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Mundus furiosus

C’era una volta – La possibile “Alleanza di Abramo”

L’apertura di Mansour Abbas, leader di Ra’am, è una delle novità più significative di questa, nuova, tornata elettorale in Israele.

“L’unica alternativa ad un governo della destra guidato da me, è un quinto voto“. [1]

Sono state queste le parole di Benjamin Netanyahu all’uscita dalle urne.

King Bibi è di nuovo, per l’ottava volta, il politico più votato del paese. È il vincitore senza governo al momento, come ormai accade non di rado nella democrazia israeliana.

Rapido sguardo sul voto

Il voto è stato contraddistinto dalla più bassa affluenza dal 2009: il definitivo è di 67,2%, circa il 5% meno dello scorso marzo [2]. Questo record negativo riguarda soprattutto i palestinesi con cittadinanza israeliana: meno del 10% dello scorso marzo. Proprio in questa tornata elettorale in cui avrebbero potuto ottenere molto e forse anche mandare Netanyahu all’opposizione.

La stessa “questione palestinese” non è stata sollevata da alcun partito, destra o sinistra che sia, durante la campagna elettorale, segno che qualcosa sta cambiando nel paese o come meglio lo ha definito Carlo Pannella nel suo articolo su Linkiesta, si tratta senza dubbio di “un sintomo interessante” [3].

Netanyahu e l’intero blocco di destra che lo sostiene sono fermi a 52 seggi, lontani di ben nove seggi necessari per garantirsi la maggioranza nella Knesset (la sintesi del voto a cura di David Fiorentini). Anche se il partito nazionalista Yemina di Naftali Bennett decidesse di entrare nella maggioranza guidata da Bibi con i suoi 7 seggi, i 59 seggi totali non sarebbero comunque sufficienti per formare un nuovo governo a guida Likud.

Un’opzione allettante e realistica che ben rispecchia anche la politica israeliana incoraggiata e supportata dall’amministrazione statunitense dell’allora presidente Donald Trump e coronata con gli accordi di Abramo, è l’entrata nella maggioranza del partito arabo Ra’am di Mansour Abbas. Ra’am ottiene solo 5 seggi che sono determinanti sia per il blocco di destra che per quello di sinistra. Entrambe le parti devono allearsi con esso per formare una maggioranza.

Nelle elezioni dello scorso marzo, Netanyahu, consapevole di questo status strategico di Ra’am e per timore di finire all’opposizione, aveva messo in guardia gli israeliani di una possibile alleanza tra blocco di sinistra e Ra’am, alleanza che secondo lui sarebbe stata influenzata fortemente dal partito arabo. In altre parole, Ra’am avrebbe dettato l’agenda di governo [4].

Adesso, dopo quaranta anni, un partito arabo – israeliano potrebbe fare il suo ingresso nella Knesset. E tutto questo non dovrebbe scandalizzare troppo: Netanyahu si dimostrerebbe coerente con la politica stabilita dagli accordi di Abramo.

Mansour Abbas: l’homo novus

“Mansour Abbas might be able to deliver Netanyahu or block him from government[5] (Mansour Abbas potrebbe essere in grado di aiutare Netanyahu o mettergli il bastone tra le ruote), commento dell’analista politico israeliano Eylon Levy.

In un’intervista con una stazione radio israeliana [6], Abbas ha detto che il suo partito era “pronto a impegnarsi” con il campo di Netanyahu o dei suoi rivali. “The others want to bring an end to Netanyahu, while I am talking about changing his policies to what is good for my people” [7] (Gli altri vogliono porre fine a Netanyahu, mentre io sto parlando di cambiare le sue politiche a ciò che è bene per il mio popolo)è quanto dichiarato da Abbas e riportato sul Financial Times. Infatti, secondo lui i palestinesi sbagliano a schierarsi dalla parte della sinistra in automatico, senza prendere in considerazione quali siano le tematiche politiche più importanti per loro.

Il partito Ra’am era nella Lista Congiunta (questa volta corre da solo), un’alleanza di partiti arabi per lo più di sinistra che si sono uniti in opposizione alle politiche antiarabe della destra israeliana. La Lista Congiunta aveva guadagnato record negli ultimi due anni, vincendo 13 seggi nelle elezioni di settembre 2019 e aumentando il record di 15 seggi nelle elezioni dell’anno scorso, configurandosi come il terzo più grande blocco della Knesset. L’alleanza è stata necessaria negli ultimi due anni per impedire a Netanyahu di assicurarsi la maggioranza necessaria per formare un governo. Ma all’interno della Lista Congiunta, l’improvvisa violazione da parte di Ra’am della linea rossa “tutto fuorché Netanyahu” e la sua volontà di trovare una causa comune con i partiti ebrei ultraortodossi sulle questioni sociali conservatrici stavano mettendo a dura prova l’alleanza.

Netanyahu e Abbas hanno anche trovato una causa comune in una campagna anticrimine nelle comunità arabe che hanno sperimentato crescenti violenze. Settimane prima delle elezioni, il governo di Netanyahu approvò una proposta di lotta al crimine da 150 milioni di shekel (45 milioni di dollari) per le comunità arabe, tra cui l’espansione delle stazioni di polizia e la creazione di una nuova unità speciale.

Nel tentativo di rompere l’impasse politica che si trascina da due anni, il premier israeliano di destra ha fatto un tentativo concertato di corteggiare il voto arabo prima delle ultime elezioni: visitare i centri di vaccinazione nelle città arabe per sottolineare la sua efficace gestione della crisi sanitaria e pubblicizzare gli accordi diplomatici di Israele lo scorso anno con gli Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan.

I principali partiti di destra israeliani hanno a lungo preferito gli islamici ai politici e movimenti palestinesi di sinistra che sostengono il dialogo su questioni importanti, tra cui gli insediamenti ebraici in Cisgiordania.

Indipendentemente dal fatto che Abbas entri o meno in una coalizione di governo, la sua strategia elettorale lo ha reso un attore critico sulla scena politica israeliana.

C’era una volta – “Connection before Correction” – Il Tazebao

Le attente osservazioni di Ray Hanania

Il giornalista statunitense di origine palestinese Ray Hanania, nel suo articolo su Arab News [8] consiglia ai palestinesi di cogliere quest’occasione al volo e mostrarsi più disponibili verso lo stato israeliano.

La popolazione palestinese con cittadinanza israeliana rappresenta circa il 20% della popolazione totale di Israele. Se questi palestinesi cittadini con pieni diritti di Israele si presentassero in massa alle urne, potrebbero influenzare significativamente la formazione del governo e trasformare la questione dei diritti umani in una priorità nazionale. Soprattutto nella Gerusalemme Est, dove il 60 % della popolazione è araba (più di 350,000 persone, 350,000 potenziali voti) i palestinesi potrebbero fare la differenza. Ma molti non possono esprimersi alle elezioni in quanto privi di cittadinanza: molti conservano gelosamente la cittadinanza palestinese che permette loro di partecipare alle elezioni locale di Gerusalemme e in quelle palestinesi della Cisgiordania, ma non nel paese in cui vivono, Israele.

Il giornalista si rivolge esplicitamente a questi palestinesi di Gerusalemme Est suggerendo loro di abbandonare l’orgoglio e la rabbia cieca che non fa altro che produrre pregiudizi inutili e partecipare attivamente alla vita politica dello stato in cui vivono. Hanania, infatti, non capisce questa loro riottosità e la caparbietà nel non volere la cittadinanza israeliana considerata da molti addirittura un insulto.

Although frankly I can’t see how it could be more insulting than living as an occupied people with so few rights on their own land [9] (anche se francamente non riesco a capire cosa potrebbe esserci di più offensivo che vivere come un popolo occupato con così pochi diritti sulla propria terra), è questo il lucido commento del giornalista.

Egli si rivolge principalmente alle nuove generazioni esortandole ad osservare la realtà da un nuovo punto di vista: Gerusalemme Est è occupata e controllata con il pugno di ferro da Israele da più di mezzo secolo. È comprensibile la reazione della popolazione palestinese anziana, ma la gioventù nata in Israele perché non vuole riconoscere lo stato ebraico?

Molti palestinesi hanno richiesto la cittadinanza israeliana: tra il 2001 ed il 2010, 7,000 dei 350,000 hanno ricevuto lo status di cittadino di Israele [10]. Se tutti i 350,000 fossero iscritti all’albo elettorale di Gerusalemme Est, il voto arabo sarebbe capace di influenzare l’outcome delle elezioni. Sarebbe sufficiente che questi indirizzassero il loro voto verso un unico partito, solo in questo modo aiuterebbero il paese a svoltare a sinistra ed “epurare” la scena politica da un’ingombrante figura politica come Netanyahu. Questo non è pura utopia: l’autore stesso ne è consapevole e lo esplicita nell’articolo. I palestinesi, infatti, credono non ci sia differenza tra le politiche di destra e quelle di sinistra riguardo la questione palestinese.

Anzi Hanania sottolinea come ci sia più paura da parte israeliana, paura dei diritti palestinesi: “They know that, if the Palestinians were ever to come together, they could change the face of both Israel and Palestine”. (Sanno che, se i palestinesi dovessero mai riunirsi, potrebbero cambiare il volto di Israele e della Palestina) [11].

Sempre Hanania sostiene che il perenne conflitto con i palestinesi è in realtà benefico per Israele perché solo così può garantire la supremazia degli ebrei israeliani sui palestinesi. Se il conflitto si placasse la comunità palestinese prospererebbe e potrebbe avere la meglio sugli ebrei israeliani o peggio ancora arrivare ad eleggere un primo ministro non ebreo!

Ma gli ebrei israeliani possono tirare un respiro di sollievo: i palestinesi invece di intraprendere un cammino lungo e di piccoli passi verso la creazione di un loro stato, pretendono “tutto ed ora”. Israele, dal canto suo, è abituato ad impadronirsi di tutto ciò che vuole e l’oggetto del suo desiderio si va piano piano ad espandersi.

Ai palestinesi manca una visione chiara per il futuro. Non hanno un programma da seguire. Hanania afferma che solo così essi potranno sconfiggere il regime di apartheid in cui di fatto vivono. Devono diventare cittadini israeliani e cercare di cambiare Israele dall’interno piano piano.

Conclusioni

Già dalle elezioni del 2019, che hanno visto la partecipazione di più del 28% dei palestinesi [12], questi decidono di votare per i partiti sionisti. Questo dato significativo indica la consapevolezza tra i palestinesi che i loro partiti non possono incidere in alcun modo sulla scena politica israeliana. Sempre a partire dal 2019, gli esponenti dei partiti sionisti hanno condotto un’intensa campagna elettorale anche nei centri arabi, Benny Gantz in primis.

Secondo il The Israel Democracy Institute [13], una larga maggioranza sia di Arabi (66%) sia di ebrei (70%), non crede che i tentativi di Netanyahu nel migliorare la condizione palestinese siano sinceri.

Citando sempre il The Israel Democracy Institute, l’opinione pubblica israeliana attribuisce alla Lista Congiunta un pessimo voto per le sue prestazioni negli ultimi due anni; solo il 7,5% considera le sue prestazioni buone o eccellenti rispetto al 53% che considera le sue prestazioni non buone o cattive. La delusione per la performance della Joint List negli ultimi due anni è particolarmente forte tra il giovane pubblico arabo.


  1. Redazione ANSA, “Netanyahu non Israele ancora senza maggioranza”, del 24/03/2021.
  2. Ibidem.
  3. Carlo Pannella su Linkiesta, “La grande novità in Israele, il partito arabo potrebbe entrare in maggioranza con Netanyahu”, 24/03/2021.
  4. Tovah Lazaroff su Jerusalem Post, “Seven ways Israel’s 2021 election redrew the political map”, del 25/03/2021.
  5. Riportato su France 24, “Islamist, dentist and gentleman: The rise of Israel’s unlikly kingmaker”, del 25/03/2021.
  6. Ibidem.
  7. Financial Time: Israel’s Islamists target gains as Netanyahu courts Arab vote”.
  8. Ray Hanania, “Why Palestinians should try to change Israel from the inside”, del 24/03/2021.
  9. Ibidem;
  10. Ibidem;
  11. Ibidem;
  12. NENA NEWS, “Elezioni Israele. Le tre opzioni palestinesi: il boicotaggio, la Lista araba e la falsa integrazione”, del 17/09/2019.
  13. Tamar Hermann, Dr.Or Anabi, “Majority of Israelis: Netanyahu’s Efforts to Forge Ties with Arab Public Insincere”, The Israel Democracy Institute, del 07/01/2021.
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