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1921/2021, La storia non sarà gentile [seconda parte]

Speranza e tragedia nell’eterotopia comunista

(Segue da QUI). Lo stalinismo organizzativo insito nel suo modello di partito e indossato nei tic dei sui militanti, dei sui quadri nei dirigenti acquisiva consenso nelle grandi masse e rappresentava qualcosa che non può essere ignorato sia in sede storica che in sede politica.

Il terrorismo ideologico come subcultura si scagliava su chiunque osava criticare il marxismo leninismo e si abbatteva, puntuale e implacabile l’arma della scomunica: diventavi un traditore e, come tale, venivi bollato con la lettera scarlatta del socialdemocratico, del riformista (anche nell’era digitale può esserci uno spazio riformista), del social fascista, del craxiano.

I segretari comunisti rispondevano a Mosca, mentre i partiti socialisti e socialdemocratici alla propria nazione, ma anche perché la sinistra massimalista agiva secondo modalità e principi totalitari, gli altri invece si conducevano bene o male secondo procedure mutuate dalla democrazia liberale.

Nel Pci ha continuato a circolare un’idea leggendaria del ruolo storico del leninismo: più che una opzione politica, una fede che aveva per oggetto l’identità del partito indipendentemente dalle dottrine che professa e dalle politiche che conduce.

Le riflessioni di Pellicani

Sottolinea Luciano Pellicani che il marxismo leninismo, anche nella sua filiale italiana, scagliava, all’ombra dello sharp power sovietico la contestazione globale (e anticristiana) della civiltà occidentale, di cui nulla si sottrasse a una condanna senza appello: né la scienza, né la tecnologia, né lo stato di diritto, né la democrazia parlamentare, né la socialdemocrazia, né, tanto meno, l’economia di mercato. Il risultato è stato un clima ultra-ideologico nel quale non c’era spazio alcuno per il riformismo e per il revisionismo.

E quando a partire dal 1968, sull’onda della contestazione studentesca, il marxismo, nella versione leninista, aveva preso a dilagare e a investire sfere della vita e della condotta un tempo regolate dalla tradizione e dai costumi, lo spirito rivoluzionario sembrò che stesse riportando una vittoria definitiva sul suo nemico di sempre: lo spirito riformista.

Nell’Italia repubblicana pochi a sinistra sfidarono apertamente il massimalismo imperante nei partiti e nei sindacati, nelle università e nei mass media: i socialdemocratici di Saragat e Cariglia, i radicali di Pannella e i socialisti mossi e rianimati da un dark knight epico. Per andare boots on ground, cioè verso un confronto diretto sul terreno dell’ortodossia marxista leninista, non bastavano dissensi ideologici o discussioni colte ma serviva, come ha scritto Ernesto Galli della Loggia, che “qualcuno imbracciasse il fucile e cominciasse a sparare”. Craxi si apprestò a fare proprio questo: “sparò con freddezza mirando al PCI”.

Il Pci ribadiva che non intendeva rinunciare al suo legame organico con l’Unione sovietica e con tutto ciò che essa simbolizzava. E lo faceva con il sostegno di una buona parte degli intellòs che amava definirsi progressista, mentre, in realtà, altro non era che l’erede storica della tradizione giacobina, radicalmente ostile alla libertà dei moderni e, come tale, profondamente e irrimediabilmente reazionaria. Nel tentativo di annullare, in nome di un presunto bene assoluto, lo spirituale e il temporale e stabilire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e annientare il pensiero critico e la dissidenza.

In un’epoca primordiale rispetto a quella novecentesca ebbe modo di scrivere nel 1882 Vladimir Sergeevic Solov’ëv:

“Il mondo non deve essere salvato col ricorso alla forza […] Ci si può figurare che gli uomini collaborino insieme a qualche grande compito, e che a esso riferiscano e sottomettano tutte le loro attività particolari; ma se questo compito è loro imposto, se esso rappresenta per loro qualcosa di fatale e di incombente,  […] allora, anche se tale unità abbracciasse tutta l’umanità, non sarà stata giusta l’umanità universale, ma si avrà solo un enorme formicaio”.

Intellettuali, sia cattolici sia laicisti, che trovarono nel Partito comunista la loro comfort zone mantenendo la differenza dal partito. I sedicenti indipendenti di sinistra accettarono il valore comunista di assorbire le diversità politiche nella propria linea mantenendole tali, ma subordinandole al riconoscimento dell’egemonia. E l’adesione culturale politica testimoniava, argomenta sempre Pellicani, più fortemente l’influenza comunista sull’opinione pubblica che non la stessa militanza.

Per Berlinguer l’approdo socialdemocratico e riformista era una sorta di peccato mortale e quando dichiarava di costruire il socialismo all’ombra della Nato, enunciato funzionale per salvare e non superare la prospettiva leninista, il Pci manteneva il doppio strato dei finanziamenti sovietici e dell’apparato paramilitare clandestino: una struttura insurrezionale da usare in caso di invasione sovietica come supporto agli invasori. E dava spazio all’azione di esponenti del Kgb in Italia. L’installazione degli euromissili Nato venne ferocemente osteggiata nella parola d’ordine “meglio rossi che morti”. Qualcuno ha dimostrato che era possibile non essere rossi morti, se la libertà nazionale viene difesa con la necessaria fermezza strategica di Bettino Craxi.

L’identità comunista ha preservato una radice profonda nella Rivoluzione d’Ottobre, vista come un grande evento positivo per la storia del mondo nella propaganda che la soppressione nell’Est Europa e in URSS della libertà fosse un danno collaterale o un atto di progresso. L’entità e i modi di quest’influenza sono stati solo in parte evidenziati dalla ricerca storica ma ancor poco recepiti dal senso comune ma stanno nel portato di “una linea astratta”, perché dettata da istanze di potere piuttosto che della lotta di classe. Un Pci che comunque andava a guadagnare posizioni e reputazione democratica all’interno della profonda interazione tra Stato, burocrazia pubblica, grande capitalismo, gruppi sociali o classi come l’ineffabile ceto medio riflessivo.

Il PCI ha trasmesso geneticamente paradigmi e linee d’azione ai suoi eredi diretti: l’uso strumentale del pacifismo nella propaganda antiamericana e antioccidentale, per esempio, così come la demonizzazione dell’avversario o l’antiberlusconismo, divenuto versione aggiornata dell’antifascismo e dell’anticapitalismo, come strumenti di lotta politica.

Di qui l’elaborazione della questione morale e della “diversità” che è il presupposto dell’operazione del 1992-1994. Il nesso tra questione morale e diversità comunista fece rientrare nella discussione politica categorie non politiche, universali, antropologiche e produsse un progressivo allontanamento dalle dinamiche politico-parlamentari chiudendo una forza elettorale così significativa in uno spazio poco utile al confronto e alla ricerca di soluzioni.

Secondo Piero Craveri, la questione morale rappresenta la comparsa dell’antipolitica “nella scena politica italiana”. La critica di Berlinguer si scagliava soprattutto contro i partiti e sembrava anticipare discorsi che diventeranno senso comune dopo Tangentopoli. L’antipolitica come una “patologia eversiva” che Berlinguer e i suoi compagni lanciavano come extraterrestri nel sistema politico italiano, nel quale erano ancora condizionati dai finanziamenti sovietici.

E semmai esistesse una diversità antropologica dei comunisti italiani, era quella che non ammetteva l’irrompere dei sentimenti e dell’individualità nei valori più profondi di libertà personale, nella vita degli individui e nella politica.

Se la delegittimazione verso la sinistra marxista leninista attuata da Craxi era reversibile, perché sarebbe finita nel momento in cui il partito comunista fosse diventato compiutamente democratico, la demonizzazione berlingueriana non ammetteva vie d’uscita: una volta “mutati geneticamente” in leader riformisti e socialdemocratici e o di socialisti liberali non si poteva tornare indietro.

La forza egemone sul terreno del controllo degli spazi ideologico-culturali, cioè il Pci-Pds, ha avuto gli strumenti insieme mediatici e operativi per liquidare le altre (la Dc, il Psi, i partiti laici) come è avvenuto durante Tangentopoli.

Per Craxi una parte dei post PCI aveva in mente qualcosa che non gli poteva piacere perché era quello che i suoi nemici di sempre aveva sempre cercato: niente più comunismo, niente socialismo, ma solo un distinto democraticismo, un politicamente corretto antipolitico e conformista all’unico scopo di essere legittimati a entrare nel governo. Una nuova egemonia post-moderna e post-ideologica, liquida, solo apparentemente buonista e compassionevole, preconizzata da Augusto Del Noce nel volume “Il suicidio della rivoluzione” che avrebbe trasformando il comunismo in una componente della società borghese ormai completamente sconsacrata.

Dopo il 1989 gli Stati nazione sembravano divenire residuali, in attesa della loro scomparsa nella post-storia (non è stato così) che avrebbe dovuto aprire l’età della post democrazia, del post-nazionale, quella della pace universale. Nella democrazia cosmopolita del futuro, non ci sarebbero stati più né nazionali né stranieri, né cittadini né immigrati. Tutti gli umani sarebbero divenuti mobili. È l’abbaglio ideologico del postmodernismo politico argomentato con vis polemica da Pierre- André Taguieff.

Per guadagnarsi un ruolo i dirigenti del post Pci pagarono un ticket cercarono un modello non nella tradizione socialista e socialdemocratica riformista europea bensì nel partito democratico americano, rincorrendo ideali altissimi e riscatto sociale di giustizia fuori sincrono della realtà e dei soggetti che la storia l’hanno abitata prima dell’ideologia comunista e dopo che la grande illusione marxista leninista dimostrò la sua cifra totalitaria. I post comunisti si “liberalizzano” e polverizzano: da un lato si muovono verso l’ideologia dei nuovi diritti umani, della protezione delle minoranze, della libertà di scelta e dall’altro aprono verso la libera concorrenza e l’apertura dei mercati. E in un mondo in cui tutte le differenze si equivalgono, nulla merita di essere protetto dal mercato e tutto può diventare oggetto di commercio nella vulgata acconsenziente che il capitale, nella sua nuova versione iperfinanziaria, non dovesse essere più regolato dalla politica e dalla democrazia rappresentativa.

Craxi e Berlinguer

Nel 1978 Berlinguer rivolgendosi al Psi disse: “Il socialismo italiano non ha costruito una sua cultura pienamente autonoma dalle correnti borghesi né una sua autonoma strategia di cassa. È stato un possente movimento che, cent’anni fa, risvegliò per primo la coscienza dei proletari e mise in moto un grande processo di liberazione umana e politica. Questa è la sua grandezza, purtroppo […] mancò al partito Socialista una elaborazione culturale adeguata”.

Scatenò la reazione Bettino Craxi: “Rispetto alla ortodossia comunista, il socialismo è democratico, laico e pluralista. Non intende elevare nessuna dottrina al rango di ortodossia, non pretende porre i limiti alla ricerca scientifica e al dibattito intellettuale, non ha ricette assolute da imporre. Riconosce che il diritto più prezioso dell’uomo è il diritto all’errore. E questo perché il socialismo non intende porsi come surrogato, ideale e reale, delle religioni positive. Il socialismo nella sua versione democratica ha un progetto etico-politico che si inserisce nella tradizione dell’illuminismo riformatore e che può essere sintetizzato nei seguenti termini: socializzazione dei valori della civiltà liberale, diffusione del potere, distribuzione ugualitaria della ricchezza e delle opportunità di vita, potenziamento e sviluppi degli istituti di partecipazione delle classi lavoratrici ai processi decisionali” (Il Vangelo Socialista, “L’Espresso” 27 agosto 1978).


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1921/2021, La storia non sarà gentile [prima parte]

Speranza e tragedia nell’eterotopia comunista

La coscienza e il pensiero nazionale dovrebbero, soprattutto a Sinistra, liberarsi dai miti sopravvissuti al comunismo, nella cognizione di quanto il comunismo abbia influenzato le vicende politiche dell’Italia ma senza che tutto venga disperso per operazioni di offuscamento della Storia.

“Molta di quella che viene considerata storia è soltanto un mito”, ricorda Elena Aga Rossi. Il mito del PCI come partito nazionale, autonomo da Stalin e da Mosca, il mito della resistenza e della diversità rispetto agli altri partiti comunisti europei, il mito di Gramsci, il mito di Togliatti, il mito di Berlinguer.

Per François Furet “la Rivoluzione d’Ottobre ha chiuso la sua traiettoria storica senza essere stata vinta sul campo di battaglia, ma ha liquidato essa stessa tutto ciò che è stato fatto in suo nome. Nel momento in cui si è disgregato, l’Impero sovietico ha offerto lo spettacolo eccezionale di essere stato una superpotenza senza avere incarnato una civiltà e la sua rapida dissoluzione non ha lasciato nulla: né principi, né codici, né istituzioni, neanche una storia”.

Un valoroso comunista non pentito come Emanuele Macaluso consigliava a chi volesse capire meglio cosa sia stato il comunismo italiano di leggerlo attraverso le biografie delle persone che hanno popolato il suo alveo, “biografie molto ma molto diverse”.

Una dimensione che, aggiungiamo, permette di muoversi secondo un punto di vista diametralmente opposto alla dilagante cancel culture, molto di moda nei salotti liberal di certi campus occidentali, e che assomiglia tanto a una reazione isterica, intrisa di generalizzazioni semplificanti nello stabilire quali processi, avvenimenti, personaggi della storia debbano essere rimossi e quali invece preservati.

L’anomalia della storia italiana del Dopoguerra e del nostro sistema politico rimane l’esistenza, fino alla caduta del muro di Berlino, del più grande partito comunista d’Occidente, che ha ha esercitato un ruolo condizionante nei rapporti, nelle connessioni, nei finanziamenti, nelle “parentele” anche delle formazioni politiche nate da quell’esperienza e che a quella tradizione si richiamano: Pds, Ds e parte del Pd.

È la linea rossa che ha attraversato la vicenda politica, sociale e culturale dell’Italia. La tragedia degli equivoci, che tanto ha pesato sull’evoluzione della democrazia e della sinistra italiana, andrebbe descritta e analizzata ovviamente, per uscire da un certo provincialismo interpretativo italiano anche in chiave geopolitica pre, durante e post Guerra Fredda. Si collocherebbe più adeguatamente l’intera storia dei Pci e la sua indisposizione a perseguire “l’interesse nazionale” dentro i disequilibri dinamici italiani costretti a convivere nel globalismo internazionalista sovietico e nelle contraddizioni universalistiche dell’impero statunitense.

Fu Lenin a fondare la struttura politica sovietica, ben prima che Stalin arrivasse al potere perché, come argomentò Aleksandr Solženicyn “lo stalinismo non è mai esistito, lo inventò nel 1956 il nuovo leader dell’Urss Krusciov per addossare i difetti centrali del comunismo a Stalin e la mossa riuscì”.

Pertanto in questa sede si allude allo “stalinismo” come la pratica operativa marxista leninista del Pci: la sua organizzazione, la sua strategia, i suoi criteri di reclutamento e di socializzazione, di manipolazione. Una commistione mistica di soft e hard power nel senso di una praticità istintiva dell’establishment comunista, riadattata al contesto della società italiane e alla sua struttura sociale e di potere. “Una leadership di minoranze creative composte da un’élite di leader” coesi tra loro che ammette su criteri precisi di professionismo politico una grande mobilità, dimostrata sul campo, ai militanti, verso l’alto e verso le posizioni apicali del partito. Una classe politica che sapeva agire con ostentata indipendenza e libertà di modi e atteggiamenti ed un inossidabile omogeneità in grado di selezionare una classe politico-amministrativa che garantisse le direttive incontestabili del centralismo democratico. Virtù non riscontrabile con la stessa fedeltà (comunista) nelle classi dirigenti degli altri partiti.

Meriterebbe riflettere con pazienza e metodo, come quello di Carroll Quigley, su un tabù mai davvero sviscerato fino in fondo dagli studiosi: il ruolo e il funzionamento dei centri di poteri del Pci nelle sue svolte e nella sua capacità di occupare la scena politica. Si svelerebbero così le sue configurazioni di “famiglia allargata di potere” di governo e sottogoverno. Configurazioni strutturate per network e nella costante presenza nelle cariche amministrative dello Stato, delle regioni degli enti locali, nelle istituzioni culturali, nelle cooperative, nella public diplomacy dentro il capitalismo di Stato e privato (la Fiat ma non solo), negli istituti finanziari, nelle scuole, nelle università, nelle fondazioni, nei centri di ricerca, nell’industria culturale (media editoria cinema e tv, associazionismo, potrei continuare), nella magistratura.

E andando a rintracciare le connessioni imprevedibili e sorprendenti sopravvissute nel simulacro del fantasma comunista dentro gli scenari della globalizzazione post-Guerra fredda scopriremo che nel contesto italiano della prima e seconda repubblica nessun partito e nessuna egemonia culturale ispirata e collusa a quel partito sono riusciti a guadagnarsi un ruolo così pervasivo e condizionante come quello ottenuto dal Pci e dalle ibridazioni a lui sopravvissute. Un modus operandi capace di riplasmare a seconda delle opportunità e delle circostanze la psicologia sociale non solo delle élite, ma anche di interi conglomerati sociali, gruppi ceti e classi: una nuova tribù in nome del proletariato e, all’occorrenza, anche contro il proletariato! I comunisti italiani orgogliosi della loro diversità, in nome della quale si sentono autorizzati ad agire come “attori morali”.

Il partito rivoluzionario fu l’assolutizzazione di una filosofia della storia etico-politica profondamente antagonista verso tutto quello che ispirava i partiti convenzionali: nell’azzeramento di qualsiasi altra opzione ideologica sia da un punto di vista organizzativo, strategico e psicologico. “Fare piazza pulita del vecchio mondo spettrale” (Marx) provocando “un incendio generale per bruciare le vecchie istituzioni europee” (Engels), “la mano di ferro del Partito, mentre distrugge, crea” (Lenin). Una distopia o meglio, riadattando l’elaborazione di Michael Foucault una eterotopia. Le eterotopie hanno la fondamentale caratteristica di essere pervasive della realtà, poiché, in quanto contestazione dello spazio dominante, sono presenti in tutte le società e, nella loro forma più essenziale, definiscono “quegli spazi che hanno la caratteristica di essere connessi a tutti gli altri ma in modo da sospendere, neutralizzare, invertire l’insieme dei rapporti che essi rispecchiano o riflettono”. Un modus vivendi del partito rivoluzionario che nella disciplina partitica idealizzava la spinta alla ribellione al non accettare l’esistente e le attese deluse indotte dalle democrazie liberali. Una strategia spesso ridotta a tatticismo di convenienza.

Il pragmatismo politico comunista declamava che tutto potesse essere cambiato radicalmente, in nome di un presunto bene assoluto. Nella totale opposizione fra comunismo e ordine di cose esistente: l’assedio pantoclastico del marxismo leninismo, nemico interno della civiltà occidentale. Il Pci sapeva concretizzare efficaci procedure di perpetuazione, di cooptazione e di formazione attraverso le quali che sceglieva selezionava, indirizzava, filtrava i canali di reclutamento, pescando i candidati adeguati in quella che, parafrasando Geminello Alvi, si configurava come una “aristocrazia eticista” impegnata in una lotta competitiva per il mantenimento dello status e della sua sedicente cifra di distinzione.  

Nel conformismo attuale, nell’inerzia che tutto è irreversibile, tutto è social media, paradossalmente il far politica del Pci, potrebbe, ispirare una pratica, di argine alla marginalizzazione degenerativa dei post-comunisti che hanno preferito sbarazzarsi, approfittando di garanzie e appoggi internazionali, della loro storia con una velocità ipersonica anziché rivendicarla nelle sue luci e ombre.

Proverò ad approfondire queste suggestioni con uno sguardo di sociologia politica, semplificando per ragioni di economia di spazio a disposizione, le contraddizioni di un “marketing emotivo”, risorsa, vincolo, pendant strumentale dentro la visione del grande cataclisma redentore leninista.

Ci fu quindi il tentativo del PCI di superare il comunismo non approdando alla socialdemocrazia e al riformismo bensì al giustizialismo che incarna l’ambizione messianica e distopica del leninismo che sacrifica la garanzia dei diritti individuali nella doppiezza, nella disinformazione sistematica, nell’emarginazione dei “dissidenti”, nella denigrazione personale degli avversari politici.

Il legame dei comunisti con il marxismo leninismo è arrivato a condizionare i destini della politica nazionale e di milioni di iscritti accesi dal sogno massimalista di una rivoluzione, impregnata di qualunquismo politico e condizionata da impulsi nervosi e schizofrenici. Per troppo troppo tempo il Pci si è ritenuto infallibile ed è apparso incapace di trarre una lezione dai propri errori di percorso, con la conseguenza di trovarsi imprigionato in una continua fuga in avanti, fatta di continue forzature. Perché accadeva (e accade ancora), invece, che la storia si facesse più complessa e richiedesse da parte di tutti la coltivazione di una più accentuata disposizione a imparare di più, acquisire maggior sapere nonché competenze necessarie per vivere in modo riflessivo. Nonostante la maggiore opacità sociale, il Pci ha contribuito a propagandare l’illusione di vivere in un mondo sempre più trasparente, sempre più facile da giudicare e interpretare, da vivere e da controllare, da combattere e soverchiare senza poi avere ben chiaro con cosa sostituirlo o migliorarlo.

Togliatti, nella sua duplicità di padre della Costituzione e contemporaneamente dirigente di primo piano del movimento comunista internazionale, ebbe l’intuizione di alleggerire il lascito gramsciano di tutti i suoi elementi contrastanti rispetto allo stalinismo e si pose l’obiettivo di lavorare per superare la vittoria politica di De Gasperi e della Dc, attraverso l’esercizio dell’egemonia sul piano culturale e quindi con la graduale conquista delle casematte ideologico-istituzionali-giudiziarie del sistema. Su questo piano il Pci, garantito dall’alibi internazionalista è stato di una bravura ineccepibile anche approfittando della distrazione della Dc e poi del Psi e dei partiti laici su questo terreno (Continua…)


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“Tornare indietro per andare avanti”. Suggestioni sulle memorie del futuro di Emmanuel Macron. Une longue lecture

Una riflessione a cura di Edoardo Tabasso sui temi affrontati dal presidente francese nella sua intervista

Lo stretto rapporto tra politica interna e politica estera, tra seconda guerra fredda e un nuovo consenso europeo a egemonia francese, questo e tanto altro ancora (scontri di civiltà, mediterraneo allargato, libertà di pensiero, islamismo radicale, sovranità digitale) nella video intervista rilasciata dal presidente Macron a tre giovani studiosi di politica internazionale della Scuola Normale superiore di Parigi, redattori della rivista “Le Grand Continent”.

In uno spazio pubblico dove la comunicazione in tutte le sue declinazioni ha sostituito la politica e dove il Principe e la categoria del Politico inseguono le frenesie dell’attualità a servizio di spin doctor imbroglioni e cinici, Macron prova, riuscendoci, a riempire un vuoto e lo fa con una visione distintiva e con una competenza che gli va riconosciuta.

Un’intervista che ci ha incuriosito e che ha attirato la nostra attenzione e che almeno per ora, per dovere di cronaca, ha ricevuto reazioni piuttosto tiepide. In Italia è stata pubblicata in una versione ridotta dal Corriere della sera e commentata da pochi (su Formiche.net, su Panorama da Lorenzo Castellani e sul Foglio David Carretta). Nella stessa Francia l’intervento de Le Président è stato quasi ignorato da gran parte del circuito polito mediatico, idem nei media degli altri paesi europei.

Guardi e ascolti Macron nell’intervista rilasciata e ti verrebbe da gonfiare il petto e intonare la Marsigliese come avviene nel film Casablanca nella scena del bar, postribolo di intrallazzi vari e gestito da Rick, alias Humphrey Bogart innamorato di Ingrid Bergman, deviato dai suoi impegni di freedom fighter contro il nazifascimo.

Quindi “play it again Monsieur Macron”! Beh il presidente è già impegnato nella campagna presidenziale del 2022 il cui esito, come ci dimostrano le elezioni svolte nei paesi dove si fanno ancora (la nostra analisi su USA2020), non è scontato.

Un Macron differente

Il Macron dell’intervista è cambiato, riflessivamente critico verso quel modello di cultura politica che ha segnato il suo successo politico: coglie che si è chiuso malamente un ciclo e un altro si sta aprendo.

Macron, fece nel 2017 dell’Europa la sua bandiera elettorale, in una sorta di referendum bis dopo il no dei francesi nel 2005 al trattato costituzionale, che aveva provocato la prima grave battuta d’arresto dell’Ue. Fautore di una piattaforma politica ispirata al socialismo liberale, e con grandi aperture alla globalizzazione, Macron fu salutato dai media mainstream, sempre alla ricerca di personalità politicamente corrette, come l’“Obama Francese”.

Senza la Brexit e senza Trump, non avremmo assistito a un neopresidente francese come Emmanuel Macron marciare verso il palco del vincitore accompagnato dall’Inno alla Gioia, soundtrack della malridotta UE, mentre le bandiere a dodici stelle facevano capolino tra quelle tricolori.

Ora abbiamo di fronte un Macron revisionista, probabilmente anche sulla scorta di errori fatti per esempio la sua gestione del fenomeno dei gilet jaune e sul quale ammise di aver detto e fatto conneries (“stronzate”) e con ambizioni neogolliste per tentare di intercettare e convincere i cuori e le menti dei Les Républicains.

Nell’intervista una delle chiavi di lettura è la visione di una sovranità e di una autonomia strategica a guida francese per l’Europa. È l’approccio macroniano al sovranismo europeo, in nome di una indipendenza dall’alleato americano che si assumerebbe l’amministrazione geopolitica sull’area dell’Indo-Pacifico mentre il nuovo consenso francese sul Mediterraneo e sul Medio Oriente.

«La nostra politica di vicinato con l’Africa, con il Vicino e Medio Oriente, con la Russia, non è una politica di vicinato per gli Stati Uniti d’America. È quindi insostenibile che la nostra politica internazionale dipenda da loro o che segua le loro orme» argomenta Macron.

Nel partenariato franco-tedesco l’Opa del modus vivendi del Vecchio continente riconosciamo già che su questo aspetto si profila una divergenza tra l’impegno trasversale dei francesi rispetto alla non disponibilità tedesca a impegnare truppe nelle missioni internazionali.

Nell’intervista sentiamo affermare da Macron che la diminuzione del ruolo dello Stato, le privatizzazioni, le riforme strutturali, l’apertura delle economie attraverso il commercio, la finanziarizzazione delle economie hanno avuto conseguenze su le classi medie in particolare, e una parte delle nostre classi popolari, e sono state la variabile di aggiustamento della globalizzazione. Un processo afferma Macron insostenibile.

Insomma un vero detour perché Macron rimane prodotto delle élite di Parigi e dei grandi centri urbani, in stretta contrapposizione di classe alla Francia periferica.

Un accenno critico alla globalizzazione

Fino ad ora Macron ha giocato su ricette di neosocialismo liberale, basato su buone letture accademiche di sapore progressista alla Tony Blair di vent’anni fa. Se qualche defaillance, a essere generosi, ha svelato, come lo stesso Macron riconosce, e ci ha condotti a una globalizzazione non governata, perché dovrebbe funzionare ora? È la domanda riflessione che Macron pone.

Seppur con garbo e stile evoca la catastrofe visibile di una visione ideologica e trasversale che ha attraversato l’Occidente almeno dal 1989: un trentennio nel quale una autoproclamatasi aristocrazia trasversale detiene la ricchezza materiale in virtù di una sedicente superiorità morale che le ha impedito di cogliere in anticipo fenomeni che giudica deplorevoli come quelli etichettati nella formula valida per tutte le stagioni di populismo.

La soluzione secondo Macron

Macron rivela quindi la sua “grande idea”: un ripensamento globale dell’egemonia liberale a partire del multiculturalismo, bandiera del globalismo, la visione iper-ideologizzata della fase di globalizzazione che viviamo.

“L’intero dibattito che ha preso piede si è fondamentalmente ridotto a chiedere all’Europa di scusarsi per le libertà che permette (…). Non siamo multiculturalisti, non sommiamo l’uno sull’altro, i modi di rappresentare il mondo, ma cerchiamo di costruire un insieme, qualunque siano le convinzioni che abbiamo in ciò che è intimo e spirituale”.

Macron offre una prospettiva che riconosce quanto le relazioni internazionali siano governate dal realismo politico e da quella che, per i realisti, è la sfida centrale negli affari di politica: chi può fare che cosa, con chi e a chi? E come la risposta sia condizionate dagli affari interni dei singoli paesi. Nella prospettiva di Macron l’interno corrisponde ad una mediazione ragionata tra stati europei e un’Unione Europea, ammettendo che non si è ancora realizzata una sovranità europea, perché il potere politico europeo non si è pienamente consolidato.

Carl Schmitt lo preconizzò segnalando nella sua filosofia politica che non può esserci Ordnung (ordinamento sovranazionale) senza Ortung (localizzazione) cioè senza un’adeguata intermediazione dello spazio geopolitico. Quindi se l’Unione Europea è il nostro spazio vitale, per farla funzionare serva ancora la nazione! Tradotto: una Francia europeista a trazione di una Francia sovranista!

Per Macron “si tratta di pensare in termini di sovranità europea e di autonomia strategica, in modo da poter contare da soli e non diventare il vassallo di questa o quella potenza senza avere più voce in capitolo (…) significa che, quando si tratta di tecnologia, l’Europa deve costruire le proprie soluzioni in modo da non dipendere dalla tecnologia americana o cinese”.

In effetti ad osservare il contesto dentro il quale ci ritroviamo, il partito comunista cinese vuole avere una solida base nell’Ue per divenire un contrappeso strategico per Stati Uniti e Russia, mostrandosi paradossalmente come alfiere di una globalizzazione alternativa a quella a traino statunitense.

I cinesi non considerano l’Europa un avversario strategico o una minaccia a lungo termine e questo potrebbe rivelarsi per l’Europa un vantaggio sul quale scommettere per rivelare, dentro un impegno di realismo proattivo, e non di retorica, la sua identità politica senza la quale scivolerà sempre più nei margini periferici dello scenario geopolitico.

Necessario quindi arrischiare e azzardare ma qualche suggestione inquadrando l’intervista di Macron dentro i disequilibri dinamici che stiamo vivendo. Un commento che non scioglierà i nodi geopolitici evocati dal presidente francese, ma che piuttosto si vuole concentrare sul momento di “frattura del sistema capitalistico” evocato nell’intervista.

Uno scenario nel quale le accelerazioni storico-sociali indotte dalla pandemia globale stanno facendo da catalizzatore ad una nuova fase che amplifica gli effetti precedenti, toglie speranza, scava un solco tra le popolazioni, che vedono andare in pezzi il proprio ambiente d’esistenza.

Esiste una domanda politica legittima e comprensibile trasversale a tutti i ceti nazionali: l’autodifesa di società che si sentono impoverite e minacciate. A questa domanda nessuna risposta di buon senso è arrivata da un’élite oramai postmoderna, liquida, multiculturale, tecnocratica, senza senso autocritico, perché incapace di trarre una lezione dai propri errori di percorso.

Somewhere/anywhere

A questo proposito è imperdibile l’analisi irriverente di David Goodhart in “The Road to Somewhere: The Populist Revolt and The Future of Politics” che distingue tra i somewhere, i “da qualche parte”, quel 50 per cento di persone che vive dov’è nato, che pensa prima ai vicini di casa che ai rifugiati e che non ha qualifiche particolari, ma che un tempo aveva una dignità e che ora si ritrova continuamente vilipeso dall’altra tribù, gli aristocratici gli anywhere, i cosmopoliti irriducibili che stanno “da qualunque parte”, quindi in nessuna parte. Sono coloro quelli che hanno i diplomi e la conoscenza per stare bene ovunque e che, pur rappresentando solo il 20-25 per cento della popolazione, dettano egotisticamente un’agenda politica mascherata però da attitudini in overdose di buonismo altruista e sentimenti compassionevoli. Le parole d’ordine degli anywhere a prescindere sono progresso, apertura, individualismo e per rendere cool, distintivo, il loro status e il loro potere hanno bisogno di continue conferme che i media mainstream offrono di buon grado.

Sono gli stessi membri appartenenti alla classe dominante descritta da Angelo Codevilla in The Ruling Class: How They Corrupted America and What We Can Do About It”, da Christophe Guilluy nei saggi La France périphérique” e Le crépuscule de la France d’en haute”, da Richard Reeves “Dream Hoarders: how the american upper middle class is leaving everyone else in the dust”.

Per citare solo alcuni saggi usciti negli ultimi anni che approfondiscono questa new class prodotto sociale ibrido, trasversale e liquido emerso nella recente globalizzazione e in collusione diretta con quello che Jean Claude Michéa, autore de “Le Complexe d’Orphée: la gauche, les gens ordinaires et la religion du progrès”, definisce “il partito dei media e del denaro”.

Una nuova classe di vincitori che prendono tutto, impegnata perfino in un’azione pseudo evangelica di altruismo commiserante e ipocrita perché vuole cambiare il mondo degli altri senza mettere in discussione il proprio, come argomenta con paradossale ironia Anand Giridharadas nel volume “Winners take all. The élite charada of changing the word”.

Fine della Storia?

Le nuove generazioni, evocate da Macron nell’intervista “non hanno vissuto l’ultima grande lotta che ha strutturato la vita intellettuale occidentale e le nostre relazioni: lìanti-totalitarismo”.

Il crollo del muro di Berlino e dell’Unione Sovietica segnò la vittoria di coloro che al conseguimento di quell’obiettivo inatteso avevano dedicato tutte le loro energie politiche. Ma per un concorso non ancora del tutto esplorato di circostanze e di strategie, nell’89 non “finisce la storia”.

Quello spartiacque, piuttosto, comincia a segnare  l’inizio della  crisi delle  democrazie che cominciarono ad erodere la loro attrazione politica e sociale fondata sulla svolta riformista lanciata da  Franklin Delano Roosevelt con il discorso del 1941 delle Quattro libertà di cui ogni persona nel mondo dovrebbe godere: libertà di espressione, religiosa, diritto ad un livello di vita adeguato e libertà dalla paura della guerra e dei conflitti e da John Maynard Keynes e da William Beveridge con la creazione del welfare state e la piena legittimazione, teorica e pratica, dell’intervento dello Stato nell’economia per sostenere la domanda globale di beni e servizi e garantire la piena occupazione.

Può accadere – è già accaduto – che ottime intuizioni diventino un ostacolo per il futuro, proprio per la difficoltà di riadattare, in un diverso contesto, l’essenza di quelle intuizioni non avendo il coraggio di abbandonare qualsiasi forma che non sia più in grado di esprimerle.

La sfida politica alla quale ci obbliga questa emergenza sanitaria potrebbe rappresentare una sveglia perché come custodi del canone e della civiltà occidentale, dimensione dell’anima e del Politico, non abbiamo più tempo per continuare a perseverare negli errori e nel prolungare la nostra agonia a causa dell’inadeguatezza di istituzioni nazionali e sovranazionali.

Le classi dirigenti provano a difendere il vecchio quadro culturale, ma smarriscono capacità di indirizzo e incapacità nel riadattare il potere in virtù e in valori politici quali lo spirito di sacrificio e l’assunzione del rischio personale per gli interessi generali.

È nei momenti storici di crisi – epoca di crisi o crisi d’epoca – che deve riemerge il dovere di rischiare, per superare le regole consolidate, che non valgono più nulla, se si vuole dimostrare una reputazione all’altezza di leadership: diversamente si tira a campare.

Il conto della globalizzazione

Il malessere dell’Europa, evocato da Macron, viene da lontano e si sarebbe manifestato anche senza la malagestione del fenomeno immigrazione e le derive che dall’ideologia multiculturalista ne sono conseguite.

Il disagio è più complesso. La fine di quella solidarietà che aveva accomunato le destre e le sinistre democratiche all’uscita della Seconda guerra mondiale e su cui era stato edificato il sogno dell’Unione europea. È il crollo di un’egemonia culturale che delegittimava qualunque pulsione nazionalista. Un’utopia che si sta schiantando contro il riemergere di sentimenti diffusi come la difesa delle proprie radici e l’esigenza di riconoscersi in un’identità anche economica di fronte al ciclone della globalizzazione.

Se è del tutto vero che la globalizzazione ha consentito di liberare e mettere in moto energie come quelle dei cinesi e degli indiani – lo sottolinea Macron nell’intervista – e di alcuni Stati Africani è altrettanto vero che le accelerazioni incontrollate e incontrollabili attivate dalla globalizzazione hanno attivato proteste, suscitate dalle attese deluse, nel cuore stesso delle democrazie europee.

Dinamiche che stanno fomentando la rinascita, sotto nuove forme, di un neo-feudalesimo di un’élite tecno burocratica finanziaria ben posizionata e coperta dai media, vecchi e nuovi che Joel Kotkin, liberal che non ha aderito alla caccia alle streghe contro Trump, ha analizzato nei volumi “Coming of Neo-Feudalism A Warning to the Global Middle Class” e “The new class conflict”. Per l’autore stiamo assistendo al ruolo performativo di una nuova oligarchia, gentry liberalist progressista, della finanza, dell’high tech la cui potenza di fuoco è fornita dall’industria dell’intrattenimento e del consumo, dai media, dalla pubblicità, dalla comunicazione e della tecnologia. Un fronte iperconnesso e trasversale che nella sua eterogeneità è compatto e coeso nel perseguimento di una vaga ideologia globalista.

La perdita della sovranità nazionale è accettabile se, e solo se, è fatta in nome di un’istituzione più capace di garantire la sicurezza e il benessere di ciascuno e, più rispettosa e rappresentativa delle culture e delle tradizioni di quanto non lo siano gli stati nazionali. Altrimenti la marginalizzazione della storia di questo continente, sono un destino annunciato.

Da troppo tempo l’Unione Europea si ritiene infallibile e appare incapace di trarre una lezione dai propri errori di percorso, con la conseguenza di trovarsi imprigionata in una continua fuga in avanti, fatta di continue forzature. Potrebbe essere il momento giusto per mostrare agli europei che l’Europa sa anche essere la soluzione dei loro problemi in un mondo in cui la dimensione nazionale è troppo piccola.

Processi complicati che quando una figura autorevole come il Presidente francese li delinea e li configura consapevolmente, seppur all’ultimo istante, dobbiamo tirare un sospiro di sollievo perché siamo tra coloro che in solitudine e senza nessuna presunzione o certezza hanno compreso almeno due principi per fronteggiare la realtà.

Il primo è che perseverare nella ricerca di semplificazioni per descrivere fenomeni nuovi e complessi da analizzare attorno al tema del cambiamento della Storia, delle società e dei suoi individui, delle collettività nazionali e sovranazionali, delle istituzioni internazionali, delle  democrazie, dei totalitarismi politici e religiosi, delle culture politiche, significa essere incapaci di affrontare il cambiamento soprattutto quando non è quello che ci aspettiamo e non è quello che preferiamo.

Il secondo principio è che quando avvengono fatti inaspettati, come quelli legati alla globalizzazione non sono i fatti a essere etichettabili come imprevisti, è la nostra capacità di analisi ad avere qualche problema.

Vive l’Empereur, vive la France!

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