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DAL LIBANO/ Riscoprire la convivenza (e le fedi) per rifare un Paese in pezzi – Lorenzo Somigli su Il Sussidiario

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Il Libano vive ancora una situazione di incertezza e confusione, anche se ci sono timidi segnali di ripartenza dopo tre anni terribili di caos politico e crisi economica.

Il Sussidiario – BYBLOS (Libano) – Nel grande gioco, le potenze trovano sempre terreni per misurarsi a distanza. Il Libano è uno di questi e tende spesso ad anticipare le dinamiche del “Mediterraneo allargato”. Dopo tre anni terribili ci sono timidi segnali di ripartenza, ma la crisi organica del sistema sembra ancora inarrestabile. Al momento le ipotesi di riforma sono al palo nel disinteresse della comunità internazionale.

Ripartire… ma come?

“Capitò un giorno di Fenici, scaltra gente e del mar misuratrice illustre, rapida nave negra…”: è la dotta traduzione di Vincenzo Monti a un passo omerico sui Fenici, allora dominatori del Mediterraneo, prima della talassocrazia ateniese e dell’ecumene romana.

Byblos, a nord di Beirut, è il cuore primigenio della civilizzazione mediterranea. La città plurimillenaria è patrimonio dell’Unesco. Byblos o Jbeil, nella denominazione araba, come a rimarcare la compresenza di più strati, in un Libano spaccato e in perenne stallo, rimane un grande esempio di convivenza tra comunità. Nella piazza coesistono la chiesa e la moschea.

Quest’anno è tornato anche il turismo, merito, tra le altre ragioni, dell’apporto della diaspora: oltre 1 milione di persone ha fatto ritorno per l’estate, come ha spiegato a L’Orient Le Jour il ministro del Turismo Walid Nassar a margine del concerto di Guy Manoukian, artista armeno-libanese, nella seconda serata del Festival di Byblos. La comunità di Byblos partecipa al Festival nell’antico porto, che torna dopo “un’assenza di tre anni”, come ha spiegato il presidente del comitato Raphaël Sfeir, per dare un netto segnale di ripartenza. Il concerto fa il pieno, grande festa collettiva, performance coinvolgente: un momento di sospensione dai problemi della vita quotidiana. Beirut che, come canta Majida El Roumi, è la “Regina del mondo”, è lontana, un po’ accesa e un po’ spenta, dolente nella notte.

Lo stallo libanese

Sono stati tre anni molto complessi per il paese. Prima la pandemia, che ha seccato l’economia turistica (principale fonte in assenza di manifatturiero), poi l’esplosione nel porto di Beirut, che per molto ha privato il Paese del suo principale sbocco e per la quale ancora non è stata fatta giustizia. Non solo; il giudice incaricato del caso è stato più volte minacciato, ma difeso a furor di popolo. Il 4 agosto L’Orient Le Jour titolava “Ceci n’est pas un crime”, a sottolineare tutta la dilaniante assurdità.

Alla manifestazione per l’anniversario c’era un cartello: “Beirut oltraggiata, fatta a pezzi, martirizzata, quando sarà liberata?”; un altro recitava “Iran out”, rivolto a Hezbollah. Del resto, uno Stato che non riesce a mantenere il monopolio della forza è di per sé uno Stato fallito; nel frattempo, le tensioni tra le milizie filo-iraniane e Israele si intensificano e il crescente peso della destra radicale in Israele potrebbe portare a un’escalation. Proprio sulla presenza di un esercito irregolare appunta le critiche Roger Eddé, avvocato internazionale, tra i promotori di una riforma in senso confederale del Libano.

A questo quadro già complesso si aggiungano problemi atavici come la svalutazione della lira, l’inesistenza di una rete infrastrutturale, precondizione per un vero sviluppo industriale, la scarsità energetica, nonostante le copiose riserve marine di gas, la necessità di importare cereali – problema comune a tutta la fascia del Nordafrica e del Medio Oriente, avvisa Sébastien Abis, autore de Géopolitique du blé – e una gestione dei rifiuti inesistente.

In assenza di una pianificazione da parte del Governo, si segnalano alcune iniziative dal basso per il riuso di scarti e rifiuti, come quelle che sta portando avanti l’ingegnere ambientale Ziad Abi Chaker che, tra l’altro, ha realizzato bottiglie di vetro recuperando i vetri rotti raccolti dopo l’esplosione del porto di Beirut.

Tutto questo senza dimenticare, infine, la presenza di profughi palestinesi e siriani, stanziati soprattutto nella valle della Beqaa, che sono destinati a spostare gli equilibri demografici.

Distaccarsi dal “confessionalismo”?

Le società mediorientali hanno sperimentato un percorso differente rispetto a quelle europee che, pure a caro prezzo, hanno diviso politica e sfera religiosa. La religione rimane il fondamento dell’identità, individuale e politica, in Libano, che presenta una varietà di identità religiose straordinaria. Per tentare di tenerle insieme si è ricorso al confessionalismo, un sistema di “lottizzazione” di seggi e ruoli di governo – e di sottogoverno – in base al peso religioso. Le comunità riconosciute sono 18, le principali quella cristiano-maronita, quella sciita e quella sunnita. Il tutto si regge in un delicato equilibrio: la presidenza della Repubblica ai maroniti, il primo ministro ai sunniti e la presidenza della Camera agli sciiti.

Un sistema del genere funziona solo se c’è concordia, altrimenti genera uno stallo completo. Non solo, questo sistema si è dimostrato estremamente poroso rispetto alle mire espansionistiche di attori esterni che tendono a utilizzare alcune componenti come proprie pedine.

Ci sono stati molti tentativi di riforma, a partire dalle università con i club laici, sulla scia dei fermenti della rivoluzione del 2019, fino a una serie di liste indipendenti che hanno corso alle ultime elezioni legislative, dalle quali è emerso un parlamento diviso a metà tra un blocco cristiano e uno sciita, senza successo.

A ogni modo, l’attuale sistema alloca e garantisce, su base comunitaria, un certo numero di beni e servizi, l’unico modo per sopravvivere alle difficoltà del quotidiano. Il Governo, che gestisce centralmente tutti i servizi, seguendo il modello repubblicano francese, dovrebbe trovare una formula alternativa ed efficiente per rispondere ai bisogni della popolazione. Non sembra in grado di farlo; dunque, il confessionalismo sembra destinato a rimanere ben saldo.

Tornano in mente le parole di Papa Giovanni Paolo II, nella speranza che il Libano torni a essere un “messaggio di libertà e un esempio di pluralismo” per tutto il mondo. Altrimenti “ogni guerra sarà sempre la penultima guerra”. Lo ha detto una donna libanese, Roula Khadra al Meeting di Rimini del 2021.

Fonte: DAL LIBANO/ Riscoprire la convivenza (e le fedi) per rifare un Paese in pezzi

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