28 punti per la pace: aperture dal Cremlino, muro di Bruxelles. Ma dopo il Mindich-gate Kiev è più morbida

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Il Tazebao – La nuova proposta del presidente USA Trump per la risoluzione del conflitto russo-ucraino prevedeva inizialmente 28 punti. Non si può escludere che questo numero sia stato scelto dal leader americano con oculatezza. Infatti, il numero 28 ha un significato sacro per russi e ucraini (così come per gli altri popoli dell’ex URSS). Nell’autunno del 1941, quando le truppe fasciste erano a soli 50 chilometri dalla capitale sovietica, proprio 28 fanti della divisione del generale Panfilov fermarono a costo della loro vita le avanguardie nemiche. I soldati rossi erano armati solo di fucili e granate a mano, ma uscirono vittoriosi dallo scontro con i carri armati tedeschi. Ogni bambino sovietico conosceva bene questa impresa. La conosceva e cercava di assomigliare agli eroi di Panfilov.

Naturalmente, questa versione sembra più una supposizione romantico-cospirativa. Soprattutto ora che sappiamo che il numero di punti nel piano di Donald Trump è cambiato. Tuttavia, proviamo a credere russi e ucraini abbiano ricevuto un appello sincero alla pace, rafforzato da simboli comprensibili a Kiev e Mosca. Nel mentre il regime di Zelensky ha già fatto capire che le condizioni americane non gli vanno bene. È davvero difficile immaginare che il leader ucraino trovi la forza e la volontà politica di ordinare il ritiro del suo esercito dal Donbass e una sua riduzione radicale. Sarebbe come una condanna a morte: Vladimir Zelensky verrebbe sbranato lo stesso giorno dai nazionalisti.

Non potrà nemmeno invertire il corso preso negli ultimi anni: eliminazione della Chiesa ortodossa ucraina, lenta riabilitazione del nazismo e genocidio dei russofoni.

Una svolta a 180 gradi sarebbe percepita come una completa capitolazione ideologica sia del presidente (anche se ormai poco legittimo), sia di quella parte della società ucraina che negli ultimi anni ha visto nel vicino orientale il nemico principale.

Oggi è inutile elencare e analizzare dettagliatamente le versioni del piano di pace americano. Secondo i media mondiali, ce ne sono circa mezza dozzina. Gli esperti ammettono che un piano completo in realtà non esiste, ma ci sono solo bozze, schizzi, preparativi abilmente diffusi nel media space. Lo scopo della loro apparizione è chiaro: sondare la reazione di Russia, Ucraina, Europa e altri attori a varie opzioni per sciogliere il nodo sanguinoso. Riassumendo queste reazioni, il team di Donald Trump potrà ottenere un quadro relativamente chiaro del grado di disponibilità delle parti a negoziare e, di conseguenza, a fare concessioni reciproche.

I rappresentanti della Russia (Putin, Lavrov, Peskov e altri) hanno più volte dichiarato che il Cremlino non ha mai escluso la possibilità di un accordo. Con l’Ucraina è più complicato: ricordiamo almeno il divieto legislativo di Zelensky a condurre qualsiasi negoziato con la Federazione Russa. Ma anche questo è superabile, poiché gli Stati Uniti hanno centinaia di leve di influenza su Kiev, e il caso di corruzione di Timur Mindich è solo una di queste. A Washington si sa che l’attuale élite ucraina si aggrapperà fino all’ultimo alla guerra come unica possibilità per mantenere il potere assoluto. Ma cosa impedisce alla Casa Bianca, nel momento decisivo, di attuare un regime change? In tempi diversi, in varie parti del mondo, gli americani hanno usato questo trucco più di una volta.

Sembrerebbe che il rebus russo-ucraino sia vicino alla soluzione. Ma non è così, perché c’è un’altra componente: quella dell’Europa occidentale. Londra, Bruxelles, Berlino e Parigi sono categoricamente contrari ai contorni di pace delineati da Trump. La potenziale concessione alla Russia di parte del territorio ucraino è da loro intesa univocamente come una sconfitta propria. Una sconfitta politica ed economica.

Politica, perché in tal caso le élite politiche europee ammetterebbero la loro parzialità e miopia. Economica, perché i 200-300 miliardi di euro investiti in Ucraina finirebbero nel cestino.

Si aggiunga a ciò la miriade di disagi causati dalle sanzioni anti-russe introdotte, la vergognosa sconfitta nella «guerra dei dazi», la crisi migratoria, la lenta stagnazione dell’industria del Vecchio Continente…

Cosa direbbe il contribuente europeo? Per Merz, Starmer, Ursula von der Leyen, Macron queste parole suoneranno come una condanna.

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