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Il luogo che non c’è. La pandemia dopo la Colonna Infame

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La riflessione di Francesco Borgognoni

Gli esseri umani, in gran parte, hanno difficoltà a mantenere una tensione costante ai mutamenti, soprattutto nel momento in cui questi si producono, e, per questa via, a coglierne le manifestazioni esteriori e registrarne le modificazioni con tempestività. Questo fatto, così specifico alla natura della nostra specie, lo si avverte anche nei comportamenti relativi alla nostra vita biologica, dove parrebbe scontato assumere un atteggiamento di totale consapevolezza.

D’improvviso ci vediamo grassi o vecchi – raramente più giovani – senza avere trattenuto cognizione dei processi che ci hanno condotto a quel punto e che cerchiamo di richiamare alla memoria, sforzandoci inutilmente. In un determinato momento ci sentiamo meno resistenti alla fatica, e prendiamo atto di quanto il nostro rapporto con il sonno sia mutato. Siamo sorpresi e stupiti, come attoniti difronte ai segni del tempo. Ci rendiamo conto allora, tout à coup, di come non si sia vigilato sulle modificazioni quotidiane e molecolari che riguardano la nostra vita di individui singoli e associati e come queste non si siano contestualizzate lungo il percorso che la nostra vita compie sul segmento lineare del Tempo impiegato.

Parimenti la nostra capacità di mantenere un rapporto stabile ed intelligente con il divenire viene a logorarsi, soprattutto quando venga a mancare la frequentazione con i luoghi del sapere e sia assente la dimensione di un confronto collettivo che dia fondamento di esperienza sociale all’esistere individuale. Si diventa abitanti di un luogo che non c’è, perché più non c’è quel luogo dove la nostra vita era una esperienza biologica connessa alle altre esperienze umane, dove la nostra singolarità nel divenire si rapportava ad una dimensione collettiva, tramite la produzione di categorie di analisi e la descrizione di un universo dove eravamo collocati. Lo sciagurato abbandono del luogo dove vivere consapevolmente le transizioni ha permesso che le innumerevoli difficoltà della quotidianità drogassero la nostra percezione dell’esistenza, facendoci dimenticare le parole e l’arte di inventarne di nuove.

Pochi esseri umani sfuggono – e sono sfuggiti – a tali comportamenti. Pochi sono i diversi. E quelli che lo sono, lo sono perché addestrati da una determinata educazione familiare o da un esercizio severo e mirato a recuperare con la applicazione ciò che la fortuna può avere negato. Questi pochi vivono la Storia nella consapevolezza quotidiana di interessi ed obiettivi personali, costruendo un sé che è il punto di riferimento di un divenire non generico e casuale. Essi abitano il mondo dentro la loro storia di individui come tasselli intelligenti nel grande mosaico del divenire. Gli altri, tutti gli altri sono distolti dal loro torpore solo da determinati accadimenti, non necessariamente i più importanti, che fungono da catalizzatori di una coscienza riattivata e che registra tutto il mutamento in quel frangente, ed attribuiscono al singolo evento specifico ben più di quanto esso stesso non abbia provocato. Essi sono gli abitanti di un luogo che non c’è perché non c’è più presenza nella loro mente di una consecutio abilitata a riannodare i fili del succedere. Perché l’Antico Luogo del sapere è diventato mitologia e memoria interrotta.

La pandemia porterà un risveglio delle coscienze?

Io penso che la storia di questa pandemia e del suo impatto con la nostra vita non sfugga a questo schema e che la rottura violenta degli equilibri che l’organizzazione della lotta al virus ha determinato, possa essere l’occasione di un risveglio delle coscienze e delle sensibilità. Nulla sarà più uguale a prima ma, nell’attesa dei piaceri e degli orrori che ci attendono nel nuovo che avanza, ci resta lo sgradito compito di analizzare nel segreto del nostro privato accadimenti e previsioni di accadimenti del mondo che verrà. Se i contenuti di queste analisi pare opportuno proteggerli con discrezione e riserbo – così siamo ridotti – nulla ci impedisce di elencare la forma dei tanti disastri degli ultimi 40 anni.

Si può essere dietrologhi e complottisti quanto si vuole, ma pare difficile attribuire al morbo i meccanismi di selezione della classe politica, piuttosto che alla legge elettorale in Italia e ai risultati che produce. Come pure elevare a dibattito politico i confronti insulsi tra sovranismi ed europeismi, avendo cura di mai soffermarsi su modi, tempi e contenuti del transito dalla era della Banca d’Italia alla era della BCE. Eppure Margaret Thatcher aveva dedicato alla questione del rapporto tra Europa e BCE e analisi non banali, arrivando a ipotizzare rischi concreti di crisi della democrazia politica rappresentativa.

E poi la domanda delle domande: senza la dissennatezza della informazione televisiva il virus sarebbe questo? Avrebbe provocato queste conseguenze?

Sappiamo tutti che questa malattia essenzialmente è diventata la sua stessa narrazione. Una narrazione che la fa vivere e proliferare, così come potrebbe estinguerla. Così come avviene per gli eccellenti ed assordanti silenzi di esperti e intellettuali sui grandi temi che attraversano l’universo della contemporaneità. Ne menziono uno per tutti: la fine del denaro. Chi è che vuole la estinzione del denaro come strumento di scambio e quali interessi rappresenta? Perché è così importante per taluni realizzare questo obbiettivo? Come possiamo credere che il raggiungimento di obiettivi grossolanamente descritti con parole reboanti e vuote come Tracciabilità, Semplificazione e quant’altro sia la ragione di questa sciagura politica e sociale così pervicacemente perseguita? Non c’è proprio più nessuno che abbia interesse ad osservare come il danaro nasca come opzione di libertà nella storia del mondo e si sia collegato indissolubilmente al concetto di Libero Pensiero, come sa qualunque italiano che abbia frequentato una delle tante, buone Università dislocate un tempo sul nostro territorio ed abbia una qualche nozione del concetto di Storia Moderna.

E ancora. Viviamo in un mondo che ha rimosso il concetto di Male, relativizzando ogni comportamento e che confonde l’accettazione delle diversità con una forma di superficialità indifferente, che offende e ferisce. Che non coglie la specificità di chi attraversa con la sua vita le vite degli altri, per viverle al loro posto, perché niente alfine si compia. Capire e descrivere è il compito che vorremmo svolgere, sentendoci parte di un equilibrio e di un ordine che un tempo qualcuno chiamava logos.

En autò zoè en, kai e zoè en to fos ton antropon. Kai to fos en te skotia fainei, kai e skotia autò ou katèlaben ¹

Su questo mondo, popolato dalle nostre rimozioni si è abbattuto il Coronavirus. Su un luogo che avrebbe dovuto esserci ma che non c’era. Così come non esiste oramai che qualche vago ricordo dei telefoni a gettone, delle Olivetti Lettera Trentadue, delle auto senza condizionamento, delle abitazioni senza termoregolamentazioni, e di una infinità di altre cose che non ha senso ora elencare.

In questo svolgersi della vicenda umana, di per sé, non c’è né bene, né male. La forma e il modo del divenire, però, contiene tutte le differenze.

E rispetto a questo siamo chiamati ad essere più consapevoli. Migliori.


1. Giovanni (1,4): “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini” (traduzione CEI 2008). In greco “ἐν αὐτῷ ζωὴ ἦν, καὶ ἡ ζωὴ ἦν τὸ φῶς τῶν ἀνθρώπων”.

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