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L’VIII Congresso del Partito del Lavoro di Corea

Il resoconto dettagliato sull’VIII Congresso del Partito del Lavoro di Corea a cura di Jean-Claude Martini per il Tazebao.

Dal 5 al 12 gennaio si è svolto a Pyongyang l’VIII Congresso del Partito del Lavoro di Corea, quasi cinque anni dopo l’ultimo, che si svolse sempre nella capitale nordcoreana dal 6 al 9 maggio 2016.

L’Associazione di Amicizia e Solidarietà Italia-RPD di Corea ha pubblicato di recente una “maratona” di notizie e dispacci del Congresso, seguito giorno per giorno da chi scrive.

Questa assise è stata particolarmente importante principalmente per tre motivi: l’elezione di Kim Jong Un (osservato speciale di Elvio Rotondo, Country Analyst de Il Nodo di Gordio) a Segretario generale del Partito (prima era “solo” Presidente), carica simbolicamente riservata finora al defunto padre Kim Jong Il (1942-2011), il bilancio fondamentalmente autocritico che è stato svolto lungo tutta la settimana per quanto riguarda il periodo 2016-2020 e i fondamentali indirizzi di politica estera a breve scadenza.

Le particolarità dell’VIII Congresso

Un record fondamentale è stato segnato già nel numero dei delegati partecipanti (5.000): 250 membri permanenti dell’organismo dirigente del VII Comitato Centrale del Partito e 4.750 delegati delle organizzazioni di Partito a tutti i livelli. Tra di essi, si sono contati 1.959 membri permanenti del Partito e quadri politici, 801 quadri dell’amministrazione e dell’economia statale, 408 militari, 44 membri permanenti delle organizzazioni dei lavoratori, 333 personalità dei settori della scienza, dell’insegnamento, della sanità pubblica, della letteratura e delle arti così come dei media, 1.455 militanti d’élite nei lavori sui campi. Di tutti costoro, 501 erano donne, cioè il 10% dell’insieme dei delegati, più altre 2.000 persone a titolo di osservatori e i presidenti del Partito Socialdemocratico, del Partito Chondoista Chongu (religiosi locali) e il capo della Missione di Pyongyang del Fronte Democratico Antimperialista Nazionale, organizzazione rivoluzionaria sudcoreana che opera in clandestinità. Più presenze, quindi, di quante se ne sono avute all’ultimo congresso del Partito Comunista Cinese nel 2017 e addirittura più di quante ne abbia mai radunate il Partito Comunista dell’Unione Sovietica nei suoi ventotto congressi.

L’intervento di Kim

Nelle Conclusioni enunciate l’ultimo giorno del Congresso, Kim Jong Un ha fatto notare: «Che il presente congresso abbia, a differenza dei precedenti, fatto un’analisi e un bilancio spietati del suo lavoro in un’ottica di critica piuttosto che di apprezzamento riveste un’importanza non meno grande dei successi ottenuti nel periodo in questione» (qui il testo integrale del discorso di chiusura e conclusioni). E in effetti egli, già nel discorso di apertura, aveva notato apertis verbis come «sebbene il termine per il completamento della strategia quinquennale per lo sviluppo dell’economia nazionale sia scaduto lo scorso anno, quasi nessun settore economico ha raggiunto il suo obiettivo iniziale ed è tutt’altro che una cosa buona», pur non trascurando, naturalmente, i lati positivi del lavoro svolto negli ultimi cinque anni.

Dall’VIII Congresso del Partito del Lavoro di Corea, il sistema socialista coreano esce non indebolito, come previsto da molti analisti occidentali (Andrej Lankov su tutti), ma rafforzato: dalla “strategia quinquennale per lo sviluppo economico nazionale”, si torna ai dettagliati e rigorosi piani quinquennali dei tempi di Kim Il Sung (che al giornale L’Avanti elogiò la linea autonomista del PSI di Bettino Craxi).

La politica estera alla luce della vittoria di Biden

Non cambia neppure la politica estera del Partito: nel rapporto tenuto dal neo-Segretario Kim Jong Un, il cui testo non è ancora stato reso pubblico, si ribadisce a chiare lettere che gli Stati Uniti «a prescindere da chi è il presidente, rimangono il nemico numero uno» della Corea del Nord, e che questa proseguirà lo sviluppo delle sue forze armate e nucleari. La parata svoltasi nella tarda serata del 14 gennaio, completa di missili a corto, medio e lungo raggio, terra-aria e sottomarini, lanciarazzi, carri armati e blindati di ultima generazione e cospicue divisioni dell’Esercito, lasciano ben intendere quale messaggio la direzione del Partito e dello Stato nordcoreani voglia mandare al neo-eletto presidente americano Joe Biden (sembra ci fosse una preferenza per Donald Trump), prima ancora che alle autorità sudcoreane (il dialogo con le quali è stato apertamente ritenuto «inutile e superfluo» nel suddetto rapporto di Kim Jong Un al Congresso). È stato riaffermato anche il sostegno che la RPDC continuerà ad accordare alle «forze indipendenti e antimperialiste nel mondo», da cui si può ben immaginare un riferimento a Cuba, Palestina, Iran, Hezbollah, Venezuela, Siria e altri paesi, eserciti e autorità invisi alla comunità internazionale, oltre a un sicuro rafforzamento dei rapporti con gli storici alleati Russia e Cina.

Ampio risalto è stato dato infine, in maniera insolita, al discorso del delegato Ri Il Hwan, membro dell’Ufficio Politico del Comitato Centrale del Partito del Lavoro e direttore del Dipartimento di Agitazione e Propaganda del Partito, oltreché membro del parlamento locale (l’Assemblea Popolare Suprema) a cui è stato rieletto alle ultime elezioni svoltesi nel 2019: in questo discorso egli ha messo al corrente il Congresso della proposta di eleggere Kim Jong Un Segretario generale del Partito, proposta che è stata accolta all’unanimità e che fa quindi di fatto decadere il titolo di “Segretario Generale eterno” conferito a Kim Jong Il nell’aprile 2012, pochi mesi dopo la sua morte, e contemporaneamente la carica di “Presidente del Partito” a cui fu nominato Kim Jong Un al Congresso del 2016. Non rieletta negli organismi dirigenti del Partito, invece, la sorella Kim Yo Jong.

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Da Marrakech a Nashville: da sabato 30/01 Salvatore Magazzini alla Galleria d’Arte Mentana

Intervista al Maestro Salvatore Magazzini che sarà ospite della Galleria d’Arte Mentana a partire da sabato prossimo

Marrakech ma anche Nashville, la luce calda e la luce artificiale. Alla Galleria d’Arte Mentana di Firenze sabato 30 gennaio inizierà la sua mostra personale (fino al 18 febbraio). Il Maestro Salvatore Magazzini è intervenuto a Il Tazebao.

Mediterraneo, ora luogo di incontro ora frontiera tra i popoli. Come mai il mare nostrum è così affascinante? “Quello che mi colpisce non è unione tra popoli ma le loro diversità. Non tanto nelle persone quanto nei luoghi, più luminosi, senza orpelli, luoghi essenziali ma anche gli odori e i profumi sono tanto diversi dai nostri”.

Quali città e usanze l’hanno colpita di più? “Le città che più mi hanno colpito sono Matera per l’Italia e Marrakech e Fes per l’Africa. L’usanza che più mi colpisce del mondo arabo è il loro stretto rapporto con il terreno. Infatti si siedono e sdraiano con naturalezza per terra, abitudine estranea per noi occidentali”.

Perché il colore è tanto importante nella sua Arte? Cosa ha influito? “Il colore è importante in tutta la pittura, forse nella mia ancora di più perché non do un’importanza predominante alla forma”.

Nel suo percorso artistico c’è stato anche un passaggio importante negli Stati Uniti. Cosa ha trasmesso quel Paese? Cosa si prova dentro quelle metropoli? “L’esperienza americana è importante nella mia pittura perché mi sono misurato con realtà coloristiche (vedi luce artificiale, neon) distanti dalla mia coloristica abituale. Con il passare del tempo i luoghi che non dipingerei sono sempre meno. Invece che essere selettivo nella scelta dei luoghi sono sempre più aperto verso realtà e culture diverse”.

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Alessandra Romano: “L’innovazione nasce in ambienti ad alto tasso di diversità. La scuola? Sia la prima a praticare l’inclusività”

Intervista ad Alessandra Romano, Ricercatrice Senior di Didattica generale e Pedagogia sociale all’Università di Siena e autrice del libro “Diversity and Disability Management”.

Il Lavoro, da un punto di vista squisitamente costituzionale, è definito come un diritto di prestazione ovverosia vale la pretesa del singolo affinché la Repubblica intervenga per renderlo effettivo, impiegando a tal proposito le dovute risorse finanziarie. Inoltre, mettere in condizione di lavorare chi è svantaggiato è il cuore della nostra Carta Costituzionale: è “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Siamo partiti da queste riflessioni nell’intervista che Alessandra Romano, Ricercatrice Senior di Didattica generale e Pedagogia sociale all’Università di Siena e autrice del libro “Diversity and Disability Management” (Mondadori, 2021).

La percentuale di italiani con disabilità oscilla tra la stima percentuale ISTAT del 5.2 e quella Censis del 7.9. Ma chi oggi sta lavorando è soltanto una persona su quattro (o addirittura su sei). Al di là delle evidenti implicazioni economiche, senza inclusione lavorativa, può esserci inclusione sociale?

“I dati su riportati costituiscono un quadro forse fin troppo generoso rispetto agli scenari del mondo del lavoro: spesso le aziende preferiscono pagare ammende piuttosto che assumere persone con disabilità congenita o acquisita. Questo poiché alcuni datori di lavoro sono ancora convinti che una persona con disabilità possa essere più o meno capace nello svolgimento di una professione. L’ipotesi di partenza da cui muove il volume “Diversity & Disability Management” è che l’inclusione lavorativa costituisca la leva strategica per l’inclusione sociale. Volevamo indagare come progettare ambienti di lavoro accessibili, dove l’accessibilità non fosse solo una questione di “accomodamenti ragionevoli” ma anche una condizione per l’innovazione dell’azienda. Abbiamo condotto ricerche applicate alle organizzazioni e alle imprese per tre anni. Gli esiti di questi studi ci hanno aiutato a formalizzare i modelli operativi e le pratiche di gestione attraverso cui i gruppi di lavoro, le aziende, le imprese possono essere supportati nello sviluppo di sistemi di valorizzazione del personale che in queste lavorano. Questo non ha a che fare solo con le “categorie considerate protette”, ma riguarda il ripensamento e la trasformazione dei modelli dell’impresa 2030. Le organizzazioni, in un mondo complesso, multietnico, super-globalizzato, in rapido cambiamento, si configureranno sempre di più come imprese ad alto tasso di eterogeneità e diversità”.

L’emergenza Covid 19 ha esasperato questi preoccupanti numeri?

“L’emergenza da Covid 19 ha sicuramente cambiato il modo stesso di intendere l’organizzazione del lavoro, aprendo la strada ad organizzazioni più flessibili, modulari e ubique del lavoro, citando Butera, molto meno assoggettate alla logica del presenzialismo. Questa flessibilizzazione di orari, modalità e procedure di lavoro ha, tuttavia, esasperato alcune fasce di professionisti già a rischio di precarizzazione o di esclusione dai circuiti lavorativi. Non mi sto riferendo solo alle persone con disabilità congenita o acquisita, che nel dibattito pubblico mediatico quasi mai sono citati, ma anche ai lavoratori e alle lavoratrici saltuarie, stagionali, che hanno incontrato un periodo di crisi e di incertezze senza precedenti. Si stima che circa il 30% dei lavoratori con disabilità abbia sospeso l’attività lavorativa durante il primo lockdown, uno su tre è stato collocato in lavoro agile ma spesso senza avere attrezzature e dispositivi necessari per lo smart working (Fonte: FISH-IREF 2020, con una ricerca condotta con 532 persone)”.

Vincenzo Falabella, presidente di Fish, Fondazione Italiana per il superamento dell’handicap, ha sottolineato alcune problematiche a livello giuridico “La legge 68 del 1999 non ha funzionato come avrebbe dovuto, imporre a un imprenditore un’assunzione non è mai visto di buon occhio. Teoricamente le multe sarebbero un deterrente, ma non lo sono. Spesso si preferisce pagarle o sono evase. La soluzione sta nella defiscalizzazione, diminuendo il costo del lavoro della persona con disabilità da parte dell’azienda”. Dal suo punto di vista, il legislatore dovrebbe prendersi carico di attuare una riforma in questo ambito? Oppure siamo davanti a un problema culturale che ripudia i lavoratori con disabilità come un carico improduttivo?

“Gli studi empirici cui faccio riferimento nel volume “Diversity & Disability Management” sottolineano che il primo ambito di intervento per la promozione dell’inclusione lavorativa sia la cultura organizzativa delle aziende e delle imprese. Per costruire ambienti accessibili e inclusivi, siamo chiamati a lavorare su tre livelli: il primo è con gli individui e i professionisti che abitano quei contesti; il secondo è con le culture organizzative, le teorie implicite, le norme tacite, spesso pregiudiziali, stereotipate, precritiche, che anche se non sono dichiarate apertamente, possono esprimersi nei comportamenti e nelle pratiche agite nei contesti professionali; il terzo è con le pratiche di lavoro, le routine e le modalità di gestione delle attività.

La constatazione che esistono già dei riferimenti normativi stingenti in materia di inserimento lavorativo, si veda il D.Lgs. 151/2015, ma che questi siano spesso inevasi, conduce a considerare il valore di approcci dal basso, di tipo bottom-up, che agiscano in modo concreto sulla cultura delle singole realtà aziendali e sulle istituzioni di riferimento sul territorio. Il primo step è validare quali sono le prospettive distorte, i pregiudizi, gli stereotipi e i giudizi di valore che spesso albergano nelle organizzazioni e che impediscono la possibilità di costruire nuovi schemi di azione e di pensiero molto più inclusivi e aperti al cambiamento”.

A questo proposito, molte ricerche hanno confutato tale pregiudizio. McKinsey, riferendosi alle persone con sindrome di Down, ha evidenziato che la loro presenza migliora la condizione aziendale su leadership, soddisfazione clienti, risoluzione dei conflitti, motivazione dei dipendenti, clima interno. Ancora, il rapporto “The Disability Inclusion Advantage”, realizzato da Accenture nel 2018, evidenzia come le aziende che eccellono nella inclusione lavorativa delle persone con disabilità abbiano in media ricavi superiori del 28% rispetto alle altre. Professoressa, l’evidenza empirica dei suoi studi, smentisce questo luogo comune e corrobora queste ricerche?

“Gli studi che ho condotto all’interno di percorsi di consulenze alle organizzazioni di tutto il territorio nazionale negli ultimi tre anni restituiscono un quadro piuttosto affine alle ricerche su menzionate: l’inclusione lavorativa premia, premia prima di tutto in termini di brand dell’azienda. Pensiamo ad Apple, che fa dell’accessibilità dei suoi dispositivi il suo punto di forza per conquistare un pubblico molto più ampio oltre i confini nazionali. Premia in termini di produttività e innovazione, laddove consente di valorizzare il contributo potenziale di ciascun professionista all’interno dell’organizzazione, di massimizzare i processi produttivi e di arginare il rischio di avere professionisti che sono sottoimpiegati rispetto al loro valore di contribuzione. Creatività e innovazione si collocano solo all’interno di gruppi eterogenei, composti da persone con differenti abilità, background, nazione, etnia, genere, etc.., dove ci sia confronto e scambio continuo”.

Con la pandemia lo smart working si è imposto nella nostra quotidianità: sotto l’egida del Governo, il lavoro a domicilio è parsa la soluzione migliore per tutelare la salute dei lavoratori. Ma questa nuova realtà lavorativa, magari in contesti non straordinari, può rivelarsi un’occasione di inclusione lavorativa per persone diversamente abili? O, al contrario, la vera inclusione sta nella autentica aggregazione in uno stesso luogo di lavoro?

“Non ci sono posizioni di massima che dovremmo assumere sullo smart working per le persone con disabilità, polarizzati necessariamente a favore o contro. Sarebbe auspicabile partire da un’analisi accurata delle condizioni materiali e contestuali dell’inserimento professionale. Per questo la metodologia della Consulenza Collaborativa Organizzativa che propongo nel volume costituisce un primo possibile orientamento metodologico per l’analisi delle condizioni ambientali dell’inserimento professionale delle persone con disabilità, e per la costruzione di un percorso di sviluppo di carriera che sia condiviso, scientificamente fondato, funzionale alle esigenze di tutti gli attori in gioco (lavoratori, dirigenti, datori di lavoro). Solo attraverso percorsi strutturati è possibile, difatti, individuare la soluzione in quel momento più sostenibile e percorribile per i lavoratori e per i datori di lavoro”.

In quest’ultima evenienza: sarebbe possibile correggere l’alienazione/emarginazione dello smart working creando spazi di coworking?

“Lo smart working non costituisce di per sé un’esperienza di rinnegamento della socialità professionale, laddove opportunamente organizzato e strutturato. Ciò che può creare alienazione sono condizioni ambientali ostacolanti. Assenza di dispositivi per la connessione digitale, barriere fisiche, cortocircuiti conversazionali, digital divide, sono condizioni non facilitanti che possono connotare con un’accezione negativa l’esperienza dello smart working da parte di alcuni lavoratori. Di convesso, il coworking si presta allo sviluppo di collaborazioni interprofessionali all’interno di un ambiente di confronto e dialogo. In questo caso, le diverse competenze, i saperi esperti di ciascuno possono contribuire alla creazione di prodotti e servizi di successo. In un contesto “a porte aperte” come quello del coworking, i lavoratori con disabilità possono trovare network relazionali che ne sostengono i processi di partecipazione e di crescita professionale. Questo non è scontato, soprattutto in assenza di un sistema integrato di gestione della diversità e della disabilità in azienda”.

Oltre al lavoro, è necessario che le persone con disabilità possano essere parte integrante delle nostre società fin dalla scuola. A Firenze la scuola media Dino Compagni, essendo sprovvista di una rampa, costringe i ragazzi disabili a entrare da dietro, non da davanti con tutti gli altri. Ecco, professoressa, lei cosa pensa del rapporto scuola-lavoro nel contesto dell’inclusività?

“Mi occupo di formazione degli insegnanti e degli insegnanti di sostegno già da diversi anni all’interno dell’Università di Siena. La scuola è la prima istituzione chiamata a praticare l’inclusività, in termini di politiche scolastiche, culture organizzative, e pratiche didattiche. Ho volutamente citato qui le tre dimensioni che in letteratura sono riportate anche dall’Index for Inclusion, un sistema di autovalutazione dei livelli di inclusività scolastica ampiamente in uso all’interno delle realtà scolastiche del nostro territorio. L’obiettivo era sottolineare che l’inclusività si esplica nella costruzione di un ambiente scuola che sia attento alle caratteristiche e alle esigenze di ciascuno e in grado di fornire sostegni alla piena partecipazione di tutti gli studenti e le studentesse. Già da tempo stiamo proponendo cordate con le aziende per la progettazione e realizzazione di percorsi di alto apprendistato che siano in linea di continuità con il percorso scolastico e universitario degli studenti e delle studentesse con disabilità. Quando si parla di scola, si corre il rischio di non tematizzare il “Dopo-scuola” e la realizzazione di una piena partecipazione alla comunità sociale nella vita adulta. Le esperienze di allineamento tra percorsi scolastici e inserimento professionale sono in questo quadro promettenti per costruire un’unica traiettoria di vita che parta dalla scuola e si sostanzi nel successo professionale nell’età adulta. Farci carico di promuovere queste esperienze e di formare professionisti che siano in grado di realizzarle è la sfida che come università ci attende e che scegliamo di affrontare”.

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Mundus furiosus

Il disastro

L’Italia vive una crisi perdurante da cui non sembrano esserci vie d’uscita. Un declino che viene da lontano.

L’editoriale di Leonardo Tirabassi

Non si può sempre affermare con un sorriso che la situazione è grave ma non seria. Sicuramente non siamo a nessun redde rationem. Ma sarebbe bene che il Paese intero si rendesse conto del lungo tempo in cui stiamo vivendo. Tutti i sistemi a partire da quelli biologici vengono colti da crisi. Una crisi si definisce come incapacità da parte di un organismo di gestire le varianti, di seguire il cambiamento, cioè un sistema dinamico non riesce più ad elaborare le informazioni. La cosa più stupefacente è che spesso le crisi sociali avvengono prima piano piano e poi raggiungono improvvisamente l’apice.

Ecco è quello che sta succedendo a noi. L’Italia sta attraversando da anni crisi continue senza riuscire a trovare nessun punto di equilibrio, di stabilità. Non riesce più, insomma, a produrre nessun livello di ordine, con il risultato che le diverse tipologie di crisi si sovrappongono con il rischio di andare verso una crisi di sistema totale, catastrofica nel senso letterale della parola.

L’attuale classe politica rispecchia questa Italia

La volatilità della classe politica è la manifestazione eccellente di questo disastro e i Cinque Stelle l’epifenomeno. Un partito che non ha prodotto nessuna selezione di classe politica, ma un’accozzaglia di raccattati senza nessuna preparazione, storia politica, e con nessun rapporto con il paese, o meglio tenuti assieme dall’invidia e dall’odio, con un programma politico parassitario e giustizialista. Ma votati dal trenta per cento del paese! Che esprimono un presidente del consiglio vuoto, la cui perfetta rappresentazione è il vestito.

Si potrebbe continuare il racconto passando in rassegna l’insulso PD, l’unico e ultimo partito sistema esistente in Italia, coacervo di correnti personalistiche retto da un sorridente senza motivo Zingaretti, che si fa dettare la linea da un sempre perdente D’Alema e da un cinico Renzi, che, nonostante l’intelligenza, è inciampato più volte a causa della stessa furbizia. Per non parlare del Centrodestra, dove la figura più lucida è la maschera di Berlusconi, un genio al confronto di chi voleva marciare su Roma in mutande, con l’aperitivo in mano, da quel già celebre bagno asciuga che non portò nessuna fortuna alla buonanima. Nullità vuote, intercambiabili.

In un film bellissimo di Luc Besson del 1974 “Lancillotto e Ginevra”, alla fine, c’è una scena che rappresenta al meglio la fine di un’epoca, della cavalleria, quando Lancillotto e compagni tornano al castello, dopo la Crociata (cito a memoria, non l’ho più visto da allora). Sono stanchi, piove, la scena è cupa, si sente solo il rumore della ferraglia, delle armature che cigolano, forse arrugginite. Non si vedono volti, coperti dalle celate. Dentro le armature, infatti, non c’è più nessun corpo, ormai vi sono solo simulacri.

Ecco, la metafora anche nella differenza è perfetta! Dentro quelle grisaglie, quei vestiti senza eleganza, dietro quei sorrisi fessi, non c’è più niente, come dentro le armature di Lancillotto e dei suoi compagni di avventura, ma appunto allora rimanevano le armature, le corazze, le armi, a testimonianza di un’epoca di eroi, di onore e coraggio.

Oggi niente di simile. Come si può pensare che il vuoto garrulo e leggero possa gestire al contempo una crisi sanitaria, una crisi economica diventata sociale, risolvere il non funzionamento delle istituzioni, della pubblica amministrazione, della giustizia, dell’emigrazione, in un mondo sempre più caotico, conflittuale e veloce? In un paese in denatalità assoluta, senza fiducia, stanco?

Ma la classe politica non è peggio del paese reale, ne è la sua espressione e noi siamo la nostra storia. Che inizia con un peccato originale enorme, una ferita mai più rimarginata, in grado di mutare e trasformarsi come un camaleonte. Inizia con una guerra civile negata, con la politica nascosta dai giudizi morali sprezzanti, civiltà contro reazione, i lumi contro i cafoni, laicismo contro cattolicesimo, nord contro sud. E poi continua sempre con guerre civili mal combattute e mistificate, passando per il Sessantotto. Per arrivare ai nostri giorni, con la strada aperta alla fine definitiva della politica dalla questione morale, dalla campagna di linciaggio, contro la corruzione – vi ricordate Leone? – iniziata da pseudo intellettuali senza scrupoli e senza cultura. Fino a Tangentopoli.

Il resto lo conosciamo, siamo qua a raccoglierne i frutti e i cocci.

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Coree, in attesa del “coup de théâtre” del leader nordcoreano

Militare in congedo e Country Analyst per il Nodo di Gordio, Elvio Rotondo fa una panoramica dettagliata sulle due Coree alla luce anche della nuova presidenza Biden.

La tensione tra le due Coree è salita molte volte dal 1953, data della firma dell’armistizio tra i due paesi, e ancora oggi la penisola continua a essere un’area d’instabilità persistente per il susseguirsi di periodi d’innalzamento della tensione alternati a periodi di apparente calma.

Attualmente, le relazioni inter-coreane sono in fase di stallo. Sono rimaste bloccate senza nessun tipo di accordo dal vertice di Kim Jong-un con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump del 2019. I legami si sono ulteriormente raffreddati, lo scorso anno, quando la Corea del Nord ha fatto saltare in aria l’ufficio di collegamento congiunto inter-coreano a causa dei volantini anti-Pyongyang e dopo l’uccisione di un funzionario sudcoreano nelle vicinanze del confine marittimo occidentale, nel mese di settembre dello scorso anno.

La Corea del Nord non ha più testato una bomba nucleare o lanciato un missile a lungo raggio dallo scorso 2017, ma gli esperti sostengono che il paese ha continuato a costruire e perfezionare il suo arsenale, anche dopo i tre incontri di Kim Jong-un con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Come riportato in un articolo sul Nodo di Gordio“, l’ammissione di fallimenti economici da parte del leader nordcoreano arriva mentre il paese affronta una sfida su tre fronti: le schiaccianti e paralizzanti sanzioni imposte da USA e ONU, a causa del programma sulle armi nucleari; la lenta ripresa dai danni causati dai disastri naturali dello scorso anno e la battaglia contro la pandemia di coronavirus, che ha costretto il paese a chiudere i confini. Gli economisti sostengono che l’economia della Corea del Nord sia in condizioni peggiori oggi rispetto a quando Kim Jong-un assunse il potere dopo la morte del padre, nel 2011.

Al congresso del partito (il nostro approfondimento dedicato), il leader nordcoreano Kim Jong-un ha definito gli Stati Uniti il “principale nemico” del suo paese, e ha minacciato di continuare a migliorare le capacità nucleari. Ha anche dichiarato che la politica “ostile” di Washington nei confronti di Pyongyang non cambierà a prescindere da chi si trovi alla Casa Bianca, aggiungendo che “la chiave per stabilire nuove relazioni” tra i due paesi sta nel ritiro dell’ostile politica americana nei confronti della Corea del Nord.

Pyongyang avrebbe utilizzato la parata militare del 14 gennaio sera, in occasione dell’ultimo congresso del partito, come un avvertimento calibrato all’amministrazione entrante di Joe Biden allo scopo di mantenere l’attenzione sul programma nucleare ed ottenere concessioni da parte degli Stati Uniti.

Secondo Park Won-gon, professore di politica internazionale alla Handong Global University, Pyongyang ha “squisitamente” approfittato della parata militare per inviare un messaggio contro gli Stati Uniti. “Il regime di Kim Jong-un aveva già mostrato le sue capacità nella parata di ottobre e questo evento era principalmente mirato a potenziare il suo potere a livello nazionale, ma non ha sprecato l’opportunità di mettere in guardia gli Stati Uniti, mostrando un nuovo SLBM”.

Le relazioni diplomatiche con gli USA: da Trump a Biden

La dimostrazione di forza arriva qualche giorno prima dell’insediamento dell’amministrazione Biden alla Casa Bianca, tra speculazioni che sostengono che Biden potrebbe non dedicare molto tempo alla questione nucleare nordcoreana, bloccata dal febbraio 2019 (vertice di Hanoi tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e Kim dove però non si raggiunse un accordo).

Il presidente Donald Trump ha dato a Kim l’attenzione che desiderava, oscillando tra minacce di scatenare “fuoco e furia”, imponendo sanzioni di “massima pressione” e dichiarando, ad un certo punto, che un “legame molto speciale” si era sviluppato durante i summit improduttivi. Nelle elezioni americane dello scorso novembre, Trump, che ha evitato lo scontro diretto con la Corea del Nord, è stato ampiamente visto come il candidato preferito del leader nordcoreano.

Eppure, per tutto il tempo, Kim ha continuato a rafforzare l’arsenale nucleare della sua nazione e migliorare la sua tecnologia missilistica. Biden ha criticato “gli incontri di vertice” di Trump e ha promesso “una campagna sostenuta e coordinata con gli alleati ed altri, inclusa la Cina, per promuovere l’obiettivo comune e cioè una Corea del Nord denuclearizzata”.

Il presidente sudcoreano Moon Jae-in ha evidenziato che l’accordo raggiunto tra Stati Uniti e Corea del Nord a Singapore nel 2018 potrebbe essere un punto di partenza per la diplomazia dell’amministrazione di Joe Biden. La Dichiarazione di Singapore del 2018, il risultato del vertice tra il presidente Donald Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un, ha stabilito i principi per istaurare nuove relazioni USA-Corea del Nord e costruire un solido regime di pace nella penisola coreana. Moon ha sottolineato che l’accordo dovrebbe essere portato avanti, nonostante il cambiamento nell’amministrazione americana, come primo passo per rompere una situazione di stallo prolungata anche dal fallimento dei negoziati del vertice di Hanoi.

Da parte americana s’intravedono le prime mosse dell’amministrazione Biden. Si tratta della scelta di Kurt Campbell, che assumerà una posizione di primo piano e cioè la carica di coordinatore per l’Indo-Pacifico nel Consiglio di sicurezza nazionale (NSC) come vice di Jake Sullivan, scelto da Biden come il suo consigliere per la sicurezza nazionale.

Secondo Campbell la nuova amministrazione dovrà affrontare quasi immediatamente l’approccio con la Corea del Nord. Biden “dovrà prendere una decisione tempestiva su cosa fare”, ma ha anche elogiato i “colpi straordinariamente audaci” delle sollecitazioni diplomatiche di Trump.

Il rapporto con il Giappone

Nel contrasto alle minacce nordcoreane giocano un ruolo fondamentale le relazioni Seoul-Tokyo. Ci sono crescenti preoccupazioni sul possibile deterioramento delle relazioni tra Seoul e Tokyo. Il rapporto tra i due vicini asiatici è stato critico per decenni a causa del passato coloniale del Giappone, ma il conflitto ha raggiunto un nuovo livello di rancore quando la Corte Suprema della Corea del Sud, nel 2018, aveva stabilito che le aziende giapponesi dovevano compensare i sudcoreani, costretti a lavorare per loro durante la seconda guerra mondiale.

I rapporti tra Tokyo e Seoul sono importantissimi in chiave nordcoreana. Ne è l’esempio, l’accordo GSOMIA. Ci sono voluti anni agli Stati Uniti per convincere la Corea del Sud e il Giappone a firmare il GSOMIA, progettato per facilitare la condivisione diretta di informazioni tra gli alleati asiatici degli Stati Uniti. L’accordo, che integrava un accordo a tre del 2014 che consentiva a Seoul e Tokyo di trasmettere informazioni sulle armi nucleari e sui missili della Corea del Nord tramite Washington, è stato visto come un importante simbolo di cooperazione nell’affrontare la crescente minaccia nordcoreana e nel bilanciare la crescente influenza della Cina. L’accordo “GSOMIA” ha reso più facile l’accesso della Corea del Sud alle informazioni raccolte dai satelliti dell’intelligence giapponese, dai radar, dagli aerei di pattuglia e da altri sistemi ad alta tecnologia, fondamentali per analizzare i test missilistici e i dati relativi ai sottomarini nordcoreani.

In attesa di Kim…

Kim Jong-un, che ora è stato nominato Segretario generale (il grado più alto del Partito dei lavoratori al governo), sta lottando per essere ascoltato fuori dal suo paese in un momento in cui la politica interna statunitense è in tumulto.

Gli annunci e l’atteggiamento di Kim hanno senza dubbio lo scopo di indicare alla nuova amministrazione statunitense che la mancata azione rapida porterà la Corea del Nord a migliorare qualitativamente le sue capacità, pericolose per gli interessi di Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone.

Nel caso l’amministrazione Biden non fosse pronta a cogliere i segnali di Kim Jong-un prontamente, sarà il leader nordcoreano a ricordarlo, magari con un “coup de théâtre” o con qualche test missilistico/nucleare, come fece all’inizio del mandato di Donald Trump (lancio di missili nel Mar di Giappone).

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Scarica il nuovo Quaderno de Il Tazebao!

A conclusione dell’approfondimento su Bettino Craxi in occasione del ventunesimo dalla scomparsa il Tazebao ha prodotto un documento in cui sono raccolti i contributi pubblicati.

Per scaricare il documento basta cliccare QUI. Dopo quello su Craxi, inizierà un approfondimento dedicato ai 100 anni del PCI. Il quaderno precedente a quello su Craxi il Tazebao ha riproposto l’intervento di Gianni Bonini a Domus Forum 2020 intitolato “Per un’ecologia civica del Mediterrano”.

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Interviste

Craxi 21 anni dopo, Filippo Panseca: “Bettino? Lui non c’è ma…lo sento ogni giorno”

Le intuizioni sul digitale e sulla sostenibilità ma anche il rapporto professionale e umano con Bettino Craxi, Filippo Panseca si racconta al Tazebao.

Lo abbiamo contattato il 19 gennaio, il giorno dell’anniversario della scomparsa di Bettino Craxi, e lui ci ha detto, dal suo rifugio di Pantelleria, che un arcobaleno arrivava fino all’ultima patria del leader socialista. Filippo Panseca, artista totale e vero anticipatore di tendenze, è intervenuto a Il Tazebao.

Un innovatore sempre, Maestro. Le sue opere biodegradabili dimostrano una coscienza sostenibile ante-litteram? Forse avremmo dovuto seguire certe intuizioni…

“Che direi scientifiche… Nella realtà nulla si crea e nulla si distrugge ma le idee, le idee, i concetti possono vivere in eterno ed essere tramandati per contagio, orale, epistolare ed anche digitale. Sono le idee e le intuizioni che hanno generato la Società in cui viviamo, certo non tutte sono da condividere…”

Con la pandemia il digitale è penetrato ovunque rovesciando il modo di lavorare. Quando si dedicò al computer avrebbe mai immaginato che la realtà avrebbe superato l’immaginazione?

“La realtà è il futuro che giorno dopo giorno modifichiamo a seconda delle nostre esigenze, ma in tutti questi anni, secoli di trasformazioni, l’uomo ha dimenticato la cosa più importante che è quella di far parte della Natura, sia vegetale che animale, di cui si ò appropriato a suo piacimento, distruggendo foreste, animali, territori immensi trasformati, mari, laghi e riserve idriche inquinate da discariche ecosistema marino distrutto e come premio la Natura ci ha donato un bel virus sul quale al momento forse non abbiamo capito che dovremmo rivedere alcune cose sulla nostra vita e sul nostro modo di vivere. Il computer non è altro che uno strumento che può facilitare molte azioni accelerandole rendendole utilizzabili in tempo reale, ma l’importate non è averlo ma saperlo usare in modo da alleggerire il lavoro di tutti e non ad esempio sostituire il robot all’uomo e creare disoccupazione nel mondo”.

Quali prospettive vede? Ai nostri microfoni l’amica Stefania Craxi ha detto che le idee riformiste sono valide anche nel pieno della digitalizzazione…

“Le idee sono idee, anche la digitalizzazione nasce dalle idee e quindi certamente può anche contenere idee di qualsiasi tipo, scientifiche, artistiche e quant’altro, anche riformiste”.

http://iltazebao.com/craxi-21-anni-dopo-parla-stefania-craxi/

Dove si sta concentrando adesso? Quali materiali o settori vorrebbe indagare? Sta ancora sperimentando?

“Nel 1970 negli USA ho avuto modo di incontrare dei giovani ricercatori che avevano inventato un enzima che inserito durante la lavorazione nella plastica, grazie all’azione dei raggi UV del sole se abbandonata all’aperto, si sarebbe distrutta in breve tempo concimando anche il suolo dove era stata deposta. Mi si accese una lampadina e decisi di progettare, tornato in Italia, un contenitore in plastica per le bevande, realizzato in plastica biodegradabile che se abbandonato all’esterno, anziché distruggersi in circa 100 anni si sarebbe distrutto in pochi mesi. Bussai alla porta di molte aziende con il prototipo in mano, trovai la Boario grazie al suo Amministratore Avv. Canonica che decise di adottarlo purtroppo senza successo, perché il politico di turno del Governo di allora, che riuscì a contattare alla nostra presentazione del progetto al Ministero si fece una risata e disse che sicuramente il prodotto era cancerogeno ed in Italia nessun prodotto sarebbe mai stato messo dentro la plastica. A nulla valsero le pubblicazioni scientifiche prodotte e la testimonianza delle bottiglie di birra che già negli USA avevano iniziato a produrre.

Decisi allora di dedicarmi a produrre, unico artista sulla terra, opere biodegradabili che sarebbero sparite in un tempo da me programmato che sarebbe partito dal momento in cui il proprietario avrebbe deciso di aprire l’involucro che conteneva l’opera e che in breve tempo sarebbe sparita per effetto della luce.

Un mio esperimento pubblico risale al 1981 presso il chiostro dell’Accademia di Brea a Milano, dove installa sulla mano del Napoleone di Canova una Vittoria alata, in plastica bianca biodegradabile che nello spazio di 30 giorni sparisce senza lasciare alcuna traccia di inquinamento ma profumando l’ambiente circostante.

Oggi la mia ricerca consiste in opere di pittura o scultura realizzate con l’uso di nanotecnologie che permettono di vivere in simbiosi con la natura bonificando l’ambiente circostante per effetto dei raggi UV solari attraverso una fotocatalisi abbatte sia all’esterno che all’interno, odori, polvere ed altro collaborando con la natura. Al momento non ho altri riscontri di altri Artisti che lo fanno e le mie proposte, ultima una Luna Artificiale Luminosa. Si trattava di una foto catalitica di 15 metri presentata lo scorso 2019 a Venezia nel Chiostro dell’Accademia di Belle Arti di Venezia in occasione della Biennale che bonificava l’ambiente come un bosco di 300 alberi di alto fusto.

filippo-panseca-biennale-venezia-2019

Anche questa è finita nel nulla, i critici d’arte ed i politici non si sono accorti di nulla, ed anche il Sindaco di Milano Sala al quale ho chiesto un incontro per installare un albero Bionico prototipo di tanti altri da inserire nelle città per aiutare gli alberi esistenti a bonificare l’ambiente, non mi ha mai voluto incontrare, la cosa strana che tutti politici in testa si riempiono la bocca parlando di ambiente ma se trovano pronto sul piatto un lavoro prodotto da anni di ricerca da uno come certificato da CNR e Ministeri dell’ambiento, lo ignorano”.

La sua è stata una vera e propria opera di restyling politico, dal garofano in poi. Le sue scenografie intuirono la rilevanza che stava prendendo la leadership nel sistema politico. Da dove ebbe quell’intuizione?

“Dall’attualità. Una volta i Congressi si tenevano in luoghi sconosciuti e noti solo agli addetti ai lavori e qualche foto finiva sui giornali, con l’avvento della televisione e dei computer c’era la possibilità, non solo di portare fuori dalla sala congressuale le immagini ma anche le parole ed in diretta, cosa che sfruttai trasformando grazie alle scenografie in grandi eventi che venivano seguiti dai teleschermi delle case come si può seguire un qualsiasi evento, aprendo una nuova finestra per esportare le proprie idee. Criticatissimo all’inizio il mio lavoro ma copiato in malo modo successivamente dagli altri partiti”.

Le è dispiaciuto non poter commemorare di persona Bettino Craxi?

“Di persona non c’è neppure lui ma mentalmente ci sentiamo ogni giorno. Io da Pantelleria, dalla finestre della mia Caserma Studio e Lui dalla Tunisia dove è sepolto, con appuntamento al tramonto del Sole”.

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Craxi 21 anni dopo, parla Stefania Craxi

Stefania Craxi: “La stragrande maggioranza degli italiani ha restituito a Craxi il giusto merito. In questo 21esimo anniversario penso al popolo tunisino e…”

Stefania Craxi, Senatore della Repubblica e Vicepresidente della Commissione Affari esteri ed immigrazione, ha concesso un’intervista al Tazebao.

Riavvolgiamo il nastro. Gennaio 2020: esce il film su Craxi, tutto pronto per il ventennale. Dopo e prima del lockdown usciranno libri, interviste, approfondimenti… Possiamo dire che finalmente l’Italia ha saputo fare i conti con Craxi?

“Diciamo che il Coronavirus ha stroncato in parte il dibattito sulla figura di Craxi avviato non solo dal film di Amelio, un’opera intimista che non ha raccontato e non aveva in alcun modo la pretesa di raccontare la realtà storica e politica, ma dalle tante pubblicazioni – saggi, biografie, ecc. – che hanno riscontrato grande interesse e grande successo. Non mi illudo che con il ventennale l’Italia tutta abbia fatto i conti con la figura del leader socialista, su cosa abbia significato la sua parabola per i destini di questo Paese – anche perché troppi sono ancora coloro che trovano la loro legittimazione in quella stagione infausta – ma la stragrande maggioranza degli italiani ha restituito a Craxi meriti ed onori che gli competono. Molti hanno capito, anche grazie al tempo e alla battaglia di verità che ho condotto in questi vent’anni, spesso in solitaria, il perché di quella fine. Tragica ma al contempo emblematica della sua battaglia. È stato un irregolare che ha difeso la politica e il suo primato, l’Italia e gli italiani, una Nazione che voleva forte e protagonista dello scenario internazionale. Il nostro ruolo e il nostro peso oggi, beh…. sono sotto gli occhi di tutti”.

Con Craxi la “storia” italiana avrebbe preso un altro corso?

“La storia non si fa con i sé e con i ma. Ma questi anni e il confronto con la realtà ci dicono di si, la sorte italiana sarebbe stata tutt’altra. Basta leggere i suoi scritti da Hammamet per comprendere come la sua visione, nonostante la distanza, l’amarezza dell’esilio e le condizioni di salute, fosse lucida e proiettata al futuro. Ha letto per tempo le storture che avrebbe prodotto certa cultura globalista e un certo “progressismo” di maniera, le zoppie e le asimmetrie della costruzione europea, la progressiva irrilevanza dell’Italia non solo sullo scenario internazionale ma nel suo cortile di casa, il Mediterraneo e così via… Aveva la capacità di leggere il suo tempo con gli occhi del futuro, c’erano convinzione profonde e capacità di progettare il futuro. Oggi viviamo alla giornata, non vi è un credo, una idea, una sola idea che questi governanti di oggi e di ieri intendono difendere. Tutto è trattabile. Guardiamo a quanto accade in queste ore: si nobilita il peggior trasformismo per sopravvivere e si ammanta il tutto con una retorica tesa a non riconoscere la legittimità di governo dell’opposizione. Si vuole creare immotivatamente una sorta di riveduta “conventio ad excludendum” proprio quando, innanzi alla profonda crisi che attraversano le democrazie occidentali, su cui pesa enormemente il tema delle disuguaglianze, dovremmo porci il tema di ampliare la base democratica e non restringerla. Così facendo color signori saranno travolti ma andremo incontro ad una pericolosa deriva… a furia di gridare all’uomo nero per ragioni di comodo e di bottega, individuato sempre guarda caso nell’avversario di turno, prima o poi rischia di arrivare davvero. La democrazia è una conquista quotidiana non un dato acquisito…”

Quest’anno sarà sicuramente un anniversario differente. Quanto manca potere andare ad Hammamet insieme ai tanti che hanno condiviso i suoi valori?

“Dopo la parentesi delle Primavere arabe, quest’anno tanti italiani e tante italiane – non solo persone che hanno conosciuto quella stagione o ne hanno fatto parte – non potranno recarsi ad Hammamet. È ormai una sorta di rito laico che non ha nulla di amarcord come malignamente certa stampa l’ha sempre raccontato. Vi è piuttosto la volontà di tenere vivo un ricordo, di tramandarlo alle nuove generazioni, ricordare che esiste una ferita aperta che pesa sulla coscienza civile e democratica del Paese e non solo. Hammamet è un’occasione non solo per ricordare, capire, ma anche per interrogarsi, per mantenere saldo un legame con un popolo, quello tunisino, a testimonianza di un rapporto indispensabile del nostro Paese con quell’area mediterranea e mediorientale in cui possiamo e dobbiamo giocare un ruolo in funzione della pace, della stabilità e la crescita condivisa di questo grande bacino che, se non governato, se dimenticato, da fonte di opportunità diventa causa di problematiche come sta accadendo. Ecco, un pensiero in questo anniversario 2021 lo dedico proprio alla Tunisia, i cui effetti della crisi economica e sanitaria stanno mettendo a dura prova il Paese e la tenuta della giovane democrazia maghrebina, l’unica nata dalle Primavere arabe”.

“Parigi-Hammamet” è l’ultimo inedito di Craxi pubblicato dalla Fondazione a lui titolata. Un libro… originale.

“È originale la forma con cui Craxi decide, negli ultimi mesi del suo esilio, di raccontare dinamiche, interessi e attori che si celano dietro quel grande scontro che si è consumato, non solo in Italia, tra la politica e la finanza. Irritualmente sceglie la forma del romanzo, un giallo che gli consente di raccontare puntualmente, affidandoli alla finzione della narrativa, gli avvenimenti che hanno segnato anche la fine del suo percorso politico. Accadimenti così incredibili da essere così reali… Poi, se posso spoilerare, dico che nel volume il lettore troverà una autodescrizione sbalorditiva di cui, a distanza di anni, sono rimasta io stessa sorpresa… Ecco, come sempre in Craxi, l’uomo e il politico non sono scindibili”.

C’è ancora uno spazio per le idee riformiste socialiste? Anche oggi dopo la rivoluzione digitale oramai in atto?

“L’ho detto da tempo. Hanno distrutto il nostro bagaglio materiale ma non hanno potuto distruggere le nostre idee e le nostre ragioni. Quelle idee, le intuizioni e la cultura del socialismo liberale e riformista di Craxi, tra l’altro un mix sapiente tra visione nazionale e internazionale, è più che mai vivo ed attuale. Tra l’altro, proprio la rivoluzione digitale in atto pone alcune questioni essenziali in termini di libertà e democrazia, temi fondanti per la nostra cultura. Spiace però constatare che molti sedicenti socialisti, che dopo anni di abiura finalmente ritrovano il coraggio – o forse e meglio dire l’opportunismo – di dirsi “craxiani” anziché difendere quelle idee di civiltà e di progresso pensino magari di sventolare vecchi simboli abiurando a quelle idee per qualche misero posto al sole. Il socialismo è stato tante cose nella storia, spero che ci risparmino il “socialismo costruttore” o “responsabile”, una variante ancora più subalterna (e micragnosa) di quello che abbiamo conosciuto in anni non fulgenti della lunga e travagliata storia del movimento socialista e che nulla a che fare con l’eredità “craxiana”, l’unica al passo con i tempi”.

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Craxi 21 anni dopo: C’è ancora bisogno del riformismo?

Nel giorno del ventunesimo anniversario dalla scomparsa di Bettino Craxi, uno spunto di riflessione sulle prospettive del riformismo nell’era digitale.

La risposta è sì: c’è ancora bisogno del riformismo. Anche nell’era della cibernetica, del digitale, della biosicurezza sanitaria. Ma da questa risposta nasce almeno un’altra domanda. Quale riformismo? O soprattutto, chi ha bisogno del riformismo oggi?

Nell’ultima settimana Il Tazebao ha dedicato uno spazio rilevante a uno dei politici che di più hanno inciso nella politica del Novecento e troppo a lungo misconosciuto. Opera meritoria in un Paese che fa della sua storia una lunga trafila di rimossi, non detti e omissis.

Fino ad oggi però non ci si è chiesti se c’è ancora uno spazio politico per i valori che fecero germogliare Craxi e la sua classe dirigente nella complessità del tempo presente. L’eredita di Craxi può limitarsi alla sola memoria? A onor del vero, nei contributi precedenti non sono mancati sguardi critici sulle “magnifiche sorti e progressive” della stagione di Mani Pulite o sul tempo presente, ma il solo commemorare Craxi, comunque propedeutico ad ogni altra riflessione successiva, rischierebbe di rimanere un esercizio per nostalgici.

“Ma cosa avete contro la nostalgia? È l’unico svago che resta a chi è diffidente verso il futuro”.

Verrebbe da dire così citando un gigantesco Carlo Verdone proiettato nel disilluso Romano in quel capolavoro de “La Grande Bellezza” (2013). Ma, uscendo dalla poesia e dalla finzione, l’incombenza dei cambiamenti, il mundus furiosus impongono anche altro, almeno per chi ancora crede nella capacità della politica di incidere e modificare la realtà. Fatto quest’ultimo tutt’altro che scontato dopo vent’anni di perifericità e spoliazione dei corpi intermedi o di strumenti essenziali per la democrazia come i partiti politici, soprattutto per la fragile democrazia italiana che ne nacque.

Craxi, perseguendo una via altra rispetto al PCI seppur stabilmente a Sinistra, anticipò le evoluzioni profonde in seno alla società italiana e seppe accompagnarle nella concretezza dell’azione di governo. Dal rivolgersi ad un ceto auto-imprenditoriale che già allora prendeva spazio nella società (historia non facit saltus) e lo reclamava nella politica, all’intuire il ruolo preponderante del leader nel sistema politico – preminenza esemplificata dalle creazioni geniali di Filippo Panseca – per arrivare all’intuizioni sulla televisione privata, che aprì la strada alla discesa in campo Berlusconi ma soprattutto alla definitiva americanizzazione della società italiana (fatto irrinunciabile).

È stato un modernizzatore. Lo sottolinea giustamente il Senior Fellow del Nodo di Gordio Andrea Marcigliano quando scrive che Craxi fu capace di “conciliare con la complessa macchina della modernità che tutto tende a tritare e omologare, la tradizione sociale e culturale italiana”. È questo il punto sostanziale.

Cos’è il riformismo?

Il riformismo si può interpretare come un modo di porsi rispetto alla realtà. È l’atteggiamento di chi non vuole ribaltare un sistema che comunque genera benefici (un capitalismo allora pienamente compiuto), o almeno è non peggiore degli altri, ma vuole che i benefici di esso siano accessibili a un numero sempre maggiore di cittadini. Avendo chiaro che sì è un sistema positivo ma non scevro di errori, si ripromette di ammorbidire gli alti costi sociali di uno sviluppo che rischia di falcidiare molti o molti lasciare fuori. Ma quello riformista è anche un atteggiamento di rispetto e attenzione verso particolarità.

Oggi come allora: similitudini e differenze

Al pari della rivoluzione industriale che produsse quelle fratture da cui poi sbocceranno i partiti, in opposizione o meno ad essa – i partiti comunisti e quindi quelli socialisti – così è anche oggi. A partire dalle nuove fratture devono essere riviste le offerte politiche, aggiornati i pensieri, riconsiderate le azioni. I progenitori del riformismo socialista ebbero a che fare con problemi analoghi. Lo sviluppo industriale aveva sovvertito una società cristallizzata per secoli. Cambiavano i luoghi e acceleravano i tempi, sparivano abitudini, differenze, professioni; mentre qualcuno se la prendeva con le macchine, emergevano coloro che sapevano gestirle. E ugualmente nascevano nuove piaghe: analfabetismo, povertà, alcolismo.

Il digitale segna una delle più profonde modificazioni in seno all’umanità. Fino ad oggi l’uomo ha efficientato il lavoro, il vapore ha azionato le macchine, le distanze si sono accorciate ma le produzioni sono sempre rimaste materiali e le immagini riprendevano qualcosa di già reale. Oggi non è più così. L’umanità è dentro una nuova realtà, quella virtuale che ha superato perfino la fantascienza, come ha spiegato anche Gianni Bonini. Difficile tornare indietro. Le poderose forze della Storia liberano nuovi timori e angosce ma questa è la realtà, buona, non buona, meno buona, pessima, il riformista non deve domandarselo. Deve far sì che migliori. Che l’umanità viva meglio sfruttandone anche gli aspetti positivi.

E questo è un altro punto saliente. La contemporaneità non produce solo effetti negativi. Non tutti sono emarginati. Il digitale apre opportunità preziose. Per le aziende e per i professionisti. Perché di fronte alla cancellazione di posti di lavoro, che si deve comunque tamponare, c’è un’intera fetta di popolo che lavora e molto e bene, mettendo a frutto anche la cultura appresa nei vari percorsi scolastici e formativi grazie al digitale. Che siano anche loro una possibile nuova base politica? È una transizione iniziata adesso, troppo presto per fare un bilancio. Certo è che non sempre si può vedere solo il nero.

La necessità di intervenire

Sicuramente però è una realtà che dev’essere normata e in un certo senso normalizzata. Lo smart working è stato una scelta obbligata, seppur venduta come opportunità prima di tutto per il lavoratore, ma questa modalità di lavoro dev’essere normata. E la normativa italiana è indietro: dall’assenza di un diritto alla disconnessione in poi. Un problema che ricade interamente sui lavoratori.

Questo ventunesimo anniversario, che rischierebbe di finire in sordina rispetto ai bollettini sanitari quotidiani (il ventesimo, un mese prima che iniziasse il mondo nuovo, fu magnifico), sia da stimolo per tutti coloro che vogliono ancora provare a migliorare il mondo. Perché il riformismo è la casa di chi non si ostina ad accettare né vuole distruggere, per i concreti. E i processi attivati negli ultimi 30 anni, di cui la digitalizzazione è uno degli esiti necessitano di concretezza.

Certo, già nella tanto vituperata Prima Repubblica, c’era chi aveva intuito che il digitale sarebbe stato un punto di approdo. Un esempio? I giacimenti culturali del compianto De Michelis. E se ci fossero stati loro forse il Paese non si sarebbe ritrovato così, forse avrebbe potuto avere una voce in capitolo in questo irrinunciabile processo della Storia anziché inseguire le decisioni altrui.

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Craxi 21 anni dopo, Ricordi tu le vedove piagge del mar toscano…

Craxi, la Maremma e il popolo socialista: il ricordo lirico e umano al tempo stesso di Gianni Bonini e Lino Signori.

Andrea Pastorelli mi ha inviato questa bellissima fotografia: Craxi che parla ad una Piazza Dante a Grosseto piena di popolo. Sotto la camicia avranno avuto una di quelle stupende canottiere, irrisa dal giornalismo radical chic, che traspariva sotto la camicia mezza di sudore di Bettino in una torrida giornata congressuale alla Fiera del Levante a Bari nel 1991. Lo ricordo bene. Le portavano anche mio nonno e suo fratello d’estate, a Settignano, quando con l’Unità sulle gambe accavallate pranzavano in un silenzio duro, loro che mi hanno trasmesso il dna della non subalternità di classe ed il physique du rôle che ha funzionato da lasciapassare nella mia entrata nella politica pre-elitaria del Manifesto.

Sarà la seconda metà degli anni 80, azzardo con Lino Signori, amico e compagno della mia avventura manageriale maremmana, la campagna elettorale dell’87, o forse quella del 1992, oltre no chiaramente né prima. Accanto a Craxi nella foto c’è Silvano Signori da Tirli, Senatore e Sottosegretario alla Difesa nel Governo Craxi, cugino dello stesso Lino. Tirli sulla cresta di un monte a cavallo tra la Diaccia Botrona e la piana di Punta Ala, oggi resort di villeggiatura per turisti in cerca di tranquillità, vicino a cui si trova ancora un ridimensionato Poggio Ballone, centro radar del medio-alto Tirreno, quello di Ustica per intenderci, era servita fino agli anni 60 da una strada sterrata impervia.

“Partiva dai Ponti di Badia, all’altezza della villa romana del vecchio lago salmastro citata da Cicerone nel “Pro Milone”, sui cui resti ci sono le rovine di una badia. Mio cugino – racconta Lino – che era anche cugino di Silvano, negli anni Cinquanta riadattò un’ambulanza a corriera per consentire agli operai ed agli studenti del paesino del “Taglio del bosco” di Cassola di raggiungere Grosseto. Si partiva alle 6 la mattina e si tornava alle 7 di sera ed io lo aiutavo facendo i biglietti, il che mi consentiva di viaggiare gratis e di usufruire all’uscita da scuola, le Commerciali, di un posto in cui poter studiare in attesa del ritorno”.

Lino, che da grande sarà un eccellente dirigente politico-amministrativo socialista ed un grande Presidente dell’ASL di Grosseto, aveva dovuto fare la V Elementare a Follonica, dall’altra parte del monte e la mamma, è sempre lui che racconta, doveva andare a prenderlo col ciuco giù sulla strada provinciale che collega Castiglione a Follonica, ma che era una vera e propria mulattiera da Pian d’Alma a Tirli come ci si può immaginare oggi percorrendola asfaltata. Due fratelli prima di lui, erano morti di polmonite da piccoli. “Silvano aveva condiviso la stessa vita, anche più dura se possibile, era del 1929, era cresciuto nelle fila socialiste con l’orgoglio e la tenacia di chi conosce la durezza del vivere”.

Silvano Signori, nativo di Tirli e Sottosegretario nei governi Craxi I e II, era “cresciuto nelle fila socialiste con l’orgoglio e la tenacia di chi conosce la durezza del vivere”.

“Ed ora quando guardo questa foto (quella in copertina, ndr) mi vengono in mente le critiche dei benpensanti che credevano di contestare sull’onda di Mani Pulite la promozione sociale del sistema dei partiti, la formazione politica e civile che questo garantiva a tutti se dotati di buona volontà e che invece hanno prodotto una società in cui le opportunità ed il merito si sono rarefatti. Non sarà stato perfetto, aveva delle contraddizioni ci mancherebbe, ci sarà stato forse qualche nano e ballerina, e sottolineiamo forse, ma a Piazza Dante immortalato in quella foto, c’è un popolo, il popolo socialista che il suo leader ha riscattato dallo storico complesso d’inferiorità nei confronti dei comunisti e che sente condividere la sua fatica e la sua voglia di libertà. La Storia, si sa, non ha premiato questo sentimento, è successo spesso, ma per chi come noi lo ha vissuto e lo ha visto vivere nelle sezioni e nei dopolavoro come nei casali e negli orti maremmani quasi scomparsi, continuare a coltivarlo, pur con tutti gli aggiustamenti per sopravvivere, è una condizione imprescindibile di vita”.

Così conclude Lino, con i suoi occhi celesti dei cieli aperti maremmani, solo in Irlanda ne ho visti di eguali, e mi riporta alla mente una vecchia poesia di Giosuè Carducci, dimentica ai più, eppure così intrisa di antica radicale fierezza.

“Ricordi tu le vedove piagge del mar toscano,
Ove china su ‘l nubilo inseminato piano
La torre feudal
Con lunga ombra di tedio da i colli arsicci e foschi
Veglia de le rasenie cittadi in mezzo à boschi
Il sonno sepolcral,
Mentre tormenta languido sirocco gli assetati
Caprifichi che ondeggiano su i gran massi quadrati
Verdi tra il cielo e il mar,
Su i gran massi cui vigile il mercator tirreno
Saliva, le fenicie rosse vele nel seno
Azzurro ad aspettar?
Ricordi Populonia, e Roselle, e la fiera
Torre di Donoratico a la cui porta nera
Conte Ugolin bussò
Con lo scudo e con l’aquile a la Meloria infrante,
Il grand’elmo togliendosi da la fronte che Dante
Ne l’inferno ammirò?
Or (dolce a la memoria) una quercia su ‘l ponte
Levatoio verdeggia e bisbiglia, e del conte
Novella il cacciator
Quando al purpureo vespero su la bertesca infida
I falchetti famelici empiono il ciel di strida
E il can guarda al clamor.
Là tu crescesti, o sauro destrier de gl’inni, meco;
E la pietra pelasgica ed il tirreno speco
Furo il mio solo altar
E con me nel silenzio meridian fulgente
I lucumoni e gli àuguri de la mia prima gente
Veniano a conversar.
E tu pascevi, o alivolo corridore, la biada
Che nè solchi de i secoli aperti con la spada
Del console roman
Dante, etrusco pontefice redivivo, gettava;
Onde al cielo il tuo florido terzo maggio esultava,
Comune italian,
Tra le germane faide e i salmi nazareni
Esultava nel libero lavoro e ne i sereni
Canti dè mietitor.
Chi di quell’orzo il pascesi, o nobile corsiero,
Ha forti nervi e muscoli, ha gentile ed intero
Nel sano petto il cor.
Dammi or dunque, apollinea fiera, l’alato dorso:
Ecco, tutte le redini io ti libero al corso:
Corriam, fiera gentil.
Corriam de gli avversarii sovra le teste e i petti,
Dè mostri il sangue imporpori i tuoi ferrei garetti;
E a noi rida l’april,
L’april dè colli italici vaghi di mèssi e fiori,
L’april santo de l’anima piena di nuovi amori,
L’aprile del pensier.
Voliam, sin che la folgore di Giove tra la rotta
Nube ci arda e purifichi, o che il torrente inghiotta
Cavallo e cavalier,
O ch’io discenda placido dal tuo stellante arcione,
Con l’occhio ancora gravido di luce e visione,
Su ‘l toscano mio suol,
Ed al fraterno tumolo posi da la fatica,
Gustando tu il trifoglio da una bell’urna antica
Verso il morente sol”.

Giosuè Carducci (Avanti! Avanti!, III).

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