Non è ancora finito il suo primo mese, che il 2026 si è già contraddistinto per avvenimenti cui verrà riservato un posto speciale nella storia contemporanea.
Il Tazebao – Il fallimento dei tentativi di rivoluzione colorata in Venezuela e Iran non hanno fermato il rinnovato espansionismo statunitense, troppo frettolosamente paragonato alla Dottrina Monroe (di natura difensiva rispetto all’allora proiezione imperiale delle potenze coloniali dell’Europa occidentale): tuttavia, il rapimento di Maduro il 3 gennaio non ha portato né al collasso né all’instabilità della Repubblica Bolivariana del Venezuela, che già aveva terminato il 2025 con un +6.5% nel PIL che l’ha resa il Paese più in crescita di tutta l’America Latina, per il silenzio imbarazzato degli epigoni indigeni e allogeni di Javier Milei. Quasi ogni giorno si sono, anzi, viste oceaniche manifestazioni di popolo per chiedere la liberazione del Presidente Maduro e della “Prima Combattente” Cilia Flores. Ciononostante, lo sbandierato successo dell’Operazione Absolute Resolve (ignote le vittime americane, che da parte cubano-venezuelana si asserisce esserci state) ha fatto proclamare al presidente americano la prospettiva di abbattere il sistema socialista a Cuba entro quest’anno.
In Iran, la degenerazione terroristica delle pur pacifiche proteste economiche iniziali è stata contenuta con successo dalle forze di sicurezza, ma l’obiettivo di Stati Uniti e Israele di rovesciare la Repubblica Islamica è rimasto invariato e nuove portaerei si stanno spingendo ai suoi confini marittimi.
Questi sono gli eventi principali inseritisi tra le promulgazioni della Strategia di Sicurezza Nazionale e della Strategia di Sicurezza Militare degli Stati Uniti: contrariamente alla prima, analizzata recentemente in dettaglio da Lorenzo Somigli, direttore del Tazebao, e dall’avv. Luca Lanzalone, la seconda è più orientata alla salvaguardia della NATO, ma scaricandone interamente i costi sull’Unione Europea (nonostante la previa intenzione di «contribuire alla sua difesa, seppur limitatamente»), e a lasciare alleati alla mercé di se stessi per quanto riguarda la difesa: tale la posizione espressa, per esempio, nei confronti della Corea del Sud, mentre quella del Nord, non menzionata nella NSS, è invece citata nella MSS come una «minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti» per via della crescita del suo programma nucleare.
Nel più ampio contesto mediorientale, Washington si è attivata anche dal punto di vista diplomatico con l’istituzione del Consiglio per la Pace (Peace Board). Ad esso risultano attualmente partecipanti 24 Paesi, col Belgio che, inserito all’ultimo momento, ha negato qualsivoglia consenso a tal riguardo.
Particolarmente significativo, qui, che il primo documento del Consiglio, teoricamente incentrato sulla Palestina, non faccia il nome di Gaza neanche una volta, se non per l’esposizione, da parte di Jared Kushner, membro dell’Executive Board del Consiglio, di un progetto economico che di fatto riprende l’idea della «Gaza Riviera». Legittimo dunque, alla luce delle subitanee iniziative di qualche mese fa concernenti il riconoscimento occidentale dello Stato di Palestina, aspettarsi che ciò rappresenti niente più che un pretesto nel contesto di una causa ormai prossima all’archiviazione. I rappresentanti di quest’ultimo, infatti, non sono neanche stati invitati nel Board, come del resto la Danimarca nell’occhio del ciclone delle tensioni sulla Groenlandia: è intervenuto unicamente, in videomessaggio, un rappresentante del Comitato Amministrativo tecnocratico incaricato formalmente della ricostruzione.
Si potrebbero così riassumere le fasi del progetto di archiviazione della Palestina:
- Massiccia operazione mediatica di Palwashing: l’Unione Europea e alcuni altri Paesi occidentali riconoscono ufficialmente lo Stato di Palestina, mentre nelle piazze delle loro capitali vanno in scena cortei “di solidarietà” opportunamente disattivati con la cosiddetta “tregua” (dopo la quale, tuttavia, le truppe israeliane hanno ucciso altri 450 civili, oscurati per un “doveroso” obolo di propaganda all’amministrazione statunitense) e fornendo così una scusa per tornare alla situazione mediatica pre-7 ottobre 2023 di silenzio quasi totale sul genocidio.
- Tentativi di destabilizzare Iran e Yemen come unici attori statali, dopo la caduta della Siria baathista, a sostenere in armi la Palestina.
- Istituzione del Peace Board per far sì che a decretare la fine di quest’ultima, con l’integrazione totale nello Stato di Israele o come sua provincia più o meno “autonoma” siano non americani e israeliani (il che vanificherebbe tutto il lavoro di cui sopra), ma gli arabi stessi, Egitto ed Emirati Arabi Uniti in primis, così da disattivare in partenza ogni eventuale contestazione verso Washington e Tel Aviv: il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele, avvenuto il 26 dicembre, non è affatto casuale.
Al netto della fumosità di tutti questi progetti da un punto di vista pratico (ma della strutturazione oggettivamente migliore e di più ampio raggio rispetto alla cosiddetta “coalizione dei volenterosi”), è totale, in merito, il mutismo dell’Unione Europea, che si trova a dover fronteggiare le mire statunitensi sulla Groenlandia e pure si è data a operazioni mediatiche simili in occasione dell’approvazione del PNRR. Niente, sia detto per inciso, che Bruxelles non potesse volgere a proprio favore, ribaltando l’attacco: la totalità della comunità internazionale si è schierata dalla parte di Danimarca e Groenlandia, fatta parzialmente eccezione per la posizione russa, che, dichiaratosi il Cremlino «non interessato» a ciò che accade nell’Artico, ha ricordato la natura coloniale della questione groenlandese, con un’osservazione sul trattamento non propriamente immacolato degli abitanti del luogo da parte dei danesi e pronunciandosi sostanzialmente per l’indipendenza di Nuuk. Persino la Corea del Nord, sui suoi media, ha mostrato particolare attenzione per gli sviluppi in loco, riportando quasi quotidianamente le prese di posizione di presidenti e ministri dei Paesi europei (Germania e Francia in particolar modo), nonché le dichiarazioni del governo della stessa Groenlandia e del Regno di Danimarca, per sottolineare la loro «resistenza» ai tentativi annessionistici e alle conseguenti minacce di dazi da parte di Trump.
La Cina, da parte sua, alla forte condanna delle mire americane ha associato una serie di accordi economici appena firmati col Canada, che da parte sua non si è limitato all’opposizione verbale alle politiche di Trump ma ha deciso di ridurre al 67% la sua quota di esportazioni verso gli Stati Uniti a beneficio dell’Asia. Pronta la reazione del tycoon, che ha minacciato dazi del 100% contro il vicino settentrionale.
Tenendo conto anche delle esplicite dichiarazioni di Putin alla cerimonia di ricezione delle lettere di credenziali dei nuovi ambasciatori in Russia (tra cui è figurato l’italiano Stefano Beltrame), per l’Unione Europea la situazione attuale rappresenta una potenziale occasione per rompere il proprio isolamento diplomatico, economico e commerciale, propiziato dallo scriteriato sostegno all’Ucraina, riavvicinandosi politicamente ed economicamente a Pechino e Pyongyang, guadagnandosi quantomeno la neutralità benevola di Mosca e istituendo un asse a tutto campo che le permetta non solo di aggirare, ma di annullare ogni eventuale ritorsione economica da parte della Casa Bianca, ripartendo dal progetto russo-tedesco dell’«Europa unica dall’Atlantico agli Urali» (da Ottawa a Pyongyang, sarebbe da rettificare nel contesto attuale) che fu già di Vladimir Putin e Angela Merkel.
Difficile, tuttavia, che, al netto della dirigenza prettamente teutonica dell’Europa cosiddetta unita, Bruxelles possa agire in tal modo: priva della cultura politica, del pragmatismo e dell’indipendenza necessarie a un tale cambiamento di paradigma, l’UE accelererà invece la propria dissoluzione, immersa nella torbida melma dell’atlantismo da cui è, per lei, ormai troppo tardi per tirarsi fuori.



