Dopo Georgescu e la Guţul, anche Marine Le Pen è stata condannata. Washington logorata dalle contraddizioni con gli alleati?
Il Tazebao – Il doppiopesismo dell’Occidente ha effettuato una nuova comparsa sul palcoscenico europeo: mentre tutto il mainstream (e la “controinformazione” più islamofoba – dunque, contraria agli interessi di un’Italia mediterranea) è concentrato sull’arresto di Ekrem Imamoğlu nella bramosia di sbandierare l’ennesima “dimostrazione” del carattere “dittatoriale” del governo di Recep Tayyip Erdoğan, non analoghe condanne e appassionate difese della “democrazia” ha provocato la condanna – e la conseguente ineleggibilità – di Marine Le Pen per un’accusa simile ad alcune imputate al sindaco di Istanbul, nella fattispecie: appropriazione indebita di fondi UE per pagare membri del Rassemblement National che quasi mai si sarebbero recati a Bruxelles o a Strasburgo. L’accusa del tribunale francese ha colpito altre 24 persone, tutte dichiarate colpevoli ad eccezione, stranamente, di una sola, che era poi il responsabile di cassa che, in quanto tale, era il più informato sui movimenti di denaro. Senza neanche aspettare il verdetto finale, appoggiandosi al fatto che la legge francese accompagna a ogni condanna di questo tipo un effetto sospensivo, alla Le Pen è stato vietato di candidarsi per le elezioni presidenziali del 2027. E se in Europa il commento a questi eventi è stato molto più sfumato rispetto al caso turco, unanime è invece la condanna bipartisan di Stati Uniti e Russia, i primi attraverso Elon Musk e Donald Trump, la seconda per bocca di Dmitrij Medvedev e Maria Zakharova. Washington, in particolare, dopo questo fallimento del suo tentativo di sfondare in Europa (ricordare anche la sconfitta di AfD in Germania), deve affrontare pesanti contraddizioni interne anche alle sue coalizioni: in Australia è venuto a crearsi un movimento trasversale, dai Verdi all’ex primo ministro Malcolm Turnbull, per il rifiuto dell’accordo sui sottomarini nucleari e persino per il ritiro dall’AUKUS, l’alleanza militare australo-britannico-statunitense. Una notizia stranamente passata sotto silenzio in Occidente, ma riportata in un trafiletto addirittura dal Pyongyang Times, che ha citato le interviste ai diretti interessati sull’ABC. Il clima, per niente mite, nel blocco americano dev’essere stato fiutato persino in Ucraina, dove Zelensky avrebbe contattato nientepopodimeno che l’ex Primo ministro nostrano Massimo D’Alema affinché intercedesse presso Brasile e Cina nell’ottica di ottenere, per Kiev, un qualche sostegno internazionale, nel timore e nella certezza che gli americani «presto o tardi si ritireranno». La notizia, pubblicata da La Repubblica giovedì scorso (e ripresa due giorni fa da RT) a partire da una conversazione di D’Alema con Gianfranco Fini, non pare però aver avuto successo: il presidente brasiliano Lula ha tagliato corto parlando di «problema americano», da Pechino, oltre ad avergli riconosciuto che «è stato il primo funzionario occidentale a venire in Cina e non aver chiesto ai cinesi di non sostenere la Russia», non è trapelato nulla nel merito. (JC)