Ragione e Sentimento post referendum costituzionale 2026

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La maggioranza degli italiani non ha digerito altresì una martellante rappresentazione subliminale della Magistratura come «nemico» del Potere politico

Il TazebaoIllusorio è sgomberare lo scenario politico italiano dalle macerie referendarie, a destra, con purificatorie dimissioni ed, a sinistra, strimpellando Bella ciao in sedi più e meno opinabili. Fuori da una prospettiva meramente presentistica, un’analisi s’impone anche ‘pro futuro’, qualunque Esecutivo segua.

Il fermo No espresso dalla maggioranza dei votanti va letto, ben oltre l’abortita riforma costituzionale dell’ordinamento della Magistratura, per cogliere un preciso Sentiment dell’elettorato non riducibile ideologicamente all’usurata contrapposizione Destra/Sinistra, caricaturalmente ancora descritta da taluno in termini di (post)fascisti/(post)comunisti nella diuturna Italia di Guelfi e Ghibellini, caratterizzata da volatilità endemica del consenso popolare e da straordinario trasformismo delle élites. Ebbene, il sentimento di repulsione della maggioranza degli italiani, veicolato dalla lapidaria monosillaba ‘NO’ è verso l’anacronistica pretesa potestativa del Potere costituito di dire chi siano i buoni e chi siano i cattivi nello scenario della Polis globale, di cui oggi tutti – piaccia o no –siamo cittadini tramite lo strumento multimediale: apertesi le porte del tempio di Giano bifronte, guardacaso appena chiusa la stagione pandemico-vaccinale, che svuotò alcune Libertà costituzionali, chi è l’aggressore e chi l’aggredito in questo o quel conflitto ovvero chi è il lupo e chi l’agnello.

Ebbene, il cittadino contemporaneo dice NO a che il contingente Reggitore dello Stato, mera particella della Polis globale, venga a spiegare chi debba essere considerato il buono e chi il cattivo in questa o quella guerra; dice NO a che siano rappresentati morti e sofferenti di serie A e morti e sofferenti di serie B, se non addirittura invisibili; dice NO a leggi restrittive della libertà di manifestazione del pensiero all’insegna del politically correct. E dice NO soprattutto alla normalizzazione della Guerra, ormai data per scontata pure nel sottotesto della narrazione apicale dell’Unione europea che non può scalfire il principio fondamentale del Ripudio della Guerra della Costituzione italiana (art. 11). Ed invece chi si trova ad essere investito del potere di Governo da una maggioranza espressa ieri crede oggi, attraverso le coordinate mentali dello strumento obsoleto della Televisione di Stato (col correttivo tardivo di qualche podcast !), di potere tematizzare le notizie già anticipate ampiamente dai social media!

Insomma, è palesemente in crisi la categoria del politico nell’accezione di Carl Schmitt per cui è «sovrano» chi ha il potere di stabilire chi è il nemico della Comunità, giacché il potere di tematizzare il bene e il male sfugge ormai al detentore della sovranità delegata, il cui esercizio ormai è eroso anche digitalmente. Ne consegue che, per transfert dell’inconscio collettivo, la maggioranza degli italiani non ha digerito altresì una martellante rappresentazione subliminale della Magistratura come «nemico» del Potere politico, nella percezione pubblica di converso assimilato a sue declinazioni patologiche contigue al mondo del malaffare e del crimine da ben prima di Tangentopoli, dalle cui ceneri si vuol nata la cosiddetta Seconda Repubblica.

Quindi, semplicemente, la maggioranza degli Italiani – dopo anni di rappresentazione potestativa del dibattito pubblico in termini polarizzati di bianco/nero imposto dall’alto (es. Sì vax/No vax, etc.) – non si è identificata con la narrazione referendaria governativa, che ha rappresentato come bianco il risultato del Sì e come nero il risultato del No, ribaltandola nel responso referendario.

E questo vuol dire che il titolare costituzionale della sovranità, ossia il Popolo – con determinante incisività dei Giovani nella massa critica – si è riappropriato della definizione di ciò che è bianco e di ciò che è nero rispetto al contingente detentore rappresentativo di quella sovranità, che deve seriamente tenere conto in modo non riduttivo di tale dato inequivocabile più profondo, emerso dalle urne referendarie se in futuro non si vorrà trovare di fronte a nuovi effetti boomerang.

Ecco, allora, che le macerie referendarie dell’incipit non sono solo le macerie del bonapartismo premierale in materia di riforme costituzionali, che già ribaltarono il banco politico renziano nel 2016 con relativi corollari reiterabili nello scenario attuale: se Democrazia è partecipazione e non mero mandato elettorale, tanto più, nel 2026 il cittadino digitale, abituato ad interagire continuamente sui mezzi multimediali, non è più disposto a farsi raccontare la presunta Verità dagli Eletti (e dai loro fiduciari oracolari), il cui livello informativo e culturale non è affatto mediamente superiore a quello dell’elettore come nella Democrazia rappresentativa post-ottocentesca.

Del resto, il Potere spoglio del potere di narrazione, al suo più alto livello simbolico del “Re nudo”, fuor della metafora fiabesca di Andersen, dove s’incarna meglio se non in chi nell’immaginario collettivo, è il sovrano per eccellenza, cui la inesorabile Giustizia inglese arresta il fratello a seguito di uno scandalo planetario diffuso più sui social network che nelle Televisioni mainstream? Sua Maestà britannica non si è scomposta anzi ha esortato ufficialmente la Giustizia a fare il suo corso, assicurando sincero supporto e collaborazione.

Francamente, al di là del merito di una Riforma costituzionale incisiva sulla Giustizia, non era credibile che venisse perorata da una maggioranza che ha abrogato il delitto di abuso d’ufficio previsto dal testo originario del vigente Codice Rocco del 1930 e, prima ancora, dal Codice Zanardelli del 1889 (abuso di Autorità e violazione dei doveri inerenti ad un pubblico ufficio): l’abuso d’ufficio, di cui adesso Unione Europea chiede la reintroduzione anche con diverso nome, costituisce infatti un caposaldo dello Stato di Diritto con valenza sistematica di limite fondamentale dell’esercente una qualunque potestà pubblica.

In copertina: Unsplash

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