Stefano Bardini (antiquario), Frederick Stibbert (collezionista), due case-museo a Firenze

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Una ricostruzione su due figure opposte ma significative per la storia di Firenze: Stefano Bardini e Frederick Stibbert.

Nascono in Toscana, nei primi anni dell’Ottocento, a pochi anni di differenza l’uno dall’altro, due personaggi che saranno emergenti in Firenze per opposti ruoli: l’antiquario Stefano Bardini (Pieve di Santo Stefano, Arezzo, 1836-1922 ), il collezionista Frederick Stibbert (Firenze, 1838-1906). Con in comune la passione per la bellezza e per  l’arte, entrambi cercarono di ricreare nelle loro collezioni, seguendo lo spirito del tempo, una situazione culturale perduta attraverso la selezione di oggetti antichi.

In Firenze, le loro residenze erano collocate, nella toponomastica della città, in luoghi opposti.

Stefano Bardini emerse come pittore in un momento storico pieno di fermenti artistici e culturali. In quel periodo a Firenze nacquero nuovi circoli, club e caffè culturali, frequentati anche da artisti d’Oltralpe, tra  i quali nel 1858 Edgar Degas. Tutti frequentavano il caffè Michelangelo, in via Cavour, dove si riuniva il gruppo dei Macchiaioli al quale apparteneva anche Stefano Bardini. Egli si era formato all’Accademia sotto la giuda di Giuseppe Bezzuoli, caposcuola dei pittori romantici, nel 1866 però incominciò anche l’attività di restauratore di dipinti per interessarsi in seguito anche di archeologia e di oggetti del passato, seguendo una sua naturale evoluzione; a detta dell’antiquario Luigi Bellini: “prima si nasce artisti e poi si diventa antiquari”, ed anche Bardini segui questa metamorfosi, cangiandosi da conoscitore in artista e collezionista.

“Lui è stato il principe degli antiquari e nello stesso tempo, l’antiquario dei principi” così lo definì Alberto Bruschi.

Bardini ebbe contatti con archeologi e storici dell’arte tra cui Bernard Berenson, Frederick Mason, Perkins e Wilhelm von Bode, quest’ultimo fondatore del Kaiser Fredrich Museum con la collaborazione di Bardini come fornitore di opere d’arte.

Tra i suoi clienti collezionisti ricordiamo John Pierpoint Morgan, Henry Clay Frick, Isabella Stewart Gardner, Robert Lehman, il principe Giovanni di Liechtenstein, Figdor di Vienna. Importanti contatti che contribuirono a rafforzare il suo successo come antiquario che faceva tendenza.

L’antiquario Bardini fece della sua abitazione il luogo principale della sua attività, con il deposito, il gabinetto di restauro, e l’esposizione, raccogliendo i frammenti architettonici recuperati dalla demolizione di una parte del centro storico, avvenuto per  la realizzazione di Firenze Capitale. Il tessuto urbano di Firenze fino al 1865 era giunto indenne nella sua configurazione, circondato dalle mura medievali con orti e giardini a ridosso di queste ultime e con i suoi  monumenti pubblici in riferimento storico.

La città subì un nuovo assetto urbanistico atto a creare l’immagine celebrativa per diventare nel 1864 Capitale d’Italia dopo Torino .

L’incarico d’ampliamento urbano fu affidato all’architetto Giuseppe Poggi che realizzò un piano urbanistico capace di interpretare il  nuovo ruolo di Firenze assimilandola alle tendenze estetiche delle altre capitali europee di quel tempo.

La possibilità di dare un nuovo piano urbanistico a Firenze però era già stato previsto durante il periodo imperiale negli anni 1808-1814: la città non subì grandi cambiamenti anche se vi furono soppressioni di chiese e conventi che fecero giungere molto materiale sul mercato antiquario. Bardini non si lasciò sfuggire l’affare e acquistò una notevole e  pregevole raccolta di  opere d’arte.

Fu proprio all’allestimento e all’esposizione delle opere d’arte che Bardini diede particolare attenzione, con accorgimenti che valorizzassero gli oggetti contestualizzandoli nel loro periodo storico, utilizzando veri e propri allestimenti scenografici fino a studiare un colore delle pareti del contesto abitativo in cui dovevano essere collocate. Per questo creò  un blu di particolare cromatismo, il “blu Bardini”, con un pigmento che esaltava i colori delle opere, pitture e  sculture, nello spazio abitativo.

Nelle sue raccolte e nelle sue ambientazioni l’antiquario predilesse il gusto tipicamente fiorentino, con il collezionismo di oggetti dal medioevo a tutto il rinascimento, recuperando tutto il materiale prodotto dalle dismissioni abitative.

Nella sua collezione vanno ricordate opere di Francesco Laurana, Desiderio da Settignano, Giovanni Battista Foggini.

L’antiquario Bardini, la cui attività era ben organizzata, non ebbe collaboratori, ma abilissimi artigiani specializzati nelle varie materie che lui trattava, il suo vasto magazzino comprendeva armi, maioliche, paliotti in cuoio, stemmi e colonne, statue e tessuti e tappeti e dipinti che lui stesso spesso restaurava.

A lui si deve la riproduzione dei mobili nello stile rinascimentale fiorentino, opera di abilissimi artigiani che utilizzarono materiale di recupero, che, esportati in America, ebbero molto successo.

Bardini con il suo arredamento riuscì a colmare la lacuna culturale dei suoi facoltosi clienti ricchi in denaro ma che mancavano di una tradizione storica familiare.

Bardini esportò, imitato da altri antiquari dell’epoca, una notevole quantità di oggetti autentici, mobili, quadri, sculture, maioliche arazzi, tanto da indurre lo Stato italiano a promulgare la legge del 1 giugno 1939 n.1089 “Tutela delle cose d’interesse Artistico e Storico” pubblicata sulla gazzetta ufficiale n 184 dell’8 agosto 1939 e tuttora in vigore.

Con la sua attività Bardini divulgò oltreoceano e in Europa l’immagine mitica dell’Italia e in particolare il gusto del rinascimento fiorentino   contribuendo a suscitare interesse per Firenze e per un turismo di élite fatto di personaggi facoltosi, intellettuali, artisti e scrittori.

Tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento Firenze fu meta prediletta di stranieri che presero la residenza e rappresentarono circa un quarto della popolazione residente, con prevalenza di Inglesi; in un arco di qualche decennio possiamo ricordare Henry James, Edith Wharton, Vernon Lee, D.H.Lawrence, Aldous Huxley, Isadora Duncan, Bernard Berenson, Stibbert Harold Acton e molti altri, nel novero della colonia degli stranieri residenti vanno ricordati  personaggi molto estrosi, collezionisti, dame e famiglie di aristocratici decaduti.

L’antiquariato divenne simbolo di posizione sociale, per una classe che aveva appena acquisito nuova ricchezza e che teneva a presentarsi  in ambienti ricercati per estetica e rapporto col passato arrtistico.

L’antiquario non fu più considerato un semplice commerciante ma diventò un personaggio insolito molto ben accolto in società apprezzato per la cultura e per i suoi modi raffinati: Bardini interpretò perfettamente questo ruolo.

Winckelmann scrisse:

“Le arti dipendenti dal disegno hanno avuto origine, come tutte le invenzioni, dalle cose necessarie, in seguito si manifestò in esse una ricerca di bellezza , alla quale seguì il superfluo: sono questi i tre stadi dell’arte”.

Un inglese a Firenze

Sulla collina di Montughi in opposto a Bardini (antiquario e esportatore di opere d’arte) abitò, negli stessi anni, il collezionista e importatore di opere d’arte Frederck Stibbert, nato a Firenze ma inglese d’origine e dotato di una formazione culturale anglosassone. Fu raccoglitore di armi e armature ebbe un gusto cosmopolita e fu un profondo conoscitore della storia

La catalogazione della sua collezione fu suddivisa cronologicamente con una esposizione storico didattica.

La scenografia delle stanze della villa era stata arricchita da Stibbert con quadri di soggetto storico scelti per valorizzare la collezione delle armi: i manichini rivestiti delle armature, come nel caso della cavalcata, possono essere considerati  come personaggi fantastici di un teatro immaginario ricco del fascino della storia e di una bellezza cruenta.

Stibbert nei suoi lunghi viaggi in Europa e in Oriente importò e arricchì la sua collezione con innumerevoli porcellane, stoffe, armi, gioielli e tutto ciò che colpiva la su fantasia suscitando emozione e desiderio di possesso. Riutilizzò questi oggetti ricostruendo nella sua abitazione un teatro romantico e sentimentale nel quale egli stesso, interagendo con  le sue collezioni, era attore/protagonista. Fulcro del museo furono gli oggetti appartenuti a Bonaparte, provenienti dalla Villa di San Donato e proprietà dei Demidoff.

Napoleone e la simbologia imperiale e scientifica – Il Tazebao

Stibbert fu sicuramente affascinato dalla figura di Napoleone, le cui gesta forse saranno state parte dei racconti della sua infanzia, la cui figura veniva evocata dalla presenza di Luigi Bonaparte, fratello minore di Napoleone, che aveva abitato a meno di un chilometro in linea d’aria sempre sulla collina di Montughi, vicino alla sua residenza.

Stibbert con la sua la raccolta ha voluto fermare il tempo della memoria di un mito, e l’abito più adatto per celebrarlo non poteva che essere il costume che Napoleone aveva indossato in occasione dell’incoronazione a Re d’Italia: mantello in velluto verde con ricami in oro di api segno di operosità e spighe segno di prosperità e l’immancabile N napoleonica, completo di gilet, pantaloni e calze.

Ancora alla fine dell’Ottocento si sentivano gli echi di quello che  Napoleone aveva rappresentato come ideale eroico e umano. La reliquia del personaggio che rievoca la traccia della storia, anche D’Annunzio ne rimase affascinato e raccontò la sua passione napoleonica. Stibbert arricchì la sua casa museo  di quadri che raffigurano lui ed altri membri della famiglia Bonaparte.

Nel Museo sono presenti anche raccolte di vari oggetti in vari materiali cari a Stibbert come le porcellane orientali, i tessuti, gli orologi, bottoni del Settecento, tabacchiere esposti in varie vetrine del museo.

Il gusto eclettico di Stibbert si è spinto oltre in acquisti di altro tipo nella sala della Malachite, si può ammirare un quadro unico esistente a Firenze che raffigura la Monna Lisa di Leonardo da Vinci, considerata fino al 1837 come opera autentica del grande maestro, successivamente invece come eccellente copia su tela, ma da recenti studi, invece, risulterebbe come un’opera dipinta alla fine del 1600. A tale proposito la dottoressa Simona Di Marco, vicedirettore del museo Stibbert sostiene:

“Sono stati usati pigmenti che non potevano essere posteriori al Seicento, in particolare il blu smaltino. Frederick Stibbert acquistò la Gioconda nel 1879 all’asta della collezione Mozzi del Garbo, la tela ha avuto nel tempo dei rimaneggiamenti, rifilata e poi stesa su una tela di dimensioni maggiori, porta evidenti  restauri seguiti nel 1800”.

I Mozzi del Garbo erano una famiglia di mercanti potentissimi per generazioni tesorieri pontici, (a cui apparteneva la nobildonna Teresa di cui Napoleone si era invaghito), il figlio conte Adolfo dopo dissesti economici mise tutta la sua vasta raccolta di opere d’arte in asta nel 1879 e con il numero 150 anche il quadro della Gioconda, che Stibbert acquistò tramite l’antiquario Giuseppe Valmori insieme ad altri quadri tra cui la Maddalena Penitente attualmente attribuita all’Allori.

Il museo Stibbert ha un’importante sezione giapponese che raccoglie una delle raccolte più complete di armature esistenti fuori dal Giappone. Il primo nucleo di acquisti fu fatto presso l’antiquario Jannetti (antiquario personale di Casa Reale dei Savoia ) di Firenze, ma successivamente si rifornì anche da altri antiquari sia italiani che stranieri. Oltre alle armi, la collezione comprende porcellane, bronzi, tessili, costumi e indumenti nobiliari in seta. L’interesse di Stibbert per l’Oriente fu richiamato anche dal particolare momento storico e dall’eclettismo intriso del romanticismo  ottocentesco che aveva coinvolto tutta l’Europa, e che lui aveva avuto occasione di conoscere  nei sui viaggi.

Il gusto per l’oriente coinvolse con un feeling la Toscana e Firenze, fu costituita nel 1859 la scuola di studi orientalistici che faceva parte del Reale Istituto di Studi Superiori. L’Oriente si configurava nella Toscana dell’epoca come un complesso di eterogenee realtà geografiche culturali: Cina, Giappone, Persia, Turchia, l’Arabia, l’Egitto. Elementi che contribuirono a ravvivare i repertori progettuali di architetti e di artisti cristallizzati a Firenze tra neo-medievalismo, neo-rinascimento e neo-classicismo.

L’architettura toscana ebbe degli esempi di orientalismo e per citarne qualcuno possiamo ricordare. La villa Alhambra di Sammezzano costruita dall’architetto e anche proprietario Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona (la famiglia si poteva considerare come la quarta casata fiorentina tra  più ricchi  dopo i Corsini,i Torrigiani, i Rinucci ),il marchese non viaggiò mai in oriente, come si potrebbe pensare,ma il suo castello nacque seguendo il suo sogno d’oriente leggendo molti  testi, e disegnando le piastrelle, stucchi  e tutti gli elementi decorativi che venivano realizzati in loco a pochi chilometri da Firenze,mentre  lui stesso sovrintendeva ai lavori.  Proprio in questa sede  nel 1878, si svolse il banchetto con 100 congressisti del IV Congresso degli Orientalisti,accorsi per visitare un luogo   unico e mitico. Quasi in una gara  che vedeva coinvolti i personaggi più in vista in Toscana anche Frederik Stibbert eclettico per natura fu coinvolto dal gusto orientalista nell’architettura  realizzò così la sala Islamica nella sua abitazione.

Si aprì a Firenze in quel periodo un collezionismo privato che non coinvolse non solo Stibbert all’arte orientale, ma molti viaggiatori toscani e studiosi e tra questi va ricordato Carlo Puini (nato a Livorno nel 1837), accademico linceo, che può essere considerato l’iniziatore dei moderni studi orientali a Firenze.

L’interesse dell’oriente per Firenze fu suscitato durante  la prima missione diplomatica cinese, giunta nel giugno 1870 e anche dalla delegazione ufficiale del governo giapponese a Firenze nel maggio 1875, che si trattene per circa due giorni facendo visita ai principali monumenti e musei della città.

Il gusto per l’oriente coinvolse anche la musica che poi ispirò  a Giacomo Puccini l’opera di Madama Butterlly con le sue successive scenografie.


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