Il Tazebao – L’offensiva dell’esercito siriano partita dalla provincia di Aleppo solo una decina di giorni fa ha registrato una vittoria ancor più rapida di quella ottenuta alla fine del 2024 contro le formazioni fedeli a Bashar al-Assad: a nulla sono valse le minacce del senatore repubblicano statunitense Lindsay Graham di resuscitare il Caesar Act in caso di «violenze contro i curdi» (un jet americano è stato individuato sopra Raqqah pochissimo prima dell’inizio dell’offensiva di Damasco), in due giorni le forze siriane sono entrate da sud in quella che fu la capitale dell’ISIS e l’hanno conquistata con l’aiuto delle Forze Tribali Arabe, liberando peraltro un gran numero di detenuti, molti dei quali ex affiliati proprio allo Stato Islamico. Con analoga rapidità, e dalla curiosa contemporaneità al ritiro americano dalle basi ubicate in territorio federale iracheno, le truppe governative hanno preso il controllo della città strategica di Deir Ezzor e dei suoi giacimenti di gas e petrolio (Al-Omar, Tanak, Conoco, Al-Jafra, Al-Azba e l’area Tayyana-Jido-Malih-Azraq). Caduta, da ultimo, anche Ash-Shaddadi, nella Siria del nordest, la roccaforte curda di Al-Hasakah si trova a sole 30 miglia. Col crollo imminente dell’amministrazione curda, essa ha raggiunto un accordo col governo siriano per il quale le sue forze militari si integreranno tutte, individualmente, nell’esercito damasceno, e tutti i territori e relative infrastrutture strategiche passeranno sotto il controllo della Siria di al-Sharaa. Vi sarà tuttavia la possibilità per le forze curde di far eleggere propri rappresentanti nelle istituzioni centrali e di far nominare un governatore per Al-Hasakah, impegnandosi tuttavia a continuare la lotta contro l’ISIS, a smantellare le armi pesanti dai propri territori e ad espellere gli elementi ancora armati del PKK (Partito dei Lavoratori Curdo) fuori dal territorio nazionale. Si chiude così, sullo sfondo di questi eventi e col simbolico abbattimento della statua della guerrigliera curda a Raqqah, anche la storia dell’ambiguo «Rojava», eletto a modello di “autogestione e femminismo” dalla sinistra fucsia nostrana, e senza neanche il benché minimo appoggio di quegli Stati Uniti e di quell’Israele che l’hanno finora tenuto vivo. (JC)



