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Gozzoviglio ergo…socializzo

Le relazioni alimentari rivestono un’importanza centrale nelle società umane ma con l’emergenza pandemica hanno subito una drastica interruzione.

“A Natale che comunque sia è la festa più bella che ci sia”, esclamò inaugurando il banchetto Leone, uomo ricco ma solo che, pur di non trascorrere il cenone in solitudine, decide di ingaggiare una compagnia di attori perché questa interpretasse la sua famiglia. Ma, ai tempi del Covid, anche l’espediente di Paolo Genovese in “Una famiglia perfetta” (2012) potrebbe esser inesorabilmente additato di epidemia colposa, lasciando dunque all’eremo i tanti che non si sono potuti ricongiungere con i propri cari nel rito della tavolata. Ed ecco che dinanzi gli aneddoti malinconici che hanno accompagnato queste feste come il “Pronto Carabinieri, non mi manca niente, solo una persona con cui brindare” torna alla mente l’oltraggioso “Natale viene meglio in pochi” del premier Conte. Forse, rispolverare la funzione sociale delle pratiche alimentari, a maggior ragione quelle festive, svela l’ossimoro dietro queste superficiali parole.

Un’attività che va oltre la sola nutrizione

“Se è una minaccia la fame, lo è anche mangiare da soli: il pane come cibo che nutre si può perdere anche quando si spegne la sua valorizzazione di cibo da mangiarsi in comune”, scriveva l’antropologo Ernesto De Martino. Basti solo pensare all’etimologia della parola compagno che deriva dal latino medievale companio, composto a sua volta da “cum” e “panis”, propriamente “chi mangia il pane con un altro”. Le parole definiscono il mondo diceva Gaber ed è appunto il lessico a svelare che la prima forma di socializzazione tra uomo e uomo avvenne quando ci si sedette assieme a consumare un pasto. Ecco allora che dietro il quotidiano spilluzzicare ci cela un prisma di significati sociali e culturali ancora tutto da indagare.

Sdegnare le relazioni alimentari ha implicitamente, ma altresì colpevolmente, significato dimenticare che il commensalismo è la peculiarità per eccellenza che distingue l’uomo dall’animale che, pur se si nutre in branco, lo fa per ben altre ragioni essendo il contatto diretto tra gli occhi, l’apertura della bocca, l’esposizione dei denti gesti ostili. Smarcando il gozzovigliare vis a vis da una mera logica di necessità fisiologica, comprendiamo che l’alimentazione – intesa dalla produzione alla distribuzione, dalla preparazione, al consumo – è, in quanto atto di condivisione, atto strutturante l’organizzazione di un dato aggregato umano. Addirittura, come osservava l’etnologo Lévi Strauss, le pratiche alimentari svolsero una primordiale funzione comunicativa e, col tempo, divennero veicolo attraverso cui si svilupparono autentiche forme linguistiche giustificate dalla necessità di ridurre le tensioni per la spartizione dei viveri.

Fa eco a questa interpretazione lo storico Massimo Montanari il quale, legittimando gli aggregati umani secondo una logica di sopravvivenza volta al procacciamento di risorse, afferma che il momento conviviale assunse progressivamente un significato collettivo e simbolico divenendo indice di appartenenza ed estraneità, adesione ed esclusione, tra i membri di una comunità e tra diverse comunità. Dal banchettare ensemble estrapoliamo allora una duplice funzione: sia quella di connettore all’interno di un dato consorzio sociale sia quella di vettore mediante il quale tramandare memorie, tradizioni, e stili di vita. Già Aristotele osservava che differenze alimentari connotano diversi tipi di società e, se ancora oggi è in voga l’espressione siamo quello che mangiamo, è perchè il cibo, e soprattutto quello che c’è dietro, rappresenta  una autentica frontiera gastronomica culturale.

Il pranzo di Natale al tempo del Coronavirus

Un patrimonio che, come lacrime nella pioggia, è esalato in questi mesi e che vede nel Natale senza Natale il più tetro e freddo acme. Invero, anche l’apparentemente innocua sospensione dei banchetti in queste festività, ha significato amputare un’appendice dell’animale sociale qual è l’uomo preso atto che oggigiorno, una tavolata apparecchiata, rappresenta un baluardo contro il disgregarsi del legame sociale. Nonostante con estremo materialismo si tenda a minimizzare, il pegno delle misure di contenimento non è soltanto economico: l’acconto da saldare insiste su un’ulteriore atomizzazione di una società già individualista.

Dello stesso autore

Francesco Giubilei: “La Destra superi la subalternità al pensiero di sinistra” – Il Tazebao

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2020, Gli scatti dell’agenzia Fotocronache Germogli

Gli scatti iconici dell’agenzia fiorentina Fotocronache Germogli sulla pandemia e i suoi effetti sulla città e i rapporti tra le persone.

Tempo sospeso, vuoti che si allargano, l’altro come possibile positivo da cui difendersi, l’incomunicabilità. Volti che diventano meno espressivi riducendosi a uno spiraglio per gli occhi. Firenze che da capitale del turismo – non senza contraddizioni e voci critiche – si ritrova spoglia e muta. Solo un bel panorama senza più vita umana che la popolava.

Nulla come la fotografia cattura e conserva i cambiamenti repentini della realtà. Per ripercorrere un anno tumultuoso come il 2020 la fotografia è il mezzo più immediato ed efficace. Per ricostruire questo annus mirabilis il Tazebao è lieto di ospitare gli scatti emblematici realizzati dai professionisti dell’agenzia fotografica Fotocronache Germogli.

Le foto dell’agenzia Fotocronache Germogli, fondata a Firenze nel 1997 da Roberto e Riccardo Germogli e attiva sulla città e su tutta la provincia fiorentina, restituiscono un’immagine fedele della nuova quotidianità fatta di mascherine, disinfettante, misurazioni della temperatura, sanificazioni frequenti, distanze, controlli sempre più serrati ma anche un’umanità fatta da piccoli gesti di amore, un’umanità che si riconosce in nuovi eroi silenziosi.

Lo spazio pubblico

“Life was so beautiful
Then we all got locked down
Feel like a ghost
Living in a ghost town, yeah”

Rolling Stones, Living In A Ghost Town

È un vuoto disturbante quello che riverberano le piazze, le strade della città. Trasmettono un profondo senso di straniamento rispetto alla quotidianità frenetica. Gli scatti realizzati dall’agenzia Germogli immortalano Firenze durante il lockdown (una delle parole introdotte dalla biosicurezza sanitaria) e successivamente durante la zona rossa. Le architetture rinascimentali del centro della fu città vetrina diventano una sorta di fondale metafisico popolato da pochissime figure animate.

GERMOGLI PH 13 MARZO 2020 FIRENZE CENTRO STORICO DESERTO VIRUS CORONAVIRUS COVID 19 MASCHERINE NELLA FOTO TURISTI PIAZZA DELLA SIGNORIA UFFIZI

GERMOGLI PH: 15 NOVEMBRE 2020 FIRENZE ZONA ROSSA CENTRO STORICO PRIMO GIORNO DI CHIUSURA LOCKDOWN EMERGENZA CORONAVIRUS COVID 19 NELLA FOTO PONTE VECCHIO

GERMOGLI PH: 15 NOVEMBRE 2020 FIRENZE ZONA ROSSA CENTRO STORICO PRIMO GIORNO DI CHIUSURA LOCKDOWN EMERGENZA CORONAVIRUS COVID 19

Le relazioni sociali

I cambiamenti avvengono anche a livello più molecolare, nelle relazioni sociali di ogni giorni. Il metro di distanza è stato oramai completamente interiorizzato da tutti, le mascherine indispensabili per accedere a qualsiasi luogo, il gel un compagno di viaggio nelle poche uscite consentite.

E per entrare in ogni luogo non si può sottrarsi alla misurazione della temperatura.

Anche il rito del caffè cambia radicalmente: consumazione veloce, igienizzandosi prima e rispettando nella fila il metro di distanza, senza sedersi oppure prendendo un caffè da asporto ma consumandolo obbligatoriamente lontano dal bar stesso (aperto fino alle ore 18:00 massimo, di solito) e senza fare assembramenti.
GERMOGLI PH: 19 MAGGIO 2020 FIRENZE CENTRO EMERGENZA CORONAVIRUS NEGOZI E ATTIVITA' RIPARTONO DOPO LA CHIUSURA PER LE MISURE ANTI COVID 19 SHOPPING MASCHERINE TERMOSCANNER TERMOMETRO SANIFICAZIONE PROTEZIONI NELLA FOTO

Allo stesso modo la scuola, quando non in didattica a distanza (con le consuete difficoltà), si svolge con tutte le precauzioni consuete: sanificazioni, mascherine, distanza di sicurezza, percorsi obbligati di ingresso e uscita. Molta meno socializzazione.

GERMOGLI PH: 9 SETTEMBRE 2020 BAGNO A RIPOLI ANTELLA SCUOLA ELEMENTARE LUIGI MICHELET PRIMO GIORNO DI SCUOLA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS COVID 19 BAMBINI MASCHERINE DISTANZIAMENTO SOCIALE

La sanificazione

Sembra entrare in una delle scene più celebri della miniserie tv Chernobyl quando iniziano le operazioni di ripulitura dalle scorie nell’area contaminata. Con uno scafandro quasi simile a quello dei liquidatori, si eseguono regolarmente le operazioni di sanificazione, sia degli spazi pubblici, come nel caso di questi giardini a Scandicci, sia dei luoghi di lavoro.

Eroi come noi nella lotta al virus

In prima linea nella lotta contro il virus ci sono stati e ci sono medici e infermieri. Da fine febbraio ad oggi sono stati una barriera insostituibile contro la pandemia, nonostante le molte difficoltà. Sul fronte sanitario prezioso anche il contributo del Terzo Settore, che, a partire dalle Misericordie, ha arginato le comprensibili falle del sistema sanitario nazionale, travolto dalla prima e seconda ondata.

Un nuovo rapporto con l’autorità

A presidiare i luoghi e a controllare le distanze o le mascherine provvedono le autorità. Un nuovo ruolo degli agenti e una ritrovata fiducia nelle divise sono alcune delle novità del 2020.

GERMOGLI PH : 15 NOVEMBRE 2020 FIRENZE CENTRO STORICO PIAZZA DELLA SIGNORIA POLIZIA MUNICIPALE EMERGENZA CORONAVIRUS COVID 19

Si ringraziano sentitamente Riccardo e Tommaso Germogli (fondatore anche di Vitanews.it dove è stata ospitata un’intervista a Lorenzo Somigli) dell’agenzia Fotocronache per le foto.

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Special di Natale – Una poltrona per due (’83)

Una lettura in controluce di “Una poltrona per due”, classico film che accompagna la Vigilia di Natale.

Per un rapporto governativo sulla produzione di succo di arance si è disposti a pagare una mazzetta esorbitante. I piazzisti si alcolizzano e si impasticcano in tutta fretta prima della prossima seduta. È una società frenetica, spietata. Si può nascere ricco, ben istruito, ritrovarsi per moglie un’impeccabile reginetta del ballo, oppure povero, solo, peggio ancora se di colore. Vita perfetta contro vita inutile. Il mito americano e chi ne è sistematicamente escluso. Ed è impossibile o quasi passare da emarginato a ingranaggio del sistema. Al netto delle belle promesse di autoaffermazione.

A decidere dei destini dei due protagonisti, Louis (Dan Aykroyd) e Billie (Eddie Murphy) – e verrebbe da dire non solo di loro due – sono due miliardari, Randolph e Mortimer Duke. Che scommettono 1$ sulla possibilità di scambiare le vite di Louis e Billie. Un esperimento sociale insomma.

Il denaro non dorme mai…

Letto in tal senso, in filigrana, il classico di Natale “Una poltrona per due” (1983) – che accompagna da decenni ogni Vigilia che si rispetti – è una prima ma efficace critica verso il mondo della finanza. Quattro anni prima dell’altrettanto celebre “Wall Street” di Oliver Stone, reduce dal successo di un anno con “Platoon” in cui lancia per la prima volta Charlie Sheen (il padre aveva recitato nell’altro capolavoro sulla tragedia del Vietnam, “Apocalypse Now”) che vestirà i panni di Bud Fox. Nel 2010, proprio dopo la grande crisi, Stone lancia il seguito nel quale fotografa l’implosione di quel sistema. Curiosamente, in entrambi i film, i Duke da un lato, Gordon Gekko, magnetico squalo di Wall Street, dall’altro commettono lo stesso reato: insider trading.

La complessità dei personaggi

Ben più articolata di quanto sembrerebbe è la psicologia dei due grandi antagonisti, i Duke. Pur avvicinandosi entrambi al canonico villain – che quando ben sviluppato nella narrazione non è mai un personaggio piatto – presentano delle sfaccettature differenti. Mortimer è decisamente retrogrado mentre Randolph mostra idee più avanzate. Mentre quest’ultimo crede, secondo una visione prettamente positivista e razionale, che la condizione economica sia frutto anche di fattori ambientali (famiglia, istruzione, inquinamento…), l’altro sfocia nel più bieco darwinismo sociale.

Di pari passo a quello tra Louis e Billie, il parallelismo ricco-povero si ripropone anche per i personaggi femminili: altera, inquadrata Penelope, moglie di Louis (che non perde tempo a scaricarlo una volta divenuto povero), contro Ophelia, la prostituta dal cuore d’oro, completamente indipendente, disinvolta, maschia e al contempo molto femminile.

Lungi dal mettere in discussione il modus operandi della finanza aggressiva né, tantomeno, il sistema socio-economico che l’ha fatta germogliare – quest’ultimo, come l’Impero Americano, negli anni ’80 viveva il suo momento di auge – il film “Una poltrona per due” ne offre sicuramente un taglio molto più complesso e articolato di quanto non potrebbe sembrare. E anche per questo, anche quest’anno, merita di essere rivisto.

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Il carattere degli italiani

La riflessione di Francesco Borgognoni

“(…) Quando ci sarà l’Europa unita i francesi ci entreranno da francesi, gli inglesi ci entreranno da inglesi, e gli italiani ci entreranno da europei”.
Indro Montanelli

In questo passaggio complicato della esistenza delle moltitudini che abitano il mondo, che si consegnano ai modelli di vita dettati dalle nuove tecnologie, e che inermi si prostrano, nel chiuso delle loro case, davanti ai tabernacoli della comunicazione online, ritengo possa avere importanza il tentativo di sviluppare una riflessione originale sui nostri modelli di comportamento, così pesantemente stravolti dal perdurare di una pandemia, che pare far emergere dal buio delle nostre rimozioni, gli antichi terrori del morbo e del flagello divino. Se questo tipo di riflessione può avere una qualche importanza, ed io ritengo che la abbia, una osservazione attenta, non può che iniziare da una ricognizione, per quanto sommaria, delle cose di casa nostra. Per esempio, dalla rappresentazione che gli italiani si danno della nazione che hanno costruito piuttosto che dalle modalità del loro stare insieme o dalla grande attitudine ad attraversare le difficoltà della vita quotidiana che essi da sempre dimostrano e che gli ha resi famosi nel mondo.

Il carattere degli italiani, evitando le banalità e gli stereotipi delle narrazioni ricorrenti del Bel Paese, si propone, dunque, come argomento di riflessione assai più serio di quanto non appaia ad una prima considerazione e ci induce a sviluppare una riflessione sulla contemporaneità nella quale siano immersi e che ci risulta così difficile comprendere. Naturalmente parlare di carattere e di italiani rappresenta già una scelta. Significa attribuire un qualche senso particolare, in questo passaggio drammatico dell’epopea dell’Evo Cristiano, alla nostra esperienza del Paese e, soprattutto, ritenere che attraversando le problematiche di questa Nazione, così recente, gloriosa e scalcinata, si possa favorire una individuazione delle categorie di analisi della presente transizione ad un futuro che è esploso davanti ai nostri occhi con modalità, riconosciamolo, assolutamente inaspettate.

Come nasce l’Italia?

Qualche decennio or sono, Indro Montanelli ebbe a scrivere che gli italiani sono “contemporanei”, alludendo, credo, alla loro capacità di vivere il presente senza sentirsi parte di una tradizione che potesse indirizzarli nelle scelte del presente. Persino banale ricordare quanto questo possa derivare dalla storia dei processi politico-sociali della penisola. I Comuni e le Signorie. Il Papato e le occupazioni straniere e quant’altro si possa riassumere nella narrazione del Rinascimento come fattore di sviluppo straordinario di arti e scienze, di ricchezze materiali e culturali e, ad un tempo, di inibizione di quei percorsi che nel resto dell’Europa portarono, ad esempio, Francia e Inghilterra a trovare una unità statuale all’obbedienza della corona di un unico re. Il fattore veramente speciale di questa narrazione però, non consiste nell’individuazione del quanto o del quando. Ma nella identificazione di un come. Un mercante di Milano nel 1600 oppure un notaro di Bologna, o un avvocato di Venezia e qualunque altro essere umano, nello stesso periodo, che sapesse leggere e scrivere, a Brescia come a Bergamo, a Palermo come a Napoli, utilizzavano per comunicare nella loro vita di relazione il dialetto. Un dialetto quasi sempre ricco ed espressivo che consentiva lo scambio di informazioni complesse e la giusta comunicazione nelle realtà domestico-familiari e socio-amicali. E, tuttavia, accanto a ciò, mentre il latino si manteneva lingua delle relazioni internazionali e statuali, nonché ambito naturale della religione praticata (il cristianesimo si intende) straripava, importante e decisiva nella formazione delle coscienze, la diffusione della lingua italiana. Il linguaggio poetico di Dante Alighieri che si faceva “modo” di arte e poesia, e diventava espressione di una comunità nella quale si declinava la vicenda del teatro in musica melodramma e prosa. L’Italia nasce lì. Non attraverso un popolo che si riconosce in una comune tradizione, né in un territorio da perimetrare e da difendere da forze ostili, ma, si potrebbe quasi dire, in una dimensione situata a metà strada tra la produzione artistica ed il sogno esoterico, e, per questo, accessibile solo ad individui dotati di caratteristiche particolari ed in possesso di requisiti elevati di istruzione e cultura.

Molti secoli prima del settembre del 1870 non esisteva un Paese abitato da un popolo e governato da un re, ma esisteva un Paese nel quale le classi colte, seppure in modo intermittente, abitavano un luogo dello spirito, che, tra mitologia ed elitarismo, determinava la appartenenza ad una koinè che si attribuiva padronanze culturali e profondità sapienziali. Questo appariva chiaro sin dal Seicento, quando si cristallizzarono le conseguenze di una sciagurata politica che aveva visto i principi e i duchi italiani, gretti e rissosi, mettersi al servizio del potente di turno, in totale subalternità, sperando di difendere il particolare all’interno delle mura municipali. Una condizione amaramente rappresentata, già nella seconda metà del cinquecento dal famoso aforisma di Francesco Guicciardini, “Franza o Spagna, purché se magna”, che bene descriveva l’atteggiamento della classe dirigente italica nei confronti del rappresentarsi dello scontro per il controllo del mondo allora conosciuto.

Siamo rimasti fermi lì. Con la grande eccezione del Risorgimento e della sua gloriosa costruzione che tracolla con il Fascismo che aveva illuso gli italiani. Siamo rimasti con le nostre volubilità e inaffidabilità. Con la nostra incapacità di concepirci in un bene comune, che ci mostra miserabili ed indifesi. Manteniamo tuttavia, e – dico io – proprio anche per questo, una grandissima capacità di collocarci nel nuovo e nel diverso, che ci deve consegnare qualche speranza per il futuro, nonostante l’orizzonte fosco che si presenta ai nostri occhi.

Essere contemporanei, quindi, senza subire i condizionamenti delle antiche abitudini, forse perché vigliacchi e un poco traditori, ma, forse, anche perché capaci di decrittare una via di salvezza prima di altri. Essere contemporanei senza soffermarsi a rimpiangere quello che la nostra idiozia ha dissipato, e prendere rapidamente possesso di quel poco che ci verrà consegnato. E provare tutti insieme a ripensare la politica e la democrazia. Con un po’ di fortuna i nostri figli o i nostri nipoti, ce la potrebbero anche fare.

Il luogo che non c’è. La pandemia dopo la Colonna Infame

Foto in copertina © Fotocronache Germogli

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Il luogo che non c’è. La pandemia dopo la Colonna Infame – Il Tazebao


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I quaderni del Tazebao/1 – Per un’ecologia civica del Mediterraneo

Prima pubblicazione de I quaderni del Tazebao.

La redazione de Il Tazebao è lieta di pubblicare integralmente l’intervento di Gianni Bonini a DomusForum 2020.

Un’opera di Hans Arp si chiama “Gruppo Mediterraneo”. È una forma che trae origine dalla Natura come tutte quelle prodotte nel suo originalissimo percorso artistico, sempre a metà tra Dada e Surrealismo e senza mai sconfinare nell’uno o nell’altro. Un seme che ha più basi e che si dirama in più direzioni.

È del 1949, stesso anno in cui Fernand Braudel pubblica “La Méditerranée et le monde mediterranéen à l’époque de Philippe II”, prima e grandiosa enunciazione del suo concetto geostoria. La storia non come notazione lineare di eventi o fatti politici, la storia come scienza che aperta al contributo delle altre scienze a partire proprio dalla geografia.

Un metodo che poteva nascere solo dallo studio approfondito del Mediterraneo che, per sua stessa natura, è stato, e in un certo senso rimane, un epicentro del mondo, dove tutto si incontra, scontra, confonde. A cominciare dalle piante, come grano e ulivo, che si sono acclimatate così bene nell’ecumene.

È il Mare Nostrum, colto nella sua dimensione globale, uno dei nostri argomenti di analisi e di riflessione. La giovane avventura del Tazebao ha deciso di produrre un nuovo strumento, ancor più meditato, di riflessione, che in questo numero tratta proprio del Mediterraneo.

Gianni Bonini, che è stato chiamato a dare il suo contributo all’edizione 2020 di DomusForum, l’appuntamento dedicato al futuro delle città, ci guida in una lettura inedita del Mediterraneo, partendo da una storia di ecologia civica in una Firenze lontana nel tempo, ma già incubatrice dei nodi urbanistici che ne hanno segnato il declino.

Per scaricare il primo quaderno ⇒ I quaderni del Tazebao-1 dicembre 2020

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Mundus furiosus

Ma era già impossibile distinguere gli uni dagli altri…

Da movimento a partito di governo, il M5S ha registrato una metamorfosi completa.

Nel circolo accademico è ormai noto che il populismo – nella sua neutra accezione politologica scevra da faziosi pregiudizi – fatichi a superare illeso la prova di governo. Dalla letteratura si evince infatti che, almeno in Europa, conquistati i vertici del potere, i movimenti di tale estrazione siano soggetti ad un un vertiginoso calo di consensi elettorali nei mesi a venire. Le cause principali? L’emergere di ambivalenze intestine nonché l’affermarsi di un gap tra le promesse sventolate e le policy effettivamente concretizzate. Insomma, l’assioma di Belzebù cambia segno per i populisti: il potere logora chi ce l’ha.

Anche gli illustrissimi statisti dello Stivale, divenuto a detta di taluni il paese di cuccagna dei populisti, confermano l’equazione: basti vedere i pentastellati e come questi siano rimasti goffamente intrappolati nell’humus di palazzo tanto da surrogare la dialettica dell’antipolitica al politicantismo. Una metamorfosi kafkiana che è anche un harakiri politico che le urne hanno inequivocabilmente palesato sia in occasione delle consultazioni europee sia in quelle regionali, alle quali gli ormai pantofolai grillini sono tornati a percentuali da prefisso telefonico.

L’imborghesimento è la cifra della debacle, come si deduce dall’autopsia della carcassa, ovvero ciò che non è stato rosicchiato dagli avversari, s’intende. Da smanicati dissidenti rispetto l’establishment, all’indomani del 4 Marzo 2018 l’equipe di Di Maio è divenuta complice del ceto politico che ambiva abbattere: se la liaison con il Carroccio aveva sconcertato gli elettori, il matrimonio con gli acerrimi nemici li ha definitivamente spinti all’adulterio o all’astensionismo (“Il PD è peggio di Forza Italia”, tuonava un esagitato Dibba pochi anni prima. Insomma, prostrandosi alla logica degli inciuci di Palazzo, il M5S ha vanificato la sua natura di agente patogeno nelle stanze del potere e, di conseguenza, la sua ragion d’essere.

Tuttavia, per quanto il connubio giallorosso sia evidentemente l’apice della contraddizione dei Cinque Stelle, i capi di imputazione non finiscono qui. Ed ecco che, dopo il tragicomico annuncio del “mandato 0”,  il partito di Beppe Grillo non ha smesso di stupire. “Sono onesta. Io vado avanti. La città ha bisogno di una guida sicura”, così ha risposto Virginia Raggi a chi le chiedeva se, in caso di condanna (condanna poi non avvenuta), si sarebbe autosospesa come la collega di Torino Chiara Appendino. Un bel salto semantico da parte di chi tifava le dimissioni di Alfano perché indagato.

Quali prospettive per il Movimento?

A questa altezza cronologica è dunque legittimo chiedersi quale sarà il futuro per il Partito di Beppe Grillo. Un’ipotesi suggestiva, seppur carica di interrogativi, è quella lanciata da Piergiorgio Corbetta che avrebbe pronosticato (e forse suggerito) un destino parallelo a quello del Partito Radicale dell’epoca di Pannella. Così riassume l’idea il politologo Marco Tarchi nel suo editoriale su Domani:  “(…) Quello di accontentarsi di essere una forza politica minore e non inserita in alleanze di governo ma capace di fungere da ago della bilancia tra le opposte coalizioni, influenzando in modo decisivo, e talora determinando, le scelte del parlamento e dell’esecutivo su temi cruciali di suo interesse”.

Concludendo, se il domani del Movimento appare incerto, l’oggi ci rende un’immagine che, per quanto carica di ambiguità, non assolve la nomenklatura di partito rea di aver tradito – più volte – i suoi sostenitori. Ecco perché, l’epilogo (?) degli stellati non è troppo diverso dall’epitome de “La Fattoria degli Animali” di George Orwell: “Le creature volgevano lo sguardo dal maiale all’uomo, e dall’uomo al maiale, e ancora dal maiale all’uomo: ma era già impossibile distinguere l’uno dall’altro”.

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Mundus furiosus

NEOM, Una città saudita hi-tech destinata a rivoluzionare i rapporti internazionali?

Netanyahu in Arabia Saudita per seguire lo sviluppo di NEOM?

A fine novembre, Netanyahu, primo ministro israeliano, si è recato a Neom, città dell’ Arabia Saudita. L’incontro doveva rimanere segretissimo, ma non è passato inosservato per molto, visto che nello stesso giorno anche Mike Pompeo, segretario di Stato americano, era presente alla tavola rotonda. Seppur smentito dalla casa reale saudita, l’incontro sta già avendo effetti sui rapporti fra le due nazioni.

NEOM (crasi di “neo” e “mustaqbal”, futuro) fa parte della Vision 2030, il progetto saudita lanciato a settembre per diversificare l’economia del Paese. Rispetto ad altri Paesi del Golfo che hanno puntato sull’innovazione, come gli Emirati Arabi (importatori, per altro, di biotecnologie israeliane), l’Arabia Saudita è rimasto indietro fino ad ora. Ma la situazione potrebbe presto capovolgersi.

NEOM è già stata soprannominata Silicon Wadi: completamente robotizzata e alimentata da energia solare ed eolica, si tratta di una zona industriale e una hub per start-up. Un progetto mastodontico di 26, 500 km^2 , che si estende anche in territorio giordano. Giusto dall’altra parte del Mar Rosso rispetto all’Egitto (cui potrebbe essere collegata con un ponte ancora in fase di progettazione) e vicina alla città israeliana di Eilat. Si sta progettando il tutto con uno sguardo alla biotecnologia e all’industria manifatturiera smart, oltre che al settore energetico e al divertimento.

E gli israeliani hanno moltissimo da offrire: sono esportatori di tecnologie agroalimentari e di irrigazione, cybersecurity, fintech, tecnologie cloud e pionieri del digitale nell’ambito della salute. E hanno subito gli effetti economici del COVID, avendo come clienti principali Stati Uniti, Canada, Cina, e Unione Europea. Da tempo i sauditi spingono per lo sviluppo delle piccole e medie imprese, aprendo un apposito ufficio tre anni fa, per cercare di dare spazio a una delle popolazioni più giovani e meglio istruite del Medioriente.

L’azione distensiva di Washington

La presidenza Trump ha spinto per la normalizzazione dei rapporti fra le due nazioni, e la cooperazione a livello di politica internazionale è sempre più stretta. Quest’anno, l’Arabia Saudita ha appoggiato la mossa di Tel Aviv per il boicottaggio del Qatar, accusato di essere promotore del fondamentalismo islamico. Da agosto, i voli commerciali israeliani hanno diritto di sorvolare il territorio saudita. Da settembre, il regno saudita ha lanciato l’Autorità per i dati e l’intelligenza artificiale, dando 90 giorni di tempo per approntare il tutto, cosa impensabile senza appoggio esterno. E infatti è da tempo che il regno coopera con Israele sul fronte sicurezza e intelligence.

Questa cooperazione è in armonia con i rapporti formali stretti solo negli ultimi mesi fra Bahrain, Emirati Arabi, Sudan e Israele. Il Sudan è passato da essere zona d’influenza iraniana a emirata/saudita solo un paio di anni fa, e negli ultimi anni si è creato un vero e proprio asse. Insieme a Israele, sono stati portati avanti interventi militari e la cooperazione economica è discreta ma in crescita.

http://iltazebao.com/sofia-eliodori-trump-a-meta-tra-isolazionismo-e-interventismo/

Da parte dell’amministrazione Trump, questo incontro è una mossa per facilitare i rapporti fra gli alleati mediorientali in vista della presidenza Biden, che si prevede possa seguire la scia di Obama in materia di rapporti con l’Iran. Un nuovo allentamento dei termini con Teheran rischia di creare scompiglio nei rapporti con gli alleati Mediorientali. Solo a novembre, il primo ministro libanese ha dato le dimissioni (da Riyadh), citando come motivazione le minacce subite dall’Iran e da Hezbollah. Netanyahu in questa occasione, si è augurato che la situazione servisse da “segnale d’allarme” per la comunità internazionale, spingendo le ambasciate nel mondo a ribadire il messaggio.

Ma anche se in tutto per tutto i rapporti fra sauditi e israeliani sono più che amichevoli, solo la settimana scorsa un ufficiale saudita ha rimarcato l’importanza di una soluzione per il popolo palestinese. Distensione sì, i tempi sono forse ancora troppo prematuri per parlare di una formalizzazione.

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Leonardo Tozzi: “Serve un nuovo progetto-città che riequilibri il rapporto centro-periferia”

A colloquio con Leonardo Tozzi, Direttore di Firenze Spettacolo.
“Prezioso il contributo delle energie giovani come nel caso de Il Tazebao”.

Quale Firenze dopo la pandemia? Leonardo Tozzi, Direttore di Firenze Spettacolo, interviene a Il Tazebao.

Firenze Spettacolo è uno specchio di una Firenze che si diverte, che vive la notte (che viveva?). Quali prospettive concrete ci sono per quel mondo che abbiamo visto protestare più e più volte e alle cui istanze date ampio spazio?

“Bella domanda! Beh, al momento accusiamo il colpo come tutto il mondo dello spettacolo dal vivo, della ristorazione, del turismo, degli eventi. Come giornale raccontiamo quotidianamente sul web (il sito firenzespettacolo.it, la nostra piattaforma di comunicazione fatta di newsletter e pagine social) quanto si muove e si discute nel settore, cercando di interpretarne al meglio il profondo disagio, la crisi e ovviamente appoggiando le giuste rivendicazioni che vengono da questi mondi nei confronti del governo. Stiamo anche incrementando la nostra attività editoriale nel settore librario: in particolare abbiamo in corso un confronto con diversi protagonisti della vita fiorentina dei settori di cui sopra per produrre un libro-manifesto sulla Firenze del dopo-Covid. In quanto alle prospettive concrete è difficile ad oggi prevedere quando questa vicenda finirà e come finirà: mi torna tuttavia in mente l’esempio del dopoguerra e la celebre foto del marinaio che bacia la ragazza a Times Square il 14 agosto del 1945. Auspico una cosa del genere, anche se penso che saremo più poveri”.

Quello di Firenze è il destino di molte città d’arte. Senza fiumane di turisti, sparito il tessuto sociale-umano, del centro rimane solo un (bel panorama). Ma era prevedibile che prima o poi qualcosa si sarebbe inceppato nella monocultura turistica… Dovremmo ripensare alcune decisioni?

“Non alcune, molte direi! In sintesi mi pare che ad oggi o ci rassegniamo ad attendere che #tuttotornicomeprima (e vediamo in quanti possono permetterselo…) o ci impegniamo a capire ed ipotizzare cosa possa volere concretamente dire #nientesaràpiùcomeprima. Non è con gli slogan o con la retorica sull’ennesimo “nuovo Rinascimento” evocato anche di recente che potrà essere trovata una via di ripresa.

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Bisogna, per esempio, pensare a un’offerta davvero diversa per il turismo. Bisogna rilanciare la residenza dentro la città con nuove regole di urbanistica. Bisogna ragionare definitivamente sulla “grande Firenze”, una vera città metropolitana, valorizzando la dimensione industriale formatasi nell’hinterland. Bisogna maturare una nuova interpretazione e gestione del significato culturale del patrimonio storico e artistico ricevuto da una generosa eredità dei secoli passati.

Occorre un progetto-città che riequilibri, dunque, profondamente il rapporto tra periferie e centro, avviando una nuova osmosi, rovesciando la distanza che è stata creata nel tempo che ha trasformato i luoghi iconici della Grande Bellezza di Firenze in un “non-luogo” svuotato di residenza e funzioni lavorative a vantaggio del solo turismo di massa.

Ma non basterà un programma convincente, servirà una nuova classe dirigente, che sappia eseguire la svolta, non solo declamarla. Cosa da non sottovalutare per niente e sulla quale l’impegno di giovani energie come anche la vostra de Il Tazebao è importantissima. Quindi condivido la tua osservazione: è chiaro che bisogna iniziare a pensare ad un’alternativa. E anche noi cercheremo di dare un contributo in questa direzione”.

Servirà una nuova classe dirigente

Nei giorni scorsi hai ripubblicato un articolo di Firenze Spettacolo su Giorgio Morales, che abbiamo ricordato anche sul Tazebao. Quale ricordo hai di quella stagione?

“Un bellissimo ricordo! Eravamo in piena crescita, gli anni Ottanta sono stati un decennio formidabile. Con Firenze Spettacolo abbiamo attraversato quel decennio crescendovi dentro e anticipando mese dopo mese le mosse di una giovane generazione che uscita appunto indenne dai cupi anni 70 stava permeando della sua energia il teatro, la musica, l’associazionismo, l’arte e successivamente anche i locali.

Un’invasione che fu possibile a Firenze, città piuttosto chiusa e restia a rinnovarsi, perché riguardò un campo prevalentemente nuovo, uno spazio libero, una terra di nessuno che solo la fantasia e l’energia degli anni verdi, più del denaro e del potere, potevano colmare.

Va detto anche che ci si confrontava con un sistema politico di un altro livello. Personalmente mi convinsi che le ideologie tardo marxiste che avevamo vissuto negli anni più verdi della nostra iniziazione alla vita e alla politica negli anni 70 non erano la risposta giusta alla vera natura di quella profonda energia che ci aveva sollevato contro l’assetto vecchio e immobile della nostra società.

Fu allora che l’emergere nel corpo vecchio e malandato del Partito Socialista Italiano – che per noi era stato spesso come un buon zio, bonario e comprensivo, ma niente di più – di un leader che affrontava di petto l’egemonia comunista sulla sinistra e mirava chiaramente a far saltare i ponti dell’asfissiante stagione del compromesso storico, ci conquistò. Non a caso l’evento fortemente simbolico che accese questa illuminazione fu il caso Moro… Il PSI di Craxi diventò presto un riferimento per chi cercava di sottrarsi alla deriva “sinistra” della sinistra e coniugare lo spirito libertario, anticonformista che permeava la nostra identità con una prospettiva diversa.

La vicenda, per molti aspetti ancora oscura, di Tangentopoli mise fine a questa lunga cavalcata, frantumò i partiti storici e i meccanismi di selezione della classe dirigente per avviare un processo degenerativo di cui forse solo oggi molti finalmente si accorgono. Come dice sempre un mio vecchio amico “avete tirato le monetine?” e beccatevi ora questa situazione!”

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Le eccellenze del Tazebao – Serraiola Wine: tradizione e sostenibilità in Maremma

Serraiola Wine è un’azienda maremmana che unisce l’eccellenza della tradizione con la sostenibilità e la tutela di paesaggio e territorio.

Serraiola Wine sorge in un luogo unico del territorio toscano. A confine tra Grosseto, Livorno e Pisa, poco lontano da Bolgheri si estende la proprietà Lenzi. 40 ettari di cui, 12 che producono vino, 2 e mezzo a coltura olivicola.

Le varietà selezionate per il vino sono le classiche toscane come il sangiovese o il trebbiano abbinate a quelle internazionali come merlot e shiraz per i rossi e sauvignon e chardonnay per i bianchi. Caso più unico che raro è la presenza dei vitigni Marsanne e Roussanne, originari della regione nord del Rodano e che incredibilmente hanno trovato in questa porzione unica di Maremma un ambiente ospitale.

Una storia di amore per la terra

L’azienda è a conduzione familiare e inizia la sua attività negli anni ’60. È un legame quindi che viene da lontano quello tra la famiglia Lenzi e la Maremma. Ezio, padre di Fiorella e Pamela, che è stato anche sindaco di Monterotondo, dopo aver trascorso a Follonica l’infanzia ed esservi tornato spesso per lavoro, vi si trasferisce.

Oggi il seme che ha piantato nel 1966 ha fatto nascere un’azienda che produce 40 mila bottiglie all’anno unendo la passione, il rispetto per la terra e per i frutti del lavoro con l’innovazione. La cultura della tradizione si fonde infatti con la sostenibilità.

Serraiola Wine, infatti, autoproduce l’energia di cui ha bisogno. L’approvvigionamento è garantito infatti da un impianto fotovoltaico che genera 15.000 kWh/anno.

I nostri consigli

Per gli amanti del rosso uno dei vini più apprezzati è il Campo Monte Cristo (2018). Prodotto con uve Merlot, il Campo Monte Cristo (QUI per acquistarlo) nasce da un vitigno piantato nel ’97 proprio dal padre di Fiorella e Pamela, Ezio. Il profumo intenso e inconfondibile gli è donato dalla maturazione in botti barrique di rovere allier. Visto inoltre che si avvicina il periodo di Natale una scelta ottimale è lo spumante.

Contatti

Sito web: www.serraiola.it
Telefono: 0566 910 026
Mail: info@serraiola.it

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Scuola Dino Compagni, ricorso dello Studio D’Ippolito per la rampa. A sostenerlo una raccolta fondi di Quartiere

“Una società più inclusiva non può accettare e nemmeno concepire che una persona con disabilità sia costretta ad entrare dall’entrata posteriore o ancora peggio con un montacarichi”.

Firenze 15 dicembre 2020 – Una scuola moderna, efficiente, una scuola tanto attesa ma senza la rampa per i disabili che pure era prevista in origine nel progetto. Una scuola quindi non inclusiva come avrebbe dovuto essere. Questa scuola è la nuova Dino Compagni al Campo di Marte. Un’assenza che non è passata inosservata a molti. Soprattutto a una mamma battagliera. Da oltre un anno, infatti, Ginevra Risaliti supportata da tanti concittadini, a cominciare dal Gruppo Facebook Noi di Campo di Marte con la sua amministratrice Chiara Giovannini ma anche dal consigliere di opposizione al Q2 Simone Sollazzo, conduce quella che per molti è una battaglia di civiltà: la realizzazione di una rampa per suo figlio con disabilità Niccolò. Il ragazzo non può accedere alla scuola insieme agli altri bambini perché non c’è una rampa di accesso nell’entrata principale di via Sirtori. Deve quindi entrare dall’entrata posteriore su via Verità.

Un gruppo di cittadini ha preso a cuore la causa facendo da tramite con le Avvocatesse Ginevra Bardazzi e Maria Rosaria Pizzimenti dello Studio D’Ippolito, da sempre sensibile a problemi come questo, che hanno consigliato una strategia per far valere il diritto di Niccolò ad accedere a scuola insieme agli altri. Le spese richieste per l’iscrizione del ricorso sono state sostenute con una raccolta fondi di Quartiere promossa da Lorenzo Somigli. L’atto è stato depositato proprio il 3 dicembre, Giornata dei Disabili. L’udienza è fissata il prossimo 20 gennaio.

“Abbiamo seguito fin dall’inizio e apprezzato la battaglia di Ginevra. Ringraziamo tutti colori che si sono spesi e a nostra volta siamo felici – sottolinea Lorenzo Somigli – di aver contribuito ad una svolta significativa nella vicenda. Nessun spirito polemico o strumentalizzazione politica, ma una società più inclusiva non può accettare e nemmeno concepire che una persona con disabilità sia costretta ad entrare dall’entrata posteriore o ancora peggio con un montacarichi. Non scherziamo con la dignità della persona! Un grazie di cuore ai concittadini che hanno supportato la nostra iniziativa”.

Buon Natale Ginevra e Niccolò dalla redazione del Tazebao.