifismo nella propaganda antiamericana e antioccidentale, per esempio, così come la demonizzazione dell’avversario o l’antiberlusconismo, divenuto versione aggiornata dell’antifascismo e dell’anticapitalismo, come strumenti di lotta politica.

Di qui l’elaborazione della questione morale e della “diversità” che è il presupposto dell’operazione del 1992-1994. Il nesso tra questione morale e diversità comunista fece rientrare nella discussione politica categorie non politiche, universali, antropologiche e produsse un progressivo allontanamento dalle dinamiche politico-parlamentari chiudendo una forza elettorale così significativa in uno spazio poco utile al confronto e alla ricerca di soluzioni.

Secondo Piero Craveri, la questione morale rappresenta la comparsa dell’antipolitica “nella scena politica italiana”. La critica di Berlinguer si scagliava soprattutto contro i partiti e sembrava anticipare discorsi che diventeranno senso comune dopo Tangentopoli. L’antipolitica come una “patologia eversiva” che Berlinguer e i suoi compagni lanciavano come extraterrestri nel sistema politico italiano, nel quale erano ancora condizionati dai finanziamenti sovietici.

E semmai esistesse una diversità antropologica dei comunisti italiani, era quella che non ammetteva l’irrompere dei sentimenti e dell’individualità nei valori più profondi di libertà personale, nella vita degli individui e nella politica.

Se la delegittimazione verso la sinistra marxista leninista attuata da Craxi era reversibile, perché sarebbe finita nel momento in cui il partito comunista fosse diventato compiutamente democratico, la demonizzazione berlingueriana non ammetteva vie d’uscita: una volta “mutati geneticamente” in leader riformisti e socialdemocratici e o di socialisti liberali non si poteva tornare indietro.

La forza egemone sul terreno del controllo degli spazi ideologico-culturali, cioè il Pci-Pds, ha avuto gli strumenti insieme mediatici e operativi per liquidare le altre (la Dc, il Psi, i partiti laici) come è avvenuto durante Tangentopoli.

Per Craxi una parte dei post PCI aveva in mente qualcosa che non gli poteva piacere perché era quello che i suoi nemici di sempre aveva sempre cercato: niente più comunismo, niente socialismo, ma solo un distinto democraticismo, un politicamente corretto antipolitico e conformista all’unico scopo di essere legittimati a entrare nel governo. Una nuova egemonia post-moderna e post-ideologica, liquida, solo apparentemente buonista e compassionevole, preconizzata da Augusto Del Noce nel volume “Il suicidio della rivoluzione” che avrebbe trasformando il comunismo in una componente della società borghese ormai completamente sconsacrata.

Dopo il 1989 gli Stati nazione sembravano divenire residuali, in attesa della loro scomparsa nella post-storia (non è stato così) che avrebbe dovuto aprire l’età della post democrazia, del post-nazionale, quella della pace universale. Nella democrazia cosmopolita del futuro, non ci sarebbero stati più né nazionali né stranieri, né cittadini né immigrati. Tutti gli umani sarebbero divenuti mobili. È l’abbaglio ideologico del postmodernismo politico argomentato con vis polemica da Pierre- André Taguieff.

Per guadagnarsi un ruolo i dirigenti del post Pci pagarono un ticket cercarono un modello non nella tradizione socialista e socialdemocratica riformista europea bensì nel partito democratico americano, rincorrendo ideali altissimi e riscatto sociale di giustizia fuori sincrono della realtà e dei soggetti che la storia l’hanno abitata prima dell’ideologia comunista e dopo che la grande illusione marxista leninista dimostrò la sua cifra totalitaria. I post comunisti si “liberalizzano” e polverizzano: da un lato si muovono verso l’ideologia dei nuovi diritti umani, della protezione delle minoranze, della libertà di scelta e dall’altro aprono verso la libera concorrenza e l’apertura dei mercati. E in un mondo in cui tutte le differenze si equivalgono, nulla merita di essere protetto dal mercato e tutto può diventare oggetto di commercio nella vulgata acconsenziente che il capitale, nella sua nuova versione iperfinanziaria, non dovesse essere più regolato dalla politica e dalla democrazia rappresentativa.

Craxi e Berlinguer

Nel 1978 Berlinguer rivolgendosi al Psi disse: “Il socialismo italiano non ha costruito una sua cultura pienamente autonoma dalle correnti borghesi né una sua autonoma strategia di cassa. È stato un possente movimento che, cent’anni fa, risvegliò per primo la coscienza dei proletari e mise in moto un grande processo di liberazione umana e politica. Questa è la sua grandezza, purtroppo […] mancò al partito Socialista una elaborazione culturale adeguata”.

Scatenò la reazione Bettino Craxi: “Rispetto alla ortodossia comunista, il socialismo è democratico, laico e pluralista. Non intende elevare nessuna dottrina al rango di ortodossia, non pretende porre i limiti alla ricerca scientifica e al dibattito intellettuale, non ha ricette assolute da imporre. Riconosce che il diritto più prezioso dell’uomo è il diritto all’errore. E questo perché il socialismo non intende porsi come surrogato, ideale e reale, delle religioni positive. Il socialismo nella sua versione democratica ha un progetto etico-politico che si inserisce nella tradizione dell’illuminismo riformatore e che può essere sintetizzato nei seguenti termini: socializzazione dei valori della civiltà liberale, diffusione del potere, distribuzione ugualitaria della ricchezza e delle opportunità di vita, potenziamento e sviluppi degli istituti di partecipazione delle classi lavoratrici ai processi decisionali” (Il Vangelo Socialista, “L’Espresso” 27 agosto 1978).


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1921/2021, La storia non sarà gentile [prima parte]

Speranza e tragedia nell’eterotopia comunista

La coscienza e il pensiero nazionale dovrebbero, soprattutto a Sinistra, liberarsi dai miti sopravvissuti al comunismo, nella cognizione di quanto il comunismo abbia influenzato le vicende politiche dell’Italia ma senza che tutto venga disperso per operazioni di offuscamento della Storia.

“Molta di quella che viene considerata storia è soltanto un mito”, ricorda Elena Aga Rossi. Il mito del PCI come partito nazionale, autonomo da Stalin e da Mosca, il mito della resistenza e della diversità rispetto agli altri partiti comunisti europei, il mito di Gramsci, il mito di Togliatti, il mito di Berlinguer.

Per François Furet “la Rivoluzione d’Ottobre ha chiuso la sua traiettoria storica senza essere stata vinta sul campo di battaglia, ma ha liquidato essa stessa tutto ciò che è stato fatto in suo nome. Nel momento in cui si è disgregato, l’Impero sovietico ha offerto lo spettacolo eccezionale di essere stato una superpotenza senza avere incarnato una civiltà e la sua rapida dissoluzione non ha lasciato nulla: né principi, né codici, né istituzioni, neanche una storia”.

Un valoroso comunista non pentito come Emanuele Macaluso consigliava a chi volesse capire meglio cosa sia stato il comunismo italiano di leggerlo attraverso le biografie delle persone che hanno popolato il suo alveo, “biografie molto ma molto diverse”.

Una dimensione che, aggiungiamo, permette di muoversi secondo un punto di vista diametralmente opposto alla dilagante cancel culture, molto di moda nei salotti liberal di certi campus occidentali, e che assomiglia tanto a una reazione isterica, intrisa di generalizzazioni semplificanti nello stabilire quali processi, avvenimenti, personaggi della storia debbano essere rimossi e quali invece preservati.

L’anomalia della storia italiana del Dopoguerra e del nostro sistema politico rimane l’esistenza, fino alla caduta del muro di Berlino, del più grande partito comunista d’Occidente, che ha ha esercitato un ruolo condizionante nei rapporti, nelle connessioni, nei finanziamenti, nelle “parentele” anche delle formazioni politiche nate da quell’esperienza e che a quella tradizione si richiamano: Pds, Ds e parte del Pd.

È la linea rossa che ha attraversato la vicenda politica, sociale e culturale dell’Italia. La tragedia degli equivoci, che tanto ha pesato sull’evoluzione della democrazia e della sinistra italiana, andrebbe descritta e analizzata ovviamente, per uscire da un certo provincialismo interpretativo italiano anche in chiave geopolitica pre, durante e post Guerra Fredda. Si collocherebbe più adeguatamente l’intera storia dei Pci e la sua indisposizione a perseguire “l’interesse nazionale” dentro i disequilibri dinamici italiani costretti a convivere nel globalismo internazionalista sovietico e nelle contraddizioni universalistiche dell’impero statunitense.

Fu Lenin a fondare la struttura politica sovietica, ben prima che Stalin arrivasse al potere perché, come argomentò Aleksandr Solženicyn “lo stalinismo non è mai esistito, lo inventò nel 1956 il nuovo leader dell’Urss Krusciov per addossare i difetti centrali del comunismo a Stalin e la mossa riuscì”.

Pertanto in questa sede si allude allo “stalinismo” come la pratica operativa marxista leninista del Pci: la sua organizzazione, la sua strategia, i suoi criteri di reclutamento e di socializzazione, di manipolazione. Una commistione mistica di soft e hard power nel senso di una praticità istintiva dell’establishment comunista, riadattata al contesto della società italiane e alla sua struttura sociale e di potere. “Una leadership di minoranze creative composte da un’élite di leader” coesi tra loro che ammette su criteri precisi di professionismo politico una grande mobilità, dimostrata sul campo, ai militanti, verso l’alto e verso le posizioni apicali del partito. Una classe politica che sapeva agire con ostentata indipendenza e libertà di modi e atteggiamenti ed un inossidabile omogeneità in grado di selezionare una classe politico-amministrativa che garantisse le direttive incontestabili del centralismo democratico. Virtù non riscontrabile con la stessa fedeltà (comunista) nelle classi dirigenti degli altri partiti.

Meriterebbe riflettere con pazienza e metodo, come quello di Carroll Quigley, su un tabù mai davvero sviscerato fino in fondo dagli studiosi: il ruolo e il funzionamento dei centri di poteri del Pci nelle sue svolte e nella sua capacità di occupare la scena politica. Si svelerebbero così le sue configurazioni di “famiglia allargata di potere” di governo e sottogoverno. Configurazioni strutturate per network e nella costante presenza nelle cariche amministrative dello Stato, delle regioni degli enti locali, nelle istituzioni culturali, nelle cooperative, nella public diplomacy dentro il capitalismo di Stato e privato (la Fiat ma non solo), negli istituti finanziari, nelle scuole, nelle università, nelle fondazioni, nei centri di ricerca, nell’industria culturale (media editoria cinema e tv, associazionismo, potrei continuare), nella magistratura.

E andando a rintracciare le connessioni imprevedibili e sorprendenti sopravvissute nel simulacro del fantasma comunista dentro gli scenari della globalizzazione post-Guerra fredda scopriremo che nel contesto italiano della prima e seconda repubblica nessun partito e nessuna egemonia culturale ispirata e collusa a quel partito sono riusciti a guadagnarsi un ruolo così pervasivo e condizionante come quello ottenuto dal Pci e dalle ibridazioni a lui sopravvissute. Un modus operandi capace di riplasmare a seconda delle opportunità e delle circostanze la psicologia sociale non solo delle élite, ma anche di interi conglomerati sociali, gruppi ceti e classi: una nuova tribù in nome del proletariato e, all’occorrenza, anche contro il proletariato! I comunisti italiani orgogliosi della loro diversità, in nome della quale si sentono autorizzati ad agire come “attori morali”.

Il partito rivoluzionario fu l’assolutizzazione di una filosofia della storia etico-politica profondamente antagonista verso tutto quello che ispirava i partiti convenzionali: nell’azzeramento di qualsiasi altra opzione ideologica sia da un punto di vista organizzativo, strategico e psicologico. “Fare piazza pulita del vecchio mondo spettrale” (Marx) provocando “un incendio generale per bruciare le vecchie istituzioni europee” (Engels), “la mano di ferro del Partito, mentre distrugge, crea” (Lenin). Una distopia o meglio, riadattando l’elaborazione di Michael Foucault una eterotopia. Le eterotopie hanno la fondamentale caratteristica di essere pervasive della realtà, poiché, in quanto contestazione dello spazio dominante, sono presenti in tutte le società e, nella loro forma più essenziale, definiscono “quegli spazi che hanno la caratteristica di essere connessi a tutti gli altri ma in modo da sospendere, neutralizzare, invertire l’insieme dei rapporti che essi rispecchiano o riflettono”. Un modus vivendi del partito rivoluzionario che nella disciplina partitica idealizzava la spinta alla ribellione al non accettare l’esistente e le attese deluse indotte dalle democrazie liberali. Una strategia spesso ridotta a tatticismo di convenienza.

Il pragmatismo politico comunista declamava che tutto potesse essere cambiato radicalmente, in nome di un presunto bene assoluto. Nella totale opposizione fra comunismo e ordine di cose esistente: l’assedio pantoclastico del marxismo leninismo, nemico interno della civiltà occidentale. Il Pci sapeva concretizzare efficaci procedure di perpetuazione, di cooptazione e di formazione attraverso le quali che sceglieva selezionava, indirizzava, filtrava i canali di reclutamento, pescando i candidati adeguati in quella che, parafrasando Geminello Alvi, si configurava come una “aristocrazia eticista” impegnata in una lotta competitiva per il mantenimento dello status e della sua sedicente cifra di distinzione.  

Nel conformismo attuale, nell’inerzia che tutto è irreversibile, tutto è social media, paradossalmente il far politica del Pci, potrebbe, ispirare una pratica, di argine alla marginalizzazione degenerativa dei post-comunisti che hanno preferito sbarazzarsi, approfittando di garanzie e appoggi internazionali, della loro storia con una velocità ipersonica anziché rivendicarla nelle sue luci e ombre.

Proverò ad approfondire queste suggestioni con uno sguardo di sociologia politica, semplificando per ragioni di economia di spazio a disposizione, le contraddizioni di un “marketing emotivo”, risorsa, vincolo, pendant strumentale dentro la visione del grande cataclisma redentore leninista.

Ci fu quindi il tentativo del PCI di superare il comunismo non approdando alla socialdemocrazia e al riformismo bensì al giustizialismo che incarna l’ambizione messianica e distopica del leninismo che sacrifica la garanzia dei diritti individuali nella doppiezza, nella disinformazione sistematica, nell’emarginazione dei “dissidenti”, nella denigrazione personale degli avversari politici.

Il legame dei comunisti con il marxismo leninismo è arrivato a condizionare i destini della politica nazionale e di milioni di iscritti accesi dal sogno massimalista di una rivoluzione, impregnata di qualunquismo politico e condizionata da impulsi nervosi e schizofrenici. Per troppo troppo tempo il Pci si è ritenuto infallibile ed è apparso incapace di trarre una lezione dai propri errori di percorso, con la conseguenza di trovarsi imprigionato in una continua fuga in avanti, fatta di continue forzature. Perché accadeva (e accade ancora), invece, che la storia si facesse più complessa e richiedesse da parte di tutti la coltivazione di una più accentuata disposizione a imparare di più, acquisire maggior sapere nonché competenze necessarie per vivere in modo riflessivo. Nonostante la maggiore opacità sociale, il Pci ha contribuito a propagandare l’illusione di vivere in un mondo sempre più trasparente, sempre più facile da giudicare e interpretare, da vivere e da controllare, da combattere e soverchiare senza poi avere ben chiaro con cosa sostituirlo o migliorarlo.

Togliatti, nella sua duplicità di padre della Costituzione e contemporaneamente dirigente di primo piano del movimento comunista internazionale, ebbe l’intuizione di alleggerire il lascito gramsciano di tutti i suoi elementi contrastanti rispetto allo stalinismo e si pose l’obiettivo di lavorare per superare la vittoria politica di De Gasperi e della Dc, attraverso l’esercizio dell’egemonia sul piano culturale e quindi con la graduale conquista delle casematte ideologico-istituzionali-giudiziarie del sistema. Su questo piano il Pci, garantito dall’alibi internazionalista è stato di una bravura ineccepibile anche approfittando della distrazione della Dc e poi del Psi e dei partiti laici su questo terreno (Continua…)


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