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Nessuno indietro

Rifredi, Becattini: “Rilevo con piacere l’assenza di gravi problemi di accessibilità”

L’ultimo sopralluogo di Marco Becattini alla stazione ferroviaria fiorentina: “A Rifredi prendiamo il treno senza problemi”

“Magari tutte le stazioni ferroviarie della nostra regione fossero come quella di Rifredi!” commenta Marco Becattini, Presidente di Liberamente Abile a margine di un sopralluogo alla stazione del Q5. Al netto di alcune piccole mancanze, infatti, come le guide per le persone non vedenti che sono presenti sì a binari ma non negli scivoli e i bagni (comunque due) difficilmente accessibili, visto che le porte si chiudono troppo velocemente (una lacuna presente anche altrove), non ci sono problemi sostanziali come riscontrati in altre stazioni. “Rispetto a quanto visto a Statuto o a SMN siamo anni luce avanti ed è bene sottolinearlo. Da Rifredi prendiamo il treno”. Becattini proseguirà con altre visite nelle prossime settimane nelle altre stazioni della città e non solo.

Sempre a cura di Becattini

SMN, Sopralluogo di Marco Becattini – Il Tazebao

Statuto (FI), la denuncia di Becattini: “Se sei in carrozzina non prendi il treno” – Il Tazebao


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Biopotere

La decretazione d’urgenza in Italia/1. A cura dell’Avv. Marinari

Primo appuntamento sulla decretazione d’urgenza a cura dell’Avvocato Elisabetta Marinari ripreso con interesse da Il Tazebao.

Chi decide nello stato di emergenza? Con quali strumenti? Per cercare di rispondere a questi interrogativi Il Tazebao è lieto di riprendere alcuni contenuti sulla decretazione d’urgenza redatti dall’Avvocato Elisabetta Marinari, fresca di riconferma come Vicepresidente di APICOM Toscana, e pubblicati integralmente al suo sito.

“(…) Fin dall’Ottocento quella della decretazione d’urgenza è una questione spinosa e contraddittoria. Nello Statuto Albertino (1848) non si faceva esplicita menzione a degli strumenti per lo stato d’emergenza. Lo Statuto Albertino, adottato nel 1861 dall’Italia, divideva il potere legislativo tra tre organi: Re, Camera, Senato. Anche perché il giovane stato italiano si è trovato fin da subito ad affrontare una serie infinita di emergenze che proseguirà fino all’epilogo del 1921 (di cui abbiamo parlato anche qui).

Il ricorso a questi strumenti, pur non disciplinato nello Statuto Albertino, era però assai frequente. I decreti-legge si dividevano in tre tipologie: per la “legislazione generale” a sua volta scissa in quelli per emergenze vere e proprie o per leggi e riforme (in questo caso utilizzato per ovviare al decadimento dei termini), per quella “tributaria” e soprattutto “doganale” (il caso dei “decreti catenaccio” inaugurati dal Ministro delle Finanze Alfredo Magliani) e infine per “lo stato d’assedio”.

Quest’ultimo darebbe adito ad una “dittatura commissaria”, quindi non assoluta, perché comunque non potrebbe circoscrivere le facoltà delle Camere. La definizione dello stato di assedio è lacunosa e incerta ma ciò non ne ha impedito la frequente applicazione. Nel silenzio della Carta, infatti, e nell’incertezza della Giurisprudenza, esso fu disposto per una molteplicità di emergenze.

In via preventiva per le città di Palermo e le province siciliane dopo l’annessione, quindi nel 1894 per i moti anarchici della Lunigiana nelle città di Massa e Carrara e nello stesso anno sempre per le Province siciliane. Un precedente divenuto tristemente noto quello dello stato d’assedio per sedare i moti di Milano del 6-9 maggio 1898 durante il quale si assistette a scende di vero e proprio massacro della popolazione civile.

Un altro caso di applicazione noto è quello successivo al terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908. Nel testo del decreto-legge emanato dal governo Giolitti III si legge:

“Il cataclisma tellurico avvenuto il 28 dicembre 1908 nei territori di Messina e di Reggio Calabria, ha creato una situazione per certi effetti identica e per altri più grave di quella che si verifica nei territorî in stato di guerra”.

A questo seguono altri decreti (per la nomina del commissario, per l’estensione del territorio…) ma nessuno viene convertito. Solo un atto del governo stesso vi porrà fine allo stato d’assedio (…)”.

L’approfondimento completo è disponibile al sito dell’Avvocato Elisabetta Marinari: https://www.avvocatomarinarifirenze.com/breve-cronistoria-della-decretazione-d-urgenza-parte-1/news/40/2021/2/5


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Sabbia del Tempo

Napoleone e la simbologia imperiale e scientifica

Le api in oro e le aquile dorate furono i simboli costantemente  presenti nella vita dell’imperatore, una scelta con riferimenti storici culturali allegorici greco-romani a cui Napoleone faceva sempre riferimento.

Il 18 maggio 1804 Napoleone viene proclamato imperatore dei francesi e il 10 luglio il consiglio di Stato stabilì: “il sigillo dell’impero rappresenterà un leone dormiente d’oro in campo azzurro”, ma prima di porre la firma Bonaparte dichiarò a voce la sua scelta “un’aquila ad ali spiegate”.

L’aquila, un simbolo che trae origine dall’Antichità

Ai reggimenti con una cerimonia ufficiale e solenne il simbolo delle aquile venne consegnato il 5 dicembre 1804, furono così sostituite le vecchie bandiere della rivoluzione con le nuove, dove sul campo bianco il simbolo dell’aquila alata in oro veniva esaltata nella sua regalità.

Le aquile dorate napoleoniche ad ali spiegate sulle bandiere,  ricordavano i fasti delle legioni romane, avevano sostituito quelle della monarchia il cui simbolo era il giglio, sventolavano sulle insegne del reggimento prima della battaglia tra il rumore degli zoccoli dei cavalli, delle grida dei soldati, quasi a rafforzare il loro potere feroce e all’incitazione per l’attacco.

Furono realizzate 560 esemplari di aquile dorate in bronzo con il becco aperto e con la lingua in evidenza, dallo scultore dell’impero Caudet ed eseguite dal fonditore Thomire. Nel 1805 Napoleone, consegnò le aquile ai reparti della Guardia Reale Italiana, tale simbolo vene anche adottato all’esercito del regno italico e fabbricate dalla fonderia milanese Francesconi, con la testa lievemente diversa rispetto alla precedente e gli artigli rivolti in avanti.

L’aquila simbolo alchemico che in Francia trovò tutta la sua affermazione non poteva che essere scelta da Napoleone Bonaparte come simbolo dell’impero che stava per nascere .

L’aquila simbolo dell’esaltazione dell’io, dell’istinto di potere, dell’esaltazione del senso del proprio valore, del potere imperiale poteva anche essere considerata l’allegoria dell’imperatore, dato che le sue caratteristiche erano perfettamente simili al carattere di Napoleone

L’aquila è un uccello rapace, vola libera nel cielo è capace di innalzarsi al di sopra delle nuvole e quando si espone al sole e le sue piume cominciano a bruciare, così si getta in un acqua pura e ritrova una nuova giovinezza. Un gesto che è paragonabile all’iniziazione e all’alchimia che prevedono il passaggio attraverso l’acqua e fuoco, mentre il  volo di discesa rappresenta la discesa della luce sulla terra

La scelta dell’emblema dell’aquila era ricaduta anche sui re etruschi, che la esibivano sullo scettro di comando, nella cultura romana e greca invece il saper leggere il suo  volo aveva il valore interpretativo dell’oracolo degli dei. Dai tempi dell’antica Roma essa era esibita in battaglia, Cesare nei commentari libro IV. 25 affermava: “affrettatevi camerati se non volete abbandonare l’aquila al vostro nemici”.

Per ricordare i fasti delle legioni romane, il comandate Charle Seriziat  l’11 settembre 1791 prese l’iniziativa di radunare  il primo reggimento di volontari Rhone et Loire  davanti alla cattedrale di Lione per la benedizione della bandiera dove era posta per la prima volta un’aquila dorata ad ali spiegate.

L’aquila sorante (che sta spiccando il volo) napoleonica non si fermò solo sui campi di battaglia, ma volò (in senso figurato) sugli ornamenti esteriori dello scudo, sulle tabacchiere, ssulle medaglie della zecca di Parigi, ma anche sugli ottoni come decorazione raffinata dei mobili, mentre sui tessuti risplendeva l’emblema delle api in oro, la sola N di Napoleone Imperatore chiusa in una corona d’alloro, apparve sui troni, sedie come affermazione di potere.

L’ideale estetico dell’arte dell’impero napoleonico si identificava con quello etico e politico ai modelli della Grecia e di Roma . Il concetto del bello si tradusse nella semplicità delle forme e coincise anche con il concetto di buono, conforme al vero, alla natura oltre che alla ragione e si tradusse nella purezza nel contorno lineare delle forme.

Le api

Napoleone il 2 dicembre del 1804 si fece incoronare imperatore di Francia nella cattedrale di Notre Dame e si fece appuntare sul suo manto e quello di Giuseppina sua moglie delle api d’oro, come segno di continuità regale che si riallacciava all’antica tradizione Francese.

L’ape è un simbolo di rigenerazione alchemica del ciclo eterno della vita e della morte, data la sua capacità di scomparire in inverno e di ricomparire in primavera. Al suo lavoro di operosità è attribuito un grande valore esoterico, anticamente il miele serviva per l’ambrosia sacra ai greci e ai celti. La caratteristica di questo insetto è di costruire alveari modulari con cellette di forma esagonale. L’esagono esalta l’armonia divina della natura, è il  risultato dall’intersezione di due triangoli equilateri. La coppia dei triangoli sono il principio della dualità, del femminile e maschile, del giorno e della notte, dello in e yang cinese, che formano la totalità del cosmo, gli archetipi universali della lama e del calice, rappresentati da una mano chiusa e una aperta, la forma che li ha ispirati è sempre il triangolo, come il cerchio e il quadrato che si trovano in natura, sono simboli primordiali, e che ricordano il simbolo massonico della squadra e del compasso, nella sua forma semplicistica, come nella sovrapposizione e intersezione della lama e del calice.

Forse  Napoleone volutamente scelse questo simbolo esoterico. Lui aveva dei legami con la massoneria, come lo aveva tutta la sua  famiglia. Nel 1798 durante la sua campagna in Egitto portò al suo seguito oltre all’esercito anche esperti di vari settori, come chimici, geologi, pittori, archeologi naturalisti, disegnatori, circa 165 scienziati facevano parte della Commissione delle Scienze e delle Arti al seguito dell’armata che il 16 maggio 1798 salpò da Tolone per l’Egitto – quasi duecento navi e tremila uomini tra soldati e marinai Napoleone era imbarcato su L’Orient – nella missione c’erano anche scienziati di appartenenza massonica e in quel contesto sembra che Bonaparte   sia stato iniziato in una loggia militare francese di stampo copto-egizio.

Nella campagna in Egitto fu predisposta una commissione di egittologi, composta da Dominique Vivant Denon e da giovani studiosi provenienti dalle migliori scuole scientifiche francesi con il compito di analizzare tutto quello che trovavano e di realizzare “Il grande inventario della valle del Nilo”, essi produssero un’incredibile mole di lavori e scoprirono la stele di Rosetta che svelò il segreto dei gerogrifici.

In quella missione c’era anche Jean Baptiste Joseph Fourier, fisico e matematico, famoso per la sua legge sulla conduzione del calore , scrisse sulle motivazioni che spinsero Napoleone alla sua missione in Egitto:

“Egli era consapevole dell’influenza che questo evento, la conquista dell’Egitto,avrebbe avuto sui rapporti dell’Europa con L’Oriente e con l’interno dell’Africa, oltre che sugli affari marittimi nel Mediterraneo e sul futuro dell’Asia. Si diede l’obiettivo di abolire la tirannia dei Mamelucchi di estendere l’irrigazione e l’agricoltura di istituire commerci regolari tra Mediterraneo e Mar Arabico, di favorire le imprese commerciali, di  fornire all’Oriente utili esempi dell’industria europea, e infine di migliorare le condizioni di vita degli abitanti e di procurare loro tutti i vantaggi di una civiltà più avanzata. Questi obiettivi non sarebbero stati raggiungibili senza la continua applicazione della scienza”.

Napoleone matematico

Ci viene da chiederci quale fosse il vero volto dell’imperatore, se un valoroso combattente o un matematico innamorato della geometria?

Napoleone era amico di matematici e scienziati  tra questi Fourier, Monge e Berthollet ( che parteciparono alla campagna d’ Egitto), e in loro compagnia si intratteneva in profonde discussioni, presi dal fascino della cultura egiziana e di come anticamente in Egitto avessero potuto giocare con la matematica e la geometria per trovare delle soluzioni in una architettura armoniosa e unica fatta di segreti geometrici.

Napoleone era preso dallo studio del codice matematico che utilizzava nelle strategie geometriche di battaglia con le quali riusciva a rompere gli schemi degli eserciti legati a manovre ripetitive prevedibili e noiose, famosi sono  i suoi accerchiamenti e le sue azioni rapide. La realizzazione del suo impero era fatto da un sogno geometrico-matematico, le battaglie erano la prova delle sue teorie e la loro dimostrazione. Per intraprendere il corretto combattimento aveva seguito lo studio delle  leggi che riguardavano la traiettoria dei  proiettili con l’applicazione delle teorie della gravitazione e delle  leggi della dinamica di Newton, Bonaparte sapeva regolare perfettamente la direzione dei cannoni che li portava e a centrare l’obiettivo prescelto.

Sotto il suo regno la Francia divenne la potenza scientifica più importante del mondo, risultato di una politica adeguata in cui il talento e merito di studiosi, di scienziati veniva valorizzato dal ruolo sociale politico concesso loro dall’imperatore. Napoleone fondò delle importanti scuole tecniche quali l’Ecole Normale e l’Ecole Polytechnique, scuole dove i migliori professori matematici del tempo tenevano lezione e tra questi ricordiamo Lagrange, Laplace, Monge che contribuirono alla diffusione della materia. Le vecchie accademie andarono incontro a radicali riforme, per esempio il Jardin du Roy si trasformò nel Muséum d’Historie Natulle che è stato uno dei principali luoghi di ricerca biologica nel mondo. L’imperatore divenne membro della sezione di matematica dell’Istituto de France e proprio in questo istituto, nel 1801 Alessandro Volta presentò a Napoleone la pila inventata da lui nel 1799. Successivamente Volta fu nominato da Napoleone senatore e conte del Regno d’Italia. La Lombardia era diventata parte della zona d’influenza francese con la Repubblica Cisalpina nel 1796 mentre nel 1805 entra a fare parte del Regno d’Italia e beneficia delle riforme attuate da Napoleone con la promulgazione del codice civile 1804, con la soppressione dei privilegi nobiliari, uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, tutela della libertà personale e del diritto di proprietà introduzione del matrimonio civile e del divorzio.

Nel 1796 durante la campagna in Italia  Bonaparte ebbe occasione d’incontrare il matematico italiano e sacerdote Lorenzo Mascheroni, professore universitario di algebra all’università di Pavia, a seguito dello studio su un trattato di scienza delle costruzioni Nuove ricerche sull’equilibrio delle volte” divenne docente nel 1786. L’intento di Mascheroni non era solo matematico, ma era di fornire agli ingegneri e fisici una tecnica per costruire strumenti di misura di alta precisione per i loro lavori. A seguito dei suoi studi ebbe numerosi incarichi fu a capo dell’Accademia Pavese degli Affidati, nominato Accademico all’Università di Padova, membro delle Scienze e membro dell’Accademia Reale di Mantova, inoltre ebbe anche una breve attività politica, fu eletto deputato della Repubblica Cisalpina. Con questi versi Mascheroni dedicò il suo libro Geometria del compasso a Napoleone Bonaparte che era un suo grande ammiratore e con il quale condivise la passione della matematica, con lui ebbe una felice intesa intellettuale per la e messa a punto di vari teoremi, che spesso portarono il nome di Napoleone.

Io pur vidi coll’invitta mano,
Che parte i regni e a Vienna intimò pace
Meco divider con attento guardo
il curvo giro del fedel compasso

La naturale attitudine di Napoleone per la matematica fu messa in evidenza dai suoi stessi insegnati che riconobbero in lui un allievo modello e il suo biografo Felix Markham scrive: “l’ispettore scolastico scrisse che l’attitudine di Napoleone per la matematica lo rendeva adatto alla marina, ma alla fine si decise che avrebbe dovuto tentare l’ingresso all’artiglieria, dove l’avanzamento per merito e abilità matematica era più aperto”. Frequentò la scuola militare di Parigi e fu ammesso proprio per le sue attitudini scientifiche.

Il nome dell’imperatore è legato anche a dei risultati pratici di teoremi di geometria che portano il suo nome. Il problema di Napoleone è il teorema che con la sua applicazione si può trovare: “con il solo compasso il centro, che si suppone non noto. di un cerchio dato” sembra che la sua paternità sia legata anche al matematico di Mascheroni molto vicino all’imperatore e con lui pose le prime basi della geometria proiettiva.

Il teorema di Napoleone, la cui intuizione sembra che si possa attribuire proprio all’imperatore, e sembra che lui stesso lo abbia proposto a Joseph -Louis Lagrange per lo studio della sua dimostrazione  e che sia stato pubblicato nel 1825, è un teorema di geometria del triangolo che afferma quanto segue:

“I baricentri dei triangoli equilateri, costruiti tutti esternamente o tutti internamente sui lati di un triangolo qualsiasi, formano un triangolo equilatero”.

Questo teorema di Napoleone trova attualmente alcune applicazioni pratiche. Ne cito alcune come:

  • Tracciare la strada per unire dei gasdotti.
  • Instradamento delle condotte idriche o di riscaldamento.
  • Il teorema può trovare anche delle applicazioni nelle tassellature per ricoprire un piano, con figure geometriche senza sovrapposizione.

Il teorema di Napoleone porta alla determinazione di un punto centrale detto di Torricelli-Fermat, è  il teorema che rende minima la somma delle distanze dai tre vertici di un triangolo qualsiasi. Era considerato il punto strategico di Napoleone in campo di battaglia era il riferimento di tutte le sue azioni sia per fare partire gli ordini che per ricevere missive.

Napoleone con le sue soluzioni pratiche, le sue intuizioni e realizzazioni, è attuale  non solo per i teoremi di geometria, ma anche per il suo Codice detto napoleonico che è il codice civile attualmente in vigore in Francia, e che è stato preso come modello in molte parti del mondo.

Mito e Leggenda ormai fanno parte della figura di Napoleone e a duecento anni dalla sua morte ancora alimentano la fantasia popolare che lo ha studiato ed esaminato in ogni  aspetto della sua vita. È stato ritratto sia in pittura che in scultura in varie pose da artisti importanti dell’impero,per storicizzare gli avvenimenti salienti della sua vita e della sua ascesa al potere.

Raffigurato da Jacques Louis David  in posa ufficiale nel 1812, che lo ritrae a grandezza naturale, in uniforme da ufficiale dei granatieri a piedi, in divisa blu foderata di bianco, con le decorazioni imperiali della Legion d’Onore e dell’Ordine della Corona Ferrea nel suo studio alle Tuileries, la figura è dipinta di tre quarti, con una mano nascosta nel suo panciotto, gesto che potrebbe essere interpretato sia come comunemente si crede per contenere il dolore di una malattia allo stomaco, sia come posa di circostanza di moda a quell’epoca? Possiamo individuare però in quel gesto anche l’appartenenza massonica che permette il riconoscimento, un silenzioso messaggio come membro di  Royal Arch, 13° grado del Rito Scozzese o 7 Rito di York, Mason of the Secret. Un alto grado Grado per conoscere le grandi verità massoniche.

Non fu casuale che a Firenze un massone di origini inglesi, Federick  Stibbert acquistò dalla dismissione della villa dei Demidoff di San Donato, il mantello di Napoleone, quando fu incornato con molto sfarzo a Milan , nel Duomo Re d’Italia il 26 maggio 1805.

Il mantello di Bonaparte è di velluto verde sul  bordo possiamo individuare i suoi soggetti preferiti: le api dorate ricamate ,simbolo dell’operosità e le spighe di grano sempre ricamate simbolo della prosperità. Non è un caso che adesso, quel mantello completo di gilet, pantaloni e calze bianche si possa ammirare in mostra nella casa museo di Stibbert proprio a Firenze, dato che Napoleone aveva origini toscane. L’abitazione di Frederick si trovava a circa un chilometro in linea d’aria sulla collina di Montughi da quella di Luigi Bonaparte, fratello minore di Napoleone e padre di Napoloene III, ultimo monarca francese, e sicuramente quest’ultimo sarà stato oggetto di racconti d’infanzia di Frederick. Nel museo possiamo ammirare tra il vario materiale da collezione, il decreto autografo dell’imperatore di concessione di un nuovo stemma per la città di Firenze del 1811, oltre ad altri cimeli e quadri della famiglia Bonaparte. Mi piace immaginare che Frederick Stibbert raccogliendo tra le mani quel mantello verde non abbia resistito alla tentazione di appoggiarlo sulle sue spalle e  guardandosi allo specchio abbia sentito per magia l’applauso della folla a Napoleone “Viva il Re d’Italia”.


A nome di tutta la redazione de Il Tazebao un sentito ringraziamento a Maria Chiara Donnini, Vicepresidente dell’Associazione Amici del Museo Stibbert, per questo interessante excursus su una delle figure più centrali della nostra storia.


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Mundus furiosus

La priorità degli USA di Biden è nell’Indo-Pacifico. I dossier ancora aperti

Ormai è fuori discussione che l’Indo-Pacifico sia la regione più importante per il futuro degli USA e il loro teatro prioritario.
Ne è la prova il fardello economico che ogni anno Washington è disposta a sostenere. L’analisi di Elvio Rotondo, Country Analyst del Nodo di Gordio.

Ogni anno il Pentagono spende circa 8,5 miliardi di dollari per lo stazionamento delle decine di migliaia di truppe americane in Giappone e Corea del Sud.

Secondo un rapporto della Government Accountability Organization pubblicato il 17 marzo scorso, tra il 2016 e il 2019 le forze armate americane hanno speso circa 34,3 miliardi di dollari per mantenere più di 83.000 truppe stabilmente in Giappone e Corea del Sud, di cui circa 20,9 miliardi di dollari in Giappone per mantenere le circa 55.000 truppe, e altri 13,4 miliardi di dollari in Corea del Sud per i circa 28.500 soldati di stanza nella penisola.

Tokyo e Seoul hanno fornito agli Stati Uniti alcuni finanziamenti diretti per compensare alcuni dei costi, in particolare, il Giappone ha pagato agli Stati Uniti circa 12,6 miliardi di dollari e la Corea del Sud ha pagato circa 5,8 miliardi di dollari.

Inoltre, Washington per essere più competitiva e vincente nella regione conta sulla Pacific Deterrence Initiative, iniziativa che si concentra sull’acquisizione di capacità militari avanzate, inclusi radar spaziali, difesa missilistica, armamento di precisione a lungo raggio, logistica, sperimentazione e innovazione e una migliore interoperabilità ed esercitazioni con alleati e partner. Secondo quanto riportato da USNI News, il comando indo-pacifico degli Stati Uniti sta cercando 4,68 miliardi di dollari, nel prossimo anno fiscale, da destinare alla Pacific Deterrence Initiative.

Il 3 marzo scorso, l’amministrazione Biden ha presentato uno schema della strategia di sicurezza nazionale, dove la Cina viene considerata l’unica sfida all’ordine internazionale a tutti gli effetti. Gli Stati Uniti lavoreranno per dare forma a nuove norme e accordi internazionali.

Il 12 marzo scorso, i leader di India, Australia, Giappone e Stati Uniti hanno tenuto un incontro virtuale allo scopo di potenziare il Quad (Quadrilateral Security Dialogue). Finora tutte le parti interessate hanno affermato che il “QUAD” non è altro che una riunione informale di alleati, ma si tratta comunque del terzo meeting negli ultimi sei mesi e la “natura dell’alleanza” potrebbe cambiare.

L’amministrazione ha annunciato una nuova politica per rivedere le catene di approvvigionamento di semiconduttori, batterie e terre rare, tutti prodotti per i quali gli Stati Uniti dipendono dalla Cina. Un ordine esecutivo, firmato da Biden nel mese di febbraio scorso, afferma che gli Stati Uniti lavoreranno con gli alleati e aumenteranno gli approvvigionamenti da Australia, Giappone, Corea del Sud e altrove. Incoraggerà anche una maggiore produzione interna.

Tra i problemi più rilevanti che Washington affronta nella regione c’è la minaccia nucleare, mai tramontata, della Corea del Nord e le politiche di Pechino nel Mar Cinese Meridionale e Orientale.

A conferma delle notevoli difficoltà tra Cina e Stati Uniti il vertice di Anchorage (Alaska) di qualche giorno fa, è stato l’ennesimo banco di prova nelle relazioni sempre più travagliate tra i due paesi. I paesi continuano ad essere in disaccordo su una serie di questioni, dal commercio ai diritti umani in Tibet, da Hong Kong alla situazione nella regione dello Xinjiang occidentale, oltre che su Taiwan, sull’assertività della Cina nel Mar Cinese e sulla pandemia di coronavirus.

Prima del vertice di Anchorage il Segretario alla Difesa Austin e il Segretario di Stato Blinken si erano recati a Tokyo e Seoul.

La priorità numero uno di Pechino rimane senz’altro la presa di Taiwan. Secondo alcuni studi, la Cina potrebbe decidere di lanciare un attacco militare contro Taipei tra oggi e il 2045. Naturalmente l’eventuale conquista di Taiwan da parte cinese sarebbe un duro colpo alla credibilità degli Stati Uniti come partner forte e fidato nella regione.

Al momento, lo stretto di Taiwan rimane uno dei punti più infiammabili e più pericolosi al mondo.

Gli Usa per sostenere l’azione di scoraggiare potenziali tentativi cinesi di conquista, forniscono regolarmente a Taiwan il materiale difensivo di cui ha bisogno per la difesa nazionale. Nel mese di ottobre 2020, gli Stati Uniti hanno approvato la vendita di armi a Taiwan per circa 1,8 miliardi di dollari, armi necessarie a mantenere elevata la credibilità delle forze armate taiwanesi e ricordare a Pechino che il prezzo di un attacco a Taiwan potrebbe essere troppo alto.

L’ex presidente americano, Donald Trump, aveva coltivato legami più stretti con Taiwan nell’impegno di contrastare la crescente influenza della Cina. Aveva aumentato in modo significativo le vendite di armi a Taipei promettendo di intensificare la cooperazione economica e in generale aveva rafforzato le relazioni con l’isola. Mentre la Cina si oppone a qualsiasi forma di scambio tra funzionari statunitensi e taiwanesi.

A Washington, il 19 gennaio scorso, durante un’udienza di conferma davanti alla commissione per le relazioni estere del Senato, il neo-segretario di Stato, Antony Blinken, aveva promesso che gli Stati Uniti continueranno a onorare gli impegni nei confronti di Taiwan. Aveva accennato anche agli sforzi per ampliare la partecipazione di Taiwan nelle organizzazioni internazionali e ha messo in guardia la Cina dall’intraprendere qualsiasi azione militare contro il paese.

Nel 1979 il Presidente statunitense Jimmy Carter decise di porre fine alle relazioni diplomatiche con Taiwan e da allora Washington ha fatto affidamento sul Taiwan Relations Act per gestire i suoi legami non ufficiali con Taipei. Per evitare di minare le relazioni con Pechino, che vede Taiwan come una provincia separatista, gli Stati Uniti hanno mantenuto la cosiddetta politica “Una Cina”, riconoscendo la tesi di Pechino secondo cui la Repubblica popolare cinese è l’unico governo legale della Cina. Allo stesso tempo, per aiutare Taiwan a scoraggiare potenziali tentativi cinesi di conquista, il governo degli Stati Uniti fornisce regolarmente a Taiwan il materiale difensivo di cui ha bisogno per contrastare un attacco cinese.

La Corea del Nord

Da parte nordcoreana il lancio dei due missili da crociera del 21 marzo nel Mar Giallo potrebbe segnare il ritorno a un nuovo ciclo di provocazioni di Pyongyang, anche se il lancio non ha violato le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, a differenza dei due missili balistici a corto raggio lanciati il 25 marzo nel Mare dell’Est o Mar di Giappone.

I missili sarebbero stati lanciati dalla città di Hamju, nella provincia dello Hamgyŏng Meridionale, e avrebbero volato per circa 450 chilometri con un’altitudine di 60 km. Il governo giapponese ha confermato che i missili sono caduti al di fuori della zona economica esclusiva del Giappone. Il test di giovedì, arriva pochi giorni dopo l’arrivo negli Stati Uniti del nordcoreano Mun Chol Myung, estradato dalla Malesia. Mun Chol Myung è un uomo d’affari accusato di riciclaggio di denaro attraverso il sistema finanziario statunitense per fornire articoli di lusso alla Corea del Nord. L’incidente ha causato l’interruzione dei rapporti diplomatici tra Pyongyang e la Malesia.

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Mundus furiosus

C’era una volta – La possibile “Alleanza di Abramo”

L’apertura di Mansour Abbas, leader di Ra’am, è una delle novità più significative di questa, nuova, tornata elettorale in Israele.

“L’unica alternativa ad un governo della destra guidato da me, è un quinto voto“. [1]

Sono state queste le parole di Benjamin Netanyahu all’uscita dalle urne.

King Bibi è di nuovo, per l’ottava volta, il politico più votato del paese. È il vincitore senza governo al momento, come ormai accade non di rado nella democrazia israeliana.

Rapido sguardo sul voto

Il voto è stato contraddistinto dalla più bassa affluenza dal 2009: il definitivo è di 67,2%, circa il 5% meno dello scorso marzo [2]. Questo record negativo riguarda soprattutto i palestinesi con cittadinanza israeliana: meno del 10% dello scorso marzo. Proprio in questa tornata elettorale in cui avrebbero potuto ottenere molto e forse anche mandare Netanyahu all’opposizione.

La stessa “questione palestinese” non è stata sollevata da alcun partito, destra o sinistra che sia, durante la campagna elettorale, segno che qualcosa sta cambiando nel paese o come meglio lo ha definito Carlo Pannella nel suo articolo su Linkiesta, si tratta senza dubbio di “un sintomo interessante” [3].

Netanyahu e l’intero blocco di destra che lo sostiene sono fermi a 52 seggi, lontani di ben nove seggi necessari per garantirsi la maggioranza nella Knesset (la sintesi del voto a cura di David Fiorentini). Anche se il partito nazionalista Yemina di Naftali Bennett decidesse di entrare nella maggioranza guidata da Bibi con i suoi 7 seggi, i 59 seggi totali non sarebbero comunque sufficienti per formare un nuovo governo a guida Likud.

Un’opzione allettante e realistica che ben rispecchia anche la politica israeliana incoraggiata e supportata dall’amministrazione statunitense dell’allora presidente Donald Trump e coronata con gli accordi di Abramo, è l’entrata nella maggioranza del partito arabo Ra’am di Mansour Abbas. Ra’am ottiene solo 5 seggi che sono determinanti sia per il blocco di destra che per quello di sinistra. Entrambe le parti devono allearsi con esso per formare una maggioranza.

Nelle elezioni dello scorso marzo, Netanyahu, consapevole di questo status strategico di Ra’am e per timore di finire all’opposizione, aveva messo in guardia gli israeliani di una possibile alleanza tra blocco di sinistra e Ra’am, alleanza che secondo lui sarebbe stata influenzata fortemente dal partito arabo. In altre parole, Ra’am avrebbe dettato l’agenda di governo [4].

Adesso, dopo quaranta anni, un partito arabo – israeliano potrebbe fare il suo ingresso nella Knesset. E tutto questo non dovrebbe scandalizzare troppo: Netanyahu si dimostrerebbe coerente con la politica stabilita dagli accordi di Abramo.

Mansour Abbas: l’homo novus

“Mansour Abbas might be able to deliver Netanyahu or block him from government[5] (Mansour Abbas potrebbe essere in grado di aiutare Netanyahu o mettergli il bastone tra le ruote), commento dell’analista politico israeliano Eylon Levy.

In un’intervista con una stazione radio israeliana [6], Abbas ha detto che il suo partito era “pronto a impegnarsi” con il campo di Netanyahu o dei suoi rivali. “The others want to bring an end to Netanyahu, while I am talking about changing his policies to what is good for my people” [7] (Gli altri vogliono porre fine a Netanyahu, mentre io sto parlando di cambiare le sue politiche a ciò che è bene per il mio popolo)è quanto dichiarato da Abbas e riportato sul Financial Times. Infatti, secondo lui i palestinesi sbagliano a schierarsi dalla parte della sinistra in automatico, senza prendere in considerazione quali siano le tematiche politiche più importanti per loro.

Il partito Ra’am era nella Lista Congiunta (questa volta corre da solo), un’alleanza di partiti arabi per lo più di sinistra che si sono uniti in opposizione alle politiche antiarabe della destra israeliana. La Lista Congiunta aveva guadagnato record negli ultimi due anni, vincendo 13 seggi nelle elezioni di settembre 2019 e aumentando il record di 15 seggi nelle elezioni dell’anno scorso, configurandosi come il terzo più grande blocco della Knesset. L’alleanza è stata necessaria negli ultimi due anni per impedire a Netanyahu di assicurarsi la maggioranza necessaria per formare un governo. Ma all’interno della Lista Congiunta, l’improvvisa violazione da parte di Ra’am della linea rossa “tutto fuorché Netanyahu” e la sua volontà di trovare una causa comune con i partiti ebrei ultraortodossi sulle questioni sociali conservatrici stavano mettendo a dura prova l’alleanza.

Netanyahu e Abbas hanno anche trovato una causa comune in una campagna anticrimine nelle comunità arabe che hanno sperimentato crescenti violenze. Settimane prima delle elezioni, il governo di Netanyahu approvò una proposta di lotta al crimine da 150 milioni di shekel (45 milioni di dollari) per le comunità arabe, tra cui l’espansione delle stazioni di polizia e la creazione di una nuova unità speciale.

Nel tentativo di rompere l’impasse politica che si trascina da due anni, il premier israeliano di destra ha fatto un tentativo concertato di corteggiare il voto arabo prima delle ultime elezioni: visitare i centri di vaccinazione nelle città arabe per sottolineare la sua efficace gestione della crisi sanitaria e pubblicizzare gli accordi diplomatici di Israele lo scorso anno con gli Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan.

I principali partiti di destra israeliani hanno a lungo preferito gli islamici ai politici e movimenti palestinesi di sinistra che sostengono il dialogo su questioni importanti, tra cui gli insediamenti ebraici in Cisgiordania.

Indipendentemente dal fatto che Abbas entri o meno in una coalizione di governo, la sua strategia elettorale lo ha reso un attore critico sulla scena politica israeliana.

C’era una volta – “Connection before Correction” – Il Tazebao

Le attente osservazioni di Ray Hanania

Il giornalista statunitense di origine palestinese Ray Hanania, nel suo articolo su Arab News [8] consiglia ai palestinesi di cogliere quest’occasione al volo e mostrarsi più disponibili verso lo stato israeliano.

La popolazione palestinese con cittadinanza israeliana rappresenta circa il 20% della popolazione totale di Israele. Se questi palestinesi cittadini con pieni diritti di Israele si presentassero in massa alle urne, potrebbero influenzare significativamente la formazione del governo e trasformare la questione dei diritti umani in una priorità nazionale. Soprattutto nella Gerusalemme Est, dove il 60 % della popolazione è araba (più di 350,000 persone, 350,000 potenziali voti) i palestinesi potrebbero fare la differenza. Ma molti non possono esprimersi alle elezioni in quanto privi di cittadinanza: molti conservano gelosamente la cittadinanza palestinese che permette loro di partecipare alle elezioni locale di Gerusalemme e in quelle palestinesi della Cisgiordania, ma non nel paese in cui vivono, Israele.

Il giornalista si rivolge esplicitamente a questi palestinesi di Gerusalemme Est suggerendo loro di abbandonare l’orgoglio e la rabbia cieca che non fa altro che produrre pregiudizi inutili e partecipare attivamente alla vita politica dello stato in cui vivono. Hanania, infatti, non capisce questa loro riottosità e la caparbietà nel non volere la cittadinanza israeliana considerata da molti addirittura un insulto.

Although frankly I can’t see how it could be more insulting than living as an occupied people with so few rights on their own land [9] (anche se francamente non riesco a capire cosa potrebbe esserci di più offensivo che vivere come un popolo occupato con così pochi diritti sulla propria terra), è questo il lucido commento del giornalista.

Egli si rivolge principalmente alle nuove generazioni esortandole ad osservare la realtà da un nuovo punto di vista: Gerusalemme Est è occupata e controllata con il pugno di ferro da Israele da più di mezzo secolo. È comprensibile la reazione della popolazione palestinese anziana, ma la gioventù nata in Israele perché non vuole riconoscere lo stato ebraico?

Molti palestinesi hanno richiesto la cittadinanza israeliana: tra il 2001 ed il 2010, 7,000 dei 350,000 hanno ricevuto lo status di cittadino di Israele [10]. Se tutti i 350,000 fossero iscritti all’albo elettorale di Gerusalemme Est, il voto arabo sarebbe capace di influenzare l’outcome delle elezioni. Sarebbe sufficiente che questi indirizzassero il loro voto verso un unico partito, solo in questo modo aiuterebbero il paese a svoltare a sinistra ed “epurare” la scena politica da un’ingombrante figura politica come Netanyahu. Questo non è pura utopia: l’autore stesso ne è consapevole e lo esplicita nell’articolo. I palestinesi, infatti, credono non ci sia differenza tra le politiche di destra e quelle di sinistra riguardo la questione palestinese.

Anzi Hanania sottolinea come ci sia più paura da parte israeliana, paura dei diritti palestinesi: “They know that, if the Palestinians were ever to come together, they could change the face of both Israel and Palestine”. (Sanno che, se i palestinesi dovessero mai riunirsi, potrebbero cambiare il volto di Israele e della Palestina) [11].

Sempre Hanania sostiene che il perenne conflitto con i palestinesi è in realtà benefico per Israele perché solo così può garantire la supremazia degli ebrei israeliani sui palestinesi. Se il conflitto si placasse la comunità palestinese prospererebbe e potrebbe avere la meglio sugli ebrei israeliani o peggio ancora arrivare ad eleggere un primo ministro non ebreo!

Ma gli ebrei israeliani possono tirare un respiro di sollievo: i palestinesi invece di intraprendere un cammino lungo e di piccoli passi verso la creazione di un loro stato, pretendono “tutto ed ora”. Israele, dal canto suo, è abituato ad impadronirsi di tutto ciò che vuole e l’oggetto del suo desiderio si va piano piano ad espandersi.

Ai palestinesi manca una visione chiara per il futuro. Non hanno un programma da seguire. Hanania afferma che solo così essi potranno sconfiggere il regime di apartheid in cui di fatto vivono. Devono diventare cittadini israeliani e cercare di cambiare Israele dall’interno piano piano.

Conclusioni

Già dalle elezioni del 2019, che hanno visto la partecipazione di più del 28% dei palestinesi [12], questi decidono di votare per i partiti sionisti. Questo dato significativo indica la consapevolezza tra i palestinesi che i loro partiti non possono incidere in alcun modo sulla scena politica israeliana. Sempre a partire dal 2019, gli esponenti dei partiti sionisti hanno condotto un’intensa campagna elettorale anche nei centri arabi, Benny Gantz in primis.

Secondo il The Israel Democracy Institute [13], una larga maggioranza sia di Arabi (66%) sia di ebrei (70%), non crede che i tentativi di Netanyahu nel migliorare la condizione palestinese siano sinceri.

Citando sempre il The Israel Democracy Institute, l’opinione pubblica israeliana attribuisce alla Lista Congiunta un pessimo voto per le sue prestazioni negli ultimi due anni; solo il 7,5% considera le sue prestazioni buone o eccellenti rispetto al 53% che considera le sue prestazioni non buone o cattive. La delusione per la performance della Joint List negli ultimi due anni è particolarmente forte tra il giovane pubblico arabo.


  1. Redazione ANSA, “Netanyahu non Israele ancora senza maggioranza”, del 24/03/2021.
  2. Ibidem.
  3. Carlo Pannella su Linkiesta, “La grande novità in Israele, il partito arabo potrebbe entrare in maggioranza con Netanyahu”, 24/03/2021.
  4. Tovah Lazaroff su Jerusalem Post, “Seven ways Israel’s 2021 election redrew the political map”, del 25/03/2021.
  5. Riportato su France 24, “Islamist, dentist and gentleman: The rise of Israel’s unlikly kingmaker”, del 25/03/2021.
  6. Ibidem.
  7. Financial Time: Israel’s Islamists target gains as Netanyahu courts Arab vote”.
  8. Ray Hanania, “Why Palestinians should try to change Israel from the inside”, del 24/03/2021.
  9. Ibidem;
  10. Ibidem;
  11. Ibidem;
  12. NENA NEWS, “Elezioni Israele. Le tre opzioni palestinesi: il boicotaggio, la Lista araba e la falsa integrazione”, del 17/09/2019.
  13. Tamar Hermann, Dr.Or Anabi, “Majority of Israelis: Netanyahu’s Efforts to Forge Ties with Arab Public Insincere”, The Israel Democracy Institute, del 07/01/2021.
Della stessa autrice

C’era una volta – “Nulla impedirà al sole di sorgere ancora” – Il Tazebao

C’era una volta – Un proporzionale demodé – Il Tazebao

C’era una volta – “Il passato è un’interpretazione. Il futuro è un’illusione” – Il Tazebao

Politica e Religione, due affascinanti sirene – Il Tazebao

1921/2021, “L’eretico Danubio” – Il Tazebao

Craxi 21 anni dopo, Quell’eurosocialismo che guardava a Est – Il Tazebao


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Mundus furiosus

C’era una volta – Un proporzionale demodé

Un focus dettagliato sul sistema elettorale israeliano, imperniato sul proporzionale puro che è causa, secondo molti, dell’attuale instabilità politica.

La democrazia israeliana è tornata al voto. E, come sostengono molti, probabilmente ci dovrà tornare di nuovo [1] tra uno, massimo due anni. In attesa di una chiarificazione ulteriore del risultato, che si avrà forse domani, e degli equilibri nella Knesset, si può affermare che la sconfitta di Bibi non c’è stata e, che, al momento, sebbene osteggiato, le opposizioni non siano in grado di far emergere una leadership alternativa a quella di Netanyahu. L’affluenza bassa (60,9%, per gli arabi) ha colpito principalmente i due partiti arabi. Come sempre successo si andrà verso un governo di coalizione.

In quanto a ipotesi di allargamenti della coalizione c’è da segnalare l’apertura del partito Ra’am ad un governo di interessa nazionale. Come nota il Vicepresidente di UGEI David Fiorentini in un contributo precedente su Il Tazebao essa può essere frutto degli Accordi di Abramo che avevano avviato una fase di distensione dei rapporti tra Israele e mondo arabo. Ennesima dimostrazione che i fatti di politica estera abbiano ripercussioni più vistose su quella interna di quanto si possa preventivare.

Un’inguaribile instabilità

Il primo indiziato dell’instabilità politica è il sistema elettorale, ovvero il proporzionale puro con collegio nazionale a liste chiuse. Il sistema elettorale israeliano prevede uno scontro tra liste partitiche e non tra singoli candidati, quindi senza preferenze. In alcuni casi – questo riguarda i partiti di grandi dimensioni – si tengono anche delle primarie (pratica introdotta non senza fatica) all’interno degli stessi e nei partiti religiosi, come nel caso di quelli di estrema destra, è la guida spirituale/religiosa a indicarne il leader. Ogni partito che supera la soglia di sbarramento del 3,25% si assicura almeno quattro seggi nella Knesset. Se il partito X supera la soglia, i primi quattro candidati della sua lista entrano in parlamento. Se prendono il 10%, entrano i primi dieci e così via.

Le riflessioni di Sergio della Pergola e un’ipotesi di riforma elettorale

Il demografo israeliano di origine italiana Sergio Della Pergola ha sottolineato come la crisi politica in cui versa il paese sia da imputare ad un sistema elettorale “arcaico” [2].

Della Pergola si è espresso sul parlamento israeliano come segue:

“Una Knesset che rappresenta l’affascinante sociologia israeliana ma è totalmente incapace di gestire gli affari del paese” [3].

Un aspetto poco conosciuto è l’assenza di distretti elettorali. Il territorio israeliano è l’unico distretto elettorale del paese.

Della Pergola, infatti, suggerisce, come possibile via di uscita, la suddivisione del territorio israeliano in centoventi distretti elettorali affidando questo incarico alla Commissione Elettorale Centrale sotto il vigile controllo della Corte Suprema. In ognuno di questi distretti, uguali per demografia, bisognerebbe adottare un sistema a turno unico come negli USA oppure a due turni come il caso francese. Solo in questo modo i politici possono diventare più responsabili e coscienti del loro operato perché si istaurerebbe una rispondenza diretta con gli elettori.

Un sistema esito di una società complessa e composita

Esso è frutto della società che si promette di rappresentare: una società nata nemmeno un secolo fa, costantemente minaccia da fuori e da dentro, e soprattutto solcata da profonde fratture socioeconomiche ma soprattutto etnico-religiose. Che scompongono il quadro nel suo insieme ma anche all’interno dei singoli partiti e coalizioni [4].

Alle fratture che separano le comunità si sommano le linee divisorie che si moltiplicano all’interno dei singoli gruppi. Esse risalgono ai tempi dell’immigrazione – gli ebrei stessi sono arrivati a ondate e oltre a quelli dell’Olocausto ci sono stati quelli del Medioriente, del Nord Africa etc… – alle differenze nella pratica religiosa e quindi nell’aderenza alle regole dello halacha.

Basti citare il recente caso della coscrizione degli ebrei ultraortodossi, sempre più in crescita in termini di popolazione, che ha fatto saltare il governo Netanyahu nato nel 2015. Sul versante arabo, lo stesso Ra’am, che potrebbe favorire un governo di emergenza (ammesso che superi la soglia), estremamente conservatore nei valori, è solcato all’interno da profondissime differenze, tenute insieme solo da lingua ed etnica araba.

La democrazia israeliana, insomma, si ritrova ancora una volta nella crisi politica e per di più durante la pandemia e mentre gli USA stanno rivedendo la loro politica mediorientale.

Dal blog di Jordan Magill

Un’altra influente personalità che critica il sistema elettorale israeliano è Jordan Magill, scrittore e blogger di The Times of Israel, il quale fornisce già dal 2015 un quadro affascinante di questo problema per niente secondario. Nel suo articolo “No metter which faction wins, under this election process Israel loses” [5], Magill osserva come il nocciolo del problema sia l’assenza di distretti elettorali. Esiste un unico distretto che corrisponde all’intero territorio israeliano.

A questo punto, Magill immagina il seguente scenario: nella città Y ci sono cento cittadini israeliani aventi diritto al voto. Questi possono votare per qualsiasi partito essi vogliano ed alcuni di questi partiti vincono grazie ai loro voti. Ma nonostante la vicinanza geografica di questi elettori, nessun politico sarà in grado di rappresentare la città come un’unità, cioè nel suo insieme. Se questi necessitano infrastrutture, non sanno a chi rivolgersi, non hanno dei membri all’interno della Knesset che si facciano portatori dei loro problemi all’assemblea. Non c’è un contatto diretto tra elettori ed eletti: non si conoscono a vicenda. Per i politici, gli elettori sono mere astrazioni. E queste astrazioni sono prive di potere.

Questo sistema, che un tempo, alla fondazione e nei primi anni dello stato israeliano aveva un suo senso, adesso non serve più. Inizialmente il contesto sociale israeliano era un mosaico. L’impresa sionista iniziò come un movimento altamente fazioso. A causa di questa diversità di fazioni (religiose, etniche, economiche, politiche) era necessario garantire a tutti una voce nel governo. Oggi questo sistema crea solo scompiglio: è frustrante soprattutto per la maggioranza.

Sempre Magill continua scrivendo che anche quando il partito che guida la coalizione di governo non mantiene le promesse fatte agli elettori, e trattandosi di politica è routine, questi, invece di supportare l’opposizione, si rivolgono ai partiti minori della stessa coalizione di governo. Di conseguenza gli stessi partiti, già poco polarizzati ideologicamente e programmaticamente, sono più confusi di prima: non sanno minimamente identificare il proprio elettorato. Se si fanno interpreti degli interessi di una minoranza in particolare, allora sposteranno l’attenzione dell’intera coalizione di governo dagli interessi della maggioranza a quelli della minoranza che loro rappresentano in quel momento.

Ecco che anche l’offerta politica che gli stessi partiti offrono all’elettorato non è molto variegata: essendo l’elettorato molto fluido, i politici si appellano a problemi generali diffusi nel paese.

Parlare di sicurezza nazionale per esempio fa sempre comodo. Si può raggiungere una base molto vasta di elettori perché data la posizione geografica, la sua composizione sociale interna e la storia in generale di Israele, il tema della sicurezza è cruciale per tutti.

L’autore, infatti, si domanda:

“If you can’t really identify your constituency, what is the point of discussing domestic issues?[6] (“Se non è possibile identificare il proprio collegio elettorale, qual è il senso di discutere questioni domestiche?”).

Una vasta fetta di popolazione israeliana è completamente dimenticata, non ha voce, è come se non esistesse.

Conclusioni

Esiste una soluzione all’illusione della rappresentanza? Magill conclude sostenendo che se i politici eletti con e in questo status quo fossero abbastanza coraggiosi da modificare il sistema elettorale, si potranno vedere dei cambiamenti. Definisce, infatti, il proporzionale un sistema elettorale fallito che non rappresenta più la maggioranza degli israeliani.

I risultati delle precedenti quattro elezioni, incluse queste del 2021, sembrano confermare le perplessità di Della Pergola e di Magill: Israele ha superato la logica proporzionale e dovrebbe rendersene conto quanto prima.

Con le parole di Della Pergola:

“Fino a quando si userà lo stesso metodo elettorale con la proporzionale pura, si arriverà allo stesso risultato, il sistema elettorale favorisce la frammentazione dei partiti” [7].


Ha collaborato Lorenzo Somigli

Della stessa autrice

C’era una volta – “Connection before Correction” – Il Tazebao

C’era una volta – La possibile “Alleanza di Abramo” – Il Tazebao

Politica e Religione, due affascinanti sirene – Il Tazebao


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Mundus furiosus

Israele al voto: sarà questa la volta buona?

A rendere ancor più interessante l’ultima tornata elettorale in Israele c’è l’apertura del partito arabo Ra’am

A confronto con la realtà mediorientale Israele è un’eccezione a livello elettorale: un paese così vivace, brioso, quasi irrequieto. La democrazia israeliana, a maggior ragione in uno dei momenti più caotici degli ultimi anni, si è ritrovato in una crisi politica senza precedenti.

Dopo ben tre passaggi dalle urne in meno di due anni, la Knesset, il Parlamento, non ha trovato un assetto in grado di costituire un’alleanza di Governo stabile e duratura. Non sono bastati i primati del Likud, il partito per premier uscente Benjamin Netanyahu, per superare la soglia dei 60 mandati e creare una maggioranza forte e compatta. Per questo motivo, il Presidente della Repubblica Reuven Rivlin non ha avuto altra scelta se non di sciogliere la camera e richiamare i cittadini al voto per la quarta volta.

Dopo una rapida campagna elettorale, segnata dall’ombra del processo giudiziario a Netanyahu, ma anche dalla fantasmagorica campagna vaccinale, il panorama politico si è ridotto a una cruciale domanda “ancora Bibi o basta Bibi?”. Mai come oggi, un personaggio pubblico ha avuto un’influenza tale da monopolizzare il dibattito politico del Paese. Da un lato, i fedelissimi del Likud, insieme ai partiti religiosi di destra, dall’altro, un variopinto mosaico di partiti unito solamente dall’avversione all’attuale Premier ma incapace di costruire un’alternativa di governo. Un panorama che vede una destra nazionalista, lo storico Labour fino ai due partiti arabi. Sì, ben due! Infatti, vale la pena ricordare che il milione e mezzo di arabi residenti in Israele non solo è cittadino a pieno titolo e con diritto di voto, ma ha anche una nutrita rappresentanza parlamentare.

Tornando nel merito delle scorse elezioni invece, i risultati pervenuti nella giornata di ieri purtroppo non sembrano risolvere la prolungata crisi politica. Il Likud si riconferma primo partito, attestandosi sui 30 mandati, tuttavia, la coalizione di Netanyahu continua a non sfondare, rimanendo in bilico tra i 59 e i 60 mandati.

Dunque, tutto nuovamente in stallo: da una parte, la coalizione uscente non è in grado di formare un governo solido, dall’altra è impossibile pensare a un’alleanza “anti-Bibi” capace di congiungere sia gli esponenti nazionalisti di destra, che le anime socialiste e arabe. In un certo senso, non ha vinto nessuno, ma allo stesso tempo ha di nuovo vinto “King Bibi”, che ancora una volta ha spazzato via qualsiasi ipotesi di un governo senza di lui.

Certamente, non è chiaro come voglia agire adesso il leader del Likud, ma la notizia dell’ultima ora, sulla clamorosa apertura del partito arabo Ra’am a un Governo capace di provvedere alle esigenze concrete e immediate della popolazione araba israeliana, aggiunge una nuova carta in tavola. L’ipotesi, ancora molto surreale per la presenza dei partiti religiosi ebraici di estrema destra, è già di per sé una svolta clamorosa delle dinamiche israeliane. I partiti arabi, infatti, per una loro profonda differenza di vedute con il resto della Knesset, sono sempre rimasti esclusi dai ragionamenti per la Presidenza del Consiglio. Questa volta però, complici gli Accordi di Abramo (il nostro focus dettagliato) e un’inaspettata realpolitik, il capolista Abbas si è reso disponibile alla possibilità di fare un passo verso la coalizione di maggioranza, sottolineando l’evoluzione e l’integrazione dei propri elettori.

Chissà se per salvare la destra conservatrice israeliana, sarà necessario l’apporto proprio degli arabi…


Un sentito ringraziamento a David Fiorentini, Vicepresidente dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, con il quale abbiamo avuto il piacere di collaborare in occasione della Giornata della Memoria grazie alle iniziative di EJA, per questa panoramica sul voto in Israele.

Sulle elezioni in Israele

C’era una volta – Un proporzionale demodé – Il Tazebao


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Nessuno indietro

SMN, Sopralluogo di Marco Becattini

La presa di posizione di Marco Becattini, Presidente di Liberamente Abile Sport e Viaggi, sulla stazione SMN.

Un disabile può davvero prendere il treno liberamente? Non è, ancora, così scontato, nemmeno nel capoluogo della Regione Toscana. “Sebbene si siano fatti dei passi avanti significativi negli ultimi anni – afferma Marco Becattini, Presidente di Liberamente Abile Sport e Viaggi – permangono alcune barriere architettoniche, veri e propri percorsi a ostacoli o percorsi obbligati, azioni incomprensibili di inciviltà che ci impediscono di accedere liberamente a quello che è un servizio indispensabile per tutti i cittadini”. Becattini ha effettuato un sopralluogo ieri mattina alla stazione di Santa Maria Novella.

Tra gli aspetti positivi c’è sicuramente il corretto e puntuale funzionamento dell’ascensore che permette dal piano -1 di accedere al piano terra. “Manca però – evidenzia – in prossimità dei binari il tappetino per i non vedenti, utile a maggior ragione adesso con i percorsi che tutelano la sicurezza sanitaria”. A render ancor più complicato l’accesso o l’uscita dalla stazione, inoltre, ci pensano alcuni percorsi non proprio agevoli come quello che conduce alla stazione dei bus, sconnesso e dissestato e quindi “non indicato per chi è su una carrozzina come me ma estremamente pericoloso, per esempio, per un non vedente”.

Proprio per questo Becattini, dopo il sopralluogo alla stazione di Statuto, che ha evidenziato profonde lacune, e quello di oggi a Santa Maria Novella, ha intenzione di proseguire con le altre stazioni cittadine, come Campo di Marte o Rifredi con l’obiettivo di “contribuire al raggiungimento di una completa accessibilità. Spesso – conclude – vorremmo prendere il treno ma è tutt’altro che facile!”

Della stessa rubrica

Da adesso bisogna guardare – Il Tazebao

 


 

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Mundus furiosus

C’era una volta – “Il passato è un’interpretazione. Il futuro è un’illusione”

“Il passato è un’interpretazione. Il futuro è un’illusione” [1]

L’11 maggio 2011, nella metropoli sul Bosforo, su iniziativa del Consiglio d’Europa furono raccolte le firme degli stati aderenti per la “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica”, meglio nota come Convenzione di Istanbul.

I paesi che hanno firmato la Convenzione erano originariamente 46, dei quali solo 12 l’hanno in seguito anche ratificata. La Turchia di è Erdoğan stato il primo Paese a ratificare la Convenzione il 12 marzo 2012. L’Unione Europa solo nel 2017.

A luglio del 2020 la Polonia sotto la guida del partito conservatore Diritto e Giustizia (PiS) sceglie di abbandonare l’accordo in quanto il documento conteneva concetti ideologici non condivisibili dalla società polacca, tra cui quello sul sesso «socio-culturale» in opposizione al sesso «biologico». Il 20 marzo 2021 anche la Turchia di Erdoğan decide di cedere alle richieste dei circoli islamisti e di percorrere la strada spianata dalla Polonia attirandosi le critiche delle maggiori cariche europee e dall’amministrazione statunitense.

Cosa prevede la Convenzione di Istanbul?

La Convenzione ha l’obiettivo di (art.1) [2]:

  1. proteggere le donne da ogni forma di violenza e prevenire, perseguire ed eliminare la violenza contro le donne e la violenza domestica;
  2. contribuire ad eliminare ogni forma di discriminazione contro le donne e promuovere la concreta parità tra i sessi, ivi compreso rafforzando l’autonomia e l’autodeterminazione delle donne;
  3. predisporre un quadro globale, politiche e misure di protezione e di assistenza a favore di tutte le vittime di violenza contro le donne e di violenza domestica;
  4. promuovere la cooperazione internazionale al fine di eliminare la violenza contro le donne e la violenza domestica;
  5. sostenere e assistere le organizzazioni e autorità incaricate dell’applicazione della legge in modo che possano collaborare efficacemente, al fine di adottare un approccio integrato per l’eliminazione della violenza contro le donne e la violenza domestica.

La parte più importante della Convenzione è senza ombra di dubbio quanto espresso nell’articolo 3 [3] dell’accordo. Tale articolo fornisce sei fondamentali definizioni: cosa si intende con “violenza nei confronti delle donne, violenza domestica, genere, violenza contro le donne basata sul genere, vittima ed infine donna“.

Come dimostra il caso polacco, la definizione di “genere” è qualcosa rimasto indigesto per molti. L’articolo 3 al comma c, infatti, esplica quanto segue:

“con il termine genere ci si riferisce a ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini”.

Poiché la politica non è figlia del caos, qual è la “giustificazione” turca?

Mariano Giustino, responsabile della rassegna stampa turca di Radio Radicale, ha dettagliatamente documentato le ragioni di questa decisione della Turchia, ma anche la complessa situazione interna in cui versa il paese, da quella economica a quella politica (la messa al bando del terzo maggior partito del paese, il Partito democratico dei popoli HDP) e tutte le proteste delle donne in seguito a questo passo indietro in materia di diritti umani.

Secondo quanto riportato da Giustino, il presidente turco teme l’agguerrito movimento LGBTQ+, teme che questo prenda spunto da quanto sta accadendo in Europa dove le coppie omosessuali si vedono riconosciuti gli stessi diritti delle coppie etero.

Il ministro dell’Interno Süleyman Soylu ha recentemente chiuso il Club di studi LGBTQ+ del Bosforo [4] poiché degli studenti durante le proteste contro la nomina governativa del rettore della prestigiosa università del Bosforo hanno disegnato la bandiera arcobaleno su un’immagine della Ka’ba, il luogo più sacro dell’Islam. Quattro di questi studenti, membri anche del movimento LGBTQ+ sono stati arrestati con l’accusa di insulti ai valori religiosi (la Turchia, de jure, è una repubblica laica!). Lo stesso Soylu ha definito questi studenti “pervertiti”.

L’alleato preziosissimo di governo di Erdoğan, Devlet Bahçeli, esponente della destra ultranazionalista dei Lupi Grigi nonché leader ombra della Turchia, li ha invece definiti “terroristi e serpenti la cui testa deve essere schiacciata”. Il presidente turco si è limitato ad etichettarli come “vandali” le cui mamme devono tenerli sotto controllo. Le stesse mamme, donne prima di tutto che, la sera del 20 marzo 2021, ha privato di un importante strumento di tutela giuridica. Ha in più suggerito alle donne del suo partito di non prestare ascolto alle lesbiche in quanto “donne incomplete“.

Siamo anni luce dall’Erdoğan riformatore e progressista del 2005, desideroso di portare in Europa il suo paese!

Il direttorato delle Comunicazioni presso la presidenza della Repubblica turca in un suo comunicato, di lunedì 22 marzo, esprime molto bene le motivazioni che sono alla base di questa decisione:

“la Turchia si è ritirata dalla Convenzione di Istanbul perché il trattato internazionale considera l’omosessualità una condizione umana del tutto normale e ciò è incompatibile con i valori sociali e familiari della Turchia” [5].

Intervista alla pluripremiata scrittrice Elif Şafak

Il Programma CNN [6] ha intervistato la scrittrice turca Elif Şafak, scrittrice donna più letta in Turchia, legata ai temi quali il femminismo, il sufismo e la cultura ottomana. Şafak, in collegamento da Londra, dove ormai vive da diversi anni, ha sottolineato due aspetti peculiari della violenza contro le donne nel suo paese di origine: l’aumento dei numeri di femminicidio e la sempre maggiore violenza e crudeltà con cui questi femminicidi vengono perpetrati.

Ha infatti ricordato il caso di Melek Ipek [7], la trentunenne turca che, la notte del l’8 gennaio, ha ucciso il marito violento non solo con lei, ma anche con i figli. Pur avendo visibili segni di torture sul corpo (la notte dell’uccisione era stata picchiata nuda davanti ai figli), il giudice ha respinto l’ipotesi di legittima difesa e l’ha condannata al carcere a vita.

La ministra della famiglia, Zehra Zümrüt, in un suo tweet, ha spiegato il motivo del ritiro dalla Convenzione:

“A tutelare le donne ci sono già le leggi nazionali, a partire dalla nostra Costituzione. Il nostro sistema giudiziario è dinamico ed è abbastanza forte da implementare nuove leggi. La carta contro la violenza di genere non ci serve [8].

Dal momento che la matematica non è un’opinione, i numeri smentiscono la ministra e il suo partito di governo: nel solo mese di febbraio di quest’anno, 33 donne sono state uccise (il 2021 è un anno bisestile). Nel 2020, 284 donne sono state uccise dagli uomini.

Un rapporto di Sezgin Tanrıkulu, avvocato per i diritti umani e parlamentare del maggior partito d’opposizione, il Partito repubblicano del popolo (CHP), pubblicato in occasione della Giornata internazionale della donna dell′8 marzo, rileva che negli ultimi 18 anni, da quando l’AKP è al potere, 6.732 donne sono state uccise da uomini. [9]

La giornalista Christiane Amanpour che intervista la scrittrice ha raccolto un sondaggio (non cita la fonte) secondo il quale ogni giorno tre donne vengono uccise in Turchia. La scrittrice le fa subito notare che i dati ufficiali sui femminicidi forniti dal governo non sono per niente attendibili e che il vero numero di donne uccise, prevalentemente all’interno del nucleo familiare, è molto più alto di quello che viene raccontato ai turchi. Le donne, inoltre, anche quando denunciano i propri aggressori sono lasciate sole dalle autorità e dallo stesso governo.

L’8 marzo, festa internazionale della donna, molte delle donne che protestavano per le strade di Istanbul sono state arrestate.

Nel 2016 (legge poi riproposta e abolita ancora una volta l’anno scorso) il governo tentò di far passare una legge “Sposa il tuo stupratore” che dava a chi si macchiava del reato di stupro nei confronti di minorenni la possibilità di ricevere l’impunità se accettava di convola a nozze con la vittima.

Conclusione

La Turchia post presunto golpe del 2016 ha intrapreso la strada dell’autoritarismo manifesto a piccole dosi, seppur intrappolato in un contesto politico e giuridico democratico dalla qualità molto discutibile, ma rimane democratico.

Il suo orientamento in politica estera è molto ambiguo: è un oscillare continuo tra Unione Europea e mondo asiatico (accordo con la Cina sul vaccino) a seconda delle circostanze e dei rapporti politici di potere in seno all’esecutivo.

Un paese la cui strategica posizione geografica si è rivelata più un fardello che un vantaggio, un paese che vive nel glorioso passato imperiale, un passato oramai remoto del quale non si sente all’altezza. Un paese che lotta con le unghie e i denti e con ogni mezzo a sua disposizione per il riconoscimento internazionale come Potenza a 360° gradi e non solo regionale a spese dei diritti umani delle minoranze (a tal proposito si veda l’articolo sempre di Mariano Giustino “I patti Cina-Turchia che terrorizzano gli uiguri” [10] e l’eterna lotta contro i curdi) e delle sue donne in primis. Per diventare Potenza con la maiuscola, uno stato deve puntare alla politica di assimilazione non integrazione, tutti devono essere uguali. Ecco che si spiega l’epurazione di tutto ciò che è “europeo” dalla società turca.

La tutela dei diritti delle donne è forse una peculiarità Occidentale? Ci sono donne occidentali e donne orientali? L’essere umano in quanto tale ha gli stessi diritti sull’intero globo. Sarebbe anche offensivo semplificare il tutto ripetendo il solito ritornello “è la loro cultura”, e di fatto lo è.

Il premio Nobel per la Letteratura Orhan Pamuk in Neve scrive: “Nella maggior parte dei casi l’europeo non disprezza. Siamo noi a disprezzarci guardando lui”.


  1. “Il passato è un’interpretazione. Il futuro è un’illusione” tratto da “Le quaranta porte” (BUR, 2011) di Elif Şafak.
  2. L’art. 1 della Convenzione di Istanbul contiene un’enunciazione programmatica degli obiettivi e si compone di cinque commi (a,b,c,d,e). Il testo completo è qui disponibile: https://rm.coe.int/CoERMPublicCommonSearchServices/DisplayDCTMContent?documentId=09000016806b0686
  3. L’art. 3 della Convenzione di Istanbul chiarisce cosa sia la “violenza nei confronti delle donne” ovvero una qualsiasi violazione dei diritti umani o una qualsivoglia forma di discriminazione “comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica (…)”. Esso definisce anche la violenza domestica che si compie “all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner (…)”.
  4. Tessa Fox, “Istanbul student protests are a new frontline for the LGBTQ community”, 12/02/2021;
  5. Mariano Giustino, “Erdogan, attacco senza precedenti ai diritti umani”, 23/03/2021;
  6. L’intervista a Elif Şafak andata in onda su CNN il 19/03/2021: https://www.youtube.com/watch?v=LUKoETbF8XA.
  7. Phoebe Loomes, “Tortured’ mum faces life in prison after court urged to reject self-defence plea”, 04/02/2021;
  8. Il passaggio è tratto dal già citato “Erdogan, attacco senza precedenti ai diritti umani” di Mariano Giustino.
  9. Ibidem;
  10. Mariano Giustino, “I patti Cina-Turchia che terrorizzano gli uiguri”, 30/12/2020.
Della stessa autrice

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Interviste

Daniele Lazzeri (Nodo di Gordio): “L’intervento della Russia come mediatore, il supporto dalla Turchia ed il sostegno di Israele sono stati un elemento decisivo per la fine del conflitto”

Intervista esclusiva di Daniele Lazzeri, Chairman di Nodo di Gordio, alla rivista azera Zerkalo.

Daniele Lazzeri, Chairman del think tank Il Nodo di Gordio ha rilasciato un’interessante intervista alla rivista Zerkalo. Questo un’estratto dell’intervista concessa a Zaur Mehdiyev.

Come sa, il 10 novembre è terminata la guerra di 44 giorni nel Nagorno-Karabakh. L’Azerbaigian ha restituito sotto il suo controllo una parte significativa delle terre precedentemente occupate. Il resto verrà gradualmente restituito dalla parte armena del conflitto.

Quanto è stata naturale la vittoria dell’Azerbaigian?

“Non c’è nulla di naturale né di scontato quando inizia un conflitto. Nel caso della guerra dei 44 giorni c’è stata però la giusta rivendicazione da parte dell’Azerbaigian dei territori occupati dall’Armenia in Nagorno Karabakh e nei 7 distretti limitrofi. È stata una guerra cruenta con molti morti anche tra i civili anche se è durata solo 44 giorni. Ma alla fine ha prevalso il diritto di Baku a riprendere possesso dei propri territori, così come sancito da numerose risoluzioni internazionali”.

Secondo Lei, cos’è più importante sul campo di battaglia: la tecnica o il coraggio personale di un soldato?

“Non c’è alcun dubbio che nelle guerre moderne, la capacità tecnologica delle forze militari assume una rilevanza centrale. Così come è di fondamentale importanza essere dotati di apparati di intelligence efficienti, soprattutto quando si tratta di combattere guerre asimmetriche. Tuttavia, ci sono ancora conflitti dove il fattore umano è cruciale. In particolare, se sul campo di battaglia si scontrano dei soldati che hanno a cuore la difesa della propria Patria. È questo che distingue un soldato patriota da un mercenario o da un soldato inviato a combattere una guerra in uno Stato lontano da casa e di cui poco gli interessa. I primi fanno la guerra, i secondi semplicemente stanno lavorando…”

Al momento, i generali in Armenia sono in armi contro il Primo Ministro Pashinyan. L’opposizione lo accusa di tradimento e minaccia di vendetta. La parte armena ha possibilità di vendetta?

“Più che di tradimento, a mio avviso il Premier Pashinyan viene accusato di aver perso la guerra. Di non essere stato in grado di difendere i territori occupati. L’impressione è che l’Armenia si senta abbandonata dai suoi alleati storici come Russia e Iran che hanno preso posizioni molto diverse rispetto al passato. Evidentemente qualcosa è cambiato in questi decenni…”

Secondo Lei, perché, in 30 anni di storia del conflitto, la comunità mondiale non ha potuto influenzare l’Armenia (abbiamo parlato anche del genocidio di Khojali) e costringerla a liberare i territori occupati?

“Perché le organizzazioni internazionali hanno dimostrato di essere state superate dalla storia. È sufficiente pensare a tutti i fallimenti dell’ONU in diverse regioni del mondo. Non si può pensare di risolvere le guerre che affondano le proprie radici nel lontano passato con qualche risoluzione internazionale o con minacce di sanzioni. Per dirimere i conflitti che sconvolgono molte popolazioni in molte aree del pianeta servono sostegni e interventi militari”.

Secondo l’accordo trilaterale, le forze di pace russe stanno assicurando il processo di pace di trasferimento delle regioni sotto il controllo dell’Azerbaigian, che era rimasto sotto il controllo dell’Armenia prima della firma dell’accordo.

In che modo ciò ha influito sugli equilibri di potere nella regione?

“L’intervento della Russia come mediatore nella guerra dei 44 giorni, così come il supporto garantito dalla Turchia ed il sostegno di Israele sono stati un elemento decisivo per la fine del conflitto. È chiaro che ora cambieranno gli equilibri in tutto il quadrante di quell’area, a partire dal Caucaso meridionale”.

Per leggere l’intervista completa: https://nododigordio.org/sala-stampa/lintervento-della-russia-come-mediatore-il-supporto-dalla-turchia-ed-il-sostegno-di-israele-sono-stati-un-elemento-decisivo-per-la-fine-del-conflitto-daniele-lazzeri-in-esclusiva-per-l/


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