Blitz degli Stati Uniti in Venezuela, catturato Maduro ma lo Stato (per ora) regge. Cuba: «Pronti a dare la nostra vita e il nostro sangue». Il Tazebao del giorno

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Il Tazebao – Sabato 3 gennaio buona parte del mondo si è svegliata con una notizia choc: gli Stati Uniti hanno invaso il Venezuela e catturato il suo presidente, Nicolás Maduro Moros. Non c’è stato lo sbarco anfibio in forze preventivato, ma un contingente ristretto, dotato di aerei peraltro vecchi e alcuni addirittura decommissionati, con un obiettivo preciso. Bombardati tre basi (Fuerte Tiuna, La Carlota e l’aeroporto di Higuerote), il porto di La Guaira e l’antenna di El Volcán, oltre, simbolicamente, al mausoleo di Hugo Chávez e qualche colpo d’artiglieria sul palazzo presidenziale di Miraflores, i Chinook e i Black Hawk, viene riportato, volavano talmente bassi da poter essere potenzialmente abbattuti a colpi di mitragliatrice o di lanciagranate: Maduro è stato arrestato dalla DEA e dall’FBI con le accuse di “narcotraffico” e “possesso di dispositivi atti ad attaccare gli Stati Uniti” e portato nel tribunale del distretto meridionale di New York a bordo della USS Iwo Jima, esposto poi come un trofeo per le strade al modo di Vercingetorige ma entrato negli uffici dell’antidroga sereno e augurando buon anno a tutti. Il copione è stato lo stesso del 2009, allorché gli Stati Uniti penetrarono nella capitale honduregna e prelevarono il Presidente Manuel Zelaya, poi copiato dai francesi nel 2011 in Costa d’Avorio ai danni dell’allora mandatario Laurent Gbagbo. Un grande interrogativo e un alone di mistero circondano infatti la mancata reazione militare nonostante settimane di addestramenti e rafforzamento delle milizie e la tardiva, pur se ingente, mobilitazione popolare, purtuttavia al momento esclusivamente pacifica. Il potere esecutivo è passato adesso nelle mani della vicepresidente Delcy Rodriguez, che ha annunciato, come il ministro della Difesa Leopoldo López Padrino, volontà di resistere; i media più vicini alla Casa Bianca la danno tuttavia già cooptata da Trump, autoproclamatosi «padrone del Venezuela», sulla linea della proclamazione delle elezioni entro 30 giorni nelle quali far vincere, chiaramente, il tandem Urrutía-Machado. La nomina di Rodriguez, tuttavia, legalmente offre la possibilità di evitare questo scenario e la Repubblica Bolivariana stessa, contrariamente alle aspettative di Washington (e soprattutto di Marco Rubio), continua a reggere: non si è infatti vista l’anarchia che ha contraddistinto la Siria appena un anno fa. Nel frattempo, moltissimi Paesi hanno espresso solidarietà al Venezuela e al suo legittimo governo: Russia, Cina (una delegazione pechinese era in visita pochissime ore prima del blitz statunitense), Iran (sotto controllo, per il momento, la situazione altrettanto esplosiva interna alla Repubblica Islamica) e Asse della Resistenza, Colombia, Turchia, Cuba (il cui presidente in un comizio ha annunciato la disponibilità a «offrire persino il proprio sangue e la propria vita per il Venezuela»), Brasile, Messico (prossimo obiettivo dichiarato di Trump insieme a Bogotà), Spagna, Francia, Slovacchia, Corea del Nord (che ha testato ieri alcuni missili ipersonici proprio in risposta alla situazione venezuelana), Bielorussia, Honduras (il cui ex presidente coinvolto nel narcotraffico Trump vuole invece far graziare), Uruguay, Libano, Yemen, Egitto, Tunisia, Palestina, ALBA-TCP, Unione Africana, gli ex presidenti di Bolivia, Messico e Perù Evo Morales, Antonio Manuel López Obrador e Pedro Castillo, il sindaco newyorkese Zoran Mamdani e masse di centinaia di migliaia di cittadini da Parigi a New York. Sostanzialmente neutrale l’India e titubante l’Unione Europea, mentre dalla parte degli Stati Uniti si sono apertamente schierati Ucraina, Israele e Somaliland. Come la situazione si evolverà, solo le prossime settimane potranno dirlo: pare intanto che una flotta russo-cinese-iraniana si stia dirigendo verso le coste venezuelane per rompere il blocco navale statunitense. (JC)

In copertina: copyright Wikimedia Commons

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