Il Tazebao – L’annuncio in programma per la nostra nottata del 15 gennaio, autore il presidente americano Donald Trump, era stato previsto da molti come occasione di una dichiarazione di guerra all’Iran: tale era soprattutto l’aspettativa dei circoli dissidenti iraniani, soprattutto monarchici, all’estero. Con uno dei suoi soliti colpi ad effetto, che di definitivo non sanciscono nulla (già a giugno avevamo visto come le sue offerte di pace precedano l’entrata in guerra diretta o indiretta contro il destinatario), il suo discorso è stato di natura completamente opposta: l’Iran non verrà attaccato, «ci hanno detto che le uccisioni si stanno fermando, si sono fermate», e una sequela di vanterie più chiassose come quella per cui il governo iraniano avrebbe «annullato le esecuzioni in programma» proprio perché «intimorito» dalle minacce dell’inquilino della Casa Bianca. La realtà, in questo senso, dice l’opposto: a una rigorosa preparazione militare di esercito e milizie, con caccia già decollati in uno spazio aereo prontamente chiuso anche sopra l’Iraq (e adesso, pare, riaperto), gli avvertimenti iraniani di prontezza a colpire le basi americane nel Golfo ha fatto sì che i Paesi che le ospitano, soprattutto Arabia Saudita, Kuwait e Qatar, abbiano negato la loro disponibilità a concedere i propri cieli per attacchi sulla Repubblica Islamica. L’attenzione americana, quindi, torna a focalizzarsi, almeno per adesso, sulla Groenlandia, un osso solo apparentemente più facile da mordere e deciso, senza curarsi del misero numero di soldati europei inviati per la sua «difesa», a rimanere un osso danese. (JC)



