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1921/2021: “Good Bye, Lenin!” (2003)

Ciò che accadde, nella sera del 9 novembre 1989, fu uno degli eventi più importanti che contraddistinsero la seconda parte del Novecento: la caduta del muro di Berlino.

Un evento che rappresenta l’inizio della fine dell’Unione Sovietica e di quella Guerra Fredda, che tanto aveva condizionato la nostra cultura occidentale; soprattutto perché, all’epoca, l’Europa rappresentava il blocco su cui le due potenze mondiali (quali USA e URSS) volevano incidere la loro egemonia. Un risultato che si poteva realmente osservare attraverso la creazione del muro di Berlino: uno spartiacque tra due mondi diversissimi che iniziarono a dividere i vari paesi della zona Europea. In primis la Germania: un paese costretto, oltre alla guerra armata quasi sfiorata nel 1961 tra J. F. Kennedy e Nikita Krusciov a causa della divisione in Germania dell’Ovest e Repubblica Democratica Tedesca. Questa, una condizione che creò una forte situazione di disagio da parte dei cittadini tedeschi, sensazioni calpestate in maniera netta dettata dalla volontà nel mostrare quale sia il modello vincente: quello capitalista oppure quello socialista. E il film in questione si posiziona in questo contesto paradossale, che farà da sfondo alla storia di una famiglia: quella di “Good Bye, Lenin!”.

La pellicola tedesca in questione è stata prodotta e diretta nel 2003 dal regista Wolfgang Becker (al momento la sua opera più importante) e la trama si articola con una originalità molto particolare: Christine è una donna che abita nella Germania dell’Est, convintamente socialista e che a causa dell’arresto del figlio Alex, durante una protesta, cade in un profondo coma per otto mesi. Al momento del suo risveglio, la nazione è caduta nelle mani dei fascisti capitalisti e Alex, per evitare uno shock che può esserle fatale, decide di ricreare quel mondo in cui ella aveva tanto creduto: la DDR.

L’impianto tecnico

“Good Bye, Lenin!” viene considerata una pellicola cult del cinema Europeo. Il produttore Steven Jay Schneider la ha inserito tra i grandi capolavori del cinema nel libro “1001 Film” e si può benissimo trovare ne “Il Farinotti”.

Il primo elemento da osservare è la regia: l’autore Becker non è mai riuscito ad andare oltre questo film, rendendolo (come citato in precedenza) il suo miglior film. Il suo più grande punto di forza è la scrittura (di cui parleremo nei paragrafi successivi), ma la regia e fotografia sono particolarmente interessanti da osservare, soprattutto per il ruolo che vanno a ricoprire per tutta la durata del lungometraggio.

L’obiettivo principale della macchina da presa è quello di coordinare in maniera ottima gli elementi che la produzione aveva a disposizione, la metodologia avviene in maniera “operaia”: senza grandi intuizioni registiche o senza l’utilizzo di riprese memorabili. Anche il reparto fotografico fa il suo lavoro, con utilizzo di tonalità differenti a seconda della situazione ma, ribadendo, senza effettuare una scelta fotografica molto accurata e stupefacente; va detto per correttezza che è un film che riesce a parlare in maniera forte grazie alle varie immagini si esprimono grazie all’uso della regia (ad esempio la statua di Stalin che viene portata via davanti agli occhi inerti della madre).

Altro punto è quello del cast degli attori: quella operata dalla produzione tedesca, è senza dubbio una felice scelta, con l’esordiente Daniel Brühl (divenuto maggiormente famoso con l’approvo successivo nei blockbuster americani) e di altri interpreti che rispecchiano bene la personalità dei personaggi della pellicola. Oltre a ciò c’è anche da fare i complimenti per l’adattamento nostrano e la scelta dei vari doppiatori, efficaci e memorabili; ovviamente è molto difficile raggiungere, in linea di massima, la versione originale di ogni opera, ma senza ombra di dubbio i nostri connazionali si sono cimentati bene in questa impresa.

Da annotare assolutamente è la fantastica colonna sonora ad opera di Yann Tiersen, che porta con sé brani musicali della colonna sonora davvero indimenticabili. Una musica molto sensibile, capace di trasportare lo spettatore nelle scene più empatiche e toccanti. Ottime musiche che riescono ad esaltare maggiormente un contesto molto connotato, grazie soprattutto alle varie scenografie presenti nel film (uno dei pilastri della pellicola).

Una scenografia sospesa tra finzione e realtà

Nel merito delle scelte scenografiche c’è da fare molti applausi, sia in termini di allestimento, sia nella loro resa. Le ambientazioni del film sono rappresentate in maniera ottima e si vuole rappresentare un mondo contro le ingiustizie e fortemente patriottico. Basta osservare, nelle scene iniziali, gli elementi presenti nelle scene del 1989: anno in cui vennero celebrati i quarant’anni della Germania dell’Est, dove si ammirano bandiere che garriscono, manifesti propagandistici, riferimenti al Segretario Gorbaciov, e le solite manifestazioni filo-sovietiche. È molto interessare osservare la dicotomia tra i due mondi, tanto vicini quanto distanti: “La Repubblica Democratica Tedesca” è una società spoglia che non ha avuto tutte le varie caratteristiche del mondo occidentale, essendo una realtà contadina socialista che venne poi “corrotta” dal capitalismo. Per citare alcuni eventi, si può notare la nascente economia di mercato, l’occidentalizzazione, usi e costumi dell’altro oriente extra-europeo e numerose “tempeste ormonali” causate da un abbigliamento occidentale molto più libero; per non parlare di nuovi programmi televisivi, confini della repubblica inesistenti, l’arrivo del marco tedesco ed i centri alimentari divenuti dei luna park multicolore.

Una situazione delineata dalla vittoria del capitalismo, come viene illustrata dall’entrata dirompente di furgoni nella città dell’Ovest, con sopra la marca della multinazionale Coca-Cola. Una scena emblematica che rappresenta la colonizzazione di un modello, ma ciò lascia spazio al processo di unificazione: un futuro incerto ma carico di premesse, grazie anche al Mondiale di calcio a Italia ’90, che getterà le basi per la rinascita del paese stesso. Nonostante i vari elementi, rappresentanti della Germania al tempo, Alexander dovrà essere in grado di ricreare il mondo in cui la madra aveva tanto creduto; un esempio sono i vari telegiornali fedelmente ispirati alla ragione socialista, architettati dallo stesso Alex, e la camera da letto della madre, posizionata in un appartamento nei plattenbau: tradizionale, un quadro di Che Guevara, statuette in ceramica di Marx e Lenin e libri di Gorbaciov e della comunista Ruth Werner. Un’impalcatura molto rappresentativa della realtà tedesca vissuta da due popoli, grazie ad un utilizzo dettagliato delle varie scenografie e da parte di un reparto tecnico voglioso di contestualizzare al meglio la pellicola.

Una satirica rappresentazione di una famiglia distrutta

Quello che rappresenta a tutti gli effetti, il cuore pulsante del film è la sua sceneggiatura con numerose battute umoristiche e satiriche, ma combinate con elementi fortemente drammatici. Una composizione che va a far riflettere sul vero obiettivo del film, cioè quello di narrare la storia di una famiglia perfetta, distrutta da un mondo chiuso e pieno di contraddizioni. Una caduta avvenuta precisamente il 26 agosto del 1978, data in cui Sigmund Jähn (il primo astronauta Tedesco e eroe di Alex) vola nello spazio per la gloria della DDR, data che coincide però con la fuga del padre e di una madre caduta in depressione.

Nella prima parte del film, ci si interessa nel ricreare la messa in scena della madre, per cui si fa riferimento a battute mirate alla satira e sulla dicotomia tra ovest/est; ma la seconda parte, viene improntata particolarmente sulla famiglia e con il conseguente rapporto tra i personaggi. Una storia molto intima che non può confrontarsi assolutamente con gli eventi storici, ma riesce a riflettere la pressione di un sistema chiuso artefice della disfatta di vite umane; ed il rapporto tra Alex e la madre è una scelta di puro amore, in cui il protagonista, capace di creare una troupe in grado di coreografare menzogne, elabora le stesse bugie che però venivano narrate già alla madre, dal periodo in cui divenne una patriottica della nazione. Una sceneggiatura ben calibrata che i tedeschi hanno saputo apprezzare, in special modo Berlinesi, gli unici che possono comprendere al meglio le varie sfaccettature della pellicola; c’è inoltre la scelta di differenziazione dei dialoghi tra i cittadini della Germania dell’Ovest e dell’Est, ad esempio la scena in cui Alex incontra due bambini dell’Ovest, oppure la presenza del compagno di Ariane (la sorella di Alex).

Un cult europeo

In conclusione, “Good Bye, Lenin!” è una commedia intelligente che viene espressa attraverso un’idea molto originale. Una satira che va a costruire un’impalcatura ben collaudata, avente l’obiettivo principale di parlare del rapporto tra una madre ed un figlio, membri di una famiglia distrutta. È un mix calibrato tra intrattenimento e drammaticità, con l’aggiunta di una colonna sonora potente, che trascina lo spettatore fino alla fine del film senza farlo annoiare, ma che fa anche riflettere su numerose tematiche di cui il film ne è padre. Un cult noto a molti ed originale come pochi, un ottimo rappresentante del ricco panorama cinematografico Europeo.

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1921/2021, La classe operaia va in paradiso (’71)

“La classe operaia va in paradiso” è un film iconico, complesso e volutamente provocatorio. Fin dall’uscita alimentò dibattiti e divisioni a sinistra; celebre la stroncatura di Goffredo Fofi sui Quaderni Piacentini.
Oggi è un’interessante fotografia di un mondo che ci sembra tanto lontano con l’incedere della digitalizzazione.

Livorno, 21 Gennaio 2021. È il centenario. La celebrazione di quello che è stato uno dei partiti più importanti della storia italiana, con una ideologia spesso sentita dagli aderenti come una fede e che si è diffusa in una larghissima fetta della popolazione mondiale. Il PCI ha visto la sua nascita dalla scissione del Partito Socialista e dalla volontà di riportare quella ideologia Marxista-Leninista che ha portato alla rivoluzione Russa e conseguentemente ha instaurato l’Unione Sovietica. Una ideologia molto articolata, riflessa in numerosi media (tradizionali e non), che ovviamente  ha influenzato il cinema, la settima arte. Numerose pellicole  ricalcano tale argomento/ideologia, ma una tra queste ci ha colpito in particolar modo.

“La classe operaia va in paradiso”, film diretto dal nostrano Elio Petri, decide di utilizzare la macchina da presa al fine di raccontare una storia comune in una modalità particolare: le condizioni di vita, le lotte degli operai nell’Italia degli Anni ’70 e anche la complessità sociale ed economica dentro le fabbriche che si riverberava nelle organizzazioni politiche e sindacali.

Ambientata nelle periferie lombarde, la pellicola ci delinea il personaggio di Lulù (diminutivo di Ludovico), un operaio milanista (al tempo denominati “casciavit” poiché rappresentavano quella parte di tifoseria popolare milanese che si opponeva a quella borghese “bauscia”, tipicamente di sponda interista), stakanovista e sostenitore del lavoro a cottimo. Un lavoratore dedito alla produttività che si ritroverà presto protagonista di una lotta di classe, contesa tra rivoluzionari marxisti e i sindacati, per ottenere più diritti dai loro datori di lavoro: i padroni.

Il film si articola in vari reparti, riuscendo a convincere in ciascuno di essi, attraverso una sceneggiatura ricca per raccontare una storia comune ed un reparto tecnico che lascia molte letture di interpretazioni.

La regia della pellicola ha una metodologia molto interessante: è caratterizzata dal susseguirsi di inquadrature ampie (come i paesaggi innevati che circondano la fabbrica e l’ambientazione circostante, con l’annessa massa volta al recarsi sul loro posto di lavoro) e claustrofobiche (con numerosi primi piani di facce sporche e “comuni”). Prevalgono le scene al chiuso (fabbrica, casa, manicomio) e in quelle all’esterno il protagonista è spesso avvolto nella massa casciavit.

Vi è stata una grande attenzione nel riprodurre in video le varie scenografie allestite per tutta la durata della pellicola, ad esempio: la fabbrica sporca (il film fu girato nella fabbrica Falconi di Novara) e assolutamente priva di norme di sicurezza; le abitazioni casalinghe, poco illuminate (con l’obiettivo di rappresentare in parte le abitazione della classe operaia) e dove prevale la luce della televisione, ripiene di prodotti di largo consumo; gli ambienti esterni innevati e spogli di vita: un’ambientazione monocolore che fa accrescere una immedesimazione, sempre più crescente, per tutta la durata delle pellicola.

Un elemento ben strutturato è quello della sceneggiatura, che riesce a trasporre dialoghi corposi e necessari per la realizzazione del contesto. La maggioranza dei dialoghi sono stati scritti, e recitati, in dialetto milanese, per accentuare una tipologia di parlata più popolare, ed altre parlate extra-locali (ad esempio il napoletano o il siciliano). La scelta è dovuta al fine di accertare l’uguaglianza degli operai all’interno della fabbrica, una condizione che va oltre la semplice allocazione territoriale, andando verso quello che è un appiattimento di tutte le differenze per poter combattere contro i loro padroni. I dialoghi lasciano spazio, inoltre, ad una numerosità di terminologie attinenti alla causa comunista, trasposti in maniera generica ma che riesce a fare sfondo alla vicenda, come: padroni, produttività, compagno e molte altre.

Come già citato nelle precedenti righe, la massa, uno degli aspetti più citati della ideologia comunista, viene trasposta in maniera idonea alla situazione circostante. La regia ne dedica molto tempo, con riprese dall’alto, inquadrando masse omogenee ed indistinguibili: ne viene accentuata la loro forza, numerosità, rabbia ed i conflitti che sorgono tra due parti, cioè i sindacalisti (accusati di essere servi del potere) e dei rivoluzionari marxisti. Una divisione molto ampia che renderà prigioniero il personaggio di Lulù, un uomo che ha perso la sua monotona ragione di vita, trovandosi in mezzo tra due poli tanto comuni quanto differenti.

Gian Maria Volonté: un attore inarrivabile

Un personaggio fortemente caratterizzato, non solo grazie ai reparti citati in precedenza, ma anche alla bravura di Gian Maria Volonté: uno dei più grandi attori italiani, assolutamente versatile e dalla immedesimazione assoluta. Presente in svariate pellicole importanti del cinema Italiano, tra cui “Indagine Su Un Cittadino Al Di Sopra Di Ogni Sospetto” (sempre diretto da Petri). Il suo apice è stato raggiunto sul set di due film (Per Qualche Dollaro In Più e Il Buono, Il Brutto e Il Cattivo) che vanno a comporre La trilogia del dollaro, diretta dal mostro sacro Sergio Leone. Volonté (al tempo accreditato con lo pseudonimo di John Wells nelle pellicole di Leone) interpreta prima Ramon Rojo e successivamente El Indio, con la sua tipica fronte aggrottata ed una interpretazione drammatica rivolta ad un linguaggio maggiormente teatrale, con la conseguente immedesimazione totale nel personaggio. Un attore camaleontico noto inoltre per le sue posizioni politiche (vista la sua passata militanza nel Partito Comunista Italiano) e per il suo impegno civico dimostrato per tutta la sua carriera; un attore che non si ricorda per i suoi tratti somatici ma per i personaggi che ha interpretato in maniera totale, adottando di volta in volta una maschera che corrispondesse in modo speculare ai personaggi interpretati.

Ne “La classe operaia va in paradiso”, Lulù è un personaggio schietto, burbero e con “salde convinzioni”, caratteristiche scaturite dall’alienazione (concetto caro al marxismo) che si sviluppa in alienazione di Lulù dagli altri operai, dal lavoro (emblematico il passaggio in cui il Militina gli chiede “Ma tu lo sai a cosa servono i pezzi che costruisci”) e infine da sé stesso. Un personaggio che riprende una coscienza perduta tra le macchine di lavoro e da ritmi di lavoro infernali, una condizione che porterà inevitabilmente alla perdita della sua sanità mentale, ripiegando nel finale del film all’urlo incondizionato per poter sopraffare la macchina, causa della sua alienazione.

Ultimo tema, ma non meno importante, è la colonna sonora del mostro sacro della composizione Ennio Morricone, soddisfacente nelle prestazioni ottime caratterizzate da un mix di musiche imperiose simil comuniste e suoni che rimandano alla macchine da lavoro presenti nella fabbrica dove veniva utilizzata la manodopera di Lulù.

In conclusione, La classe operaia va in paradiso” è un’interessante riproduzione di quella che era al tempo la situazione degli operai nelle fabbriche localizzate nel nord Italia. Una pellicola che angoscia per tutta la durata lo spettatore attraverso la forte immedesimazione che si ha con il protagonista Ludovico e del contesto fortemente caratterizzato, facente impalcatura di un’opera fortemente realistica. Un mix di oppressione e claustrofobia che lascia poco spazio alle parole, ma alle emozioni che riesce a trasmettere. Un film fortemente controverso che allo stesso tempo riesce a far riflettere sui temi dominanti dell’ideologia del PCI, il più importante dei quali era la questione lavorativa degli operai nelle fabbriche.